Giovanni Malagò è stato eletto nuovo presidente della Federcalcio (FIGC) con il 68,58% dei voti, superando la concorrenza dell’ex presidente Giancarlo Abete. L’elezione si è svolta a Roma durante l’assemblea dei 266 delegati della Federcalcio. Malagò, 67 anni, è stato presidente del CONI dal 2013 al 2025 e ha guidato il comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Succede a Gabriele Gravina, dimessosi ad aprile dopo la terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali. Il suo mandato durerà due anni, completando quello iniziato da Gravina dopo la rielezione del 2025.
Trump continua a insultare, ma il governo Meloni cerca disperatamente di ricucire
Dopo le dichiarazioni rilasciate a LA7 non si fermano le tensioni tra Meloni e Trump. In un post su Truth, il presidente statunitense è tornato ad affermare che Meloni gli avrebbe chiesto «ripetutamente» di fare una foto insieme durante il vertice del G7 in Francia. La popolarità di Meloni, scrive Trump, «è scarsa, forse perché ha voltato le spalle agli Stati Uniti d’America». Meloni ha risposto con tono moderato, ma più piccato del solito: «Presidente Trump, questi attacchi costanti e senza provocazione sono privi di senso», ha scritto. «In ogni caso, la mia popolarità non è una cosa che la riguarda; le suggerisco di focalizzarsi sulla propria». Nonostante il botta e risposta, dal governo sono subito arrivati i primi tentativi di calmare le acque: Salvini ha puntato a minimizzare, affermando che il problema con Trump è già «una parentesi chiusa», mentre Tajani ha ribadito la «solidità» dei rapporti con gli Stati Uniti, senza nemmeno accennare alla possibilità di convocare l’ambasciatore statunitense per chiedere chiarimenti sulla condotta del presidente. Una procedura che in questi casi sarebbe prassi. Mentre anche l’ipotesi di boicottare i festeggiamenti del 4 luglio presso l’ambasciata americana, data per certa nei giorni scori, perde di quota. La priorità del governo italiano, insomma, pare la solita: ricucire a tutti i costi con Washington.
Riavvolgendo il nastro, le prime tensioni risalgono alla decisione dell’Italia di negare il supporto alle operazioni offensive degli Stati Uniti contro l’Iran, con Trump che aveva tuonato: «L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro». Lo scontro era poi cresciuto quando Meloni aveva preso pubblicamente le difese di Papa Leone XIV, bersaglio degli attacchi del tycoon per le sue parole sulla crisi in Medio Oriente. In quell’occasione, Trump aveva definito il Pontefice un «debole» e aveva criticato duramente la premier: «Sono scioccato, pensavo avesse coraggio». Dopo il G7 tenutosi a Evian pareva che la situazione fosse tornata alla normalità, ma venerdì 19 giugno è arrivata un’ulteriore stoccata da parte di Trump: «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!», ha detto in riferimento al loro incontro in Francia. «Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. Avrei anche potuto non farla, ma mi ha fatto pena!». Meloni ha rapidamente replicato con un video in cui smentisce la ricostruzione di Trump e afferma che «io e l’Italia non imploriamo mai».
L’ultimo post di Trump risale a sabato e costituisce il secondo attacco al governo Meloni in meno di due giorni. Trump accusa Meloni di avere tentato di riavvicinarsi agli USA «dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti» per ottenere nuovo consenso domestico e suggerisce che il governo italiano non meriterebbe tali attenzioni a causa del suo limitato aiuto nella guerra contro l’Iran. «Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico; e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO», ha detto Trump, lanciando un attacco neanche troppo velato all’Alleanza Atlantica.
Anche in questo caso, la risposta di Meloni è stata repentina: la prima ministra ha affermato che a diminuire i propri consensi nel Paese non sarebbe stato l’avere «voltato le spalle agli Stati Uniti», ma piuttosto l’essere «amica» di Trump; i riferimenti alla scarsa popolarità del presidente statunitense – tanto in patria quanto in Europa – sembrano segnare un cambio di paradigma nella comunicazione con gli Stati Uniti e confermare la frattura del governo con Washington che va ormai avanti da tempo. Eppure, la stessa Meloni ha preferito chiudere la questione: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente», ha scritto la premier. «Per me è partita chiusa e quindi si lavora insieme», le ha fatto eco Salvini, derubricando gli attacchi di Trump a Meloni a una semplice «parentesi di incomprensione». La contraddittorietà degli esponenti di spicco del governo nel tentare di rispondere a tono a Trump cercando al contempo di minimizzare l’accaduto ed evitare il confronto sembra mostrare una certa difficoltà nella gestione della vicenda da parte dell’esecutivo. Ma in realtà è in perfetta continuità con gli esiti di tutti gli scontri precedenti: da Palazzo Chigi l’ipotesi di arrivare realmente ai ferri corti con l’omologo della Casa Bianca non è nemmeno contemplata.
A confermare la linea del governo è il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che – almeno in teoria – ricopre la carica di massimo rappresentante diplomatico dell’Italia verso gli altri Paesi. Anche Tajani, come Salvini, ha espresso critiche nei confronti delle parole di Trump per poi minimizzare le dichiarazioni del tycoon: «I rapporti che ho con gli Stati Uniti, anche in queste ore, sono sempre assolutamente normali e non sono cambiati, non sono mutati, compresi quelli con l’ambasciatore americano in Italia con cui i rapporti sono ottimi», ha dichiarato; ambasciatore che, tuttavia, non pare essere stato né sentito telefonicamente né richiamato, in quelle che sono di solito le prime contestazioni diplomatiche formali che un Paese – specie se governato da un esecutivo che si autoproclama “sovranista” – intraprende per mostrare le proprie rimostranze verso un altro Stato.
Insomma: dopo lo strappo causato dalle dichiarazioni di Trump a La7, il governo ha alternato parole di contestazione a tentativi di ricucire i rapporti, e orientato le proprie azioni verso una ricerca di riconciliazione incondizionata. Intanto, si avvicina sempre di più il 4 luglio, data dell’indipendenza statunitense che quest’anno arriva a cifra tonda, toccando i 250 anni; la ricorrenza è la più sentita festa civile degli Stati Uniti, e come ogni anno l’ambasciata statunitense organizzerà un incontro presso la propria sede a Villa Taverna, a cui tradizionalmente i membri del governo italiano vanno in ossequiosa processione. Dopo le prime dichiarazioni da dietro le quinte, in cui pareva che il governo avesse intenzione di disertare le celebrazioni, è arrivato il dietrofront, con il ministro Tajani che ha dichiarato al Corriere della Sera che il 4 luglio si farà trovare a Villa Taverna, confermando il tentativo di ricucire da parte di Palazzo Chigi e la volontà di rimanere fedeli alleati di Washington. Costi quel che costi.
Australia e Canada: accordo di difesa da 1,75 miliardi
Australia e Canada hanno firmato un accordo di esportazione da 1,75 miliardi di dollari per la costruzione in Canada di un sistema radar a lungo raggio di progettazione australiana. L’accordo rappresenta la più grande esportazione di armamenti mai realizzata dall’Australia. Esso segue una visita del primo ministro canadese Mark Carney in Australia compiuta lo scorso marzo. Durante la visita, Carney e il suo omologo australiano Anthony Albanese hanno concordato di intensificare la cooperazione in materia di tecnologie per la difesa, intelligenza artificiale e minerali critici.
La Corea cerca un modo affinché i soldi dei chip arricchiscano la società
Seul sta attraversando un’epoca d’oro sul piano economico. Tra la normalizzazione globale dei servizi cloud e l’espansione dei progetti legati all’intelligenza artificiale, il Paese gode di una robusta crescita finanziaria trainata dalla sua poderosa industria di produzione di microchip e memorie DRAM. Un fenomeno positivo per la nazione che, tuttavia, preoccupa Kim Yong-beom, Segretario Capo Presidenziale per le Politiche, il quale mette in guardia sulla concreta possibilità che il benessere ricavato dalla digitalizzazione internazionale non venga ridistribuito, finendo con il defluire nelle tasche dei soliti noti.
Secondo quanto riporta il Seoul Economic Daily, il politico avrebbe pubblicato una pungente riflessione sui suoi social: “se il benessere nazionale guadagnato dai semiconduttori sarà assorbito in rendite immeritate nel settore immobiliare e i frutti della crescita si concentreranno solo tra i pochi, questo boom economico non durerà a lungo”. Il politico lamenta che già ora il PIL sia aumentato considerevolmente, ma che il potere d’acquisto delle persone normali non ne risulta impattato in proporzione.
“I profitti operativi di Samsung Electronics e SK Hynix si stanno impennando, eppure i negozi di quartiere soffrono per i locali vuoti”, continua Kim, sostenendo che, paradossalmente, questa fase di crescita stia potenzialmente indebolendo la valuta locale, il won. Per evitare che il flusso di introiti si coaguli nelle mani di chi detiene già il potere, suggerisce di correre d’anticipo proponendo misure fiscali patrimoniali. “Guardando al passato, questo genere di introiti ha dimostrato la tendenza a defluire nel mercato immobiliare ed è difficile garantire che questa volta andrà diversamente. La tassazione della proprietà deve essere normalizzata. È necessario e giusto adeguare razionalmente l’imposta sulle partecipazioni e l’imposta sulle plusvalenze”.
Kim si interroga su come poter effettivamente condividere questo benessere prima che il ritorno alla normalità dei tassi di interesse finisca con lo stritolare i lavoratori precari, gli indebitati, i giovani e i membri più vulnerabili della società – ovvero coloro che non stanno beneficiando del grande flusso di denaro derivante dall’esportazione di componenti elettroniche. Una visione di politica economica che ambisce a scardinare un sistema già ben consolidato: basti pensare allo strapotere di Samsung, la quale esercita un’influenza tale da essere considerata da molti al di sopra della legge e della politica stessa.
L’esempio più recente della posizione dominante della famiglia fondatrice del colosso tech risale al 2022, quando Lee Jae-yong, erede del marchio condannato per corruzione nel 2017, ricevette la grazia con la motivazione che la sua liberazione avrebbe servito gli interessi nazionali. Le lobby statunitensi, ansiose di far fronte alla cronica carenza di chip, avevano fatto pressioni sul governo coreano affinché Lee venisse rilasciato. Tornato in libertà, l’imprenditore è stato ricompensato con la presidenza esecutiva di Samsung.
La questione della disparità economica non è tuttavia un’esclusiva coreana. Secondo quanto stimato nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia, nel quarto trimestre del 2025 la ricchezza netta è risultata in aumento rispetto all’anno precedente, tuttavia “la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata”. L’istituzione precisa che il 10% delle famiglie più ricche detiene da sola il 60,6% della ricchezza totale e che, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, l’indice di disuguaglianza è aumentato.
Nelle fasi iniziali del boom dell’IA, i dirigenti tech erano soliti sottolineare la propria consapevolezza del problema: si dicevano preoccupati che una nuova rivoluzione industriale avrebbe alimentato la disuguaglianza economica e indicavano come soluzione il reddito universale di base. Una proposta che ora, a distanza di anni, è scivolata molto in fondo alla loro lista di priorità.
USA, attacchi nei Caraibi: 2 persone uccise
L’esercito statunitense ha annunciato di aver colpito un’imbarcazione nei Caraibi, uccidendo due persone. L’attacco arriva nell’ambito delle operazioni degli Stati Uniti per contrastare il narcotraffico, e – secondo gli USA – avrebbe preso di mira una imbarcazione gestita da non meglio precisate «organizzazioni terroristiche designate» che operano nel settore. L’attacco risulta solo l’ultima di una lunga serie di attacchi condannati da diversi gruppi per i diritti umani, che li hanno definiti «esecuzioni extragiudiziali»; le operazioni statunitensi sono anche stati oggetto di interrogazioni presso il Congresso degli USA, che ha messo in discussione proprio la loro legalità.
Il premier britannico Keir Starmer si è dimesso
«Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista». Così il premier britannico Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da capo del partito e, conseguentemente, da primo ministro del Regno Unito. Le dimissioni di Starmer arrivano dopo mesi di tensioni interne ai laburisti, dovute agli scandali legati agli Epstein Files, a dimissioni ministeriali e a sconfitte elettorali. A pesare, anche il recente ottenimento di un seggio suppletivo alla Camera dei Comuni da parte di Andy Burnham, da molti visto come più adeguato a guidare il Partito Laburista. Ora il partito dovrà individuare il nuovo leader che prenderà il posto di Starmer, e che, secondo molti, sarà proprio Burnham. Starmer, invece, rimarrà in carica come primo ministro fino alla nomina del suo successore, che dovrebbe arrivare entro la fine di settembre.
L’annuncio di Starmer è arrivato oggi, 22 giugno, ma era nell’aria da tempo. Le dimissioni del premier seguono mesi di scandali politici e sconfitte elettorali che hanno fatto perdere consensi al leader britannico, tanto tra i cittadini quanto tra le fila del suo stesso partito. Il colpo di grazia è arrivato giovedì 18 giugno, quando il suo rivale interno Andy Burnham ha vinto le elezioni per ottenere un seggio suppletivo in Parlamento. Burnham è l’attuale sindaco di Manchester e lascerà il proprio incarico da primo cittadino proprio per assumere quello di deputato; nel Regno Unito, una delle condizioni per diventare primo ministro è infatti quella di far parte del Parlamento. Burnham non ha nascosto le proprie intenzioni di sostituire Starmer e, secondo molti, dovrebbe essere proprio lui a subentrare al premier dimissionario. Starmer ha annunciato di avere già contattato il re per informarlo della propria decisione e ha chiesto al partito di organizzare un calendario per l’apertura delle candidature entro il 9 luglio; proprio a partire da quella data e fino alla convention laburista di fine settembre, i laburisti dovranno scegliere il prossimo leader del partito e futuro premier. Starmer traghetterà il Paese fino ad allora.
Le dimissioni di Starmer arrivano dopo mesi di pressioni interne, a cui il premier ha provato a resistere fino alla fine. I problemi sono iniziati con l’uscita dei nuovi faldoni dei cosiddetti Epstein Files, in cui compariva anche un importante diplomatico britannico, nonché ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, Peter Mandelson. Peter Mandelson era una figura centrale del Partito Laburista e storico stratega dei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown. La sua nomina ad ambasciatore da parte dell’esecutivo di Starmer e la successiva comparsa del suo nome negli scandali legati a Epstein hanno fatto tremare il governo e costretto diversi ministri e consiglieri di Starmer a rassegnare le dimissioni, facendo perdere consenso interno al premier. Dopo lo scandalo Mandelson sono arrivate le elezioni dello scorso maggio, risultate in una totale disfatta per il premier laburista, tanto da venire definite dalla stampa britannica con il termine Starmageddon (gioco di parole tra “Starmer” e “Armageddon”); anche in quell’occasione la pressione interna e le richieste di dimissioni da parte degli stessi laburisti hanno travolto il premier, che tuttavia ha retto all’urto. In generale, negli ultimi anni Starmer ha perso parecchi consensi a causa di politiche sociali giudicate insufficienti, unite a strette securitarie, come quelle che si sono abbattute sul movimento solidale con la Palestina.
Iran-USA, concluso in Svizzera primo round negoziale
Si è concluso nella notte a Lucerna il primo round negoziale tra le delegazioni iraniana e statunitense. I mediatori di Pakistan e Qatar hanno riferito che le due parti hanno concordato una tabella di marcia per lo sviluppo, entro 60 giorni, di un accordo definitivo volto a porre fine alla guerra. Ci sarebbe poi la convergenza sull’istituzione di un organo di supervisione del cessate il fuoco in Libano. Le delegazioni dovrebbero proseguire i colloqui in Svizzera fino alla fine della settimana.
Colombia: Il candidato neoliberista sostenuto da Trump ha vinto le presidenziali
Dopo un solo mandato si conclude l’esperienza della sinistra alla guida del governo colombiano. Con il 99% dei voti scrutinati, il ballottaggio presidenziale vede infatti un divario incolmabile per il progressista Iván Cepeda, che ha ceduto il passo ad Abelardo de la Espriella, alias El Tigre, il candidato neoliberista sostenuto dal presidente USA Donald Trump. «Ha vinto alla grande», è stato il commento proveniente dalla Casa Bianca che, dopo El Salvador e Argentina, aggiunge nella regione un nuovo avamposto a difesa dei propri interessi. Nel frattempo, in Colombia, il presidente uscente Gustavo Petro denuncia irregolarità nello spoglio, chiedendo il riconteggio. Soltanto nelle prossime ore arriverà l’ufficialità da parte delle autorità elettorali.
«Il tigre abbraccia il Condor, ti amo Colombia». Con questa metafora, che allude al suo soprannome e all’animale simbolo del Paese, Abelardo de la Espriella ha commentato il trionfo al ballottaggio presidenziale. Il volto della nuova destra colombiana ha raccolto quasi 12,96 milioni di voti (49,7%), staccando di circa 250mila schede Iván Cepeda, fermatosi a 12,71 milioni di preferenze (48,7%). Completano il quadro le oltre 400mila schede bianche, pari all’1,6% dei voti totali. Gustavo Petro, presidente uscente e sostenitore di Iván Cepeda, ha denunciato irregolarità nello spoglio e manomissioni della piattaforma digitale che raccoglie i voti, chiedendo un riconteggio. È stata una domenica ad alta tensione, con oltre 400mila agenti di polizia e soldati schierati in tutto il Paese. L’avvicinamento al primo turno era stato segnato da diversi attentati, che hanno causato una scia di decine di morti. Diversi i divieti messi in campo per la giornata di ballottaggio, come lo stop agli alcolici, al porto d’armi e ai passeggeri sui motorini.
Donald Trump è stato tra i primi a congratularsi con Abelardo de la Espriella. Gli Stati Uniti non vedono l’ora di mettersi alle spalle il mandato di Petro, segnato dall’ostilità nei propri confronti. Cepeda aveva più volte manifestato l’intenzione di continuare sulla stessa linea, non piegandosi alle minacce piovute dalla Casa Bianca in questi ultimi mesi, a partire dal sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Proprio da Caracas non sono tardate ad arrivare le congratulazioni di María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana prima incensata e poi scaricata da Trump. «Il leone e il tigre ruggiscono in America Latina. Oggi la maggior parte dei colombiani ha scelto la strada della libertà economica, della prosperità, della sicurezza e del dire basta alla criminalità organizzata transnazionale e al narcotraffico», ha scritto su X il presidente argentino Javier Milei. Con quest’ultimo Abelardo de la Espriella condivide, oltre che una solida fedeltà a Washington, una visione neoliberista dell’economia.
In netto contrasto con i programmi di pacificazione lanciati da Petro, Abelardo de la Espriella ha concentrato la sua campagna elettorale su toni militaristi e patriottici, promettendo una lotta serrata contro i gruppi paramilitari attivi nel Paese. Nel farlo, il leader del partito Defensores de la Patria si ispira a un altro presidente della regione, Nayib Bukele, che a El Salvador ha sospeso lo stato di diritto per reprimere le gang. El Tigre è influenzato anche dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. In campagna elettorale, Abelardo de la Espriella ha detto che «Israele sta facendo tutto il necessario per difendere il suo popolo, ed è esattamente ciò che farò io per difendere la Colombia». Dopo essere stato in prima linea per le sanzioni al governo Netanyahu, in solidarietà con il popolo palestinese, il Paese tornerà dunque nell’orbita filoisraeliana.
Di fronte al voto di Bogotà, sorride la destra neoliberista e conservatrice, in ascesa in America Latina dopo una breve parentesi a sinistra. Gli occhi sono ora puntati sul Perù, ancora alle prese con lo scrutinio del voto che con ogni probabilità incoronerà Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto, prossima presidente del Paese.












