Almeno 20 persone sono state uccise in un attacco avvenuto nel fine settimana nel distretto di Bokkos, nello stato di Plateau, nella Nigeria centrale. Lo ha reso noto oggi, martedì 23 giugno, la polizia locale, precisando che 18 vittime sono morte sul posto e altre due sono decedute successivamente in ospedale. Le forze di sicurezza, intervenute insieme ad altre agenzie governative, hanno ingaggiato un violento scontro a fuoco con gli assalitori nelle prime ore di domenica, costringendoli alla fuga. L’episodio si inserisce nella lunga serie di violenze intercomunitarie che colpiscono la regione del Middle Belt, nonostante i ripetuti interventi delle autorità.
La TAV Torino-Lione è in alto mare: in Francia lavori fermi e mancano pure i soldi
La Torino-Lione torna a inciampare sui punti più delicato dell’intera partita: i soldi e le tempistiche. Durante la Conferenza Intergovernativa del 17 giugno 2026, tenutasi a Chambéry, sono emersi rischi di arresto per i lavori a causa di potenziali carenze nei finanziamenti pubblici: il costo del solo tunnel transfrontaliero supera gli 11 miliardi di euro, spingendo la Commissione europea a proporre soluzioni alternative, come il ricorso a capitali privati, risparmi dei cittadini o garanzie sul debito dell’opera. Oltre ai costi, l’infrastruttura sconta un forte disallineamento nei tempi. La Francia, infatti, registra un ritardo di dieci anni rispetto all’Italia nella progettazione delle vie d’accesso, i cui cantieri non partiranno prima del 2038, con completamento forse nel 2045. Un’asimmetria rischia di compromettere la piena efficacia del trasporto merci su rotaia, previsto dal 2034 con l’apertura del tunnel di base.
Mathieu Grosch, rappresentante della Commissione Europea alla Conferenza Intergovernativa di Chambéry, ha riconosciuto che opere di questa scala soffrono spesso lentezze amministrative e carenze di fondi, aprendo alla possibilità di finanziamenti di diverso tipo. «Per il momento non abbiamo ancora avuto problemi di finanziamento con l’Europa», ha riferito Grosch, avvertendo però che i veri ostacoli arriveranno a breve. «Rischiamo di averne nella fase finale dei lavori, con l’impiego di tutte le frese da galleria previste. […] Ecco perché oggi siamo tutti d’accordo nel dire che non bisogna contare solo sugli Stati e sull’Europa per finanziare spese di questa portata. Bisogna anche pensare a ricorrere a finanziamenti alternativi». Nonostante tutto, a detta di Grosch il progetto «rimane emblematico per l’Europa, poiché soddisfa tutti i requisiti: mobilità, scambi e decarbonizzazione».
A fine gennaio, la Corte dei Conti europea aveva bollato il progetto della TAV con dati impietosi, evidenziando un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva 5,2 miliardi) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, ha delineato un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), salgono impietosamente. Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, la cifra complessiva raggiunge i 25-27 miliardi, come documentato dai rapporti della Cour des Comptes francese e dai monitoraggi dell’Osservatorio Torino-Lione.
La conferenza di Chambéry ha messo in luce non solo le difficoltà economiche, ma anche il profondo divario nei tempi di realizzazione tra i due Paesi. Mentre l’Italia è già avanti con i cantieri per gli accessi al tunnel, la Francia ammette senza mezzi termini di aver accumulato un ritardo decennale. Josiane Beaud, capo della delegazione francese, ha dichiarato: «È vero che, sul versante francese, abbiamo perso 10 anni tra l’indagine di pubblica utilità per gli accessi francesi del 2013 e la decisione dello Stato, prevista solo nel 2024. Non so come recuperare questo ritardo». La prospettiva è che i cantieri francesi possano partire non prima del 2038, con un’entrata in servizio che slitterebbe al 2045, un orizzonte temporale che rischia di compromettere l’intero progetto. Maurizio Bufalini, presidente di TELT, ha comunque manifestato fiducia nella capacità di trovare soluzioni condivise, sottolineando l’obiettivo del trasferimento modale dagli autocarri ai treni, essenziale per ridurre l’attuale 95% di merci su gomma tra i due paesi.
Un ulteriore fronte di contestazione riguarda la tratta nazionale Avigliana-Orbassano, circa 23 chilometri di infrastruttura inseriti nel sistema della Torino-Lione. Durante il recente tavolo convocato dalla Regione Piemonte sulla cantierizzazione dell’opera, l’Unione Montana Valle Susa ha sollevato numerose criticità legate agli impatti sul territorio. Nel mirino ci sono il consumo di suolo agricolo, gli espropri, la gestione delle terre e rocce da scavo, l’aumento del traffico pesante, le emissioni di polveri, il rumore e le vibrazioni prodotte dai cantieri. Secondo la commissione tecnica dell’Unione Montana, la documentazione attualmente disponibile non consentirebbe una valutazione completa degli effetti dell’opera. Secondo l’Unione Montana, prima di procedere con opere come l’Avigliana-Orbassano sarebbe necessario chiarire come verrà finanziato l’intero sistema Torino-Lione e se le tratte nazionali francesi, ancora in forte ritardo, verranno effettivamente realizzate nei tempi previsti. Di qui la richiesta di fermare il progetto, sbloccando gli oltre 800 milioni di euro già impegnati sulla tratta nazionale per il trasporto pubblico.
Mini-pacchi dai Paesi extra-UE, rinviata la tassa italiana
Il governo ha approvato un decreto-legge che rinvia dal 1° luglio al 1° ottobre l’entrata in vigore della tassa italiana da 2 euro sui cosiddetti “mini-pacchi” provenienti da Paesi extra-UE e contenenti merci di valore inferiore a 150 euro. La misura, pensata per scoraggiare gli acquisti di prodotti a basso costo, soprattutto dalla Cina, e tutelare le imprese italiane, sarebbe andata a sommarsi dal 1° luglio al nuovo dazio europeo da 3 euro. Il rinvio evita quindi un aggravio complessivo di 5 euro per pacco, oltre all’Iva. La tassa italiana era stata criticata per la sovrapposizione con quella europea e per la possibilità di essere facilmente aggirata.
Una fuga di dati svela “Dialog”: il Bildenberg segreto della Silicon Valley
«Come ci prepariamo alla Terza guerra mondiale?». È uno dei tanti temi discussi all’interno di Dialog, il circolo esclusivo fondato da Peter Thiel, che per vent’anni ha operato lontano dai riflettori, riunendo politici, generali, finanzieri, imprenditori tecnologici, uomini dell’intelligence, attori e accademici. Una sorta di Bilderberg della Silicon Valley, dove il potere non si limita a osservare il futuro, ma prova a progettarlo – citando George Soros – «piegando l’arco della Storia». Oggi, una clamorosa fuga di dati grazie a un hacker, ha squarciato il velo di riservatezza che circondava la società segreta, rivelando identità, preferenze politiche, contatti personali e perfinoi criteri con cui i membri venivano classificati e selezionati.
Dialog nasce nel 2006 per iniziativa di Peter Thiel, il miliardario cofondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook e fondatore di Palantir Technologies. A differenza del tradizionale Gruppo Bilderberg, che riunisce esponenti dell’establishment politico ed economico atlantico, Dialog ha una forte impronta tecnologica, ma anche i suoi incontri annuali si svolgono rigorosamente a porte chiuse, sotto rigide regole di riservatezza. Secondo i documenti visionati da Wired, per il raduno del 2026 nei pressi di Dublino risultavano registrate 222 persone tra membri attivi e ospiti. L’elenco comprende senatori americani, funzionari NATO, investitori della cosiddetta PayPal Mafia, dirigenti di Google DeepMind, Palantir e altri colossi tecnologici. Tra i nomi emersi figurano Elon Musk, Ted Cruz, Cory Booker, Tulsi Gabbard, Jared Kushner, Reid Hoffman, Eric Schmidt, Garry Kasparov e l’attore Joseph Gordon-Levitt (che ha confermato di aver preso parte agli incontri, ma di non aver mai avuto contatti con Thiel). Nemmeno troppo a sorpresa, è affiorato anche il nome di Jeffrey Epstein, notoriamente amico e socio in affari di Thiel. Il finanziere venne invitato a partecipare a Dialog nel 2014, sebbene non sia chiaro se abbia effettivamente preso parte all’incontro e se facesse parte dell’organizzazione in pianta stabile, come membro.
La fuga di dati ha rivelato anche il contenuto degli incontri. I titoli delle sessioni offrono uno sguardo sulle ossessioni dell’élite tecnologica contemporanea: Navigating WWIII (letteralmente “Affrontare la terza guerra mondiale”), Build-a-Cult (“Costruire un culto”), How’s Your Sex Life? (“Come va la tua vita sessuale?) e dibattiti sul futuro dell’intelligenza artificiale, della longevità e delle trasformazioni sociali provocate dall’automazione. Nei moduli di iscrizione, molti partecipanti indicavano l’IA come il principale fattore destinato a ridisegnare lavoro, politica, istruzione e sicurezza. Alcuni prevedevano una massiccia sostituzione occupazionale, altri ipotizzavano un ritorno di movimenti religiosi o persino fenomeni di terrorismo contro i data center.
L’aspetto forse più inquietante emerso dall’inchiesta riguarda il sistema interno di valutazione dei membri: Dialog utilizza classificazioni segrete basate su notorietà, ricchezza, influenza e capacità di generare valore per la rete. I partecipanti ricevono punteggi e lettere che determinano accesso, opportunità di networking, disposizione ai tavoli e, persino, la possibilità di essere invitati nuovamente. In altre parole, l’organizzazione misura e gerarchizza il potere, filtrando informazioni sulle inclinazioni politiche dei partecipanti, sui loro interessi personali e sulle preferenze relazionali attraverso sistemi di matchmaking riservati. Una sorta di ingegneria sociale applicata alle classi dirigenti, rispecchiando la visione elitaria e antidemocratica dello stesso Thiel.
La fuga di dati conferma che esistono luoghi in cui le classi dirigenti, ben oltre le divisioni ideologiche esibite sulla scena pubblica, si confrontano su temi quali guerra, intelligenza artificiale, sicurezza e trasformazioni sociali, senza alcuna trasparenza. Dialog rappresenta forse l’esempio più emblematico di questa nuova geografia del potere: una sorta di Bilderberg digitale, dove si incontrano coloro che sviluppano gli algoritmi, finanziano l’innovazione, influenzano la politica e gestiscono infrastrutture strategiche sempre più centrali nella vita delle società occidentali, al punto da aver reso le Big Tech, secondo Glenn Greenwald, il nuovo Deep State. Per quasi vent’anni, questo network ha operato lontano dall’attenzione pubblica. Solo ora, è possibile intravedere chi siede davvero attorno a quel tavolo e quali idee circolano in uno degli ambienti più esclusivi dell’élite tecnologica globale.
Portogallo: la mobilitazione ferma la riforma liberista del lavoro
Dopo due scioperi generali e sei mesi di mobilitazione popolare, la riforma liberista del lavoro del premier portoghese Luís Montenegro è stata affossata in Parlamento. Le opposizioni hanno votato compatte, rendendo insufficienti i voti dei partiti che sostengono il governo, appoggiato da una minoranza parlamentare. Mentre in Parlamento il “Jobs Act” portoghese veniva respinto, fuori dall’Aula migliaia di persone prendevano parte alla manifestazione indetta dalla Confederazione Generale dei Lavoratori Portoghesi (CGTP), il principale sindacato del Paese. L’indebolimento della contrattazione collettiva e la compressione del diritto di sciopero costituivano due pilastri della riforma, segnata da precarietà, deregolamentazione e bassi salari.
La riforma del lavoro del primo ministro portoghese Montenegro è stata bocciata dal parlamento lo scorso 19 giugno. In sede di votazione, solo i 91 parlamentari della coalizione di governo e nove membri del partito Iniziativa Liberale hanno appoggiato il disegno di legge, mentre il resto della camera – formata in totale da 230 seggi – ha votato contro, dalla destra radicale di Chega al Partito Socialista. Dopo l’esito, il primo ministro Montenegro ha invece accusato i partiti di opposizione di avere affossato la riforma facendo fronte comune per mero calcolo politico, rivendicando le proposte contenute nel pacchetto lavoro. «Il Portogallo ha perso una grande opportunità per avere un’economia più competitiva, ma non ci arrenderemo», ha detto ai giornalisti mentre si trovava a Bruxelles; Montenegro ha affermato che le intenzioni e le proposte del governo «restano intatte» e che verranno riproposte «al momento giusto e nel modo appropriato».
Mentre Montenegro vedeva la propria riforma del lavoro cadere, dalle tribune del Parlamento è partito un lungo applauso da parte dei sindacalisti e dei manifestanti presenti in Aula per osservare lo svolgimento delle votazioni: «La sconfitta del pacchetto di proposte per il lavoro è merito di coloro che non si sono mai arresi. Sono stati i lavoratori ad avere raggiunto questo risultato», ha affermato il segretario della CGTP, commentando la bocciatura del decreto lavoro in Parlamento. Secondo il segretario, è insomma la mobilitazione dei lavoratori ad avere comportato la bocciatura della riforma: un ingente sollevamento popolare culminato in due scioperi generali, i primi dopo 12 anni. Il primo grande sciopero si è tenuto lo scorso dicembre e ha visto sollevarsi decine di migliaia di lavoratori in tutto il Paese. Le manifestazioni sono state generalmente pacifico, ma in diversi casi hanno mandato in tilt i trasporti locali, forzato la chiusura degli uffici pubblici e provocato la cancellazione di corse di treni e voli. Al primo sciopero ve ne è poi seguito un secondo, tenutosi il 3 giugno, a ridosso della votazione finale.
La riforma Montenegro è stata contestata sin dal suo concepimento. Essa prevedeva una drastica riduzione dei diritti dei lavoratori e un generale aumento della liberalizzazione del lavoro. Tra le proposte, quella di limitare le agevolazioni orarie che le donne possono richiedere durante il periodo di allattamento, la riduzione del congedo per lutto in caso di interruzione di gravidanza, ma anche una riduzione del diritto allo sciopero e degli ingressi e dei contatti dei sindacati con i lavoratori nei luoghi di lavoro. In generale, erano previste norme che – secondo i sindacati – avrebbero reso più precari e meno tutelanti i contratti di lavoro indebolendo la contrattazione collettiva: la riforma prevedeva un aumento del numero delle ore lavorative senza un conseguente aumento di stipendio e consentiva alle aziende di disporre legalmente di 150 ore di straordinari non pagati; sul fronte occupazionale, invece, allentava le restrizioni all’esternalizzazione e semplificava le procedure di licenziamento, compreso per quello senza giusta causa.
Gli USA rimuovono le sanzioni al petrolio iraniano per 60 giorni
Gli USA hanno rimosso le sanzioni al petrolio iraniano per 60 giorni a partire da ieri, lunedì 22 giugno. L’annuncio segue i primi colloqui nell’ambito dell’accordo di pace annunciato la scorsa settimana. La rimozione provvisoria delle sanzioni era prevista dal memorandum siglato tra le parti e diffuso dagli Stati Uniti; le sanzioni sono in vigore da decenni e riguardano petrolio greggio, prodotti petrolchimici e altri derivati dal petrolio di origine iraniana. La loro sospensione durerà fino al 21 agosto.
India, incendio in una scuola: almeno 15 morti
Un incendio scoppiato in un centro di formazione nella città di Lucknow, nell’India settentrionale, ha provocato la morte di 15 persone, la maggior parte studenti. Si aggiungono 6 feriti, di cui 2 in condizioni gravi. Le autorità locali hanno aperto un’indagine per capire le cause del rogo. Il premier Narendra Modi ha annunciato un risarcimento di 200mila rupie (circa 2500 dollari) per i familiari di ciascuna vittima.
A Modena un’azienda con un capitale di soli 10.000 euro produrrà droni kamikaze
Il 4 giugno, in pompa magna, nella romana Villa Wolkonsky, residenza ufficiale dell’ambasciatore britannico in Italia, è stata annunciata la nascita di MGI Italia: joint venture tra il colosso britannico di droni militari MGI Engineering Ltd e la società di intelligence milanese Vigilar Group S.p.A. Dalla nota ufficiale l’obiettivo dell’azienda è sviluppare tecnologie “per la difesa”. Secondo quanto dichiarato si punterà alla produzione di 200 “munizioni vaganti” al mese. Si tratta di quelli che vengono chiamati anche droni kamikaze: velivoli progettati per sorvolare un’area in attesa di individuare il bersaglio per poi schiantarsi contro di esso, facendosi esplodere. La sede sarà a Modena, in un’area che non è stata ancora rivelata.
All’incontro romano hanno preso parte Mike Gascoyne (CEO di MGI Engineering), Francesco Castro (Ceo di Vigilar Group), Mauro Cattana (dirigente di Vigilar Group e amministratore unico di MGI Italia).
Già nel settembre 2025 i responsabili delle due società avevano raggiunto un accordo. Sulla loro pagina social scrivevano «MGI Engineering e l’italiana Vigilar Group S.p.A. hanno annunciato con orgoglio la loro nuova partnership strategica per la produzione industriale presentando la collaborazione davanti alla piattaforma drone SkyShark presso lo stand di MGI. La partnership unisce le avanzate capacità di progettazione di piattaforme autonome di MGI con l’elevata competenza produttiva di Vigilar, consentendo una produzione su larga scala in Europa di UAV (velivoli senza pilota) all’avanguardia come SkyShark e TigerShark».
Questi droni appartengono alla categoria delle munizioni vaganti, definizione decisamente più adatta ai comunicati stampa aziendali, rispetto a quelli di droni suicidi o kamikaze come vengono comunemente chiamati nei contesti di guerra. Mike Gascoyne già nel comunicato di settembre, annunciava che «le due aziende collaboreranno nello sviluppo congiunto, nella prototipazione e nella produzione su scala industriale di piattaforme unmanned di nuova generazione, con particolare attenzione all’efficacia operativa sul campo di battaglia». E ancora: «L’annuncio di MGI e Vigilar arriva in un momento di crescente domanda di capacità di sorveglianza e attacco persistenti e a costi contenuti all’interno degli ambienti di difesa della NATO e dei Paesi alleati».
Ma perché l’accordo con Vigilar? Vigilar Group è un’azienda che si occupa di intelligence e indagini private di Milano, con un fatturato di circa 1,1 milioni di euro. Sul suo sito si pubblicizzano servizi di sorveglianza al soldo delle aziende: tra i servizi offerti, addirittura l’investigazione sui familiari dei dipendenti o dei candidati da assumere, o la sorveglianza delle attività online dei lavoratori. Insomma un’attività che d’ora in poi farà un salto di classe grazie ai droni.
«Dai droni per attività di monitoraggio, sorveglianza e protezione delle infrastrutture critiche, fino ai sistemi unmanned destinati a supportare missioni complesse in ambito civile, dual-use e defence» sottolinea la nota stampa di Vigilar Group del 4 giugno scorso. «MGI Italy sarà supportata dall’Osservatorio Permanente sulle Minacce Emergenti, sviluppato da Vigilar Group e gestito attraverso piattaforme proprietarie di intelligence».
L’obiettivo militare è sempre molto chiaro: «Il supporto di cui gode l’Ucraina sia da parte dell’Italia e del Regno Unito costituirà sicuramente un ambito nel quale potremo cooperare, dove abbiamo già delle discussioni in atto. Poi c’è un discorso di rinnovamento di tutta l’industria della difesa, non solo quella italiana, a cui noi principalmente ci rivolgiamo, ma anche europea e NATO» ha spiegato Guascoyne al Sole 24 Ore. La sede, come anticipato ai giornalisti, sarà a Modena, ma tenendo ben nascosta, almeno per ora, il luogo dove sorgerà.
L’Indipendente, visionando le visure, ha scoperto quale potrebbe essere l’azienda modenese coinvolta. Il 40% delle quote di MGI Italia è in mano a Vigilar (ripartite tra Cattana e l’azienda), mentre il 51% è in mano a Rosstar e il restante 9% ad Alletto Alessandro.
La società Rosstar e Alletto fanno entrambi capo alla Atlantic Fluid Tech SRL di San Cesario sul Panaro (MO): Alletto è direttore operativo di Atlantic Fluid, mentre Rosstar è una “scatola vuota”, società immobiliare con sede a Milano e appena 10 mila euro di capitale sociale, posseduta al 100% da Christian Storci, amministratore delegato e presidente di Atlantic Fluid Tech SRL.
Abbiamo chiesto una dichiarazione alla famiglia Storci su questo loro coinvolgimento nella nuova società di droni militari, ma la richiesta al momento non ha ottenuto risposta. Atlantic Fluid è una storica azienda di valvole idrauliche e componenti oleodinamici utilizzati principalmente in macchine agricole e forestali, movimento terra e veicoli industriali. Un’azienda familiare che sarebbe pronta a riconvertire l’attività al fiorente business del riarmo, per ora nel modo meno appariscente possibile.
Non è chiaro neppure perché l’inglese MGI Engineering abbia annunciato una joint venture quando (almeno in termini di quote) il vero accordo è tra Vigilar Group e Atlantic. Mantenere l’azionariato totalmente italiano è uno stratagemma per accedere più facilmente a bandi pubblici del settore difesa italiano e europeo? Interpellata su questo punto, la MGI Engineering non ha risposto.
La produzione sarà comunque consistente: secondo le dichiarazioni rilasciate a Roma, MGI Italia produrrà circa 200 droni al mese, dal valore di mezzo milione di euro a pezzo, più o meno. Eppure la neonata MGI Italia, con sede a Milano, ha un capitale sociale di appena 10 mila euro. MGI Engineering avrà di certo un ruolo di primo piano, sia a livello di know how, finanziamenti e tecnologie, ma è molto plausibile che fisicamente la produzione avverrà negli stabilimenti di Atlantic Fluid.
Se a tutti è chiaro che i droni saranno militari, la consigliera regionale del PD, Ludovica Carla Ferrari ha criticato l’uso del termine “Drone Valley” per il territorio modenese: «Surreale parlare di drone valley» sostiene. In realtà è già drammaticamente reale. L’Università di Modena e Reggio Emilia ha in corso vari progetti a livello dual use e militare per le applicazioni dell’intelligenza artificiale a livello dual use e militare, progetti che spaziano dagli “sciami di droni” al rilevamento dei bersagli.
Tutto il tessuto industriale dell’Emilia Romagna è già ampiamente in corsa verso il riarmo, a partire dal consorzio Anser, una quindicina di aziende dell’automotive che si stanno convertendo (con il supporto della Regione, di Confindustria e delle Università) al settore della “difesa”. Restando sul tema droni, proprio Curti Metalmeccanica, azienda di Castel Bolognese, sta ultimando un drone elicottero (Zephir), mentre dal novembre 2023 porta avanti un progetto (ottenuto attraverso procedura negoziata) finanziato dal Ministero della Difesa, per un sistema di navigazione di droni militari in contesti geografici impervi a scopo di ricognizione e identificazione dei “bersagli”. Il progetto si chiama “AMUS”, è stato finanziato con 2,2 milioni di euro, ed ha durata complessiva 30 mesi in tre fasi. Insomma, di surreale c’è ben poco.









