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Il Parlamento Europeo ha votato il primo via libera all’euro digitale

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La Commissione Affari economici del Parlamento europeo ha approvato l’introduzione dell’euro digitale. Il testo, che punta a creare una moneta digitale sotto la gestione della Banca Centrale Europea (BCE), passa dunque al vaglio dell’Assemblea plenaria. La nuova moneta unica affiancherebbe quella fisica attualmente in circolazione, essendo pienamente convertibile in essa. Il denaro digitale andrebbe caricato su una carta apposita, costituendo un portafoglio alternativo agli attuali circuiti dominati dalle statunitensi Visa, Mastercard e PayPal. L’obiettivo dell’UE è diffondere la nuova moneta entro il 2029. Dopo l’eventuale accordo tra Parlamento e Consiglio, la BCE sarà incaricata di elaborare raccomandazioni sull’emissione della moneta, sui limiti di possesso e prelievo, sulla costruzione della sua infrastruttura e sulle misure di mitigazione dei rischi.

Cosa contiene la proposta

La proposta per introdurre l’euro digitale è stata approvata ieri dalla Commissione parlamentare (da non confondere con la Commissione Europea, l’esecutivo europeo) con 43 voti favorevoli, 14 contrari e 1 astensione. Essa era comparsa sui banchi della Commissione parlamentare nel 2023, su iniziativa dell’esecutivo europeo. All’epoca, l’esecutivo UE spiegava che l’euro digitale «funzionerebbe come un portafoglio digitale» a cui singoli individui e imprese avrebbero accesso «in qualsiasi momento e ovunque nell’area euro». Esso potrebbe essere utilizzato sia per pagamenti online sia per pagamenti offline, ossia per «effettuare pagamenti da un dispositivo all’altro senza connessione internet, da un’area remota o da un parcheggio sotterraneo». Secondo l’idea originale, tutti gli esercenti dell’area euro, a esclusione di piccole e microimprese e lavoratori autonomi (poiché, spiegava l’esecutivo UE, «il costo per implementare nuove infrastrutture per accettare pagamenti in euro digitale sarebbe sproporzionato»), sarebbero tenuti ad accettare la valuta digitale.

L’euro digitale non comporterebbe costi in alcuna delle sue fasi di ottenimento e utilizzo di base: apertura del conto, detenzione della valuta, gestione dei fondi e ottenimento di uno strumento di pagamento sarebbero gratuiti. Secondo la proposta approvata dal Parlamento, l’euro digitale avrebbe inoltre alcune limitazioni: «Per proteggere il sistema finanziario, verrebbe introdotto un limite massimo alla quantità di euro digitali che un singolo individuo può detenere», si legge nel comunicato che annuncia l’approvazione della proposta; «alle imprese non sarebbe consentito detenere euro digitali, se non per accumulare pagamenti in entrata per un massimo di 24 ore. È fondamentale sottolineare che l’euro digitale non genererebbe né comporterebbe interessi».

A disciplinare l’emissione dell’euro digitale sarebbe la Banca Centrale Europea: «Sarà la BCE a decidere se e quando emettere l’euro digitale»; prima del lancio della nuova valuta, la banca «dovrebbe finalizzare un regolamento, costruire l’infrastruttura, condurre test pilota sul campo e definire le norme in materia di responsabilità, con particolare attenzione ai rischi offline, come la doppia spesa». Giunta l’autorizzazione, all’emissione della valuta «seguirebbe un periodo di implementazione di almeno 24 mesi, per dare a banche, fornitori e utenti il tempo di prepararsi». Una volta introdotta la moneta, le banche e gli altri fornitori di servizi di pagamento comunitari la distribuirebbero a cittadini e imprese.

Parallelamente, la Commissione parlamentare ha approvato altri due dossier, sempre relativi alla moneta digitale. Il secondo dossier consentirebbe alle banche e ai prestatori di servizi di pagamento extraeuropei di distribuire l’euro digitale seguendo le medesime regole previste per gli operatori dei Paesi comunitari, pur riservando alla BCE il potere di limitarne l’accesso e l’utilizzo; «gli Stati membri UE non appartenenti all’eurozona dovrebbero inoltre nominare un’autorità nazionale per monitorare l’impatto sulla propria valuta». Il terzo dossier, infine, obbligherebbe i Paesi dell’eurozona a mantenere la disponibilità di contante e a pianificare eventuali interruzioni dei pagamenti digitali, in modo da tutelare l’utilizzo del denaro contante: «Alle imprese non sarebbe consentito vietare l’uso del contante tramite cartelli “niente contanti” o clausole contrattuali standard. Gli Stati membri dovrebbero inoltre verificare regolarmente la disponibilità di contante, con particolare attenzione alle categorie vulnerabili, come gli anziani, le persone a basso reddito e coloro che non hanno accesso ai servizi bancari».

Cosa cambia

La proposta di introdurre l’euro digitale prevede la gratuità delle principali operazioni per gli utenti e la possibilità di effettuare pagamenti digitali attraverso uno strumento direttamente collegato alla BCE. La valuta digitale intende affiancare il denaro contante senza sostituirlo, offrendo ai cittadini un’ulteriore modalità di pagamento pienamente convertibile in euro fisici (e viceversa). Non mancano tuttavia alcuni elementi di discussione: dal comunicato della Commissione parlamentare non è chiaro se l’introduzione della moneta eliminerebbecome pareva inizialmentele commissioni sui pagamenti digitali; lo stesso organo legislativo scrive che i prestatori di servizi di pagamento autorizzati dalla BCE a fornire l’euro digitale ai cittadini e alle imprese «potrebbero addebitare commissioni per i servizi aggiuntivi», senza tuttavia specificare di quali servizi si tratti. La nuova moneta aumenterebbe inoltre il peso delle infrastrutture digitali nel sistema dei pagamenti europeo, alimentando le preoccupazioni di chi teme una crescente capacità di monitoraggio delle transazioni economiche. Sebbene la proposta sostenga che i pagamenti offline garantirebbero un livello di privacy superiore rispetto agli attuali strumenti digitali, restano da chiarire le modalità concrete con cui tali garanzie verrebbero implementate e verificate; il testo non entra inoltre nel dettaglio dei meccanismi di controllo, trasparenza e supervisione che accompagnerebbero il nuovo strumento, la cui gestione rimarrebbe in ultima istanza concentrata presso la BCE.

In ogni caso, lo scopo dell’introduzione della nuova moneta va oltre la semplice creazione di un nuovo strumento di pagamento. L’obiettivo dell’UE è quello di realizzare un’infrastruttura interamente europea separata dai principali circuiti di pagamento digitale, oggi dominati da aziende e multinazionali statunitensi. Già nel 2023, l’Unione sottolineava l’esigenza di affiancare alla circolazione del contante uno strumento di natura digitale per tutelare «il necessario equilibrio tra moneta emessa da una banca centrale e mezzi di pagamento digitali privati»; la crescente diffusione degli strumenti di pagamento digitali potrebbe inoltre essere rafforzata dall’affermazione de eventuali valute digitali emesse dalle banche centrali di Paesi terzi e delle stablecoin emesse da società private, «che potrebbero sfidare il ruolo dell’euro nei pagamenti, sia all’interno che all’esterno dell’UE». L’obiettivo dell’UE, insomma, è quello di ritagliarsi una maggiore autonomia finanziaria nell’era dei pagamenti digitali.

I passi per l’introduzione dell’euro digitale sono ancora lunghi. Con l’approvazione presso la Commissione parlamentare, la proposta passerà ora alle negoziazioni tra Parlamento e Consiglio dell’Unione europea, con il coinvolgimento dell’esecutivo UE, che verranno avviate dopo il conferimento del mandato nella prossima sessione plenaria di luglio. L’UE intende introdurre la moneta entro il 2029 e avviare una fase di sperimentazione nella seconda metà del prossimo anno, che dovrebbe durare 12 mesi.

Yale: lo studio che smonta l’idea del declino inevitabile della vecchiaia

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vecchiaia Yale declino

Per dodici anni l’Università di Yale ha seguito più di 11 mila americani sopra i 65 anni, misurando ogni volta la stessa cosa: quanto velocemente camminano e quanto bene ricordano. L'idea era controllare quanto si deteriora un corpo che invecchia. Il risultato, pubblicato sulla rivista Geriatrics, dice il contrario di quello che la ricerca si aspettava di trovare: il 45% di quelle persone non è peggiorato. Anzi.
Il 32% ha mostrato progressi cognitivi misurabili, il 28% è migliorato nella velocità del passo, che i geriatri trattano come un parametro vitale al pari della pressione, perché predic...

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Flotilla, rilasciati i 2 attivisti italiani detenuti in Libia

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Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, i due attivisti della Flotilla di terra detenuti in Libia, sono stati liberati. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, aggiungendo che i due faranno domani rientro in Italia. Centrone e Alberizia facevano parte del convoglio umanitario diretto a Gaza e bloccato dalle autorità della Libia orientale ormai un mese fa. In questi giorni era in corso la mobilitazione organizzata dalla delegazione italiana della Global Sumud Flotilla per chiedere il rilascio dei due attivisti.

Gaza: dall’inizio del cessate il fuoco Israele ha ucciso oltre mille persone, 253 bambini

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Sono passati 8 mesi da quando è stato proclamato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Ciò non si è tradotto, nella pratica, nella fine dell’occupazione israeliana, che anzi ha continuato a colpire il popolo palestinese, sfruttando l’abbassamento dei riflettori internazionali. Dall’ottobre dello scorso anno i soldati di Tel Aviv hanno ucciso più di mille persone, tra cui almeno 250 bambini, come rivelato da un’indagine del giornale israeliano Haaretz. Praticamente un massacro da 4 persone al giorno. Nel frattempo, la commissione d’inchiesta istituita presso le Nazioni Unite ha raccolto nuove prove sul genocidio in Palestina, sostenendo che i «bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane».

Bombardamenti sulle tende, edifici rasi al suolo, diffusione di epidemie. La quotidianità vissuta dai gazawi a partire dal “cessate il fuoco” non è dissimile da quella degli ultimi due anni e mezzo. Il quotidiano israeliano Haaretz ha ricostruito gli attacchi sferrati dall’ottobre scorso, rivelando i dati di un massacro costante. Nascondendosi dietro a una facciata “diplomatica” — utile a riaccreditarsi presso le cancellerie europee e ad abbassare i riflettori dei loro media — Israele ha continuato a mietere vittime all’interno della Striscia. A inizio giugno, un drone ha colpito una tenda di sfollati nel quartiere di Al-Rimal, mentre erano in corso le celebrazioni di un matrimonio, ferendo e uccidendo decine di palestinesi. Il 20 giugno un attacco aereo su un condominio a Gaza City ha ucciso 4 persone, tra cui un bambino. A poche ore di distanza è stato bombardato il campo profughi di Bureij, provocando la morte di 3 persone, tra cui Ahmed Wishah, giornalista dell’emittente qatariota Al Jazeera. Due mesi fa suo fratello Mohammed era stato ucciso in un altro attacco.

Ad aprile tre bambini — Abdullah al-Abed, suo fratello Salah e Mohammed Balousha — stavano giocando fuori a una moschea, in quello che restava della città di Beit Lahia, quando un drone israeliano li ha uccisi. Negli otto mesi del “cessate il fuoco”, Israele ha causato la morte di almeno 250 bambini, come riportato da Haaretz. A poche ore dalla pubblicazione dell’indagine, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha accusato le forze di sicurezza israeliane di aver deliberatamente preso di mira e ucciso bambini palestinesi. Gli esperti dell’ONU ne parlano come l’ennesimo elemento a dimostrazione dell’intento genocida delle autorità di Tel Aviv, al momento sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia.

Di fronte alla persistenza dei crimini israeliani, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha rilanciato il boicottaggio, sottolineando l’obbligo giuridico, per gli Stati, di intervenire a sostegno del popolo palestinese assediato.

Numeri, politiche e programmi: il quadro del riarmo italiano

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Negli ultimi anni, il governo italiano ha rilanciato le proprie politiche di riarmo. Nel 2025 l’Italia ha segnato il record assoluto di finanziamenti indirizzati all’industria della difesa e ha raggiunto il traguardo prefissato del 2% del PIL di spesa nel settore. Nonostante Roma non possa considerarsi al pari di Washington, il Belpaese risulta in proporzione tra i primi ad avere aumentato le esportazioni di armi e gli investimenti nella produzione. Questo rinnovato slancio bellico si colloca sullo sfondo di un contesto geopolitico incerto, a cui l’UE ha scelto di rispondere promuovendo gli sf...

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In Albania le proteste sono ormai contro l’intero sistema politico

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«Rama in prigione, Berisha in prigione». I nuovi cori del popolo albanese lasciano poco spazio a interpretazioni: le proteste contro il governo si sono estese a tutta la classe politica. A riportarlo sono gli stessi quotidiani albanesi, che analizzano le posizioni del Partito Democratico, guidato dal leader dell’opposizione Sali Ram Berisha, in merito alle dimostrazioni che ormai da settimane scuotono il Paese. Da quanto riportano i media albanesi, il leader del PD ha inizialmente appoggiato il progetto di costruzione del resort di lusso nelle aree protette albanesi, per poi schierarsi con i manifestanti; le piazze contestano il dietrofront di Berisha, e iniziano a chiedere un più generale cambio di sistema nel Paese e le dimissioni dell’intera classe politica. Quello che è sorto come un iniziale moto di protesta contro la svendita delle terre albanesi è gradualmente diventato una rivolta antisistema, che oltre a un cambio dei rappresentanti chiede la stesura di una nuova costituzione da approvare tramite referendum popolare. Le proteste in Albania vanno ormai avanti da oltre un mese, ma sono arrivate a Tirana in un ampio sollevamento popolare 24 giorni fa. Sorte come moto di protesta contro la costruzione di un resort di centinaia di ettari nell’area protetta di Vjosa-Narta da parte del costruttore statunitense e genero di Trump Jared Kushner, si sono presto trasformate in una vera e propria rivolta antigovernativa. Coi giorni, quella che ha preso il nome di “Rivoluzione dei Fenicotteri” – dall’animale che abita la riserva naturale interessata dal progetto, presto diventato simbolo della protesta – ha iniziato a strutturare meglio le proprie richieste, finendo per chiedere al governo interventi strutturali e, soprattutto, le dimissioni del primo ministro Edi Rama e del suo governo. Sebbene non siano ancora stati raggiunti i risultati sperati, la protesta non ha ancora subito reali defezioni e, anzi, il 20 giugno si è registrata la più imponente marcia dall’inizio delle mobilitazioni, con 250mila manifestanti che hanno sfilato in corteo a Tirana dalla centrale piazza Scanderbeg, principale centro di aggregazione urbano nonché maggiore piazza cittadina dei Balcani per estensione, verso la sede del governo. Attorno a quella data, un coro già utilizzato nelle settimane passate ha iniziato a venire impiegato in maniera strutturata: “Berisha in prigione!”.  Sali Ram Berisha è una figura di spicco nella politica albanese sin dalla sua proclamazione di indipendenza nel 1991. Il suo recente appoggio alle proteste è visto come opportunista e motivato politicamente, specie visto il suo iniziale sostegno al progetto di Kushner; le proteste antigovernative si sono, insomma, trasformate in antisistema, finendo per includere nelle critiche e nelle richieste di dimissioni anche i rappresentanti dell’opposizione e – più in generale – l’intera classe politica. È, riportano i quotidiani albanesi, la prima volta dopo decenni che la più grande forza di opposizione non solo non ha un ruolo da protagonista nella protesta, ma viene accusata da una parte dei manifestanti come parte dell’impianto politico da abbattere. Ieri, lunedì 22 giugno, questa svolta antisistema delle proteste ha iniziato a prendere una forma concreta. I manifestanti hanno diffuso un comunicato, ripreso dai media albanesi, in cui presentano una lista programmatica di richieste al governo strutturata su cinque punti: le dimissioni «non negoziabili» del Primo Ministro e del governo; l’istituzione di un governo tecnico transitorio, apartitico, con mandato di 12 mesi; emendamenti costituzionali basati sul principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge che introducano un limite di due mandati alla carica di primo ministro e modifiche al codice elettorale e alla legge sul finanziamento dei partiti; l’annullamento delle leggi e degli emendamenti che hanno aperto alla svendita delle aree protette; un «nuovo contratto sociale tra cittadini e Stato» da redigere «previa consultazione di intellettuali, tecnici e cittadini apartitici, proposti dalla piazza della protesta». I cittadini chiedono che la nuova costituzione venga approvata tramite referendum popolare. «Queste sono le nostre richieste chiare, legittime e non negoziabili, emesse dalla voce dei cittadini e dalla volontà del popolo sovrano», chiosa il comunicato. «Rimaniamo impegnati sulla via della protesta pacifica, democratica e civile fino alla loro realizzazione».

Italia, la pirateria audiovisiva vale 2,3 miliardi

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Nel 2025 la pirateria audiovisiva, tra film, serie tv e sport, ha sottratto all’economia formale un fatturato da 2,3 miliardi di euro. Lo rivela una ricerca di Fapav/Ispos. La pirateria di contenuti audiovisivi si attesta al 37% della popolazione italiana, il 4% in meno rispetto all’anno scorso. Allargando il confronto al 2023, il calo arriva al 7%. A guidare il cambio di tendenza sono soprattutto i giovanissimi.

 

Documenti desecretati svelano i depistaggi di Anthony Fauci sull’origine del Covid

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«Attribuiamo uguale peso all’ipotesi che il virus Covid-19 sia stato il risultato di una modifica di laboratorio e a quella di un’origine naturale». È il 27 maggio 2020, quando il Lawrence Livermore National Laboratory, uno dei principali centri di ricerca federali legati alla sicurezza nazionale americana, arriva a questa conclusione. Fuori da quelle stanze, però, il clima è molto diverso. In quei mesi, l’ipotesi della fuga da laboratorio viene progressivamente relegata ai margini del dibattito pubblico, mentre scienziati e ricercatori che chiedono di approfondire piste alternative finiscono delegittimati e censurati. Dentro gli apparati statunitensi, intanto, quella possibilità continua a essere discussa e analizzata. È uno dei passaggi che emergono dai documenti desecretati il 18 giugno dalla dimissionaria Tulsi Gabbard: 94 pagine che riportano sotto i riflettori Anthony Fauci, i finanziamenti alle ricerche sui coronavirus a Wuhan e le pressioni esercitate affinché la pista dell’origine naturale prevalesse su ogni altra ipotesi.

In un video diffuso sui social, Gabbard ha accusato apertamente Fauci di “insabbiamento” e ha affermato che il suo ufficio ha raccolto testimonianze di informatori della comunità d’intelligence che avrebbero subito pressioni e ritorsioni per aver contestato le conclusioni sostenute dal noto epidemiologo. Il documento più importante dell’intero dossier è, però, il rapporto classificato del Lawrence Livermore National Laboratory. Gli analisti scrivono che «tutte le condizioni necessarie per un rilascio accidentale di un coronavirus modificato in laboratorio erano presenti presso il Wuhan Institute of Virology nella seconda metà del 2019». Tra gli elementi indicati figurano la disponibilità di virus molto simili al SARS-CoV-2, l’utilizzo di tecniche di genetica inversa, esperimenti sul legame con i recettori umani ACE2 e possibili vulnerabilità nei protocolli di biosicurezza. Pur senza dimostrare che il virus sia uscito dal laboratorio di Wuhan, il rapporto conclude che l’ipotesi dell’incidente meritava lo stesso livello di considerazione dell’origine naturale.

Le carte consentono, inoltre, di ricostruire ciò che veniva discusso nelle settimane in cui il nuovo coronavirus iniziava a diffondersi nel mondo. Tra i documenti compare l’agenda di una riunione convocata il 3 febbraio 2020 dalla National Academy of Sciences per comprendere le origini del virus. Tra i partecipanti figura ancora Fauci, allora direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. I memorandum allegati mostrano che alcuni degli esperti coinvolti «erano preoccupati per inserzioni osservate nei siti di clivaggio della furina che non corrispondevano alle aspettative degli esperti (“mutazioni improbabili”)». Nello stesso documento, si ricorda anche che «il WIV stava lavorando sul “gain of function” relativo al legame con il recettore umano hACE2», cioè, su modifiche destinate ad aumentare la capacità dei coronavirus di interagire con il principale recettore utilizzato dal SARS-CoV-2 per infettare le cellule umane. A distanza di anni, questi passaggi mostrano che la possibilità di un’origine non naturale del virus non era affatto assente dalle discussioni interne tra scienziati e consulenti governativi.

Una parte del materiale desecretato riguarda, infine, il ruolo di Fauci e i suoi rapporti con la comunità d’intelligence. Il 4 giugno 2021, il direttore del NIAID partecipò a un briefing con funzionari impegnati a valutare le origini della pandemia. Fauci indicò studi da esaminare, suggerì esperti da consultare e continuò con ostinazione a sostenere la tesi «dell’origine naturale del Covid-19». Parallelamente, emerge l’esistenza di una denuncia interna che accusava Fauci di aver fornito informazioni fuorvianti al Congresso sui finanziamenti destinati, attraverso EcoHealth Alliance, a progetti di ricerca che coinvolgevano il Wuhan Institute of Virology. Secondo Gabbard, la segnalazione non sarebbe stata trasmessa all’ispettore generale competente, ma inoltrata direttamente al Dipartimento della Salute guidato da Xavier Becerra.

Le carte desecretate non dimostrano che il SARS-CoV-2 sia uscito dal laboratorio di Wuhan né risolvono definitivamente il dibattito sulle origini della pandemia. Certificano, però, che, mentre analisti dell’intelligence e consulenti scientifici continuavano a considerare plausibile anche la pista dell’incidente di laboratorio, all’opinione pubblica veniva imposta una sola spiegazione. Il punto non è soltanto “cosa” si sapeva sul Covid, ma perché certe valutazioni siano rimaste confinate nei dossier riservati, mentre all’esterno venivano liquidate come “complottismo” e “disinformazione”.

Lacrimogeni ad altezza d’uomo nei cortei, il Viminale ammette: “Nessun manuale d’uso”

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Sono armi esplosive vere e proprie, che impiegate in modo inadeguato possono causare danni gravi, fino alla morte di una persona. Eppure, nonostante i lacrimogeni rappresentino ormai una risposta costante delle forze dell’ordine alle manifestazioni, che siano pacifiche o meno, in Italia non è previsto alcun regolamento per il loro impiego. Ad ammetterlo è nientemeno che il Viminale, in una risposta inviata alla procuratrice di Bologna proprio nell’ambito di un processo per i danni recati dall’esplosione di uno di questi ordigni.

È il 2 ottobre 2025 quando un lacrimogeno lanciato ad altezza uomo esplode in faccia a Lince (alias impiegato per tutelare l’identità della donna). Il contesto è quello delle proteste per la Palestina, sistematicamente soffocate con la violenza dalle forze dell’ordine. Le conseguenze sono devastanti: la donna, 33 anni, non recupererà più la vista dall’occhio destro. Da quell’incidente è nata una campagna, Lince. Occhi sugli abusi, per sostenere le spese mediche della donna e per offrire una ulteriore piattaforma di testimonianze sugli abusi delle forze dell’ordine. Quanto accaduto è finito sotto inchiesta a Bologna, dove la Procura sta cercando di stabilire eventuali responsabilità da parte delle forze di polizia per la mutilazione subita dalla donna. Ed è proprio rispondendo ad una richiesta formale della pm Morena Palazzi che, riporta il Corriere di Bologna, il Viminale ha ammesso che non esistono documenti scritti nè manuali d’uso sull’impiego dei lacrimogeni da parte delle forze di polizia.

Non si tratta del primo caso in cui il lancio di lacrimogeni ferisce gravemente i cittadini. Nell’aprile del 2021, durante una manifestazione No TAV, Giovanna Saraceno è rimasta gravemente ferita dall’esplosione di un lacrimogeno, che le ha colpito la faccia causandole due emorragie cerebrali e fratture multiple al volto. In quell’occasione, la polizia cercò in ogni modo di negare la ricostruzione dei fatti fornita dall’attivista, nonostante alcuni video dimostrassero chiaramente che il lancio dei candelotti di gas CS era avvenuto ad altezza uomo. Dieci anni prima, sempre nel contesto di una manifestazione contro l’Alta Velocità, Yuri Justensen ha perso in maniera permanente parte dell’udito.

I candelotti di lacrimogeni, classificati ufficialmente come «armi non letali», sono considerati veri e propri ordigni esplosivi, motivo per il quale le conseguenze dell’uso improprio e dell’impatto diretto sulle persone possono essere molto gravi, quando non letali. Non si tratta solamente di ipotesi: è accaduto a Zineb Redouane a Marsiglia, nel 2018, e a decine di manifestanti in tutto il mondo, come documentato dalle ricerche di Amnesty. Per questo, come sottolineato dalla ONG, dovrebbero essere impiegati solamente in extrema ratio, con traiettoria parabolica e all’unico fine di disperdere le proteste.

Le denunce di un impiego ad altezza uomo, però, sono innumerevoli: dai casi recenti dei cortei contro lo sgombero del centro sociale torinese Askatasuna alle manifestazioni per la Palestina (come quella svoltasi a Udine nell’ottobre 2025, durante la quale Amnesty ha segnalato la violazione dei diritti umani dei presenti da parte della polizia), fino alle decine di segnalazioni durante i cortei in Val di Susa e in altri contesti di protesta. Un video che mostra un poliziotto sparare un lacrimogeno ad altezza uomo è emerso anche nel contesto degli scontri a margine del derby a Torino, durante le quali un tifoso è stato ferito gravemente alla testa da quello che alcuni testimoni riferiscono fosse proprio un candelotto di gas CS – ma che, per le forze dell’ordine, potrebbe essre un sasso o una bottiglia.

Per la campagna che sostiene Lince, quanto accaduto non è un incidente, ma il risultato di «scelte politiche e operative che trasformano lo spazio pubblico in un luogo di rischio per chi dissente». A stabilire eventuali responsabilità saranno le indagini della procura. Nel frattempo, tuttavia, in anni recenti l’impiego di gas lacrimogeni e armi «non letali» sembra essersi notevolmente intensificato e va di pari passo con una tendenza della politica a tutelare sempre più l’operato della polizia, che grazie ai nuovi decreti sicurezza può vantare un grado di impunità crescente. Il tutto, sulla pelle dei cittadini.

Nigeria, assalto armato nel Plateau: 20 morti

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Almeno 20 persone sono state uccise in un attacco avvenuto nel fine settimana nel distretto di Bokkos, nello stato di Plateau, nella Nigeria centrale. Lo ha reso noto oggi, martedì 23 giugno, la polizia locale, precisando che 18 vittime sono morte sul posto e altre due sono decedute successivamente in ospedale. Le forze di sicurezza, intervenute insieme ad altre agenzie governative, hanno ingaggiato un violento scontro a fuoco con gli assalitori nelle prime ore di domenica, costringendoli alla fuga. L’episodio si inserisce nella lunga serie di violenze intercomunitarie che colpiscono la regione del Middle Belt, nonostante i ripetuti interventi delle autorità.