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Le lobby tech hanno convinto la Commissione UE a mantenere i banner per i cookie

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La gestione dei cookie è innegabilmente fastidiosa. Le iniziative europee che avrebbero dovuto aiutare gli utenti a mantenere il controllo dei propri dati sono state tradotte dalle aziende in banner molesti, invasivi e, fin troppo spesso, non conformi alle normative vigenti. Le imprese, a loro volta, hanno a lungo lamentato che i banner per i cookie fossero l’esempio più lampante dell’iperregolazione dell’Unione Europea, tale da complicare notevolmente il loro operato. Ebbene, il Digital Omnibus si apprestava a rimuovere questi famigerati pop-up, ma sono state proprio le Big Tech a fare pressioni affinché l’idea venisse depennata.

Sul web, aprendo una nuova pagina, si viene regolarmente accolti da banner che chiedono il permesso di raccogliere quanti più dati possibile sull’utente: una scelta che, sulla carta, si dovrebbe poter accettare o rifiutare con eguale facilità, ma che nella realtà complica spesso la vita a chiunque non desideri farsi profilare ogni volta che naviga in rete. I portali impongono i propri strumenti di memorizzazione delle abitudini online – i cosiddetti “cookie” – facendo leva su stratagemmi di dubbia ammissibilitá, dark pattern che, portati davanti ai regolatori, si dimostrano spesso in contrasto con la lettera della legge. Un’operazione che, tuttavia, andrebbe condotta caso per caso, rendendola di fatto difficilmente applicabile su larga scala.

Un’iniziativa pensata per migliorare la vita dei cittadini europei è stata deformata e corrotta al punto che sono gli stessi utenti a essere pronti a cedere tutte le proprie informazioni pur di sottrarsi al logorio di dover sfogliare schermate su schermate per poter semplicemente esercitare il proprio diritto al dissenso. Consapevoli di questa situazione, i legislatori UE stavano valutando di sfruttare il Digital Omnibus per eliminare del tutto i banner dei cookie, sostituendoli con un segnale automatico capace di semplificare la vita a tutte le parti coinvolte. Un’impostazione prevista dall’Art. 88b che avrebbe consentito a ogni browser di configurare le proprie preferenze predefinite, trasmettendole autonomamente ai siti visitati.

Di fronte a questa prospettiva, Google ha improvvisamente rivelato di essere molto affezionata a quei frustranti banner. La Big Tech ha commissionato un report – reso pubblico ieri da noyb – in cui si sostiene che una simile rivoluzione stravolgerebbe il mercato delle inserzioni, privando complessivamente le aziende coinvolte di circa 50 miliardi di euro, pari a oltre un terzo degli introiti totali stimati nel documento. Secondo quanto riscontrato, ristabilire il diritto dei cittadini a non essere tracciati intaccherebbe i guadagni di chi si arricchisce con la pubblicità; ma ció dimostra soltanto che quei guadagni vengono oggi ottenuti attraverso la coercizione, ponendo le persone davanti a pagine opache e scoraggianti che li spingono deliberatamente a compiere le scelte che vanno a vantaggio delle aziende.

In passato Google ha cercato di inquadrare le proprie preoccupazioni richiamando il danno che un simile taglio di risorse infliggerebbe ai media d’informazione. Tuttavia, i social network stanno già da tempo cannibalizzando i flussi pubblicitari che un tempo alimentavano le casse delle testate giornalistiche, e l’AI Overview di Google – lo strumento che sintetizza i contenuti del web in un’unica risposta agile – ha inferto un ulteriore colpo al settore, mettendolo in ginocchio. Google sorvola inoltre sul fatto che, fiutando il cambiamento nell’aria, anni fa stesse valutando di realizzare qualcosa di simile a quanto proposto dal Digital Omnibus, intavolando un “Privacy Sandbox” che avrebbe sollevato le persone dalla fatica dei cookies, ma accentrando ulteriore potere sulla Big Tech.

Che si tratti di difendere i giornalisti o di scongiurare un salasso economico, la Commissione Europea ha comunque scelto di far scomparire il famigerato Art. 88b. Paesi come Germania, Francia e Polonia hanno spinto apertamente in questa direzione; l’Italia ha assunto una posizione più ambigua, limitandosi a mettere in dubbio la fattibilità tecnica della soluzione proposta, in quanto avrebbe richiesto azioni di controllo su ogni singolo browser in commercio – un’operazione per cui mancherebbero le adeguate risorse umane. Evidentemente, Roma trova più agevole e realistico vigilare su ogni singolo sito presente sul web. Uno per uno.

Rapporto ONU: l’esercito israeliano uccide deliberatamente i bambini palestinesi

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«I bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane», che stanno compiendo «atti di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra» in Palestina. Così la Commissione d’Inchiesta dell’ONU per la Palestina apre il proprio rapporto sulla condotta israeliana nei confronti dei bambini palestinesi. Il documento, lungo oltre 90 pagine, si concentra sulle violazioni israeliane a Gaza, ma riporta anche casi di uccisioni, detenzioni e abusi in Cisgiordania e nello stesso territorio israeliano. Già nel 2025, la Commissione aveva accertato ...

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Flotilla, rientrati in Italia i due attivisti rapiti in Libia

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Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, i due attivisti italiani della Flotilla per Gaza, sono rientrati in Italia. Sono atterrati a Roma all’aeroporto di Fiumicino. I due sono stati rilasciati ieri dalle autorità libiche dopo un mese di detenzione. Facevano parte del convoglio umanitario diretto via terra nella Striscia di Gaza e rapito nei pressi di Sirte. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ringraziato i membri della Farnesina e dell’Intelligence che hanno contribuito alla liberazione dei connazionali.

Il Segretario NATO: “dall’Italia decollati 500 aerei USA contro l’Iran”, Crosetto smentisce

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«500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione» contro l’Iran. Le parole del segretario generale della NATO Mark Rutte tornano a infiammare il nervo scoperto del sostegno europeo alla guerra condotta da Israele e Stati Uniti. Per mesi, il governo italiano ha rassicurato i cittadini circa il mancato coinvolgimento in operazioni di combattimento, autorizzando i voli legati ad attività tecniche e logistiche. Le opposizioni sono insorte, chiedendo un chiarimento immediato alla maggioranza guidata da Giorgia Meloni, che proprio in queste ore si stava mettendo alle spalle la faida verbale con il presidente USA Donald Trump. Per il momento, a rompere il muro di silenzio è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Da Rutte ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati». «L’Italia — ha aggiunto Crosetto — autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche», dunque di combattimento.

Incalzato da Fox News sul ruolo avuto dall’Europa nella recente aggressione all’Iran, Mark Rutte ha provato a ricucire i rapporti tra la NATO e la sua guida americana, giunti a un minimo storico sotto l’amministrazione Trump. Più volte, il presidente USA ha accusato la NATO e gli alleati europei di averlo «lasciato solo» nella guerra da lui scatenata, di concerto con Israele. Rutte, che nelle prossime ore incontrerà Trump alla Casa Bianca, ha elogiato l’impegno americano contro la «minaccia nucleare» dell’Iran, definito «un esportatore di caos e terrorismo». «Comprendo perfettamente la delusione — ha detto Rutte — ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra le 4 e le 5mila missioni di volo».

In Italia i partiti di opposizione sono insorti, chiedendo chiarimenti al governo Meloni di fronte alle parole di Rutte, che delineano i contorni di un «massiccio sostegno» all’operazione Epic Fury. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha rilanciato la linea adottata dall’esecutivo negli ultimi mesi, sostenendo che «l’Italia autorizza esclusivamente i voli che sono previsti dai trattati e che escludono totalmente le attività cinetiche. Come sempre ha fatto e come continuerà a fare in vigenza degli attuali accordi. Le volte in cui si è prospettata la richiesta che esula da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione». Secondo un funzionario della NATO citato dall’Ansa, Rutte ha «sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli».

La scelta di Rutte di citare proprio l’Italia tra tutti i Paesi europei potrebbe non essere casuale, configurandosi piuttosto come un tentativo di seppellire l’ascia di guerra tra Washington e Roma, dopo gli ultimi giorni segnati da dichiarazioni al vetriolo. Dopo le risposte ai ripetuti attacchi di Donald Trump, i sovranisti italiani stavano percorrendo una strada diversa, nel tentativo disperato di ricucire i rapporti. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha puntato a minimizzare, affermando che il problema con Trump è già «una parentesi chiusa», mentre il capo della Farnesina Antonio Tajani ha ribadito la «solidità» delle relazioni con Washington, senza nemmeno accennare alla possibilità di convocare l’ambasciatore statunitense per chiedere chiarimenti sulla condotta del presidente. Una procedura che in questi casi sarebbe prassi.

«Il sostegno di Giorgia Meloni a Trump — tuona il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli — non è mai venuto meno e, a questo punto, è lecito pensare che gli scambi di accuse tra lei e il presidente degli Stati Uniti siano stati una sceneggiata per coprire il sostegno militare garantito dalle basi italiane agli aerei USA».

La svolta della Norvegia: nelle scuole più libri e niente intelligenza artificiale

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Vietare completamente l’uso dell’intelligenza artificiale per gli studenti più giovani e al contempo immaginare una legge che stabilisca che le scuole dell’obbligo debbano avere accesso a materiali didattici a stampa: sono le due misure messe in campo dal governo norvegese per invertire la rotta che, di recente, ha visto il peggioramento delle competenze degli studenti.

L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi, durante la conferenza stampa semestrale del premier laburista Jonas Gahr Støre. Dall’autunno gli alunni dal primo al settimo anno non potranno più usare l’intelligenza artificiale in autonomia durante le ore di lezione. Nella scuola secondaria di primo grado l’uso sarà consentito, ma solo in modo graduale e sotto la supervisione degli insegnanti, mentre nelle superiori gli studenti dovranno imparare a usarla in modo efficace, in vista del mondo del lavoro. Non si tratta di un divieto sancito per legge, ma di una raccomandazione nazionale che il governo ha chiesto alla Direzione per l’istruzione (Utdanningsdirektoratet) di tradurre in linee guida operative prima della riapertura delle scuole di fine agosto. Diverso è lo status dell’altra misura, quella sui libri: qui il governo intende muoversi con un vero disegno di legge, che obblighi le scuole a garantire l’accesso a materiali didattici stampati, oggi spesso messi in secondo piano rispetto ai dispositivi digitali per ragioni di budget o scelte locali.

«La cosa più importante, nella scuola, è che i nostri bambini imparino a leggere, scrivere e fare calcoli», ha detto Støre, aggiungendo che «la ricerca dimostra che un uso acritico dell’intelligenza artificiale generativa aumenta il rischio di saltare passaggi fondamentali nell’apprendimento». Il premier ha collegato la decisione al calo dei risultati scolastici: secondo diversi cicli di indagini internazionali come PISA e PIRLS – che valutano e confrontano i sistemi scolastici a livello globale – uno studente norvegese su quattro legge sotto la soglia minima fissata dall’OCSE per accedere a ulteriori percorsi di studio o al lavoro.

Sulla stessa linea la ministra dell’Istruzione Kari Nessa Nordtun: «Non dobbiamo commettere lo stesso errore fatto quando i dispositivi digitali sono stati introdotti in modo acritico tra gli alunni più piccoli». Il riferimento è ai tablet, entrati nelle scuole norvegesi a partire dal 2014, prima in alcuni comuni pilota come Bærum e poi, in pochi anni, in tutto il Paese: già dalla prima elementare gli studenti ricevevano un dispositivo personale, spesso in sostituzione di libri di testo, quaderni e penna. Nordtun ha comunque lasciato una porta aperta: gli studenti che per ragioni specifiche hanno bisogno di strumenti basati sull’IA, ad esempio per l’apprendimento linguistico o per percorsi personalizzati, continueranno ad averne accesso.

Le reazioni non sono state tutte allineate. Gli insegnanti, da tempo, chiedevano regole più chiare: già a dicembre il sindacato Utdanningsforbundet era intervenuto per sollecitare linee guida nazionali, mentre il Lektorlaget denunciava da gennaio che il fenomeno fosse stato lasciato crescere troppo a lungo senza un intervento delle autorità centrali. Più dura l’opposizione, secondo cui il governo si limiterebbe a riproporre misure già approvate in Parlamento.

Il provvedimento si inserisce in un disegno più ampio sulla sicurezza digitale dei più giovani: a fine aprile l’esecutivo aveva già annunciato l’intenzione di presentare, entro fine anno, una legge che vieterà l’iscrizione ai social network sotto i sedici anni, alzando il limite rispetto al tentativo precedente, fermo a quindici. La particolarità della proposta sta nel rovesciamento di responsabilità: a dover verificare l’età reale degli utenti non saranno più le famiglie, ma le piattaforme, pena sanzioni.

Ma la Norvegia non è la sola, in Europa, a muoversi in questa direzione. La Svezia, altro Paese scandinavo tra i più avanzati sul piano tecnologico, ha intrapreso un percorso simile dopo anni passati a spingere sulla digitalizzazione delle aule: dal 2025 le scuole dell’infanzia non sono più obbligate a utilizzare strumenti digitali, è previsto un divieto progressivo dei cellulari in classe, e sono stati stanziati oltre 170 milioni di euro per libri e materiali tradizionali. Anche a Stoccolma, a pesare sono stati i test PISA: nel 2022 quasi un quarto dei quindicenni svedesi non raggiungeva il livello minimo di comprensione del testo.

Il quadro è agli antipodi rispetto a quello italiano, dove il governo investe sull’introduzione dell’IA nella didattica, non la limita. Si tratta di due provvedimenti distinti, con perimetri diversi. Il primo, già attuato, è il decreto n. 34 del Ministero dell’Istruzione del 19 maggio: ha distribuito quasi 100 milioni di euro di fondi PNRR a 2.100 istituti statali e paritari, ma non per gli studenti, perché il finanziamento copre percorsi di formazione rivolti a docenti, personale ATA e dirigenti, con contributi fino a 50 mila euro per progetto. Il secondo è invece appena approvato, ed è di segno diverso: il decreto Infrastrutture, varato dal Consiglio dei ministri il 22 giugno, modifica la legge 132/2025 e autorizza un nuovo stanziamento fino a 100 milioni di euro, da destinare anche a percorsi di alfabetizzazione digitale per gli studenti, oltre che per i docenti e il personale scolastico.

Tremila soldati NATO si stanno esercitando al confine con la Bielorussia

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È iniziata pochi giorni fa in Lituania – ai confini con la Bielorussia – l’esercitazione della NATO Freedom Shield (Scudo per la libertà), guidata dalla Germania: su quasi tremila soldati, 2.300 sono tedeschi ed è previsto un dispiegamento di 800 veicoli provenienti da otto Paesi NATO. Si tratta, inoltre, della prima esercitazione della 45ª brigata corazzata della Bundeswehr (l’esercito tedesco) di stanza in quel Paese. Obiettivo dell’esercitazione è proteggere il fianco orientale della NATO dalla cosiddetta «minaccia russa», in quanto i Paesi dell’Alleanza ritengono che Mosca abbia compiuto ripetute provocazioni militari nei Paesi baltici. L’intento, dunque, è duplice: da un lato, si tratta di lanciare un avvertimento a Mosca a non violare lo spazio aereo, territoriale e informatico dei Paesi baltici; dall’altro, è un modo per rimpiazzare il dispiegamento militare statunitense qualora gli USA decidessero di ritirarsi dall’area come hanno annunciato.

L’obiettivo principale dell’esercitazione è simulare un attacco con droni e missili e il suo respingimento con l’impiego di sofisticati sistemi antimissili e antidroni. A seguire le simulazioni militari, che si svolgono a Prabade, ad appena 20 chilometri dal confine bielorusso, sono arrivati sul posto anche il ministro tedesco della difesa Boris Pistorius e quello della Lituania Robertas Kaunas. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, invece, ha affermato che «La sicurezza della Lituania è anche la nostra sicurezza. Chi difende Vilnius, difende anche Berlino». Dal punto di vista logistico, l’esercito federale tedesco ha costruito, nei pressi del paese di Rudninkai, distante appena 35 chilometri dalla capitale di Vilnius, un intero villaggio-caserma, dotato di alloggi per i soldati e i loro famigliari, di depositi e magazzini, scuole, supermercati, un centro sportivo e un’area di addestramento. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, Berlino ha effettuato un massiccio dislocamento di truppe in Lituania: attualmente la brigata corazzata tedesca conta 1.800 effettivi, che nelle intenzioni del governo dovrebbero salire a 5mila entro il 2027.

Secondo il ministro della Difesa lituano, Kaunas, i preparativi per l’ampliamento della brigata tedesca a quasi 5.000 soldati sono in anticipo rispetto alla tabella di marcia. Inoltre, lo stesso ha affermato che il previsto dispiegamento della brigata della Bundeswehr al comando del generale di brigata Christian Huber rappresenta una «pietra miliare per le relazioni tedesco-lituane» e che «siamo addirittura in anticipo di dieci mesi sulla tabella di marcia. Ciò significa che siamo a buon punto nella costruzione delle infrastrutture e possiamo iniziare prima la seconda fase». Secondo il giornale tedesco Bild, «per la prima volta nella sua storia, la Bundeswehr stanzierà permanentemente un gran numero di soldati all’estero, direttamente al confine con la Bielorussia». Si stima che lo stanziamento costerà allo Stato tedesco tra i quattro e i sei miliardi di euro.

La 45ª brigata corazzata tedesca partecipa all’esercitazione Freedom Schield con rinforzi provenienti dal Battaglione Panzer 203 di Augustdorf, nella Vestfalia Orientale, ed elementi del Battaglione Panzergrenadier 122 di Oberviechtach, in Baviera. Entrambi i battaglioni dovrebbero trasferirsi definitivamente in Lituania il prossimo anno. Il Ministro Kaunas ha dichiarato che la brigata è «di enorme importanza» per la deterrenza sul fianco orientale della NATO e per la sicurezza della Lituania e dell’intero territorio dell’Alleanza. Secondo il programma, l’unità inizierà a operare nella città di Rudninkai il prossimo autunno. Sempre Bild sottolinea che «Nell’ambito delle Forze Armate tedesche, il primo dispiegamento in assoluto di una grande unità all’estero è considerato un “progetto di punta” inteso a sottolineare l’impegno della Germania nei confronti dei suoi obblighi NATO».

Inoltre, secondo fonti tedesche, la Bundeswehr sta considerando la possibilità di rendere obbligatorio il servizio militare per i soldati della Brigata in Lituania. «L’obiettivo primario dell’Esercito è raggiungere la piena prontezza operativa per la Brigata in Lituania il prossimo anno», ha dichiarato il Tenente Generale Christian Freuding, Ispettore Generale dell’Esercito, aggiungendo che «A tal fine, ci atterremo al principio guida del servizio volontario, integrandolo con misure obbligatorie laddove necessario». Un portavoce del ministero della difesa, invece, ha affermato che «tutti devono comprendere che la prontezza operativa ha la precedenza sul servizio volontario in caso di dubbio».

L’incremento delle truppe NATO ai confini con la Bielorussia rappresenta l’ennesimo passo verso l’inasprimento delle tensioni con Mosca, ampliando il divario e acuendo la distanza tra il blocco atlantico e quello eurasiatico, piuttosto che cercare un riavvicinamento economico-politico – anche in funzione anti USA – che potrebbe giovare a entrambe le parti in campo.

Milei, liberismo senza freni: il fiume più importante del Paese venduto a una multinazionale

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Il governo di Javier Milei ha appena ceduto il controllo della principale via d’acqua dell’Argentina. La concessione per 25 anni dell’Idrovia Paraná-Paraguay è stata assegnata al consorzio formato dall’impresa belga Jan De Nul e dalla sua socia argentina Servimagnus S.A., in quella che rappresenta la più grande privatizzazione del mandato presidenziale.

Non si tratta di un’infrastruttura qualsiasi. Sul fiume Paraná, che collega Brasile, Paraguay, Argentina, Bolivia e Uruguay, transita circa l’80% delle esportazioni argentine, tra cui soia, mais e grano. Con il nuovo contratto, Jan De Nul controllerà dragaggio, manutenzione, segnaletica e riscossione dei pedaggi per i prossimi 25 anni, in un affare dal valore stimato di 15 miliardi di dollari. Il governo lo presenta come una misura di efficienza: il pedaggio scenderà inizialmente da 4,30 a 3,80 dollari per tonnellata, ma salirà fino a 5,78 dollari una volta avviati i lavori di approfondimento del canale.

In realtà, l’impresa Jan De Nul non è una nuova arrivata. Aveva già gestito l’idrovia dal 1996 al 2021 e, anche dopo la scadenza della concessione, aveva continuato a operare come appaltatrice dello Stato durante il governo di Alberto Fernández. Ora torna con un nuovo contratto venticinquennale. Il percorso che ha portato all’assegnazione è stato inoltre segnato da polemiche: una prima gara era stata annullata tra accuse di irregolarità e rilievi della procura anticorruzione, mentre nel secondo bando le due imprese finaliste hanno presentato la stessa offerta minima.

A rendere la vicenda ancora più controversa è la presenza della partner locale Servimagnus S.A., guidata dall’imprenditore Ricardo Román, figura già nota alla magistratura per aver ammesso il pagamento di tangenti nell’ambito di un’inchiesta per corruzione durante il governo di Cristina Fernández de Kirchner.

Ma la questione va oltre il semplice affidamento di un servizio. La nuova concessione trasferisce ai privati funzioni sempre più ampie, comprese attività tecniche e operative tradizionalmente svolte dallo Stato: rilevamenti batimetrici e idrometrici, operazioni di salvamento e reflottamento delle navi, controllo degli sversamenti e manutenzione delle infrastrutture collegate al traffico fluviale.

Allo stesso tempo, il progetto prevede di approfondire il corso del fiume fino a oltre 40 piedi in alcuni tratti, con possibili conseguenze ambientali su zone umide, lagune e biodiversità. Secondo i critici, non è stata realizzata una Valutazione di Impatto Ambientale adeguata né garantita una reale partecipazione pubblica, in contrasto con gli obblighi previsti dall’Accordo di Escazú.

Anche la promessa del governo di rafforzare la lotta al narcotraffico solleva dubbi. Gran parte dei porti privati che operano sul Paraná sono già oggi caratterizzati da controlli pubblici limitati. Per molti osservatori, aumentare il peso dei concessionari significa ridurre ulteriormente la capacità dello Stato di vigilare su una delle principali arterie commerciali del Paese.

Per questo il dibattito sul Paraná non riguarda soltanto l’economia. Fin dal XIX secolo il fiume è stato un simbolo della sovranità argentina: nel 1845, durante la battaglia della Vuelta de Obligado, le flotte anglo-francesi tentarono di imporre la libera navigazione sfidando l’autorità nazionale. Oggi, per i critici del governo, la concessione rappresenta l’ennesimo passo nella cessione di funzioni e asset strategici a grandi interessi privati e stranieri.

Il tutto mentre l’Argentina resta il principale debitore del Fondo Monetario Internazionale, con oltre 41 miliardi di dollari di debito, e milioni di persone continuano a fare i conti con precarietà e povertà. Lo stesso governo che sostiene di non avere risorse per finanziare servizi pubblici essenziali ha appena garantito a un’impresa belga il controllo della via fluviale attraverso cui passa la maggior parte delle esportazioni del Paese.

[di Guillermo O. Bertani Chiani e Riccardo Ongaro]

Francia, maxi-blackout per l’ondata di calore

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Decine di migliaia di persone sono rimaste senza elettricità in Francia per un malfunzionamento a un trasformatore sulla rete nazionale, dovuto all’ondata di calore che sta attraversando l’Europa in questi giorni. Secondo quanto riferiscono le autorità, almeno 68 mila famiglie del dipartimento di Finistère sarebbero rimaste coinvolte, per un totale di oltre 106 mila cittadini. Le condizioni meteorologiche estreme stanno interessando diversi Paesi del continente, con decine di regioni in allerta rossa e la sospensione di alcuni servizi, tra i quali quelli ferroviari e scolastici.

Il Senato ha approvato una norma che stravolge regole e controlli sulla caccia

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Con 80 voti a favore, 56 contrari e 2 astenuti, il Senato ha approvato il disegno di legge n. 1552, varando una riforma della disciplina venatoria che stravolge la legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica. I punti principali riguardano l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di estendere ulteriormente l’attività venatoria e l’allentamento dei vincoli territoriali. La decisione ha immediatamente innescato un’ondata di proteste da parte del mondo ambientalista e scientifico, che denunciano concessioni ritenute ingiustificabili e dannose per la biodiversità, un bene costituzionalmente protetto. La mobilitazione è partita con un sit-in a Roma in Piazza della Rotonda; nel frattempo, la petizione del WWF Stop caccia selvaggia, che prende di mira proprio il provvedimento dell’esecutivo Meloni, ha superato le 250mila firme, ottenendo l’esplicita adesione di numerose personalità del mondo accademico.

La riforma, fortemente voluta dalla maggioranza di centrodestra, prende il nome del Senatore di FDI Lucio Malan. Arriva a pochi mesi dalla scadenza della legislatura, rappresentando il punto d’arrivo di una strategia normativa iniziata nel 2023, che ha già visto modifiche della legge sulla caccia in 23 punti attraverso decreti-legge e leggi di bilancio. Durante il dibattito in Aula, caratterizzato da toni duri e da due sospensioni per mancanza di numero legale, sono state respinte tutte le proposte di modifica delle opposizioni, comprese quelle che chiedevano il richiamo esplicito ai principi costituzionali di tutela della biodiversità.

Con il nuovo provvedimento, la stagione di caccia viene allungata, con il rischio di colpire il periodo della migrazione prenuziale e della nidificazione, mentre si riducono gli spazi destinati alla protezione. Molto discussa anche la liberalizzazione dei richiami vivi, il via libera a una maggiore mobilità dei cacciatori e il depotenziamento del ruolo scientifico dell’ISPRA, a vantaggio di un assetto più politico e vicino agli interessi della filiera venatoria. In questo quadro si inserisce pure la questione delle munizioni al piombo nelle zone umide, su cui il governo ha dovuto correggere la rotta dopo le pressioni europee. Le associazioni affermano inoltre come l’impianto della legge non rafforzi davvero il contrasto al bracconaggio, finendo anzi per attenuare la certezza della pena.

A contestare il provvedimento non sono soltanto le associazioni ambientaliste e animaliste, ma anche una consistente parte dell’opinione pubblica. La petizione Stop caccia selvaggia promossa dal WWF ha infatti superato quota 250mila adesioni, diventando uno dei principali strumenti di mobilitazione contro la riforma. Secondo gli organizzatori, il numero delle firme testimonia una crescente preoccupazione per le possibili conseguenze del ddl sulla tutela della fauna e degli ecosistemi. Alla protesta dei cittadini si è affiancata quella del mondo scientifico, con l’adesione di numerosi studiosi e rappresentanti delle principali società scientifiche italiane attive nei campi della zoologia, dell’etologia, della biologia marina, dell’ornitologia, della botanica e delle scienze naturali.

Tale presa di posizione richiama i risultati dell’ultimo Eurobarometro sulla biodiversità diffuso dalla Commissione europea, secondo cui il 97% degli italiani ritiene che una natura in buona salute sia essenziale per la prosperità economica nel lungo periodo e riconosce il ruolo fondamentale della biodiversità per il benessere e la salute delle persone. Inoltre, oltre un cittadino su due considera il ripristino della natura e della biodiversità una priorità per l’azione dell’Unione europea. Numeri che, secondo i promotori della mobilitazione, evidenziano una distanza significativa tra l’indirizzo scelto dal governo e la sensibilità prevalente nel Paese sui temi della tutela ambientale.

Il cammino della riforma ha dovuto incassare anche durissimi richiami sul fronte internazionale. La Commissione Europea, agendo tramite la Direzione generale Ambiente, ha formalizzato una missiva indirizzata al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), evidenziando in modo inequivocabile come le nuove norme minaccino di violare i parametri comunitari stabiliti dalle Direttive Habitat e Uccelli, esponendo l’Italia al rischio concreto di una nuova procedura d’infrazione. A questa presa di posizione si è aggiunto un secondo e altrettanto autorevole monito proveniente dal Consiglio d’Europa: il Comitato permanente della Convenzione di Berna ha infatti recapitato al MASE una formale richiesta di chiarimenti. Nello specifico, si richiede all’esecutivo di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che tale provvedimento sia compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna.

La Commissione di garanzia vuole restringere il diritto allo sciopero generale

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La Commissione di garanzia nei servizi essenziali ha annunciato di avere intenzione di rendere più stringenti le linee per proclamare scioperi generali, allineandosi alle politiche del governo. Il Garante contesta l’utilizzo dello strumento dello sciopero generale, sostenendo che ormai verrebbe «declinato da alcune organizzazioni sindacali alla stregua di un mezzo ordinario di dissenso politico». Per tale motivo, sostiene il Garante, il suo esercizio andrebbe limitato. Di fatto, il Garante accusa i sindacati di volere attirare l’attenzione, sostenendo che essi utilizzerebbero gli scioperi «come strumento di visibilità mediatica e di proselitismo», ricercando «un riflesso di cronaca o di una presenza formale nei calendari delle vertenze».