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Leggi sul lavoro: cosa cambia con il “salario giusto” approvato in Senato

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Con l'approvazione definitiva in Senato, il decreto lavoro è diventato legge. Durante l'iter parlamentare, la maggioranza ha chiarito il perimetro del provvedimento, a partire dal concetto di "salario giusto", che risponde a distanza alle richieste delle opposizioni circa l'introduzione di un salario minimo di 9 euro l'ora. Il governo Meloni ha deciso di rilanciare il ruolo dei contratti collettivi nazionali (CCNL), che spesso prevedono paghe inferiori alla soglia proposta dalle opposizioni. Le aziende che pagheranno un "salario giusto", in linea cioè con le previsioni dei CCNL, verranno premi...

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Commissione Covid: dirigente dell’ISS denuncia la censura sui danni da vaccino

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«I miei colleghi hanno dovuto subire un’ispezione, un’ammonizione, un’indagine interna all’ISS per aver pubblicato questo lavoro». Lo ha detto il dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità Maurizio Federico durante l’ultima seduta della Commissione d’inchiesta sulla gestione pandemica. Federico fa riferimento a una ricerca pubblicata nel 2023, con oggetto le miocarditi e le pericarditi associate ai vaccini mRNA, come quelli sviluppati dalle case farmaceutiche contro il Covid-19. Il dirigente dell’ISS ha poi puntato il dito contro la decisione di non prevedere alcuna sorveglianza attiva sui vaccini, affidandosi esclusivamente alle segnalazioni dei cittadini. Ciò ha configurato «un vulnus gravissimo» per la gestione pandemica italiana, che «non si è mai riuscito a spiegare», ed è ora al vaglio della Commissione parlamentare d’inchiesta.

Lo studio a cui si riferisce Federico, interrogato dalla Commissione Covid,  è stato condotto da tre sue colleghe dell’ISS e raccoglieva materiale già largamente pubblicato su altre riviste scientifiche sui possibili effetti avversi da vaccino anti-Covid a mRNA. «Loro hanno messo in fila le conseguenze logiche di una numerosa serie di dati», ha spiegato meglio il dirigente in una intervista al Giornale d’Italia. «È successo che il contenuto di questa review non è piaciuto». Le ricercatrici sono state oggetto di provvedimento disciplinare da parte dell’Istituto per la pubblicazione di tale ricerca: nella lettera di ammonimento, ha spiegato Federico, «c’era scritto a chiare lettere che uno dei motivi importanti era il messaggio che si veicolava attraverso questo studio». Secondo il dirigente, insomma, le colleghe sarebbero state ispezionate perché il loro articolo non si allineava alla narrazione sui vaccini e, quindi, per ragioni politiche.

Lo stesso Federico avrebbe proposto al ministero l’avvio di un programma nazionale di ricerca sugli effetti avversi dei vaccini anti-Covid a mRNA:  «Ho provato a fare questo discorso al mio ministero almeno tre volte, e tre volte è tutta roba che è finita nel cestino. Non ho avuto neanche la dignità di un “le faremo sapere”». Eppure, le possibili ripercussioni negative dei vaccini contro il Covid, e precisamente nella loro correlazione «statisticamente significativa» con l’emergenza di miocardite e pericardite nei pazienti, sono state rimarcate dalla stessa Moderna: come riporta Federico nel corso della sua presentazione, l’azienda stessa nel 2024 ammetteva l’esistenza di questo problema «come un dato di fatto». In generale, in Italia si sono registrati diversi casi di pazienti che hanno registrato problemi dopo avere assunto il vaccino anti-Covid, causati proprio dal farmaco; in numerose occasioni i tribunali hanno disposto che le persone interessate venissero risarcite.

La politica chiede che venga fatta chiarezza: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dott. Federico, per fugare i dubbi – legittimi – che il provvedimento dell’ISS sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso», ha commentato il senatore di Fratelli d’Italia e membro della Commissione Covid Lucio Malan, annunciando indagini sul caso segnalato da Federico. «La scienza, del resto, non deve mai sottostare alle esigenze politiche, e – proprio per la fiducia che merita – deve essere trasparente e offrire a tutti i risultati delle sue ricerche».

Il prezzo del petrolio torna ai livelli pre-guerra all’Iran

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Il prezzo del petrolio Brent, usato come riferimento energetico sui mercati europei, continua a scendere. Nella notte ha raggiunto i 72,44 dollari al barile, tornando ai livelli precedenti all’attacco israelo-americano all’Iran, che ha provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz e innescato una crisi energetica internazionale. A sgonfiare i prezzi del petrolio è proprio la graduale ripresa del traffico marittimo in Asia Occidentale. 

Il Kenya è il primo Paese africano a ottenere risarcimenti per i “danni climatici”

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Nairobi, Kenya, inondazioni

Il Kenya è diventato il primo Paese africano a ricevere finanziamenti specifici nell’ambito del meccanismo internazionale per le “perdite e danni” climatici (Loss and Damage). Stiamo parlando di uno dei temi più centrali emersi negli ultimi anni nei negoziati sul clima, nonché l’unico ad essere stato un minimo concretizzato. Il contributo è modesto nella cifra ma simbolicamente importante: pari a 90 milioni di scellini kenioti (circa 600 mila dollari), proviene dal Santiago Network on Loss and Damage, organismo delle Nazioni Unite con sede in Svizzera finanziato attraverso contributi volontari dei Paesi sviluppati e della comunità internazionale. Le risorse saranno gestite dal governo di Nairobi e utilizzate per identificare e quantificare le perdite subite dalle comunità keniote a causa degli effetti del cambiamento climatico nell’ultimo decennio. Tra i fenomeni presi in esame figurano siccità, alluvioni, raccolti compromessi ed eventi meteorologici estremi che hanno colpito il Paese con crescente frequenza.

L’annuncio è stato dato dal segretario principale per l’Ambiente, il Cambiamento Climatico e le Foreste, Festus Ng’eno, durante una recente sessione negoziale delle Nazioni Unite sul clima a Bonn, in Germania. Il Kenya diventa così il secondo Paese al mondo a beneficiare di questo strumento, dopo Vanuatu, piccolo stato insulare oceanico particolarmente vulnerabile all’innalzamento del livello del mare. Secondo il Dipartimento di Stato per l’Ambiente e il Cambiamento Climatico del Kenya, il Paese non aveva mai misurato in modo sistematico l’effettiva portata delle perdite causate dagli shock climatici che hanno interessato l’Africa orientale. Il nuovo finanziamento consentirà di colmare questa lacuna attraverso la creazione di sistemi e metodologie dedicate alla raccolta e all’analisi dei dati. Come sottolineato da Jeremiah Kioli, presidente del Kenya Climate Change Working Group, una parte significativa delle risorse sarà destinata proprio allo sviluppo degli strumenti necessari per valutare i danni che potrebbero in futuro essere oggetto di compensazione. Stabilire cosa costituisca una perdita climatica e come quantificarla economicamente è infatti una delle sfide centrali per rendere operativo il fondo internazionale.

Il tema delle perdite e dei danni è entrato formalmente nell’agenda climatica globale durante la COP27. Da allora, il confronto si è concentrato soprattutto sulla trasformazione di un principio politico in un meccanismo concretamente funzionante. Le comunità maggiormente esposte agli impatti climatici hanno più volte evidenziato come le perdite non siano soltanto economiche. Popolazioni indigene provenienti da diverse regioni del mondo hanno richiamato l’attenzione sugli effetti che il cambiamento climatico produce sui sistemi di conoscenza tradizionali, sugli stili di vita e sulle relazioni con il territorio. La riduzione delle risorse naturali, l’alterazione della biodiversità e gli spostamenti forzati rappresentano danni spesso difficili da tradurre in termini monetari, ma non per questo meno rilevanti. L’assegnazione dei fondi al Kenya arriva inoltre in un momento in cui i Paesi africani continuano a chiedere maggiore giustizia climatica e forme di compensazione da parte degli Stati storicamente responsabili della maggior parte delle emissioni di gas serra. Al riguardo, una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature ha cercato di quantificare economicamente il concetto di Loss and Damage, stimando, ad esempio, che le emissioni prodotte dagli Stati Uniti dal 1990 abbiano generato danni economici globali superiori a 10 mila miliardi di dollari. Lo studio evidenzia inoltre come una tonnellata di CO₂ emessa nel 1990 abbia prodotto danni per circa 180 dollari entro il 2020 e possa generarne altri 1.840 entro la fine del secolo. Nel frattempo, il quadro globale continua a destare preoccupazione. Dal 2015, anno dell’Accordo di Parigi, le emissioni mondiali di anidride carbonica sono aumentate del 9%, mentre il periodo compreso tra il 2015 e il 2025 è risultato il più caldo dall’inizio delle rilevazioni meteorologiche. In questo contesto, il finanziamento ottenuto dal Kenya assume un valore che va oltre l’entità economica delle risorse stanziate. Per molti rappresenta il passaggio da anni di discussioni, quadri normativi e dichiarazioni d’intenti a una fase di attuazione concreta delle politiche sul Loss and Damage. Un primo test, quindi, per verificare se il principio della responsabilità climatica internazionale possa tradursi in strumenti efficaci a sostegno delle comunità che già oggi subiscono gli effetti più gravi della crisi ecologica.

È stato pubblicato il progetto di riforma dell’esercito italiano

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Il governo italiano si appresta a presentare la riforma della Difesa in base allo schema di disegno di legge recante «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al Governo per la revisione dello strumento militare». Il programma prevede un aumento dell’organico delle Forze Armate che avverrà in due momenti distinti: nei prossimi due anni dovranno entrare in servizio cinquemila soldati in più, mentre entro il 2033 l’aumento dovrebbe arrivare a 40mila unità. La prima parte della riforma è pronta a entrare a breve in Cdm (Consiglio dei ministri) con un disegno di legge che dovrebbe essere presentato entro gli inizi di luglio, mentre la parte che riguarda l’ampliamento fino a 40mila unità sarà discussa in un secondo momento.

La riforma dell’Esercito italiano con il relativo ampliamento dell’organico riflette la più generale tendenza dell’UE al riarmo in un contesto geopolitico animato da sostanziali e rapidi cambiamenti. La ratio che sta alla base della decisione di ampliare l’organico, infatti, è quella di «assicurare i necessari livelli di operatività e la piena integrabilità dello strumento militare nei contesti internazionali e nell’ottica di una politica di difesa comune europea, per l’assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze armate», come si legge nella seconda parte del disegno di legge. Nella prima parte, invece, inerente le «Disposizioni in materia di personale militare», sono prospettati tre tipi di riserva militare: la riserva operativa, «al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace […]»; la riserva volontaria specialistica, volta a «disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali»; e la riserva territoriale con lo scopo di «generare un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate connesse al concorso, incluso quello a supporto delle Forze di polizia […]».

Nel testo si legge inoltre che «il Governo è delegato ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per la revisione dello strumento militare nazionale, disciplinato dal codice dell’ordinamento militare». Oltre al numero dei soldati, la riforma prevede anche le tempistiche di incremento del personale militare e il relativo ricollocamento: nel documento si legge, infatti, che «L’aumento, non superiore a 40.000 unità, è determinato, sulla base delle risorse disponibili e delle effettive capacità di reclutamento, ogni anno, in sede di legge di bilancio, nel limite di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 unità per il 2033». È prevista poi una semplificazione per quanto riguarda il ricollocamento professionale del personale militare che include «istituti di mobilità tra ministeri, analoghi a quelli applicabili al personale civile, rafforzando le agevolazioni nell’accesso ai concorsi pubblici e disciplinando, altresì, misure specifiche per l’accesso al trattamento pensionistico». Una particolare attenzione dovrebbe essere posta anche sulla cybersicurezza, andando a definire lo spazio cibernetico di interesse nazionale che comprende «l’insieme delle infrastrutture informatiche, comprensivo di hardware, software, capacità, dati, connessioni fisiche ed elettromagnetiche».

Il punto dolente della riforma riguarda le coperture e gli investimenti, in quanto l’Italia non ha ancora aderito ai prestiti del fondo SAFE (Azione per la sicurezza in Europa), lo strumento dell’UE che fornisce prestiti fino a 150 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri dell’UE ad aumentare rapidamente e in modo significativo gli investimenti nel settore della difesa mediante appalti comuni. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha spiegato che la prima parte della riforma – che prevede cinquemila militari in più – «ha meno problemi di coperture» e per questo potrà essere portato al primo Consiglio dei ministri utile. L’altro, invece, che prevede l’ampliamento fino a 40.000 unità, «ha dei problemi di copertura pluriennali da affrontare nella legge di bilancio». Quanto al SAFE, Crosetto ha specificato che «non è uno strumento sostitutivo perché altrimenti perderebbe totalmente la sua utilità. Qualora l’Italia aderisse, la Difesa ha pronti gli investimenti. Ci consentirebbe di anticipare investimenti che invece altrimenti dovrebbero essere posticipati». Sull’adesione al SAFE dovrà esprimersi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre per quanto riguarda gli incrementi percentuali da destinare al PIL per la Difesa, l’auspicio di Crosetto è che nella prossima discussione di bilancio, prevista il prossimo autunno, potrà essere approvato un aumento dello 0,15/0,20 per cento.

Attualmente, gli stanziamenti per la difesa relativi al 2026 ammontano a 32,4 miliardi di euro, vale a dire circa l’1,48 per cento del Pil, ancora distante dal 2 per cento preteso dalla NATO. Tuttavia, la soglia viene raggiunta se si aggiungono delle spese pari a circa 12 miliari di euro che prima erano state classificate fuori dal contesto militare. Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Alleanza Atlantica sulle spese militari degli alleati, l’Italia nel 2014 spendeva 23.700 milioni di dollari, pari all’1,13% del Pil, mentre nel 2025, stando alle stime, è salita a 46.929, con un aumento del 98%. Una tendenza che riflette le pressioni di di NATO e UE e che ora è destinata ad acuirsi per attuare la riforma della Difesa, mentre altre voci della spesa pubblica vengono sacrificate sull’altare del riarmo nella logica dettata da organizzazioni sovranazionali.

Cambia la tua visione del mondo informandoti davvero

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informazione visione mondo

Ogni mattina, prima ancora del caffè, milioni di persone aprono il telefono e si sottopongono a una quotidiana dose di terrore. Un attentato, una guerra, un omicidio, un crollo dei mercati, una pandemia che arriva, un’altra che torna. Oppure cercano distrazioni: l’ultima tendenza dei vip, la storia d’amore del momento. Lo fanno credendo di “tenersi informati”: in realtà, stanno solo facendo scorta di ansia e paure, un clic dopo l’altro, fino a convincersi che ogni giorno il mondo sia un posto irrimediabilmente peggiore di quello precedente. Non è un’impressione casuale, ma il risultato di un meccanismo preciso. Un meccanismo al quale noi de L’Indipendente abbiamo deciso di non piegarci.

In termini di vendita, le notizie negative funzionano meglio. Catturano l’attenzione, generano clic, vendono pubblicità. I media mainstream lo sanno da decenni e hanno costruito attorno a questo principio l’intera architettura dell’informazione contemporanea. I governi lo sanno altrettanto bene: la paura diffusa è un formidabile strumento di controllo. Una popolazione ansiosa, convinta che il mondo sia sull’orlo del baratro, chiede protezione, accetta misure eccezionali, si fida più facilmente di chi promette ordine. La paura non crea solo rassegnazione: produce obbedienza. Il risultato: intere generazioni cresciute con la certezza che l’umanità stesse inesorabilmente scivolando verso il baratro. Ma i dati, quelli veri, raccontano spesso un’altra storia.

In questo contesto, la vera differenza non sta nello scegliere se informarsi o meno, ma nel capire come farlo. Un esempio concreto sono gli articoli di consumo critico, una delle rubriche storiche de L’Indipendente. Qui sveliamo come dietro alle campagne di educazione alimentare di certe multinazionali si nascondano interessi commerciali miliardari, come le etichette dei cibi spesso possano trarre in inganno, come un gran numero di marchi sostenga economicamente l’occupazione militare della Palestina. Ma anche che esistono strumenti concreti per difendersi da tutto questo, come il boicottaggio. Un lettore che incrocia questi articoli prima di fare la spesa non sta solo “leggendo una notizia”: sta cambiando, riga dopo riga, il proprio carrello, la propria alimentazione, il proprio impatto sul mondo.

Lo stesso vale per chi si informa su come viaggiare in modo diverso, su quali destinazioni stanno costruendo economie più giuste, su quali pratiche di turismo lento permettono di conoscere un territorio invece di consumarlo. Vale per chi scopre che la depenalizzazione della cannabis ha portato risultati misurabili, che esistono politiche capaci di restituire dignità senza bisogno di annullare diritti. Ogni articolo di questo tipo non è un’informazione in più: è una decisione diversa, presa con più consapevolezza.

È per questo che è nata, anni fa, la rubrica delle buone notizie. E, più di recente, il libro Il mondo che migliora, frutto del lavoro della redazione. Nessuno dei due è un contentino per addolcire la pillola dopo una giornata di notizie pesanti. Sarebbe un’operazione tanto facile quanto disonesta. Il punto non è sostituire una narrazione distorta con un’altra, uguale e contraria, ma restituire la complessità che manca: raccontare anche ciò che funziona, le vittorie dei movimenti dal basso, le politiche pubbliche che hanno cambiato la vita delle persone, i territori che hanno saputo riprendersi un pezzo di sovranità. Senza nascondere le contraddizioni o fare propaganda del progresso. Lo stesso principio, applicato a temi diversi, ha portato alla pubblicazione di Boicottare Israele, una guida pratica per colpire con il consumo critico le radici economiche dell’occupazione della Palestina, e di Epstein Files, il primo lavoro in lingua italiana per ricostruire in modo organico cosa raccontano davvero i milioni di documenti desecretati, al di là del singolo nome scandalistico.

E qui arriva l’ultimo pezzo, quello più importante. Niente di tutto questo nasce da solo: il cambiamento arriva sempre da chi decide di mettersi in gioco, di perseverare, di costruire insieme ad altri qualcosa che da soli sarebbe stato impossibile. Vale per chi boicotta un marchio, per chi firma una petizione, per chi sceglie un trekking lento invece di un volo last minute, e anche per chi, semplicemente, decide ogni giorno da chi farsi raccontare il mondo. Noi de L’Indipendente abbiamo fatto una scelta di campo ben precisa: siamo l’unica testata generalista che, oltre a rifiutare i finanziamenti pubblici ai giornali, non accetta nemmeno pubblicità. Viviamo grazie agli abbonati e a chi acquista i nostri libri. Secondo noi, questa è l’unica via per difendere fino in fondo la nostra libertà e la nostra indipendenza.

Scegliere la disinformazione può essere una tentazione, ma non è la soluzione. In un periodo storico che sembra offrire più motivi per distogliere lo sguardo che per analizzare ciò che succede in profondità, il rimedio sta nello scegliere cosa mettere a fuoco. Un’informazione che restituisca il reale stato delle cose con l’obiettivo di indurre il cittadino a pensare criticamente, a essere parte attiva della comunità, non a consumare passivamente. Per cambiare la visione del mondo e mantenere in forma, oltre che il fisico, anche il cervello.

Giudici della Corte Penale Internazionale fanno causa a Trump

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Tre giudici della Corte Penale Internazionale hanno citato in giudizio il presidente degli USA Trump e la sua amministrazione contestando le sanzioni imposte contro di loro. Nella causa, presentata presso il tribunale federale di Manhattan, i giudici sostengono che le misure statunitensi sarebbero illegali e concepite per esercitare contro di loro pressioni extragiudiziali. Le sanzioni risalgono allo scorso anno ed erano state emesse dopo che la CPI aveva emanato un mandato di arresto internazionale contro il premier israeliano Netanyahu.

Catania, stop al nuovo porto di Ognina: il borgo marinaro è salvo

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porto di ongina

Uno degli ultimi borghi marinari storici di Catania resterà com'è oggi. Con una sentenza che chiude una vicenda iniziata due anni fa, il Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia, tribunale di secondo grado competente per i ricorsi contro le decisioni del TAR, ha annullato la concessione che avrebbe consentito alla società La Tortuga Srl di ampliare il porto di Ognina. La decisione arriva al termine di una lunga battaglia legale portata avanti da Legambiente e sostenuta da numerosi cittadini, contrari a un intervento ritenuto incompatibile con il valore paesaggistico e storico dell'a...

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Povertà energetica: 2,4 milioni di famiglie senza difese dal caldo

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La crescente difficoltà delle famiglie italiane di proteggersi dal caldo estivo si intreccia con la povertà energetica, che limita l’accesso a condizioni abitative adeguate durante le ondate di calore. Secondo Legambiente, in Italia 2,4 milioni di famiglie, pari al 9,1% della popolazione, vivono questa condizione, concentrata soprattutto nelle periferie urbane caratterizzate da edifici datati, carenza di verde e servizi insufficienti. Il fenomeno, rileva l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, riguarda ormai anche il raffrescamento estivo oltre al riscaldamento invernale. Tra il 25 maggio e il 21 giugno sono stati emessi 21 bollettini di allerta caldo in diverse città.

Scorie nucleari, la Tuscia si mobilita contro la costruzione del nuovo deposito

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Il ritorno del nucleare nell’agenda politica nazionale riaccende una questione che l’Italia non è mai riuscita a risolvere definitivamente: dove collocare il Deposito Nazionale destinato ad accogliere i rifiuti radioattivi prodotti dal Paese. Un tema che, mentre il Parlamento discute il futuro dell’energia atomica, continua a generare forti tensioni nei territori individuati come possibili sedi dell’impianto. Tra questi, la Tuscia resta il principale fronte della contestazione. La mobilitazione, che gode del consenso di decine di amministrazioni comunali, è arrivata nei giorni scorsi fino al cuore di Roma, allo scopo di portare l’attenzione delle istituzioni su di un problema che riguarda non solo la provincia di Viterbo, ma la nazione intera.

Un battello ha attraversato il Tevere con a bordo amministratori locali, rappresentanti di associazioni e cittadini, accompagnati da bandiere e ombrelli gialli con il simbolo del nucleare e da striscioni con la scritta “No scorie nella Tuscia“. Sullo sfondo di Castel Sant’Angelo, la manifestazione ha voluto trasformare una vertenza territoriale in una questione di interesse nazionale, richiamando l’attenzione di Roma su una scelta che, secondo i promotori, potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini della provincia di Viterbo. La protesta nasce dall’elevata concentrazione di aree candidate nel territorio viterbese. Nella Carta nazionale delle aree idonee figurano infatti 51 siti potenzialmente compatibili con la realizzazione del Deposito Nazionale e ben 21 di questi si trovano nella sola provincia di Viterbo, pari a oltre il 40 per cento del totale. Una percentuale che da anni alimenta interrogativi e opposizioni da parte di amministrazioni locali, associazioni ambientaliste, comitati civici e cittadini. Secondo il progetto, il Deposito Nazionale dovrebbe ospitare, anche se in teoria non più in un singolo sito come inizialmente previsto, circa 95 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, compresi circa 18 mila metri cubi di scorie. Di questi, circa la metà sarebbero riconducibili alla produzione energetica delle vecchie centrali nucleari italiane. Per i comitati si tratterebbe di una struttura incompatibile con un territorio caratterizzato da produzioni agricole di qualità, importanti aree naturali, siti archeologici e fragilità idrogeologiche. Contestazioni che, negli ultimi quattro anni, hanno dato vita a una mobilitazione capillare, culminata in grandi manifestazioni pubbliche e in una serie di osservazioni tecniche presentate alle istituzioni. I promotori contestano in particolare i criteri utilizzati per l’individuazione delle aree idonee, sostenendo che non siano stati adeguatamente considerati elementi quali la presenza di corsi d’acqua, sorgenti, falde superficiali, centri abitati e peculiarità ambientali e socioeconomiche del territorio. Tra le preoccupazioni espresse figura anche il possibile impatto sulle risorse idriche collegate al bacino del Tevere, motivo per cui la manifestazione romana ha assunto un forte valore simbolico.

La mobilitazione gode inoltre di un ampio sostegno istituzionale. Oltre cinquanta amministrazioni comunali della provincia hanno espresso la loro contrarietà al progetto. Già nel 2024 circa 2.500 persone avevano partecipato alla marcia “Tuscia in Movimento”, alla quale avevano aderito sessanta sindaci, rappresentanti della Provincia di Viterbo, consiglieri regionali, parlamentari, associazioni e comitati. Anche il Consiglio regionale del Lazio, il Comune di Roma e la Città metropolitana si sono schierati contro l’ipotesi di localizzare il deposito nella Tuscia. La protesta si inserisce in un quadro nazionale più ampio. Con l’approvazione alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare, il governo ha avviato il percorso che potrebbe riportare l’energia atomica nel mix energetico italiano. Il provvedimento, ora all’esame del Senato, affida all’esecutivo il compito di definire entro dodici mesi le regole per lo sviluppo del cosiddetto nucleare di nuova generazione, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor (SMR) e agli Advanced Modular Reactor (AMR). Si tratta di tecnologie che, secondo il governo, potrebbero contribuire alla decarbonizzazione e alla sicurezza energetica del Paese. Tuttavia, gli stessi tempi indicati dall’esecutivo collocano l’eventuale entrata in funzione dei nuovi impianti non prima del 2034-2035. Inoltre, molte delle soluzioni tecnologiche proposte risultano ancora in fase di sviluppo e non sono disponibili su scala commerciale.

Al di là del dibattito sul ritorno dell’atomo, resta aperta la questione delle scorie radioattive già esistenti. A quasi quarant’anni dalla chiusura delle centrali nucleari italiane e a quindici anni dal referendum del 2011 che confermò il no degli italiani al nucleare, il Paese non ha ancora individuato in via definitiva il sito destinato a ospitare le scorie prodotte decenni fa mentre si pensa al ritorno del nucleare che, in ogni caso, ne produrrà di nuove. Negli anni l’Italia ha sostenuto costi significativi per il trattamento all’estero di parte dei rifiuti radioattivi, affidandone la gestione a impianti in Francia e nel Regno Unito. Il loro progressivo rientro rende ancora più urgente la definizione di una soluzione nazionale. Proprio per accelerare il processo, il decreto Energia ha introdotto la possibilità per i Comuni di autocandidarsi a ospitare il deposito, anche se non inseriti nelle aree inizialmente individuate. Mentre il confronto politico sul nucleare torna al centro dell’agenda nazionale, la vicenda della Tuscia dimostra come il nodo del deposito resti uno dei passaggi più delicati dell’intera strategia energetica italiana. Una questione che intreccia sicurezza, ambiente, sviluppo economico e consenso sociale, e che continua a incontrare una forte resistenza nei territori chiamati a ospitare una delle infrastrutture più controverse del Paese.