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“Pax Silica”: il controverso accordo che rende l’UE un protettorato tecnologico USA

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Pochi giorni fa l’UE ha aderito formalmente alla “Pax Silica”, la nuova alleanza tecnologica e geopolitica a guida statunitense che rappresenta l’iniziativa chiave del Dipartimento di Stato USA per quanto riguarda l’intelligenza artificiale (IA) e la sicurezza della catena di approvvigionamento. L’obiettivo principale del progetto è ridurre la dipendenza da altre nazioni che non rientrano nella sfera di influenza statunitense, in particolare dalla Cina, incoraggiando collaborazioni concrete tra i Paesi partner e blindando allo stesso tempo la filiera dell’AI, dei semiconduttori avanzati e dei minerali critici. Nella dichiarazione della Pax Silica si legge che l’iniziativa è volta a «promuovere un nuovo consenso sulla sicurezza economica tra alleati e partner fidati». Tuttavia, il rischio per l’UE è quello di perdere la possibilità di sviluppare una sua sovranità tecnologica, entrando in un sistema di dipendenza che prevede di ristrutturare le catene di approvvigionamento a favore di Washington in cambio dell’accesso all’ecosistema tecnologico statunitense.

L’iniziativa era stata lanciata dal Dipartimento di Stato americano nel dicembre 2025 per mettere in sicurezza le catene di fornitura dell’intelligenza artificiale: il suo principale architetto è Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato per la crescita economica, l’energia e l’ambiente, il quale durante il secondo summit a Washington ha annunciato l’ingresso nella coalizione di Germania, Paesi Bassi, Cile, Costa Rica, Grecia, Kazakistan, Panama, Argentina e l’Unione Europea che si aggiungono a Giappone, Corea del Sud, Singapore, Regno Unito, Australia, Israele, Paesi Bassi, Finlandia, India, Norvegia, Qatar, Singapore, Svezia, Filippine e Emirati Arabi Uniti. Il nome dell’iniziativa è in sé una dichiarazione d’intenti: evoca, infatti, la Pax Romana e la Pax Americana, ossia un ordine garantito – in questo caso – dall’egemonia di chi controlla le risorse strategiche: nel caso dell’IA la risorsa fondamentale è rappresentata proprio dal silicio.

La Pax Silica non è, tuttavia, un trattato vincolante, bensì un atto politico che risponde al modello della coalition of capabilities (coalizione di capacità). Ogni Paese, infatti, è chiamato a portare un asset specifico ricevendo in cambio accesso all’insieme delle tecnologie impiegate per costruire un progetto tecnologico. Fino ad ora, oltre all’UE come istituzione collettiva, hanno aderito all’iniziativa a titolo individuale tre Paesi europei: Paesi Bassi, Germania e Grecia. A riguardo, il promotore principale dell’iniziativa, Helberg, ha sottolineato che la Germania è «l’officina d’Europa, il motore della sua industria», mentre la Grecia offre «porti strategici, una delle flotte mercantili più potenti mai solcate, una nazione situata al crocevia di tre continenti e determinata a proteggerlo». Riguardo ai fondi, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato che intende, in collaborazione con il Congresso, stanziare 250 milioni di dollari di fondi per l’assistenza estera a favore di questa iniziativa.

Nonostante lo scorso 3 giugno l’UE abbia annunciato il pacchetto di sovranità tecnologica più ambizioso mai proposto, con l’intento di ridurre la dipendenza da fornitori extra-europei lungo l’intera filiera, la recente adesione alla Pax Silica la espone a rischi che vanno nella direzione contraria. Lo stesso Jacob Helberg, del resto, dopo aver affermato che l’espressione «sovranità tecnologica» evoca l’idea dell’indipendenza e la «dignità dell’autogoverno», ha asserito che si tratta di  «una visione seducente. Ma è anche retrograda e controproducente». E per questo, la Pax Silica non prevede l’autonomia tecnologica delle singole nazioni, bensì uno scambio continuo di conoscenze, infrastrutture e apparecchiature tra alleati, contribuendo a quella che Helberg ha definito «sovranità dell’innovazione». Questo scambio di conoscenze, materiali critici e tecnologie non solo converge verso gli interessi americani nel cercare di arrivare primi alla corsa per l’IA, ma rappresenta un’altra strategia per controllare geopoliticamente i cosiddetti alleati, efficace almeno quanto quella del gas e delle risorse energetiche in generale.

Per quanto riguarda l’Italia, Armando Varricchio – ambasciatore e inviato speciale della Farnesina per le tecnologie – ha affermato che il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e il Segretario di Stato americano Marco Rubio firmeranno un protocollo d’intesa «alla prima occasione utile», nonostante le forti tensioni che si sono registrate recentemente tra USA e Italia. L’unica nazione europea a esprimere contrarietà all’iniziativa è stata la Francia che ha parlato di tentativo di colonizzare l’Europa e sabotare la sovranità tecnologica del continente.

La Corea del Sud addestrerà 500mila soldati all’uso di droni

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Il ministro della Difesa sudcoreano ha annunciato che le forze armate del Paese avvieranno un programma di addestramento all’uso di droni che coinvolgerà un totale di 500mila soldati. Le esercitazioni coinvolgeranno tanto soldati di terra quanto membri della marina e dell’aviazione. La decisione, spiega il ministro, arriva davanti agli scenari di guerra contemporanea, e precisamente a quelli ucraino e iraniano, dove l’uso di droni si è dimostrato di rilevanza strategica nella conduzione di una campagna militare.

La mercificazione del tempo libero: come la società contemporanea ci ha rubato gli hobby

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Dipingere per il gusto di farlo. Iscriversi ad un corso di ceramica per passare il tempo e svuotare la mente. Divertirsi a cucinare solo per piacere. Avere un hobby, nel vero senso del termine, al giorno d’oggi è diventato sempre più raro: nel momento in cui pratichi un’attività ludica e ricreativa non manca mai la condivisione sui social, l’amico che incalza sulla possibilità di monetizzare, l’idea che quella nuova passione possa diventare un prodotto con il quale guadagnare. Siamo arrivati al punto in cui ogni ora libera che non genera valore sembra un’ora sprecata. Non è una sensazione isolata ma un fenomeno diffuso al quale hanno dato un nome, Commodification of Leisure, mercificazione del tempo libero.

Le origini del fenomeno

Nonostante le retribuzioni siano cresciute in media del 3,5% uno dei fattori della mercificazione del tempo libero è l’insufficienza dello stipendio medio

Per capire l’evoluzione del fenomeno, che si è consolidato nel giro degli ultimi dieci anni, bisogna prendere in considerazione alcuni fattori che hanno influito nella vita delle persone. Il primo, e forse il più preoccupante, è l’insufficienza dello stipendio medio: non basta più! Quello che un dipendente guadagna, a fronte dell’aumento del costo della vita (dalla spesa alla benzina, dal rincaro degli affitti fino alle bollette), copre appena le spese, con poco margine per piccoli extra. In Italia, secondo un’analisi recente, si stima che nel 2024 le retribuzioni siano cresciute in media del 3,5%, con i salari reali in aumento del 2,4% dopo l’inflazione; e comunque rimangono tra i più bassi in Europa. Ma anche nel resto del mondo non se la passano bene. Pensare di monetizzare in qualche altro modo, magari proprio con quegli hobby che piacciono tanto, è un’idea comune e non troppo isolata. 

Qui entra in gioco un altro concetto, quello della Hustle Culture, pensiero contemporaneo secondo il quale il valore di un individuo si misura sulla sua produttività 24 ore su 24. Qui siamo ben oltre il “chi si ferma è perduto”, qui chi non produce non vale niente, il che ha un impatto decisamente diverso sulla psiche, andando a intaccare autostima e valore personale. Il fenomeno si è rafforzato con la cultura delle startup, il lavoro digitale e i social network (altro tema di notevole impatto) dove l’esposizione di impegno e risultati diventa identità e merito sociale. Il termine è collegato anche a narrazioni diffuse che esaltano l’idea che chiunque “ce la possa fare” se lavora sempre di più, indipendentemente dal contesto personale o dalle condizioni di partenza. L’esposizione costante ai successi altrui sui social media, ai quali siamo esposti quotidianamente, genera confronto, ansia da prestazione e paura di rimanere indietro; e, allo stesso tempo, l’idea che se lo fanno gli altri (e ci riescono) posso farlo anche io. Un circolo viziatissimo che spesso provoca senso di colpa per il riposo e normali pause, e può peggiorare ansia e insonnia quando la connessione digitale impedisce una disconnessione reale.

Solo lavoro

A tutto ciò si aggiunge che spesso il proprio lavoro non è così gratificante, buono per portare a casa lo stipendio ma senza grandi soddisfazioni. Perché, allora, non trasformare quella passione che ci fa sentire bene e realizzate, in un secondo lavoro? Assecondati dal detto “fai della tua passione in tuo lavoro e non lavorerai un giorno della tua vita”, la fregatura è dietro l’angolo e quello spazio di libertà in cui respirare dedicandosi ad un hobby diventa un altro lavoro, fatto di metriche, scadenze, liste da depennare e pensieri a cui dare forma. 

Così, alle settimane lavorative medie di quaranta ore, se ne aggiungono almeno altre venti da dedicare all’ “altro lavoro”, con l’effetto collaterale di non riuscire mai veramente a staccare la spina. Oltre al fatto di essere costantemente stanchi, non riuscire ad impostare una routine e dover fissare sull’agenda gli appuntamenti per vedere gli amici. Il paradosso è che per cercare un po’ di libertà, ci siamo costruiti un ulteriore gabbia intorno, con a capo se stessi!

Il rischio di tutto questo meccanismo è che la passione, senza nemmeno accorgersene, porti ad un burnout. Le scadenze pressano, la creatività sbiadisce a favore dei numeri, dei like e delle vendite, tanto che non importa più quello che si produce: l’importante è che funzioni e che monetizzi. Le giornate diventano un unico, gigantesco orologio fatto di ore scandite da lavoro e produttività dove ogni minuto passato sdraiato sul divano è percepito come uno spreco, un fallimento, ore perse quando potrebbero essere impiegate in modo utile. Ma chi guadagna davvero da questo autosfruttamento?

Una popolazione china a testa bassa sul lavoro è funzionale prima di tutto alle aziende, che non si sentono in colpa per gli stipendi miseri che offrono e, anzi, in qualche modo sono giustificati: tanto arrotondi con il tuo progetto personale. Dall’altra parte le piattaforme come Etsy, Tik Tok, Substack & Co., monetizzano con il tuo lavoro, con i tuoi prodotti e con i tuoi contenuti, ingigantendo le loro tasche a dismisura, comodamente. 

In tutto ciò il sistema approfitta dei suoi cittadini che, stanchi ed esausti, non hanno le forze fisiche e mentali per mettere in discussione niente (figuriamoci scendere in piazza o perdere dell’altro tempo ad organizzare proteste o azioni legali)! E mentre noi lottiamo per diventare imprenditori di noi stessi – ma contemporaneamente dipendenti – dall’alto guardano con un ghigno beffardo un esercito di esseri umani consumati dalla produttività-non-stop. Il sistema e la narrazione sono stati costruiti a regola d’arte.

La via di fuga

In una realtà ossessionata dal valore economico del tempo, dedicarsi a cose inutili è una scelta controcorrente. Un diritto, quello del puro ozio: non fare, dedicarsi ad un hobby che non preveda un ritorno economico e che non sia a favore di instagram. Sprecare tempo su qualcosa che non diventerà mai un business. Cucinare senza riprendere i processi. Scrivere e bruciare i fogli nel camino. Dipingere e non postare. Cucire per il piacere di indossare un vestito fatto con le proprie mani senza per forza dover avviare una produzione. Riscoprire il piacere e la gioia di fare quella cosa che amavi, solo per amore. Riuscire a svuotare davvero la mente e recuperare energie è fondamentale per rimanere lucidi, vivi, sani ed attenti. In un sistema che pretende rendimento da ogni attimo, non essere “utile” è resistere.

Russia: droni ucraini colpiscono un impianto industriale

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L’Ucraina ha scagliato un massiccio attacco con droni contro regione di russa Tula. A dare la notizia sono le autorità locali, che riferiscono che un impianto industriale a Novomoskovsk, e una linea di trasmissione elettrica avrebbero subito danni; è stata inoltre ferita una donna che si trovava nella sua abitazione in una località del distretto di Shchyokino. Non è noto esattamente quale impianto sia stato colpito, ma diversi media internazionali lo identificano con la fabbrica chimica di Azot, che secondo il presidente ucraino Zelensky svolgerebbe un ruolo cruciale per la produzione russa di esplosivi.

Come trasformare un Paese ricco di petrolio in uno Stato dipendente dagli aiuti

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Immagina di vivere con un solo stipendio. Nessun risparmio, nessun secondo lavoro, nessuna sicurezza. Finché lo stipendio arriva, tutto sembra funzionare: paghi affitto, bollette, spesa. Ma basta perdere quell’unica entrata e improvvisamente non riesci più a fare nulla. Il Sud Sudan è stato costruito esattamente così, e la cosa più assurda è che non stiamo parlando di un Paese senza risorse: sotto il suo territorio ci sono enormi riserve di petrolio. Per capire come sia possibile basta seguire una strategia pratica per trasformare un Paese potenzialmente ricco in uno Stato incapace di sostenersi da solo. 

Dipendere da una sola ricchezza 

Dopo l’indipendenza del 2011, il petrolio avrebbe dovuto trasformare il Sud Sudan in uno degli Stati più ricchi della regione. Invece è diventato quasi l’unico pilastro dell’economia. E quando un Paese vive di una sola entrata succede sempre la stessa cosa: smette lentamente di costruire alternative. L’agricoltura resta debole, l’industria non nasce, il sistema scolastico non forma abbastanza professionisti e l’economia intera diventa dipendente da qualcosa che non controlla davvero. 

Nelle mani di qualcun altro 

Il Sud Sudan produce petrolio, ma non ha accesso al mare. Per esportarlo deve utilizzare oleodotti che attraversano il Sudan fino al Mar Rosso. Tradotto: è come ricevere lo stipendio su un conto corrente intestato a un’altra persona. Finché quella persona collabora il sistema regge, ma basta una crisi e improvvisamente non controlli più nulla. Ed è esattamente quello che è successo con la guerra esplosa in Sudan nel 2023. Gli scontri hanno colpito oleodotti e infrastrutture energetiche: le esportazioni del Sud Sudan sono diminuite drasticamente e nel giro di pochi mesi il governo ha perso gran parte delle proprie entrate. A quel punto il problema non resta nei palazzi politici, ma arriva direttamente nella vita quotidiana delle persone: maestri, dottori, ingegneri, impiegati smettono di essere pagati; il prezzo del cibo aumenta e i blackout diventano continui. 

Sostituire lentamente lo Stato con gli aiuti 

Persone con taniche in attesa di acqua. Juba, Sud Sudan

Quando uno Stato non riesce più a garantire servizi essenziali, qualcuno inevitabilmente prende il suo posto ed è qui che entra il sistema umanitario. Nel Sud Sudan gli aiuti internazionali non servono più soltanto per affrontare emergenze temporanee, in molte zone sono diventati il sistema stesso. ONG e organizzazioni internazionali distribuiscono cibo, sostengono ospedali, finanziano scuole e garantiscono servizi che lo Stato non riesce più a fornire. Il problema è che quando questa situazione dura anni, l’emergenza smette di essere temporanea e diventa strutturale. È la permanent emergency: una crisi continua che non viene davvero risolta ma semplicemente gestita. A Juba il contrasto è evidente. Da una parte ci sono quartieri senza elettricità stabile, ospedali vuoti e scuole sovraffollate. Dall’altra ci sono compound internazionali protetti, convogli logistici e un’intera economia che vive attorno all’emergenza. E col tempo succede qualcosa di pericoloso: il sistema si abitua alla crisi, e la crisi diventa il motivo per cui si evita il collasso totale, ma non si può costruire abbastanza lavoro, industrie o istituzioni capaci di rendere il Paese indipendente. 

Lasciare crollare scuola ed economia 

A questo punto il danno più grave diventa inevitabile: il futuro smette di essere costruito. Oggi più della metà dei bambini sud-sudanesi non frequenta regolarmente le lezioni. Molti edifici scolastici sono stati distrutti o trasformati in rifugi per sfollati, mentre gli insegnanti spesso lavorano senza stipendio. Ma il problema non riguarda soltanto l’istruzione, riguarda il futuro economico del Paese. Perché senza scuole non formi medici, tecnici, ingegneri o imprenditori. E senza queste figure non costruisci ospedali funzionanti, reti elettriche, aziende o servizi pubblici efficienti. È un circolo vizioso: senza economia non investi nella scuola, senza scuola non crei competenze, senza competenze l’economia non cresce mai davvero. Nel frattempo le famiglie cercano semplicemente di sopravvivere. Molti bambini lavorano nei mercati invece di studiare, mentre per tanti adolescenti entrare in un gruppo armato diventa una delle poche possibilità di avere soldi, cibo o protezione. Ed è qui che si capisce il vero problema del Sud Sudan: il Paese non è povero perché non ha risorse, ma perché è stato costruito attorno alla dipendenza. Dal petrolio, dagli aiuti internazionali e da un’emergenza continua che impedisce la nascita di uno Stato davvero indipendente.

Nave colpita sullo Stretto di Hormuz: l’ONU interrompe la missione

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L’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite ha sospeso le operazioni di scorta alle navi attraverso lo Stretto di Hormuz dopo che un’imbarcazione ha segnalato di avere ricevuto un attacco da oggetti non identificati. La conferma dell’attacco è arrivata stamattina da Evergreen Marine compagnia taiwanese, proprietaria della nave, che ha spiegato che la nave sarebbe stata colpita mentre seguiva una rotta raccomandata dall’agenzia navale britannica UKMTO. L’agenzia di stampa internazionale Reuters riporta la testimonianza di due ufficiali statunitensi, che hanno accusato l’Iran dell’attacco; le autorità di Teheran non hanno rilasciato commenti sulla vicenda.

Strage di Viareggio, confermate le condanne: l’ex ad delle Ferrovie andrà in carcere

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Dopo diciassette anni dal disastro ferroviario di Viareggio, è arrivata la sentenza definitiva: undici condanne per disastro ferroviario colposo, a cui si aggiunge, per l’ex amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana e Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, quella per incendio. La sentenza, emessa dalla Corte di Cassazione, conferma le condanne decise nel terzo processo d’appello e condanna lo stesso Moretti a cinque anni di reclusione. La strage di Viareggio avvenne la sera del 29 giugno 2009, quando un treno merci carico di gas di petrolio liquefatto deragliò poco dopo aver superato la stazione dell’omonima cittadina toscana, causando la fuoriuscita del gas e provocando un’esplosione che coinvolse tre palazzine della zona. Il bilancio fu di 32 morti e un centinaio di feriti.

La sentenza della Corte di Cassazione arriva dopo dodici anni e mezzo dall’inizio del processo, avviato in primo grado presso il tribunale di Lucca. Il percorso giudiziario è stato lungo e ha visto parte delle accuse cadere in prescrizione, come nel caso del reato di omicidio colposo plurimo, del quale erano accusati tutti gli imputati. Non è la prima volta che la Cassazione si esprime sul caso: nonostante costituisca l’ultimo grado di giudizio, i fascicoli sulla strage di Viareggio sono già passati al vaglio della Corte nel 2024. All’epoca, i giudici avevano confermato la responsabilità penale degli imputati, ma disposto un nuovo processo d’appello per rideterminare le pene e applicare eventuali attenuanti generiche. Nel maggio 2025, il terzo processo d’appello ha stabilito le pene confermate ieri, 25 giugno, dalla Cassazione.

Con la sentenza definitiva, Moretti andrà in carcere. Lo ha confermato anche l’avvocata dell’ex dirigente, che ha affermato che il proprio assistito si costituirà. Oltre a Moretti, sono stati condannati dieci tecnici e amministratori delle società coinvolte nelle attività di gestione e manutenzione del treno che deragliò la sera del 29 giugno di diciassette anni fa. Si tratta dell’ex amministratore delegato di RFI Michele Mario Elia, condannato a 4 anni, 2 mesi e 20 giorni; di Mario Paolo Pizzadini, manager di Cima Riparazioni, azienda a cui era affidata parte della manutenzione del carro cisterna, condannato a 2 anni, 10 mesi e 20 giorni; del responsabile tecnico della stessa azienda Daniele Gobbi Frattini, che ha ricevuto la medesima condanna del collega; di Mario Castaldo, ex direttore della divisione Cargo Chemical, società incaricata della gestione del trasporto ferroviario del GPL, a cui sono stati imposti a 4 anni; e di dirigenti tecnici e operai di Jungenthal, azienda incaricata di altre operazioni di manutenzione del carro cisterna deragliato.

La rete invisibile che nutre il pianeta: ecco la prima mappa mondiale dei funghi

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prima mappa funghi sotterranei

Per la prima volta gli scienziati sono riusciti a disegnare una mappa globale di una delle infrastrutture più importanti e meno conosciute del pianeta. Si trova sotto i nostri piedi, è quasi invisibile e collega gran parte delle piante terrestri. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, questa rete sotterranea formata da funghi si estende per circa 110 quadrilioni di chilometri e possiede una biomassa equivalente a quattro-sei volte quella di tutti gli esseri umani messi insieme. Comprendere dove si trova e come funziona è importante perché da essa dipendono la fertilità dei s...

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Nella foresta di Sherwood è morta la leggendaria quercia di Robin Hood

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quercia Sherwood Robin Hood

Aveva tra i 1000 e i 1200 anni e non ha prodotto nuove foglie questa primavera: per la Royal Society for the Protection of Birds (RSPB), che da decenni la monitora, è la prova che per la Major Oak non ci sia più nulla da fare. La quercia, che si trova nel cuore del Nottinghamshire, è da secoli associata alla leggenda di Robin Hood: sotto le sue fronde si sarebbero riparati il fuorilegge e i suoi compagni, in lotta con il principe Giovanni.

Non è stata una causa unica a determinarne la fine. Gli esperti parlano di un cedimento lento, maturato negli anni: cinque estati consecutive di siccità intensa, culminate nel record di 40 gradi registrato nel Regno Unito nel luglio 2022, hanno messo sotto stress un apparato radicale già compromesso. A complicare la situazione hanno contribuito anche più di un secolo di interventi di sostegno strutturale e due secoli di passaggio di visitatori, che con il calpestio hanno compattato il terreno attorno al tronco, redendolo meno permeabile all’acqua. Né la recinzione installata negli anni Settanta né i sistemi di irrigazione più recenti sono bastati a invertire la tendenza. «Il fallimento dell’albero nel produrre foglie quest’anno è un colpo al cuore per tutti», ha dichiarato Hollie Drake della RSPB, responsabile del sito.

Nelle settimane successive all’annuncio, centinaia di persone si sono presentate sul posto per un ultimo saluto. C’è chi è arrivato da contee lontane solo per vederla un’ultima volta, chi invece torna dopo cinquant’anni di assenza. Tra i commenti raccolti dalla stampa locale, qualcuno racconta di essersi arrampicato all’interno del tronco cavo da bambino, quando non era ancora protetta da nessuna barriera; altri parlano di domeniche di passeggiate in famiglia, di gite scolastiche, di un legame che si tramanda da generazioni.

Sotto i suoi rami sono passati secoli di storia, ben prima che esistesse l’Inghilterra come la conosciamo oggi. Il nome Major Oak arriva solo nel 1790, da un libro dello storico locale Hayman Rooke, ma l’albero esisteva già da almeno 3 secoli quando le prime leggende su Robin Hood iniziarono a circolare nel Trecento. Le querce della foresta hanno fornito il legname per le navi della Royal Navy dell’ammiraglio Nelson e per le travi del tetto della cattedrale di Saint Paul a Londra. Nel frattempo, sotto il suo sguardo vigile e silenzioso, l’umanità ha attraversato la peste nera, le guerre di religione, la rivoluzione industriale, due conflitti mondiali e l’arrivo di internet e dell’Intelligenza Artificiale.

Il tronco, con i suoi 11 metri di circonferenza e una chioma che si estendeva per 28 metri, resterà al suo posto. La RSPB ha scelto di non rimuoverlo: continuerà a sostenere l’ecosistema del bosco come legno morto, habitat per insetti e piccoli animali. Secondo Chloe Ryder, altra responsabile delle proprietà RSPB a Sherwood, con le cure adeguate il tronco potrebbe restare in piedi «per decenni, anche secoli». Da anni, peraltro, vengono raccolte ghiande e talee dalla quercia di Sherwood per propagarne il patrimonio genetico. Già nel 2003 nel Dorset fu avviata una piantagione di oltre 250 esemplari nati dalle sue ghiande, anche a scopo di studio scientifico. Altri discendenti sono stati donati a parchi della stessa contea, come quello piantato ad Abbey Park, nel Nottinghamshire, con la partecipazione di una scuola elementare locale, mentre uno dei più noti cresce a Winfield House, a Londra, nella residenza dell’ambasciatore statunitense nel Regno Unito. La storia della quercia, insomma, non si chiude con la morte dell’esemplare originario.

USA, Corte Suprema apre alla revoca delle tutele per migranti haitiani e siriani

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La Corte Suprema USA ha autorizzato l’amministrazione Trump a procedere con la revoca del Temporary Protected Status (TPS) per oltre 356mila immigrati provenienti da Haiti e Siria. Con una decisione presa a maggioranza di 6 voti contro 3, i giudici hanno annullato le precedenti sospensioni imposte da tribunali federali di New York e Washington. Il TPS consente ai cittadini di Paesi colpiti da guerre, disastri naturali o gravi crisi di vivere e lavorare legalmente negli Usa fino a quando il rientro non sia considerato sicuro. La protezione era stata concessa agli haitiani dopo il terremoto del 2010 e ai siriani dopo lo scoppio della guerra civile nel 2012.