Le autorità cinesi hanno confermato la morte del pilota di un piccolo aereo schiantatosi contro la Citic Tower (China Zun) a Pechino, secondo il South China Morning Post. Il velivolo, partito da Shifosi, ha urtato il grattacielo intorno alle 18.00 locali e poi è precipitato al suolo. Il pilota, unico occupante, è morto nell’impatto, mentre tredici feriti sono stati curati e dimessi. Le autorità parlano di volo di addestramento e hanno avviato indagini, escludendo altri aeromobili coinvolti. Dispiegati soccorsi nel CBD; iniziale mancanza di informazioni ufficiali, poi primo rapporto dettagliato.
Un’arte del vivere
Non dovremmo utilizzare le disavventure della vita per rafforzare una nostra filosofia. Ma può capitare. E allora sarà inevitabile elaborare due teorie: una è quella del “dove”, del luogo in cui ci troviamo e di quello in cui ci vorremmo trovare. Anche in modo virtuale, progettuale. L’altra teoria è quella dell’amicizia: un’amicizia come sentimento più della scoperta che della conferma. Le disavventure, tipicamente, comportano nuovi percorsi, e dunque è possibile imbattersi in sentimenti di condivisione inaspettati. E ciò vale anche per rivalutare i rapporti esistenti mediante la fantasia, la creazione di orizzonti nuovi.
Sembra che stia parlando dell’amore, e invece mi riferisco a un libro, a una serie di libri che sostengono, come compagni fedeli, il riprendersi di un fare programmatico: potrebbe trattarsi di una lunga passeggiata o di un vero e proprio viaggio.
Una delle mie guide consiste nel diario di viaggio di John Steinbeck – Travels with Charley. In Search of America, libro pubblicato nel 1962 e riferito a un itinerario negli States nel settembre 1960 – con il suo camper attrezzato, il suo barboncino e, per un breve periodo, con la moglie che lo raggiunse mentre si trovava a Chicago. Un viaggio che nella realtà non corrispose esattamente a quanto narrato ma che vale soprattutto per l’immersione in un contesto storico, nel gusto originario della gente degli USA ad andare, andare non importa dove, a fare qualcosa di diverso. Quella America della deep country, oramai tanto lontana, che si fa veramente fatica a non amare. E che Steinbeck, da vero scrittore camperista, intercetta nelle voci, nei mestieri, nei racconti delle persone con cui si imbatte. Splendido l’incontro col cacciatore di alci in una strada della foresta del Maine o quello con Miss Brace e i gatti, secondo la propensione tipica di Steinbeck a cogliere negli animali un valore mitologico.
Come scrisse Edgar Lee Master nell’epitaffio di George Gray (Antologia di Spoon River): «E adesso so che bisogna alzare le vele / e prendere i venti del destino, / dovunque spingano la barca… / una barca che anela al mare eppure lo teme».
L’andare è dunque terapeutico, fa parte di una continua rifondazione della propria vita. In una concezione romantica, soprattutto nella letteratura tedesca, il viandante è come se si raccontasse una favola che poi si può avverare, magari diventando lui garzone in un magico giardino (J. Von Eichendorff, 1823); concezione che nel mondo antico ha il suo corrispettivo nelle vicende di pellegrini e anacoreti, dove sono la lontananza, il cammino e la preghiera a scandire il tempo e ad abitare un sacro immaginario.
All’opposto il girovagare senza meta in città, la flânerie come dicono i francesi, mette in evidenza non tanto una meta quanto piuttosto le vibrazioni del camminare, tanto che, come scrive Pierre Sansot (in Passeggiate, Pratiche editrice), ogni città possiede un proprio ritmo che va scoperto per armonizzare percezioni e spostamenti, anche o soprattutto per le strade che non portano da nessuna parte. La strada allora come uso eccellente della lentezza. E della sorpresa, perché l’arte della vita, in questo caso non consiste nell’andare a cercare, ma nel trovare, nell’intercettare sensazioni, diventando amici transitori di attimi fuggenti, quegli stessi piccoli balzi della mente che ci preparano a ricostituire i nostri nuovi orizzonti.
Esiste dunque una vera e propria filosofia dello spostarsi che si può concretare nel nomadismo dove incontriamo nostre identità perdute, magari abitando paesaggi sconosciuti, e dove è necessario distinguere il superfluo dal necessario, se ci avventuriamo in lunghi viaggi, ad esempio in camper, perché è totalmente sbagliato preventivare tutto ciò che potrà servirti, perché tanto tu ami l’imprevisto e vuoi uscire dagli schemi predisposti, disobbedendo alle logiche dell’efficienza.
«Camminare è una conversione, una chiamata. Si cammina anche per dare un taglio e sradicarsi: farla finita con lo strepito del mondo, l’accumulo dei lavori, il logorio. E niente di meglio, per dimenticare, per non essere più qui… della sconfinata monotonia dei sentieri boschivi. Camminare, distaccarsi, partire, lasciare» (F. Gros, Andare a piedi, Garzanti 2013).
Il Burkina Faso interrompe le relazioni diplomatiche con la Francia
Il Burkina Faso ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia, formalizzando una crisi maturata negli ultimi anni tra tensioni su sicurezza, sovranità e presunte ingerenze dell’ex potenza coloniale. La decisione, in vigore dal 26 giugno dopo una revisione dei rapporti bilaterali, è stata comunicata dal ministro delle Comunicazioni Gilbert Ouedraogo, che ha accusato Parigi di sostenere reti sovversive e gruppi terroristici. La Francia, già in passato, ha respinto tali accuse. Il Burkina Faso è impegnato da oltre un decennio nella lotta contro l’insurrezione jihadista, che ha provocato migliaia di vittime e milioni di sfollati.
Gli USA attaccano l’Iran, mentre in Libano esplodono le proteste per l’accordo con Israele
Nella serata di ieri, gli Stati Uniti hanno nuovamente attaccato l’Iran, prendendo di mira depositi di missili e munizioni nel Paese. L’azione, spiega il CENTCOM (il Comando centrale delle forze armate USA) ha fatto seguito all’attacco contro una nave mercantile che, nelle ore precedenti, aveva attraversato lo Stretto di Hormuz. Le due parti si sono accusate reciprocamente della violazione del cessate il fuoco, le prime avvenute dopo la firma del memorandum d’intesa che dovrebbe gettare le basi per una pace più duratura, i cui termini stanno venendo discussi in queste settimane. In risposta ai bombardamenti israeliani, l’Iran ha attaccato alcune postazioni militari statunitensi. Nel frattempo, a Washington, le delegazioni statunitense, israeliana e libanese hanno firmato un accordo per la fine delle ostilità tra Hezbollah e Israele, senza che rappresentanti di Hezbollah fossero presenti (come già successo per gli accordi precedenti). L’accordo, che non prevede il ritiro delle truppe israeliane dalle zone occupate nel sud del Libano e che non sembra prevedere obblighi per Tel Aviv di non tornare ad attaccare in futuro, ha scatenato forti proteste in Libano.
Secondo il comunicato del CENTCOM, l’attacco statunitense avvenuto nella serata di venerdì 26 giugno ha fatto seguito ad un precedente attacco con droni lanciato il 25 giugno contro la nave mercantile M/V Ever Lovely, battente bandiera di Singapore, mentre questa stava attraversando lo Stretto di Hormuz. «L’aggressione ingiustificata contro la navigazione mercantile da parte delle forze iraniane ha chiaramente violato il cessate il fuoco. Inoltre, il comportamento pericoloso dell’Iran ha minato la libertà di navigazione, in un momento in cui i flussi commerciali attraversano sempre più spesso questo corridoio vitale per il commercio internazionale», ha scritto il CENTCOM, che riferisce di aver colpito depositi di missili e droni.
In merito all’attacco alla nave, i media iraniani riportano che «L’Iran ha ripetutamente dichiarato che la situazione nello Stretto di Hormuz non tornerà a com’era prima dell’attacco degli Stati Uniti all’Iran. Qualsiasi transito attraverso lo Stretto deve seguire le rotte annunciate dall’Iran; altrimenti, la sicurezza delle navi non può essere garantita». Le parti si sono vicendevolmente accusate di aver violato il cessate il fuoco: dal canto suo, Trump ha descritto gli attacchi iraniani (sono almeno quattro i doni lanciati, secondo il presidente) come una «grave violazione» degli accordi, mentre Ebrahim Azizi, capo della sicurezza nazionale presso il parlamento iraniano, ha accusato direttamente Trump di «non avere alcun impegno verso i principi della negoziazione o di un cessate il fuoco». In risposta agli attacchi di Washington, nelle prime ore di oggi il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha dichiarato di aver colpito alcuni obiettivi militari statunitensi nella regione, avvertendo che ulteriori aggressioni comporteranno una risposta più ampia. Si tratta delle prime azioni di questo genere da quando, lo scorso 17 giugno, USA e Iran hanno siglato un memorandum d’intesa il cui contenuto delinea una sconfitta pressochè totale per gli USA.
Nelle stesse ore, a Washington, USA, Libano e Israele hanno siglato un accordo trilaterale che ha il fine di «ripristinare la sovranità del Libano, disarmare Hezbollah e smantellarne l’infrastruttura terroristica, consentendo a Israele di tornare ai propri confini una volta eliminata la minaccia ai propri cittadini». L’accordo istituisce anche un Gruppo di coordinamento militare trilaterale per il Libano (MCG4L), facilitato dagli USA, che avrà il compito di mettere in pratica l’intesa. Secondo il comunicato del Dipartimento di Stato americano, «per il Libano, questo quadro d’intesa offre un percorso concreto per uscire da una crisi di lunga durata», mentre «per Israele, crea un percorso verificabile per eliminare la minaccia persistente al suo confine settentrionale». Gli USA hanno anche annunciato la loro intenzione di «potenziare le capacità e le risorse delle Forze Armate Libanesi (LAF)» affinchè possano «affermare in modo più efficace la propria sovranità su tutto il territorio libanese». A questo scopo, il Dipartimento della Guerra USA erogherà alle LAF 30 milioni di dollari, «al fine di sostenere la visione del Presidente per una pace duratura in Libano».
La notizia dell’accordo non è stata ricevuta bene in Libano, dove parte della popolazione è scesa in piazza nella capitale e in altre città in segno di protesta. Secondo quanto riferito dai media, la sede del governo libanese a Beirut è stata accerchiata da una folla che ha definito «umiliante» l’accordo, mentre a Tel Aviv non viene imposta alcuna condizione vincolante. Secondo alcuni media, i cittadini avrebbero bloccato l’accesso di alcune strade e incendiato pneumatici nella capitale, mentre in diverse città sono stati organizzati sit-in. La richiesta è che l’accordo venga annullato e che sia annullato qualsiasi contatto diplomatico con Israele.
Diga di Genova, caporalato nei cantieri: 8 arresti
Otto persone sono state arrestate dai carabinieri nell’ambito di un’indagine sullo sfruttamento dei lavoratori nel cantiere della nuova diga di Genova, progetto finanziato dal Pnrr. Gli indagati avrebbero costretto gli operai a restituire tra il 40% e il 60% dello stipendio e a sostenere spese per dispositivi di protezione e alloggi. Il giudice ha disposto anche il controllo giudiziario di due società, di Brescia e Genova, e il sequestro di 277 mila euro. L’inchiesta, nata da controlli nel porto di Vado Ligure, coinvolge inoltre altre cinque persone indagate a piede libero.
Droni Kamikaze a Modena: il mistero attorno alle società produttrici si infittisce
Il mistero attorno alla società che costruirà droni militari in collaborazione con gli inglesi di MGI engineering si infittisce. Proviamo a riassumere l’intricata vicenda ed i nuovi sviluppi: il 22 giugno scorso avevamo pubblicato un’inchiesta intitolata “A Modena un’azienda con un capitale di soli 10.000 euro produrrà droni kamikaze“, nella quale dimostravamo come una joint venture denominata MGI Italy avesse progettato di produrre droni armati nella città di Modena e, attraverso l’accesso alle visure camerali, divulgavamo la composizione della società stessa. L’imprenditore modenese Christian Storci, presidente del Consiglio di Amministrazione di Atlantic Fluid Tech (azienda metalmeccanica di San Cesario sul Panaro, Modena) e socio unico della piccola società immobiliare Rosstar, deteneva il 51% delle quote della società MGI Italy, proprio tramite Rosstar. Il 9% delle quote era in mano ad Alessandro Alletto, direttore operativo di Atlantic Fluid tech e il resto alla Vigilar Group, azienda privata milanese di sorveglianza e intelligence, che a settembre 2025 aveva annunciato una partnership con la multinazionale inglese MGI Engineering, proprio per la realizzazione dei droni militari Skyshark e Tigershark.
MGI Italy è stata fondata a maggio 2026, da Storci e Vigilar, con lo scopo ben preciso di realizzare droni civili e militari. Visto il diretto coinvolgimento di figure apicali della Atlantic Fluid Tech, nell’articolo ipotizzavamo dunque che gli stabilimenti di San Cesario sul Panaro potessero essere interessati alla produzione di tali droni. Dopo la pubblicazione del nostro articolo (e non prima, nonostante avessimo inviato una mail all’azienda modenese prima di pubblicare l’articolo), l’ufficio stampa della Atlantic Fluid Tech ci spiega che Christian Storci e Alessandro Alletto il 12 giugno avevano ceduto tutte le loro quote di MGI Italy a Vigilar Group e a Cattana Mauro (amministratore delegato di Vigilar).
Nonostante questo passaggio di proprietà non sia ancora visibile nelle visure pubbliche, l’azienda ci ha comunque fornito le prove del passaggio. In pratica ad oggi MGI Italy è al 100% di una società di investigatori privati milanesi, che non sanno assemblare nemmeno un’ala di un drone. È ovvio che si appoggeranno a qualche azienda specializzata per fabbricare materialmente i droni. Ma dove?
L’ubicazione di Modena, dopo il nostro articolo, viene parzialmente smentita. Eppure la notizia che Modena fosse stata scelta come sede produttiva per i nuovi droni, era stata data pubblicamente dallo stesso Michael Guascoyne, Ceo di MGI Engineering. Dichiarazioni riportate nell’intervista al Sole 24 ore del 4 giugno e ribadite nel profilo ufficiale di MGI Engineering su LinkedIn. Ma nessuno, almeno fino al 23 giugno, ha ritenuto di dover smentire le dichiarazioni di Guascoyne.
Solo dopo la pubblicazione del nostro articolo, il 23 giugno, Vigilar Group ha emanato un comunicato stampa, precisando «che i riferimenti a Modena non devono essere intesi come indicativi della sede legale della società né, tantomeno, come identificativi di un sito produttivo o di assemblaggio operativo. Il piano industriale è in fase di definizione e individuerà le modalità operative e le sedi più idonee allo sviluppo delle attività».
Quindi a cosa alludono i chiari riferimenti di Guascoyne e di MGI Engineering a Modena?Questo rimane un mistero, in compenso si inizia a parlare di altre regioni come possibili sedi della produzione: «sono attualmente in fase di valutazione diverse aree produttive situate nel Centro e nel Sud Italia» chiosa rimanendo sul vago il comunicato di Vigilar Group.
Secondo Gian Paolo Maini, responsabile comunicazione esterna di Atlantic Fluid Tech «dove vogliano produrre i droni noi non lo sappiamo, al momento parlano del distretto aerospaziale della Campania, sicuramente non negli stabilimenti di Storci». Alla nostra domanda sul perché Christian Storci abbia fondato la società MGI Italy a maggio 2026, per poi uscirne a metà giugno, se fin da subito non era interessato alla produzione di droni militari e dual use, l’ufficio stampa dell’azienda modenese risponde così: «Il rapporto tra MGI Engineering e Storci (Rosstar) va avanti da tempo, legato alla progettazione e sviluppo di componenti automotive e F1. In seguito MGI ha iniziato a sviluppare anche droni ad uso civile ed infine ad uso difesa. Non essendo Storci interessato a questi prodotti si è deciso di realizzare uno spin off (MGI Italia) con i contratti e passare questi a Vigilar. Questa operazione si è resa necessaria per gestire il contratto di collaborazione con MGI che sulla parte automotive rimane con Rosstar mentre sulla parte difesa passa a Vigilar».
Quindi, riassumendo, Christian Storci, presidente del CdA di Atlantic Fluid Tech e socio di maggioranza insieme a sui fratello Michele, è legato (tramite società immobiliare) da un contratto di collaborazione con MGI Engineering e in virtù di questo contratto ha “dovuto” creare la neonata società di droni, sebbene non fosse interessato alla produzione di droni militari, per poi passare tutte le sue quote a Vigilar.
Continua a non essere chiaro il motivo per cui la multinazionale inglese abbia bisogno della famiglia Storci per creare una joint venture con Vigilar. Perché non ha creato direttamente una società con Vigilar acquistando quote? Ad oggi la multinazionale inglese non ha alcuna quota nella società MGI Italy.

Tutte domande aperte, che mostrano quanto tutta questa storia sia quantomeno opaca. Ad ogni modo la decisione della famiglia Storci, di tirarsi indietro dal business militare, può essere letta come una vittoria del movimento antimilitarista modenese che da inizio giugno protesta contro l’ubicazione a Modena della fabbrica di droni. Anche il nostro articolo, che ha svelato il diretto coinvolgimento dell’azienda, ha contribuito: dopo la sua pubblicazione, infatti, sindacati e lavoratori di Atlantic Fluid Tech si sono mobilitati chiedendo un chiarimento all’azienda.
Occorre però vigilare che questa rinuncia sia duratura e che le promesse siano mantenute, soprattutto alla luce della duratura collaborazione della famiglia Storci con MGI Engineering, tuttora attiva. Sebbene la fornitura di pezzi si concentri solo sul settore automotive, è noto che il know how, le tecnologie, e perfino i materiali usati nell’automotive e in particolare nella Formula Uno, possono essere utilizzati con molta versatilità anche nel campo dei droni e non sempre è facile stabilire quali commesse sono per il settore civile, quali per il dual use e quali per il militare.
Lo stesso Guascoyne, esperto di Formula Uno, dichiara da anni con orgoglio di usare materiali e tecnologie della F1 nel settore dei droni militari. Così, mentre in Italia si cerca più o meno segretamente una sede operativa, il drone kamikaze TigerShark di Mgi Engineering ha compiuto il primo aprile i suoi primi voli prova e la sua vendita è prevista per ottobre 2026. La sua potenza e letalità è tale da essere più un “missile da crociera”, che un semplice drone. «Un sistema monouso, subsonico, con una capacità di carico utile di 300 kg, lanciato da terra mediante decollo assistito da razzo (RATO) da un lanciatore montato su veicolo. L’autonomia dichiarata supera i 1.000 km alla velocità di crociera. MGI stima un costo unitario di circa 549.000 dollari. Presenta una fusoliera in materiali compositi, un muso stampato in 3D e due turbine a gas Argive A1100. La navigazione si basa su un sistema inerziale e sulla mappatura del terreno senza GPS» leggiamo nel sito specializzato Overdefense.
L’Indipendente continuerà a seguire con attenzione questa vicenda, convinti che solo una libera informazione possa permettere la necessaria trasparenza democratica in merito al processo di militarizzazione di aziende e territori.
Da Apple a XBOX, ogni strumento tech sta aumentando di prezzo
Negli ultimi anni, gli apparecchi elettronici sono stati protagonisti di un progressivo aumento dei prezzi. Non perché i prodotti fossero migliori, anzi, si è spesso registrato un netto peggioramento del rapporto qualità-prezzo, ma perché chip e memorie sono diventati merce rara e altamente contesa, soprattutto con la corsa all’intelligenza artificiale. Ora, però, i rincari silenziosi non bastano più e le Big Tech annunciano esplicitamente aumenti al consumatore di centinaia di euro.
L’industria di GPU, RAM e, più in generale, semiconduttori ha sempre dimostrato una certa difficoltà a soddisfare le richieste del mercato. Le fabbriche dedicate sono state a lungo concentrate in pochi poli produttivi – Taiwan su tutti – e riuscivano spesso a malapena a tenere il passo con la domanda di chi aveva bisogno di componenti ad alte prestazioni: videogiocatori esigenti e tecnici specializzati. La situazione si è poi esacerbata con l’avvento della febbre del blockchain, la quale ha richiesto hardware potente per il mining di criptovalute; quindi la pandemia ha inferto un’altra spallata.
Le case automobilistiche, ferme durante le quarantene, avevano sospeso gli ordini di microchip, salvo poi trovarsi a fare restock d’urgenza non appena il mondo è tornato a girare, causando un’improvvisa saturazione della domanda. I dazi statunitensi e il boom dell’intelligenza artificiale hanno ulteriormente accelerato la crisi, portandola a un punto di rottura. Mentre si cerca di costruire in fretta nuove fabbriche – che richiedono però tempo e, soprattutto, competenze difficili da reperire – le aziende esistenti vendono in blocco la loro produzione a realtà come OpenAI e Anthropic, impegnando contrattualmente anche le forniture future e saltando a piè pari i settori tradizionali. Una crisi da carenza di semiconduttori che, secondo le stime di SK Group, leader sudcoreano del settore, potrebbe durare fino al 2030.
Facendo leva su questo contesto, ieri, giovedì 25 giugno, Apple ha annunciato con un comunicato stampa aumenti compresi tra il 15% e il 25% su tutti i suoi prodotti più popolari. Il MacBook Air, il portatile più accessibile dell’azienda, registra un rincaro di 200 euro e arriva a 1.449€; il MacBook Pro base sale di 300 euro, toccando i 2.249€; gli iPad lievitano di 160-200 euro a seconda del modello; i Mac mini, molto richiesti per applicazioni di IA agentica, costano 250 euro in più. Il balzo più drammatico spetta al Mac Studio M3 Ultra, che passa da 5.099 a 6.399 euro: uno scarto di 1.300 euro. L’azienda ha presentato la notizia come un male necessario, conseguenza dell‘insostenibilità dei costi delle componenti di base. Ciononostante, utenti e mercato non l’hanno accolta di buon grado, e il titolo Apple è crollato in Borsa.
Cupertino non è però l’unica a sorprendere in negativo i consumatori. Anche Xbox, il brand videoludico di Microsoft, ha riservato una brutta sorpresa ai suoi clienti: a partire dal primo agosto, negli Stati Uniti, Xbox Series S e Series X riceveranno entrambe un rincaro, salendo rispettivamente a 500 e 800 dollari. Il modello da 2TB, il più costoso, verrà invece direttamente dismesso. È la terza volta che l’azienda ritocca il prezzo al rialzo, un fenomeno in controtendenza rispetto alle normali dinamiche di mercato: più un prodotto tech invecchia, più diventa obsoleto e meno dovrebbe valere.
Anche Xbox presenta questo cambiamento come una scelta obbligata, conseguenza della “crisi dei componenti”, sorvola però sul fatto che Microsoft abbia avuto un ruolo tutt’altro che marginale nel creare questo contesto emergenziale, soffiando attivamente sul fuoco della corsa all’intelligenza artificiale. Per attutire l’impatto sui portafogli, l’azienda offre ai propri clienti la possibilità di ricorrere a servizi di Buy Now, Pay Later o a pagamenti rateali a tasso agevolato. La soluzione all’aumento di prezzi, in sostanza, è quindi quella di indebitarsi.
Pechino, aereo si schianta contro grattacielo: evacuato edificio
È stata evacuata la Torre Citic, il grattacielo più alto di Pechino, dopo che nel pomeriggio di oggi, 26 giugno, un aereo leggero si è schiantato contro l’edificio. Al momento non sono note le condizioni del pilota né il numero di eventuali persone coinvolte. Sul posto sono intervenute ambulanze e decine di agenti, mentre l’area è stata isolata. I media di Stato cinesi non hanno diffuso informazioni sull’incidente. Secondo immagini circolate online, il velivolo sarebbe un ultraleggero sportivo Sunward SA60L Aurora. Dati di volo non verificati indicano una traiettoria anomala prima dello schianto.
Nelle monarchie del Golfo c’è un’ondata di arresti e deportazioni della minoranza sciita
All’ombra del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, si sta consumando una silenziosa campagna di repressione interna agli Sati del Golfo, pesantemente colpiti dalla ritorsione iraniana. Nel mirino ci sono le comunità sciite presenti in questi Paesi, minoranze accusate di essere fedeli a Teheran e quindi trasformate in capro espiatorio geopolitico e colpite da arresti arbitrari e condanne pesantissime, revoche della cittadinanza ed espulsioni in quella che può essere definita la logica della “colpevolezza per associazione”. Il Bahrein rappresenta il laboratorio più brutale di questa strategia. Guidato dalla dinastia sunnita al-Khalifa, ma popolato da una maggioranza sciita che da decenni rivendica riforme democratiche, il regno insulare ha intensificato la sua macchina repressiva. Ma dinamiche molto simili stanno colpendo gli sciiti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait.
Con il pretesto di smantellare “reti terroristiche” legate a Teheran, media locali riportano che le autorità del Bahrein hanno avviato una caccia all’uomo risolta con l’arresto di 41 persone tra religiosi e intellettuali sciiti, portando il bilancio dei cittadini sciiti detenuti dall’inizio delle ostilità ad oltre 350 unità. La stretta non si limita alla privazione della libertà: il governo userebbe sistematicamente la revoca della cittadinanza come strumento amministrativo che trasforma i dissidenti in apolidi, privandoli di ogni diritto civile. Secondo quanto riportato da Amnesty International, il Bahrein ha revocato la cittadinanza di 115 persone e condannato 53 di loro all’ergastolo per accuse legate al terrorismo. Altre 20 avrebbero subito condanne di almeno dieci anni ciascuno.
Negli Emirati Arabi Uniti (EAU), come denunciato da vari media e organizzazioni come Human Rights Watch, il governo ha avviato deportazioni arbitrarie di massa contro la comunità di lavoratori pakistani sciiti, molti dei quali risiedevano legalmente nel Paese da anni. Professionisti e operai sono stati prelevati dai posti di lavoro o dalle abitazioni e rimpatriati forzatamente senza alcuna formale imputazione penale, se non la vaga accusa di nutrire simpatie per Hezbollah o per i Pasdaran iraniani. Questa pratica risponde alla volontà di bonificare il tessuto sociale ed economico emiratino da elementi di potenziale instabilità.
Anche il Kuwait ha abbandonato la sua storica postura di mediazione. Le autorità kuwaitiane hanno eseguito arresti mirati tra i propri cittadini di confessione sciita, intensificando inoltre il pattugliamento marittimo. L’intercettazione di imbarcazioni commerciali provenienti dalle coste iraniane testimonia la crescente militarizzazione dello spazio economico del Golfo. Human Rights Watch e Amnesty International hanno espresso ferma condanna nei confronti di queste misure, definendole una forma di “punizione collettiva” applicata su base confessionale. Nel complesso, le ONG denunciano come la narrativa della “sicurezza nazionale” venga sempre più strumentalizzata per giustificare la violazione sistematica dei diritti fondamentali e mettere a tacere le critiche legittime alle politiche estere dei regimi.
La criminalizzazione delle comunità sciite risponde a una duplice necessità dei regimi dinastici del Golfo. Da un lato, permette di soffocare sul nascere i focolai di protesta interna, impedendo che la solidarietà verso le popolazioni colpite dai conflitti regionali si saldi in un movimento organizzato. Dall’altro, offre a queste monarchie la possibilità di accreditarsi di fronte a Washington e Tel Aviv come alleati solidi e implacabili nella guerra di logoramento contro l’Iran. Soffiare sul fuoco del settarismo rappresenta tuttavia una strategia miope, capace di trasformare la paranoia securitaria dei regimi nel principale fattore della loro futura instabilità interna.
Attacco hacker ai sistemi Trenitalia: coinvolti dati personali dei clienti
Trenitalia ha comunicato di aver subito un attacco informatico nei giorni scorsi, causato da soggetti esterni non identificati. Al termine delle verifiche, l’azienda ha individuato gli utenti potenzialmente coinvolti dalla violazione. Non risultano compromesse credenziali, account o informazioni di pagamento. Il data breach potrebbe però aver riguardato dati anagrafici, contatti, dettagli dei viaggi, informazioni sui biglietti, carte fedeltà e documenti. Trenitalia ha informato il Garante Privacy e l’Agenzia per la cybersicurezza, presentando denuncia alla Procura di Roma. L’azienda mette in guardia i clienti dal rischio di phishing e truffe mirate.








