Il capo dell’esercito ugandese, Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni, ha ordinato oggi la chiusura di due importanti organi di informazione, il Daily Monitor e NTV Uganda, dichiarando di non credere nella libertà di stampa e affermando che non riapriranno prima di un suo permesso. Senza fornire motivazioni, ha disposto il blocco delle due testate, entrambe del gruppo keniano Nation Media Group. Militari hanno presidiato la sede dell’azienda a Kampala, impedendo l’accesso al personale, mentre le trasmissioni sono state interrotte. Kainerugaba è noto per le sue dichiarazioni controverse e viene indicato come possibile successore del padre.
Nuovi raid USA contro l’Iran, Teheran lancia missili verso Kuwait e Bahrein
Gli scontri tra Stati Uniti e Iran sono ripresi tra sabato sera e l’alba di oggi, nonostante il cessate il fuoco siglato il 17 giugno. Il Comando centrale Usa ha comunicato che l’aviazione americana ha colpito dieci obiettivi iraniani, tra cui sistemi di sorveglianza, comunicazione, difesa aerea, depositi di droni e strutture per mine navali. A detta del Centcom, costituirebbe una risposta a un attacco con drone contro una petroliera nello Stretto di Hormuz. Teheran ha replicato lanciando missili e droni verso Kuwait e Bahrein contro basi statunitensi, promettendo nuove ritorsioni.
Serbia: dopo un anno e mezzo di proteste si dimette il presidente Vucic
Nella giornata di ieri, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato che lascerà la sua carica nelle prossime settimane, aprendo la strada a elezioni anticipate che lo vedranno candidato alla guida del governo. L’annuncio, arrivato durante una manifestazione del Partito progressista serbo (Sns) davanti al Parlamento di Belgrado, si inserisce in un clima di proteste che da oltre un anno e mezzo attraversano il Paese e che hanno già portato alle dimissioni dell’ex primo ministro Miloš Vučević, nate dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, che causò 16 vittime. L’obiettivo dichiarato del leader è ottenere un nuovo mandato popolare, nonostante la crescente pressione dell’opposizione e del movimento studentesco che continua a contestarlo.
Vucic, che ha guidato la Serbia prima come primo ministro dal 2014 e poi come presidente dal 2017, ha dichiarato alla folla riunita che il suo partito otterrà una vittoria «più convincente che mai» alle prossime elezioni. Tra gli slogan dei sostenitori, come «Vucic, primo ministro a vita» e «Vucic, orgoglio della Serbia», il presidente ha annunciato la creazione di una nuova lista denominata “Serbia Unita”. «Sarò presidente ancora per alcune settimane, poi presenterò le mie dimissioni», ha affermato, senza precisare né la data del passo formale né quella delle consultazioni, annunciando però ai concittadini che si terranno «prima di quanto pensiate». Il suo secondo mandato sarebbe scaduto nella primavera del 2027 e la Costituzione non gli consente di candidarsi per la terza volta.
Tutto ebbe inizio il 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria appena ristrutturata di Novi Sad provocò la morte di 16 persone. La tragedia scatenò indignazione nell’opinione pubblica, trasformatasi gradualmente in una contestazione dell’intero sistema di governo, con accuse di corruzione, scarsa trasparenza negli appalti e indebolimento dello Stato di diritto. Nei giorni successivi partirono le prime manifestazioni, guidate soprattutto dagli studenti universitari, che hanno chiesto l’accertamento delle responsabilità e la pubblicazione della documentazione relativa ai lavori della stazione. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, le proteste si sono rapidamente estese in tutto il Paese, con l’occupazione di università, blocchi stradali e cortei. Nel corso del 2025 le manifestazioni hanno raggiunto dimensioni senza precedenti nella Serbia contemporanea: in alcune occasioni le piazze hanno accolto centinaia di migliaia di persone, con l’aumento di episodi di tensione tra manifestanti e forze dell’ordine. Nonostante le dimissioni del primo ministro Miloš Vučević, avvenute alla fine del gennaio 2025, e alcune promesse di riforma, la mobilitazione non si è fermata, proseguendo anche nell’anno corrente.
La strategia di Vucic, che prevede lo svolgimento simultaneo di elezioni presidenziali e parlamentari, è stata interpretata dall’opposizione come un tentativo di concentrare la campagna sulla sua figura e sull’apparato organizzativo del partito. Savo Manojlović, leader del movimento d’opposizione Kreni-Promeni, ha definito le dimissioni una mossa preventiva per anticipare una perdita di consenso. Fino alla consegna formale delle dimissioni alla presidente dell’Assemblea nazionale, Ana Brnabić, Vucic conserva tutti i poteri della carica, per poi passare a una campagna che si annuncia complessa, anche sul fronte europeo, dove Bruxelles lega l’avanzamento dei negoziati al rafforzamento dello Stato di diritto. Nel suo intervento, Vucic ha promesso aumenti di salari e pensioni, investimenti nella sanità e nell’istruzione e un’accelerazione del percorso di adesione all’Unione europea, pur ribadendo l’intenzione di mantenere stretti rapporti con Russia e Cina, definite «amici tradizionali» del Paese.
Le forze ucraine bombardano il Donetsk 11 volte in 24 ore: 2 morti
Le forze armate ucraine hanno effettuato 11 bombardamenti contro il territorio della Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) nelle ultime 24 ore, secondo quanto riferito dalle autorità filorusse incaricate di documentare i presunti crimini di guerra attribuiti a Kiev. Il bilancio diffuso parla di due civili uccisi e otto feriti, tra cui un adolescente. Gli attacchi avrebbero inoltre provocato danni a due edifici residenziali, diversi camion e automobili, oltre a due siti di infrastrutture civili. Le informazioni sono state rese note dal dipartimento della DPR e non risultano al momento confermate da fonti indipendenti.
Venezuela: 1430 morti per il terremoto, 51mila i dispersi
Nella notte tra il 24 e il 25 giugno, il Venezuela è stato colpito da due terremoti rispettivamente di magnitudo 7.2 e 7.5. Il doppio sisma ha avuto origine nelle aree settentrionali del Paese ed è stato avvertito in almeno altri dieci Paesi della regione. In Venezuela sono stati interessati almeno sette Stati e il distretto capitale di Caracas. I danni sono stati ingenti: le immagini che arrivano dal Paese mostrano edifici in macerie, tetti che crollano, e crateri in mezzo alle strade. Il bilancio attuale è di almeno 1430 morti e oltre 51mila dispersi. Davanti allo scenario di distruzione, le autorità del Paese hanno disposto lo stato di emergenza nazionale, fermando tutte le attività non necessarie per prestare soccorso ai cittadini colpiti dal terremoto, mentre i Paesi vicini hanno mobilitato squadre di supporto, arrivate nelle ultime ore in Venezuela.
Il doppio terremoto si è verificato con due scosse distanziate di 39 secondi l’una dall’altra; la prima è avvenuta alle 18:05 locali, poco dopo lo scoccare della mezzanotte italiana. Secondo l’emittente locale Telesur, la doppia scossa e la vicinanza degli epicentri hanno amplificato gli effetti del fenomeno sismico: il primo terremoto, di magnitudo 7.2, si è verificato a 21 chilometri a ovest del comune di Morón, nello Stato di Carabobo, mentre il terremoto principale, di magnitudo 7.5, ha avuto il suo epicentro a 28 chilometri a nord-ovest del comune di Montalbán, nel medesimo Stato, a circa 100 chilometri da Caracas. Oltre a Carabobo e Caracas, il terremoto ha provocato danni negli Stati di Miranda, Falcón, Yaracuy, Aragua, Trujillo, Zulia e Vargas. La stessa emittente Telesur riporta inoltre che il terremoto sarebbe stato udito in altri 10 Stati della regione tra cui Brasile, Guyana e diverse isole caraibiche; per ora, non vi sono notizie di danni negli altri Paesi, ma è stata sollevata un’allerta tsunami regionale.
Lo Stato di Vargas è la regione venezuelana più colpita dal sisma: l’aeroporto internazionale di Maiquetía ha subito gravi danni e un video che circola in rete mostra il tetto venire danneggiato e crollare parzialmente mentre le persone cercano riparo. I voli presso lo scalo sono stati interrotti a causa dei danni all’infrastruttura. La città più colpita tuttavia è La Guaira, capoluogo del medesimo Stato; qui, come a Caracas sono stati registrati danni alle infrastrutture elettriche che hanno provocato interruzioni di corrente. In generale, le immagini che arrivano dipingono uno scenario di vasta distruzione, con edifici completamente distrutti e ampie spaccature in mezzo alle strade.
Per fare fronte all’emergenza, il governo ha disposto la sospensione delle lezioni scolastiche e delle attività lavorative per tutta la settimana e ha chiesto al personale medico e sanitario di presentarsi al lavoro nei propri ospedali per prestare soccorso ai cittadini feriti. L’esecutivo ha emanato lo stato di emergenza e ha istituito il Centro di Comando per le Emergenze, composto da Diosdado Cabello (ministro dell’Interno, della Giustizia e della Pace), Juan José Ramírez (ministro dei Lavori Pubblici e dei Servizi), Héctor Rodríguez (Affari Sociali) e Calixto Ortega (Economia). Le autorità e la protezione civile si sono attivate per distribuire acqua, prestare i primi soccorsi e valutare i danni a infrastrutture e abitazioni. Le Nazioni Unite e le organizzazioni finanziarie multilaterali hanno espresso la loro solidarietà e offerto il loro immediato sostegno al Paese. Nel frattempo, sono arrivate in Venezuela squadre di soccorritori da Spagna, Messico, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Stati Uniti, Repubblica Dominicana, Svizzera, Germania e Italia.
27 giugno – Ore 16 – Nuovi aiuti dall’Italia
Il Ministero della Difesa italiano fa sapere che è “decollato per il Venezuela un secondo velivolo dell’Aeronautica Militare con a bordo ulteriori squadre specializzate Vigili Del Fuoco per fornire aiuto alla popolazione colpita dal sisma”. Le operazioni di ricerca vanno avanti. Al momento si contano più di 50mila dispersi.

27 Giugno – ore 13.25 – Caracas, proteste contro le restrizioni alla registrazione dei volontari
Nelle scorse ore, a Caracas, un gruppo di cittadini venezuelani ha protestato contro le restrizioni imposte alla registrazione dei volontari qualificati presso il Poliedro de Caracas, destinate alle operazioni di soccorso a La Guaira. I manifestanti hanno denunciato alle forze dell’ordine l’impossibilità di organizzarsi e l’ostacolo agli aiuti, sostenendo che si stesse perdendo tempo prezioso per salvare persone intrappolate. Il ministro dell’Interno e della Giustizia Diosdado Cabello ha annunciato la chiusura dell’accesso alla zona disastrata per motivi umanitari e logistici, spiegando che il grande afflusso di volontari stava rallentando l’ingresso delle ambulanze.
27 Giugno – ore 9.30 – I fatti della notte
- Aumenta ancora il bilancio delle vittime del terremoto in Venezuela: le autorità segnalano almeno 920 decessi, mentre i dispersi restano oltre 50mila. Le operazioni di soccorso continuano senza sosta.
- Il Venezuela ha ricevuto squadre di soccorso internazionali per sostenere le operazioni di ricerca e salvataggio. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha dichiarato che sono arrivati soccorritori da Spagna, Messico, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Stati Uniti, Repubblica Dominicana e Svizzera per aiutare a estrarre le persone rimaste intrappolate negli edifici crollati. Nella notte sono giunte nel Paese anche squadre provenienti da Germania e Italia.
- Nel frattempo, alle 18.16, ora locale (mezzanotte italiana) un’altra scossa di terremoto di magnitudo 4.9 ha colpito il centro del Venezuela. Secondo la Fondazione venezuelana per le ricerche sismologiche (Funvisis), l’epicentro è stato localizzato a 44 chilometri a nord di Maracay, nello Stato di Aragua, a una profondità di 4,6 chilometri. Il sisma è stato confermato anche dall’Istituto geologico degli Stati Uniti (Usgs). In base alle numerose segnalazioni diffuse sui social media, il terremoto è stato avvertito in diversi Stati del Paese, tra cui Aragua, Carabobo, Miranda e La Guaira, oltre che nel Distretto Capitale, dove si trova Caracas.
26 Giugno – Ore 17.30 – Tajani: “Tra gli italo-venezuelani 3 morti e 35 dispersi”
Il bilancio delle vittime italo-venezuelane del terremoto in Venezuela resta provvisorio. Da Dubrovnik, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riferito che, secondo i dati disponibili, si contano almeno tre cittadini italo-venezuelani morti, cinque feriti e 35 dispersi. Il ministro ha sottolineato che le informazioni sono ancora parziali e destinate ad aggiornarsi con il proseguire delle operazioni di soccorso. In Venezuela risiedono circa 150mila italiani iscritti all’Aire e, ha spiegato Tajani, non è ancora possibile stabilire con precisione quante persone possano trovarsi sotto le macerie.
26 Giugno – Ore 16.20 – ONU: “Fino a 6,8 milioni di persone coinvolte nei terremoti”
Fino a 6,8 milioni di persone sarebbero state colpite dai due forti terremoti che hanno devastato il Venezuela. Lo riferisce l’ONU attraverso l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, precisando che la stima è preliminare e sarà aggiornata dopo le verifiche sul campo. I crolli hanno danneggiato infrastrutture e limitato l’accesso ai servizi essenziali, mentre proseguono le ricerche dei sopravvissuti. Diverse strutture sanitarie hanno subito danni e il governo ha richiesto alle Nazioni Unite squadre mediche d’emergenza, medicinali e forniture per assistere le aree più colpite.
26 Giugno – Ore 15.00 – il bilancio sale a 589 morti e oltre 50mila dispersi
È aumentato il numero delle vittime causate dai due violenti terremoti che hanno colpito il Venezuela: la presidente ad interim Delcy Rodriguez ha comunicato che i morti sono 589, mentre i feriti hanno raggiunto quota 2.980. Si contano inoltre almeno 50mila dispersi. Le operazioni di soccorso proseguono senza sosta per estrarre eventuali sopravvissuti dalle macerie, con l’aiuto di squadre arrivate anche dall’estero. La zona più colpita è lo Stato di La Guaira, dove sono stati dispiegati soccorritori e militari impegnati nella ricerca delle persone disperse e nella distribuzione di beni essenziali.
26 Giugno – Ore 13.05 – Altri aiuti da Spagna e Germania
Anche la Spagna ha dato l’ordine di stanziare un milione di euro per fornire i primi aiuti al Venezuela. Ad annunciarlo il ministro dell’Economia spagnolo Carlos Cuerpo, in una dichiarazione ai media. Intanto, la Germania si è unita ai Paesi che stanno mandando squadre di soccorso nel Paese, inviando un volo con a bordo 48 membri dell’Agenzia federale di soccorso tecnico che saranno incaricati di supportare Caracas nelle operazioni di ricerca dei dispersi.
26 Giugno – Ore 10.55 – Dagli altri Paesi arrivano le prime squadre di soccorso
Le squadre di soccorso per aiutare le autorità venezuelane nelle operazioni di salvataggio e ripresa stanno arrivando da tutto il mondo: gli USA hanno inviato due navi militari, aerei da trasporto ed elicotteri, e hanno stanziato 150 milioni di dollari in aiuti e sospeso parte delle sanzioni contro il Paese per alleggerire la pressione finanziaria. L’ONU ha provveduto ad allestire rifugi per gli sfollati, mentre la Croce Rossa Internazionale ha mandato 40 tonnellate di aiuto. Anche Papa Leone ha donato 100mila euro, mentre dall’Italia sono in arrivo 36 medici e infermieri addestrati a operare in zone di crisi e 40 vigili del fuoco per le operazioni di ricerca e soccorso.
26 Giugno – Ore 9.15 – Le prime vittime straniere
Iniziano ad arrivare le prime notizie sulle vittime straniere del terremoto in Venezuela: due delle 235 vittime confermate sarebbero cittadini cinesi, e altri due brasiliani. A essi si aggiungono due cittadini spagnoli, mentre almeno 80 risultano dispersi. Deceduto anche un italiano con doppia cittadinanza venezuelana. A comunicarlo è il ministero degli Esteri del Belpaese.
26 Giugno – Ore 7 – Gli aggiornamenti della notte
- Secondo l’ultimo aggiornamento comparso sui media locali il numero di morti è salito a 235 persone mentre i feriti sono circa 4.300. Ancora ignoto il numero di dispersi: l’esecutivo ha introdotto una piattaforma dove i cittadini possono segnalare le persone scomparse, fornendo informazioni sul loro conto; al momento risultano 35.927 persone disperse che non sono ancora state ritrovate.
- Le autorità venezuelane hanno ritirato l’allerta tsunami.
- Secondo il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, nel solo Stato di La Guaira sarebbero crollati almeno 100 edifici e il terremoto avrebbe coinvolto circa 70mila famiglie. Il ministro ha affermato che dispiegherà oltre 11mila agenti di sicurezza nell’area, oltre il doppio di quanti attivi in questo momento.
Africa e Caraibi si uniscono per chiedere risarcimenti per la schiavitù
Durante la tratta atlantica degli schiavi, oltre 10 milioni di persone sono state rapite e deportate. Per più di 4 secoli, navi cariche di donne, uomini e bambini sono partite dal continente africano verso i Caraibi e le Americhe, alimentando il sistema di schiavitù su cui le potenze coloniali hanno basato il proprio sviluppo. Pochi mesi fa, a marzo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito la schiavitù transatlantica «il più grave crimine contro l’umanità» della storia. A promuovere la risoluzione A/80/L.48 è stato il Ghana, che ha rilanciato la questione ospitando una conferenza internazionale partecipata dall’Unione africana e dalla Comunità dei Caraibi (CARICOM), massimi rappresentanti regionali. Al termine del vertice, le parti hanno adottato una dichiarazione congiunta, invocando la giustizia riparativa di fronte alla schiavitù subita. Le richieste spaziano dalle scuse formali ai risarcimenti economici e si inseriscono in un più ampio quadro di riassetto economico e politico influenzato dal multipolarismo.
Dal 17 al 19 giugno Accra, la capitale del Ghana, si è trasformata in sede del dibattito mondiale sulla schiavitù. Il luogo scelto per la conferenza — il Castello di Christiansborg, noto anche il Castello di Osu — era connotato da una forte carica simbolica, essendo una delle ultime strutture che donne, uomini e bambini vedevano prima della deportazione. Oggi il Castello di Christiansborg ha fatto da sfondo all’unione di due comunità, accomunate dall’obiettivo di ottenere giustizia per i propri antenati e spezzare le catene, ancora tese, dello sfruttamento economico. Il vertice di Accra, dal titolo Prossimi passi, dà continuità alla risoluzione promossa dal Ghana e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU. Quest’ultima, oltre a riconoscere la schiavitù transatlantica come «il più grave crimine contro l’umanità», ha aperto la strada alla giustizia riparativa.
Decine di delegazioni — riunitesi sotto l’egida dell’Unione africana e della Comunità dei Caraibi — hanno adottato un piano comune per dare seguito al traguardo raggiunto in sede ONU. In 18 punti, le parti lese chiedono scuse formali ai Paesi che hanno tratto beneficio dalla schiavitù transatlantica, riparazioni economiche (come il risanamento del debito sotto il controllo delle Nazioni Unite) e la restituzione di opere d’arte trafugate. A seguito del vertice, il Ghana ha annunciato il raggiungimento di un accordo con Germania e Paesi Bassi per riportare in patria circa 2mila manufatti sottratti in epoca coloniale. L’intesa rivela come la materializzazione delle richieste passi inevitabilmente per la volontà delle ex potenze coloniali, in parte presenti all’incontro di Accra. Il presidente francese Emmanuel Macron si è detto a favore delle riparazioni economiche, da affiancare a iniziative di stampo culturale, come il finanziamento di ricerche e studi sulla storia coloniale. All’incontro hanno partecipato anche i rappresentanti di Danimarca e Paesi Bassi.
«Gli impegni di Accra — si legge nella dichiarazione — rappresentano uno sforzo importante per collegare la giustizia storica con l’attuale giustizia economica. Riconoscono che lo sfruttamento coloniale non apparteneva semplicemente al passato ma continua a modellare le disuguaglianze globali attraverso le strutture finanziarie ed economiche contemporanee». La presa di posizione delle comunità africana e caraibica si presenta come un nuovo capitolo del nascente mondo multipolare, segnato da una maggiore consapevolezza dei popoli sfruttati. La decolonizzazione viene rilanciata e declinata nelle sue sfide pendenti, sviluppandosi lungo le direttrici della giustizia climatica, dell’uguaglianza di genere e del progresso tecnologico.
Il vertice di Accra, che per volontà dei suoi partecipanti si trasformerà in un appuntamento annuale, istituisce inoltre tre nuovi organismi, con l’obiettivo di favorire la giustizia riparativa e implementare la risoluzione A/80/L.48. Il Consiglio consultivo fornirà l’indirizzo politico e le priorità strategiche, che giuristi, professori di diritto internazionale e operatori culturali dovranno tradurre in realtà, favorendo il raggiungimento degli accordi economici tra le parti.
Ministero della Salute: allerta rossa in 18 città per ondata di calore
Di fronte all’ondata di calore in corso, il Ministero della Salute italiano ha emesso, fino a domani, un’allerta rossa per 18 città: Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Brescia, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Milano Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Venezia, Verona e Viterbo. Sono previsti picchi di 40 gradi, in linea con altri Paesi europei, come la Germania. La Francia resta uno dei Paesi più colpiti dall’ondata di calore che al momento ha causato la morte di 56 persone. Il sindaco di Parigi ha chiesto l’annullamento degli eventi all’aperto in programma per il fine settimana.
OpenAI rimanda il lancio in borsa
Dopo settimane di annunci e attese, il colosso dell’intelligenza artificiale OpenAI ha frenato sul lancio in borsa. L’azienda produttrice di ChatGPT avrebbe dovuto seguire l’esempio di SpaceX, che ha esordito a Wall Street il 12 giugno scorso. Proprio il risultato raggiunto dalla società di Elon Musk, segnato da un’alta volatilità del titolo, ha smorzato l’entusiasmo di OpenAI. Stando alle rivelazioni del New York Times, i consulenti finanziari avrebbero sconsigliato il lancio in borsa, suggerendo invece di attendere almeno fino all’anno prossimo, in attesa della stabilizzazione del mercato e dell’interessamento degli investitori.









