giovedì 30 Maggio 2024

Per la prima volta in Italia c’è stato un suicidio assistito dalla sanità pubblica

L’associazione Luca Coscioni ha reso noto in un comunicato rilasciato ieri, 12 dicembre, che il 28 novembre a Trieste la sua assistita “Anna” – un nome di fantasia indicato dalla stessa protagonista – è morta a casa sua dopo l’autosomministrazione di un farmaco letale fornitole direttamente dal Sistema Sanitario Nazionale (SSN), il quale ha provveduto anche ad affiancarle un medico di supporto. È il quinto caso di accesso al suicidio assistito nel Paese, e, soprattutto, il primo ad essere trattato come un servizio pubblico, durante il quale il SSN segue interamente e a proprie spese il paziente, fornendogli tutta la strumentazione e il supporto necessari. Il percorso che ha dovuto seguire Anna, tuttavia, è stato lungo, tortuoso e pieno di ostacoli, come d’altronde anche quello delle altre persone che l’hanno preceduta. Oggi, infatti, in Italia non esiste una legge che regoli l’eutanasia, ma ci si basa sulla storica sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale, che fornisce le basi per stabilire non quando il suicidio assistito sia attuabile, ma quando il ricorso a tale misura diventi punibile per legge.

“Anna” aveva 55 anni ed era affetta da sclerosi multipla secondariamente progressiva, patologia irreversibile diagnosticatale nel 2010. Il 4 novembre 2022 “Anna” inviò alla propria ASL di competenza (la Associazione Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, ASUGI) una richiesta di verifica delle condizioni per accedere al suicidio assistito. Incontrò però parecchie resistenze: l’ASUGI si rifiutava di svolgere le verifiche, sostenendo che il parere del Comitato Etico dovesse anticipare gli accertamenti medici, mentre il Comitato Etico indicava che avrebbe dovuto procedere prima l’ASUGI. Visti i vari rimbalzi, “Anna” presentò ricorso d’urgenza contro la propria ASL davanti al tribunale di Trieste, avviando parallelamente anche un procedimento penale; il 7 giugno 2023 si tenne la prima udienza, e il 4 luglio il tribunale diede ragione ad “Anna”, multando l’ASL e specificando l’iter da seguire. Il 03 agosto arrivò la relazione dell’ASUGI, e il 26 settembre, dopo varie sollecitazioni, anche il parere del Comitato Etico, tuttavia privo di verbale. “Anna” fu dunque costretta a sollecitare nuovamente il Comitato Etico e il 10 ottobre, dopo l’arrivo del verbale, l’ASUGI individuò il farmaco, il dosaggio e le metodiche di somministrazione, confermando che avrebbe fornito di prima mano tutto il necessario, medico di supporto compreso.

Il 28 novembre, Anna si è dunque autosomministrata il farmaco letale, divenendo la prima persona in Italia ad accedere al suicidio assistito con il pieno supporto del SSN. Prima di Anna anche altre persone hanno avuto la possibilità di accedere alla morte assistita: il primo fu Francesco Carboni, che tuttavia dovette pagare interamente la strumentazione con una raccolta fondi; fu poi la volta di Antonio, anche lui protagonista di un lungo caso giudiziario; a egli seguì il noto caso di Stefano Gheller, unico a non aver attraversato un lungo iter burocratico; la quarta fu Gloria, cui caso sancì grandi passi avanti per i promotori dell’eutanasia, essendo stati forniti anche a lei gli strumenti necessari dalla ASL, che tuttavia non le affiancò alcun medico.

Oggi l’accesso al suicidio assistito non è regolato da alcuna legge, ma regge le proprie basi sulla cosiddetta “sentenza Cappato”, emanata dalla Corte Costituzionale nel 2019 in seguito al caso Cappato-Dj Fabo. Essa sancisce iter da seguire e requisiti (integrati da una ulteriore sentenza) necessari perché non sussista reato. In primo luogo, la persona interessata deve mandare una richiesta di verifica delle proprie condizioni all’ASL di competenza, la quale è tenuta a giudicare se sussistano i quattro requisiti che rendono la morte assistita non punibile per legge: che la persona sia vigile e libera di prendere decisioni consapevoli, che sia affetta da una patologia irreversibile che le causi sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, e che la sua vita dipenda da un trattamento farmacologico. Se le quattro condizioni elencate non sussistono tutte insieme, l’ASL non potrà procedere con la richiesta dell’obbligatorio (ma non vincolante) parere del Comitato Etico, né con la delibera che specifichi strumentazione, farmaco e metodiche da utilizzare. Il caso di “Anna” è dunque un grande passo avanti per coloro che si battono per rendere l’eutanasia legge, ma l’Italia è ancora lontana dall’integrare questo delicato tema nel proprio corpo legislativo.

[di Dario Lucisano]

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