martedì 13 Gennaio 2026
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Israele non ammette critiche: censurati tutti i media che “minano la sicurezza nazionale”

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Il Parlamento israeliano ha approvato lunedì in via definitiva la proroga di un disegno di legge che consente alle autorità del Paese di chiudere i media stranieri qualora questi ultimi siano accusati di minare la sicurezza dello Stato. La legge, promossa dal parlamentare Ariel Kallner del Likud, rimarrà in vigore fino al 31 dicembre 2027 e rappresenta l’estensione di una misura approvata il primo aprile 2024 durante la campagna militare israeliana a Gaza. Il provvedimento appena emanato include diversi emendamenti tesi a eliminare il controllo giudiziario e, a differenza della legge approvata nel 2024, potrà essere applicata anche se Israele non si trova in stato di emergenza, rappresentando una vera e propria forma di censura. La legge, in particolare, prende di mira il media qatariota Al Jazeera, accusato da Israele di essere uno strumento di propaganda della causa palestinese e anche di aver partecipato attivamente al massacro del 7 ottobre. Tutte accuse smentite perentoriamente dall’emittente qatariota che ha parlato di «accuse diffamatorie» e di una soppressione della libertà di stampa che «contraddice il diritto internazionale e umanitario». Sia il sito web che il canale televisivo Al Jazeera restano vietati per legge in Israele.

Nel dettaglio, la legge stabilisce che il Ministro delle Comunicazioni ha il diritto, con il consenso del Primo Ministro e con l’approvazione del Governo o del Comitato ministeriale per la sicurezza nazionale (Gabinetto politico di sicurezza), di disporre che vengano adottate misure per limitare le trasmissioni e l’attività di un’emittente straniera, qualora, sulla base di un parere delle agenzie di sicurezza, si ritenga che il suo contenuto arrechi un danno reale alla sicurezza dello Stato. In questo caso, le autorità potranno prendere una serie di provvedimenti, tra cui l’interruzione delle trasmissioni, la chiusura di uffici in Israele, il sequestro di apparecchiature utilizzate per la trasmissione, la chiusura di un sito web o la limitazione dell’accesso allo stesso, nonché interventi tecnologici per impedire la ricezione di trasmissioni via satellite. La direttiva avrà una validità di novanta giorni, con la possibilità di prorogarla per ulteriori periodi fino a 90 giorni ciascuno.

Già nel maggio 2024, il governo aveva approvato la chiusura di Al Jazeera – l’unico media che raccontava la guerra a Gaza con propri corrispondenti sul campo – ordinando anche alle forze dell’ordine di fare irruzione presso la sede di Nazareth dell’emittente, così da confiscarne le apparecchiature e realizzarne la chiusura effettiva. Nonostante lo Stato ebraico giustifichi le sue decisioni con la motivazione della «sicurezza nazionale», il suo rapporto con la stampa è così ostile che le sue azioni legislative appaiono più un modo di silenziare chi racconta gli eventi in diretta che non un modo per tutelare la sicurezza nazionale. Non solo, infatti, Israele ha adottato una legge per chiudere i media stranieri, ma ha anche prorogato il divieto di accesso per i giornalisti internazionali alla Striscia di Gaza. Cosa che ha indotto la FPA (Foreign Press Association) – rappresentante di circa 400 testate – a presentare una petizione all’Alta corte di Gerusalemme per ottenere l’accesso indipendente dei media internazionali a Gaza. Ciò significa che il mondo non può avere notizie dirette e indipendenti di ciò che succede in Palestina, ma solo quelle filtrate e selezionate da Israele. Inoltre, secondo due importanti organizzazioni di giornalisti – la IFJ (International Federation of Journalists) e la RSF (Reporter Sans Frontières) – la metà dei giornalisti uccisi nel mondo nel 2025 è stata assassinata a Gaza da Israele.

Al Jazeera riporta che molti suoi collaboratori – e in alcuni casi anche le loro famiglie – sono stati ammazzati durante gli ultimi due anni durante l’assedio a Gaza: secondo le stime, sono oltre 200 i cronisti e gli inviati uccisi in Palestina in questo lasso di tempo. Tuttavia, la tendenza a sopprimere la libertà di stampa e a sopprimere fisicamente gli addetti alla comunicazione non è qualcosa di confinabile sono agli ultimi due anni, in seguito all’attacco palestinese del 7 ottobre: già nel 2017, infatti, Netanyahu aveva minacciato di chiudere la sede di Gerusalemme di Al Jazeera e un missile israeliano aveva distrutto l’edificio che ospitava gli studi dell’emittente a Gaza nel 2021. Mentre nel maggio 2022, era stata freddata a colpi d’arma da fuoco la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh da soldati israeliani nella Cisgiordania occupata.

Con l’ultima legge approvata lunedì sera dalla Knesset, il Parlamento di Israele, lo Stato ebraico conferma la sua tendenza alla censura dell’informazione, continuando a ostacolare la diffusione di ciò che accade realmente in Palestina e adottando misure che sono apertamente in contrasto con la definizione di Israele come «unica democrazia del Medio Oriente».

Belgio: intervento per genocidio contro Israele alla Corte Penale

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Il Belgio ha depositato un intervento nella causa contro Israele per genocidio presso la cancelleria della Corte Penale Internazionale. La memoria è stata presenta ai sensi dell’articolo 63 della Corte, che permette agli Stati firmatari dello Statuto di Roma di intervenire nei procedimenti attivi per crimini perseguiti dalla Corte. Sudafrica e Israele sono stati invitati a depositare osservazioni sull’intervento di Bruxelles. L’intervento del Belgio si aggiunge a quelli di Colombia, Libia, Messico, Palestina, Spagna, Turchia, Cile, Maldive, Bolivia, Irlanda, Cuba. Belize, Brasile e isole Comore.

La Coppa d’Africa in Marocco, tra proteste e repressione violenta

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Lunedì 21 dicembre presso lo Stadio Moulay Abdellah di Rabat, in Marocco, si è tenuta la partita di apertura della Coppa d'Africa 2025. L'incontro inaugurale si è svolto sullo sfondo delle ingenti proteste del popolo marocchino contro l'evento, in quello che risulta il maggiore moto di sollevamento dal basso nel Paese dalla cosiddetta “primavera araba” del 2011. Le manifestazioni sono scoppiate lo scorso settembre per contestare quello che viene giudicato come uno spreco di risorse pubbliche per l'organizzazione della kermesse calcistica; risorse che, ritengono i manifestanti, sarebbero da des...

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Thailandia-Cambogia: via ai dialoghi per una tregua

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Oggi, 24 dicembre, i funzionari militari di Thailandia e Cambogia hanno iniziato i colloqui per una ripresa del cessate il fuoco. I colloqui arrivano due giorni dopo un incontro avvenuto a Kuala Lumpur, capitale della Malesia, mediato dall’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico e da Trump. Il dialogo avviato oggi durerà tre giorni. L’incontro rappresenta il passo più significativo da quando sono riesplosi i combattimenti e arriva sullo sfondo di scontri non ancora terminati, che finora hanno portato alla morte di almeno 86 persone.

Liquirizia: come riconoscere quella buona (e scartare il marketing)

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La liquirizia è una sostanza alimentare vittima di molti pregiudizi, che sono in genere frutto di scarsa o cattiva divulgazione e informazione. Si sente per esempio spesso dire che la liquirizia «aiuta a smettere di fumare», «fa alzare la pressione sanguigna», «macchia i denti», ma è veramente così? In realtà, la radice di liquirizia è un alimento ricco di proprietà salutari, ma i prodotti a base di questa sostanza disponibili in commercio che siano veramente validi sono molto pochi.

Proprietà nutritive e salutistiche

Un fiore di un cespuglio di liquirizia (Glycyrrhiza glabra)

La liquirizia è una pianta originaria dell’area mediterranea e mediorientale, e il suo nome botanico (Glycyrrhiza glabra) significa “radice dolce”. Molti ricorderanno da piccoli le caramelle gommose di liquirizia a forma di bobine, da srotolare e mangiare. Altri la conosceranno per l’uso in liquori, tisane o decotti. Tutti questi prodotti si ottengono dalla lavorazione della radice di questa pianta, il cui principio attivo caratterizzante è chiamato glicirrizina.

La liquirizia ha soprattutto delle ottime proprietà a beneficio del tratto digestivo, quindi stomaco e intestino, in particolare offre un aiuto naturale ed efficace in caso di acidità di stomaco, reflusso, gastrite, ulcera gastrica o stitichezza. Questo perché si tratta di un ottimo lenitivo, cioè una sostanza che lenisce (calma) i tessuti nel caso vi sia infiammazione dello stomaco o dell’intestino come in caso di gastrite o colite. 

L’emergenza dovuta al COVID-19 ha spinto diversi gruppi di ricerca ad analizzare quante più sostanze naturali possibili in grado di contrastare attivamente il virus, coadiuvando (e non sostituendo) le terapie farmacologiche con lo scopo di procurare un miglioramento delle condizioni senza portare all’insorgenza di ulteriori effetti collaterali sgraditi. Tra le molteplici sostanze testate, è stato dimostrato che la glicirrizina sia in grado di bloccare direttamente la replicazione del SARS-CoV-2 attraverso l’inibizione della relativa proteasi virale Mpro. Attraverso questi dati, pubblicati su un’importante rivista scientifica, i ricercatori ipotizzano che il consumo di prodotti contenenti glicirrizina, e quindi liquirizia nelle sue varie forme, possa portare un beneficio (anche se minimo, comunque non controindicato) ai pazienti affetti da COVID-19.

Prodotti di liquirizia in commercio

Foto di Gian Paolo Usai

A questo punto però occorre comprendere bene che come tante altre sostanze in commercio, ciò che ha effetti terapeutici e salutari degni di nota è soltanto la liquirizia preparata con metodo erboristico o comunque anche industriale ma prodotta seguendo determinati criteri di qualità, come vederemo tra un attimo. Questo va detto affinché i nostri lettori captino subito il messaggio di base: persino al supermercato troverete decine di caramelle e prodotti che sono definiti sulla confezione come “alla liquirizia” o “a base di liquirizia”, ma la realtà è che si tratta quasi sempre di caramelle con il 90% di zucchero, contenenti anche grasso di palma, aromi e colorante (per sopperire alla scarsa presenza di vera liquirizia) e infine c’è pure qualche traccia di liquirizia. Ed è inutile ribadire che questi prodotti è meglio non acquistarli perché la loro efficacia dal punto di vista dei benefici sulla salute è certamente pari a zero, anzi si portano dietro gli svantaggi dell’assunzione di zuccheri, aromi e altri additivi come i coloranti. 

Invece il discorso cambia quando ci troviamo di fronte – anche al supermercato e in alcune catene in particolare – a dei prodotti di reale qualità, dove l’unico ingrediente è la liquirizia. In questo caso tutti i principi attivi sono realmente concentrati e possiamo contare su una vera efficacia dal punto di vista nutrizionale e nutraceutico. Si possono trovare varie preparazioni da masticare come mentine, gessetti, tronchetti. E addirittura vi sono prodotti che sono fatti con una delle liquirizie più pregiate al mondo, quella della Calabria, in particolare quella prodotta sulla costa del Mar Ionio. 

Prodotto di qualità al supermercato, confetti di liquirizia pura e biologica di Calabria DOP. Foto di Gianpaolo Usai

In definitiva questa pianta spontanea – il cui nome scientifico Glycyrrhiza Glabra significa proprio “radice dolce” – è conosciuta e utilizzata da oltre tre millenni per le sue proprietà salutari: antinfiammatorie, cicatrizzanti, lassative, fluidificanti. 

La liquirizia fa alzare la pressione?

L’estratto di questa pianta lavorato poi in caramelle, confetti o liquore, può far alzare la pressione sanguigna solo se assunta in determinati quantitativi, e per alcune persone potrebbe essere addirittura un vantaggio! In realtà il problema di un innalzamento della pressione del sangue riguarda soprattutto i forti consumatori: uno studio recente dell’Anses, l’Agenzia nazionale francese per la sicurezza alimentare, basato sui 64 casi di intossicazione riportati tra il 2012 e il 2021, – la metà delle quali con gravi conseguenze – ha mostrato che le intossicazioni erano dovute però all’ingestione di forti quantità di bevande a base di liquirizia o di caramelle (una scatola o più al giorno), integratori assunti in dose maggiore rispetto alla prescrizione. Sulle confezioni destinate agli Stati Uniti la Food and Drug Administration (FDA) ha chiesto di indicare che chi soffre di ipertensione non deve consumare più di 3/4 pezzetti al giorno della classica liquirizia spezzata o 5/6 del formato più piccolo. 

In conclusione un consumo moderato e anche regolare di prodotti di alta qualità può offrire dei benefici per la salute, ma attenzione ai prodotti da supermercato iperzuccherati con aromi e coloranti (diffidare anche delle famose marche “alpine” che hanno nomi molti famosi, e leggere la lista ingredienti). Possibilmente rivolgersi sempre in Erboristeria per essere sicuri di acquistare un prodotto di qualità erboristica con caratteristiche di pregio e privo di ingredienti e additivi inutili come lo zucchero e gli aromi. 

Attentato a Mosca: morti 2 agenti e l’attentatore

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Stamattina in via Yeletskaya, nell’area meridionale di Mosca, si è verificato un attentato che ha ucciso 2 membri delle forze dell’ordine. L’attentato è stato effettuato vicino al luogo dove lo scorso 22 dicembre è stato ucciso il capo di stato maggiore russo Sarvarov. Da quanto comunica l’agenzia di stampa ufficiale russa Tass, gli agenti avrebbero visto una «persona sospetta» vicino alla loro auto di pattuglia, e si sarebbero avvicinati per trattenerlo; proprio in quel momento, è esplosa l’autobomba, uccidendo tanto i poliziotti quanto l’attentatore. Sono ancora in corso le indagini sull’accaduto.

Caccia, in Manovra la misura di FdI e Lega che introduce il “ritorno alle riserve”

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Tra emendamenti sulle armi e aumenti di pensione, nella legge di bilancio non poteva mancare anche un riferimento alle attività venatorie. Sono infatti due gli emendamenti – a firma De Carlo e Garavaglia, rispettivamente Fratelli d’Italia e Lega – presenti nella manovra che riguardano la caccia: con essi, la maggioranza intende permettere alle «aziende faunistico-venatorie» presenti nel nostro Paese di organizzarsi «in forma di impresa individuale o collettiva soggette a tassa di concessione regionale», riaprendo al lucro nelle attività di caccia dopo quasi 50 anni. A lanciare l’allarme è Lega per l’Abolizione della Caccia (LAC), che parla di «ritorno delle riserve di caccia a pagamento». Le misure, così come la legge di bilancio, sono state approvata ieri – 23 dicembre – dal Senato, e ora passeranno alla Camera.

Gli emendamenti alla legge di bilancio a firma De Carlo e Garavaglia sono rispettivamente il numero 6.0.8 e il numero 6.0.7; essi, dal contenuto pressoché identico, vogliono «autorizzare, regolamentandola, l’istituzione di aziende faunistico-venatorie, organizzate in forma di impresa individuale o collettiva soggette a tassa di concessione regionale»; permettono, insomma, alle attuali aziende faunistico-venatorie, istituti privati senza scopo di lucro con finalità naturalistiche, di organizzarsi e operare sotto forma di impresa, e, dunque, di guadagnare per la loro attività. «Le concessioni», continuano gli emendamenti «sono corredate di programmi di conservazione e di ripristino ambientale al fine di garantire l’obiettivo naturalistico e faunistico, conservando, ripristinando e migliorando l’ambiente naturale e la sua biodiversità. In tali aziende la caccia è consentita nelle forme e nei tempi indicati dal calendario venatorio secondo i piani di abbattimento». La caccia, dunque, resta una attività gestita dagli enti pubblici.

Abolendo il divieto di lucro, denuncia la LAP, gli emendamenti di FdI e Lega compiono un importante passo avanti per il sostanziale ripristino delle riserve di caccia, scomparse con la legge n. 968 del 1977. Essa stabiliva che «la fauna selvatica italiana costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale», introducendo la regolamentazione delle attività venatorie da parte dello Stato e il passaggio dal diritto soggettivo di cacciare alla caccia controllata; la legge sarà poi sostituita dalla legge n. 156 del 1992, che passa dalla caccia controllata a quella programmata. 

Non solo salute: la terapia forestale può alleggerire la spesa pubblica

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terapia forestale risparmio

Camminare in un bosco è una medicina per il corpo e per l’anima. Farlo seguendo i consigli di uno psicoterapeuta, affinando vista e olfatto, con il silenzio in sottofondo, e dimenticandosi di cellulare e interferenze varie, è una vera e propria terapia, chiamata appunto terapia forestale, con risultati clinici riconosciuti.
In Asia, e in particolare in Giappone, la terapia forestale non è una novità: pratiche come lo Shinrin-yoku – i celebri “bagni di foresta” – sono diffuse da decenni e riconosciute come strumenti utili per la salute pubblica, tanto da essere integrate in programmi ufficiali ...

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Perso il contatto con il jet del capo dell’esercito libico

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Turchia e Libia hanno perso i contatti con un jet in cui si trovava Mohamed Ali Ahmed Al-Haddad, capo dell’esercito libico. L’aereo era partito dall’aeroporto Esenboga di Ankara, Turchia, ed è scomparso dai radar poco dopo la partenza. Il ministro degli Interni turco ha dichiarato che prima di sparire dai sistemi di tracciamento l’aereo ha inviato un segnale di atterraggio di emergenza nei pressi di Haymana. A bordo, oltre al capo dell’esercito libico, sono presenti altre 5 persone. Le autorità si sono mobilitate per cercare l’aereo. Alcuni media riportano che il jet si sarebbe schiantato portando a supporto il video di una telecamera urbana; non è attualmente possibile confermare tale versione.

Israele ha approvato 19 nuove colonie illegali in Cisgiordania

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JENIN, CISGIORDANIA OCCUPATA – Il governo israeliano ha dato il via libera ufficiale alla creazione di 11 nuove colonie e ha legalizzato 8 avamposti illegali in Cisgiordania occupata. Salgono così a 69 gli insediamenti – illegali secondo il diritto internazionale – che il governo di Netanyahu ha approvato negli ultimi tre anni. Prima di allora, dalla fine degli anni ‘90, non erano quasi state approvate nuove colonie né legalizzati avamposti. Secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, la recente approvazione aumenta il numero di colonie in Cisgiordania di quasi il 50% dall’insediamento dell’attuale governo, ossia da 141 insediamenti nel 2022 ai 210 odierni. Senza contare gli outpost, le occupazioni di terre illegali anche secondo la legge israeliana, che segnano l’inizio di una nuova, futura colonia, i cui numeri sono esplosi dal 7 di ottobre ad oggi. “Stiamo impedendo la creazione di uno Stato terrorista palestinese sul territorio. Continueremo a sviluppare, costruire e insediarci nella terra dei nostri antenati”, ha affermato il ministro di estrema destra Smotrich, uno dei leader del movimento per la colonizzazione della Cisgiordania.

Circa la metà degli avamposti si trova nell’entroterra della Cisgiordania, mentre gli altri sono distribuiti in modo più o meno uniforme lungo la Linea Verde che separa il territorio da Israele. Due degli insediamenti – Ganim e Kadim – erano stati evacuati in base ai termini dell’accordo di disimpegno del 2005, con cui Israele si era ritirato unilateralmente da Gaza e da quattro avamposti illegali in Cisgiordania. Gli altri due, Homesh e Sa Nur, sono stati formalmente ricostituiti nel maggio di quest’anno. Per Smotrich, “dopo vent’anni, stiamo riparando a una dolorosa ingiustizia e riportando Ganim e Kadim sulla mappa degli insediamenti”. Un altro gesto che mostra i passi indietro di Israele rispetto a quello che le dichiarazioni delle Nazioni Unite continuano a chiedere allo Stato sionista, ossia di smantellare le colonie e ritirarsi dalla Cisgiordania.

Continua a una velocità sorprendente il piano di colonizzazione e frammentazione della Palestina occupata dal 1967; i coloni e l’esercito continuano a sgomberare comunità palestinesi, demolendo abitazioni e distruggendo i mezzi di sussistenza di migliaia di famiglie, mentre avanzano le costruzioni di nuovi insediamenti illegali e la loro legalizzazione da parte di Tel Aviv. Il tutto promosso e finanziato esplicitamente del governo di Netanyahu, che la settimana scorsa ha approvato il bilancio dello Stato includendo un piano di spesa di circa 720 milioni di euro per l’espansione degli insediamenti e la legalizzazione degli avamposti costruiti senza autorizzazione governativa.
Secondo un recente rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania è al suo tasso più alto almeno dal 2017, quando le Nazioni Unite hanno iniziato a monitorare tali dati. Nel rapporto si legge anche come continuano ad aumentare esponenzialmente le unità abitative avanzate, approvate o messe in gara d’appalto; solo nel 2025, sono 47.390, rispetto alle circa 26.170 del 2024. “Queste cifre rappresentano un forte aumento rispetto agli anni precedenti”, ha aggiunto, sottolineando che tra il 2017 e il 2022 sono state aggiunte in media 12.815 unità abitative all’anno. Guterres ha condannato l’espansione “incessante”, affermando che “continua ad alimentare le tensioni, impedisce ai palestinesi di accedere alla loro terra e minaccia la fattibilità di uno Stato palestinese pienamente indipendente, democratico, contiguo e sovrano”.

Intanto, a Gaza, le nuove regole israeliane sulle ONG rischiano di privare ulteriormente centinaia di migliaia di persone di cure mediche. È la denuncia di Medici Senza Frontiere, una delle più grandi organizzazioni mediche che opera nella Striscia, che rischia di essere buttata fuori dal territorio a partire dal 1 gennaio 2026 a causa delle nuove misure introdotte dal governo di Tel Aviv per la registrazione delle organizzazioni non governative internazionali. “Il sistema sanitario di Gaza è ormai distrutto, e se le organizzazioni umanitarie indipendenti ed esperte perdessero la possibilità di operare, ne conseguirebbe un disastro per i palestinesi. Chiediamo alle autorità israeliane di garantire che le ONG internazionali possano continuare a operare in modo imparziale e indipendente a Gaza. La risposta umanitaria, già limitata, non può essere ulteriormente ridotta,” denuncia l’organizzazione, che opera dal 1989 sul territorio.

Secondo la nuova misura introdotta a partire dal 2026 le richieste di registrazione verrebbero respinte da Israele per quelle “organizzazioni coinvolte nel terrorismo, nell’antisemitismo, nella delegittimazione di Israele, nella negazione dell’Olocausto, nella negazione dei crimini del 7 ottobre”. Ma come ha spiegato all’AFP Yotam Ben-Hillel, un avvocato israeliano che sta sostenendo diverse ONG, nelle sfumature della “delegittimazione di Israele” potrebbe rientrare “ogni piccola critica” fatta all’operato dello Stato sionista. “Non sappiamo nemmeno cosa significhi realmente delegittimazione. Ogni organizzazione che opera a Gaza e in Cisgiordania e vede cosa succede e ne riferisce potrebbe essere dichiarata illegale, perché si limita a riferire ciò che vede”.

Il Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo ha dichiarato che finora sono state respinte quattordici delle circa 100 domande presentate, 21 sono state approvate e le restanti sono ancora in fase di esame. Tra le ONG escluse dalle nuove regole figurano Save the Children, una delle più note e longeve a Gaza, dove aiuta 120.000 bambini, e l’American Friends Service Committee (AFSC). A queste organizzazioni sono stati concessi 60 giorni per ritirare tutto il loro personale internazionale dalla Striscia di Gaza, dalla Cisgiordania occupata e da Israele, e non potranno più inviare aiuti umanitari attraverso il confine con Gaza.

Il forum che riunisce le agenzie delle Nazioni Unite e le ONG che operano nella zona ha rilasciato giovedì una dichiarazione in cui esorta Israele a “rimuovere tutti gli ostacoli”, compresa la nuova procedura di registrazione, che “rischiano di compromettere la risposta umanitaria”.

MSF supporta attualmente sei ospedali pubblici e ne gestisce due da campo, oltre a sostenere quattro centri sanitari e a gestire un centro di alimentazione per persone affette da malnutrizione. Le attività dell’ONG aiutano quasi mezzo milione di persone a Gaza. Il bando dell’ONG, così come di altre organizzazioni internazionali che lavorano nella Striscia, rischia di togliere l’accesso alle cure mediche essenziali gran parte della popolazione di Gaza, dando il colpo finale alla già catastrofica condizione umanitaria nell’area.