sabato 29 Novembre 2025
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La Corea del Sud investirà 350 miliardi negli USA per ridurre i dazi

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La Corea del Sud e gli Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa che impegna Seul a investire 350 miliardi di dollari in cambio della riduzione dei dazi statunitensi. Il memorandum è stato firmato elettronicamente dal Ministro dell’Industria sudcoreano Kim Jung-kwan e dal Segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick; esso prevede un investimento di 200 miliardi in progetti «commercialmente ragionevoli» relativi a settori come energia, semiconduttori, prodotti farmaceutici, minerali essenziali, intelligenza artificiale e informatica quantistica; altri 150 miliardi, invece, serviranno a rilanciare la cooperazione bilaterale nel settore della cantieristica navale. In cambio, gli USA ridurranno i dazi su legname, auto, farmaci e semiconduttori.

Palestina: coloni bruciano una moschea, altri due ragazzini uccisi dall’IDF

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AL KHALIL, PALESTINA OCCUPATA – Altri due ragazzini di quindici anni uccisi dai militari dell’esercito israeliano, nuovi attacchi dei coloni su tutto il territorio della Cisgiordania. Continuano le violenze contro la popolazione palestinese in Cisgiordania occupata, dove solo ieri l’esercito di Tel Aviv ha aperto il fuoco contro due quindicenni nella cittadina di Beit Ummar, a nord di Al Khalil (Hebron), uccidendoli e sequestrando i corpi. Per Israele, stavano per commettere un atto terroristico, ma nessuna prova a supporto è stata fornita. La zona è stata dichiarata “zona militare chiusa”, e anche in questo caso alle famiglie è stato negato il funerale dei loro cari. Non si fermano nemmeno le violenze dei coloni, che nelle prime ore del mattino hanno dato fuoco alla moschea Hajja Hamida, a nord ovest di Salfit.

Sulle pareti della moschea i coloni hanno scritto slogan razzisti contro i palestinesi ed anche messaggi diretti al capo del Comando centrale dell’esercito israeliano (IDF), Avi Blot. «Non abbiamo paura di Avi Blot», «Ci vendicheremo di nuovo» e «Continuate a condannare», recitano le scritte in ebraico. I messaggi sono una risposta alla presa di posizione del comandante Blot, che aveva condannato il raid di tre giorni fa a Beit Lid, vicino a Tulkarem, dove decine di coloni incappucciati avevano dato fuoco a vari mezzi e infrastrutture, ferendo almeno quattro persone. «Così danneggiano gli insediamenti e lo Stato di Israele», aveva avvertito Blot. A Beit Lid, forse tra le prime volte, i militari erano intervenuti per allontanare i coloni, che avevano reagito danneggiando un mezzo dell’IDF. Forse per questo perfino il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il generale Eyal Zamir, aveva usato parole dure nell’accusare «una minoranza criminale oltrepassa la linea rossa» e aveva promesso di «agire con severità finché giustizia non sarà fatta». Ma la giustizia israeliana ha già risolto il caso, almeno per tre dei quattro coloni che erano stati fermati per l’attacco a Beit Lid, che sono stati rilasciati nel giro di poche ore.

Bilal Sabarna (16) e Mohammad Abu Ayash (15), i due bambini uccisi a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane a Beit Ummar, a nord di Al Khalil.

Gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà sono aumentati quest’anno, in particolare durante la stagione della raccolta delle olive in ottobre e novembre. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferisce che nel mese di ottobre si sono verificati più di 260 attacchi da parte dei coloni israeliani che hanno causato vittime e danni alla proprietà, con una media di otto incidenti al giorno.
L’OCHA riferisce che la violenza dei coloni durante la raccolta delle olive ha raggiunto il livello più alto da quando l’ONU ha iniziato a registrare gli incidenti nel 2006, con circa 150 attacchi documentati finora, che hanno causato il ferimento di oltre 140 palestinesi e il danneggiamento di almeno 4.200 alberi in 77 villaggi. Le ripetute violenze hanno compromesso la raccolta delle olive di quest’anno.

Gli attacchi, che comprendono incendi, furti di bestiame e materiali, sabotaggi alle infrastrutture e violenze di ogni genere contro la popolazione palestinese, sono spesso protetti dai soldati dell’IDF, che quasi mai agiscono per bloccare i coloni, ed anzi affiancano le loro attività criminali occupandosi di reprimere ed arrestare i palestinesi che tentano di difendere la loro terra. Giovedì si è svolto il funerale di un bambino di 13 anni, Aysam Mualla, morto dopo settimane di ospedale a causa dei gas lacrimogeni sparati dalle IDF mentre raccoglieva le olive con la sua famiglia a Beita, l’11 ottobre di quest’anno. Il giorno prima circa 70 coloni avevano attaccato i contadini nella stessa zona.

La moschea Hajja Hamida incendiata dai coloni

Il Ministero degli Affari Esteri e degli Espatriati palestinese ha condannato con forza il recente attacco incendiario alla moschea, dichiarando di ritenere il governo israeliano pienamente responsabile dell’escalation di violenza, che ha descritto come parte di una più ampia ondata di terrorismo dei coloni sostenuta e protetta dalle politiche israeliane che mirano a sfollare i palestinesi e a consolidare l’occupazione coloniale in Cisgiordania.

Secondo il monitoraggio condotto dal gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din, circa il 94% di tutti i fascicoli investigativi aperti dalla polizia israeliana sulla violenza dei coloni dal 2005 al 2024 si è concluso senza alcuna incriminazione. Dal 2005, solo il 3% dei circa 1.700 fascicoli investigativi aperti sulla violenza dei coloni ha portato a condanne totali o parziali. Dati che evidenziano come la complicità degli apparati dello stato israeliano verso le attività dei coloni non sia affatto scalfita da alcune condanne di facciata.

Ucraina, massiccio attacco russo con droni su Kiev: “4 morti”

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Quattro persone sarebbero state uccise e almeno 27 ferite in un massiccio attacco russo su Kiev avvenuto questa mattina. Lo riferiscono le autorità ucraine, secondo cui l’offensiva ha provocato incendi e detriti in diversi quartieri della capitale. Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha riferito che in tutto il Paese sono stati lanciati circa 430 droni e 18 missili. Colpita anche l’ambasciata dell’Azerbaigian. Le truppe russe continuano ad avanzare sul campo: dopo la conquista di Sinelnikovo, nella regione di Kharkov, i soldati di Mosca – forti del successo ottenuto a sud-ovest di Volchansk – premono ora sulle linee difensive ucraine a Liman.

Olimpiadi Cortina ’26, ancora buchi nei conti: servono altri 120 milioni

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Quelle che erano state definite “Olimpiadi a costo zero” hanno bisogno di soldi. La Fondazione Milano-Cortina ha infatti chiesto alle regioni Lombardia e Veneto una lettera di patronato per aumentare la propria linea di credito con le banche di 120 milioni di euro. La richiesta di garanzie agli enti regionali emerge da una deliberazione della giunta regionale veneta, promossa dallo stesso governatore Luca Zaia: la Fondazione, si legge nella delibera, ha un bisogno urgente di liquidità per far fronte a vuoti di cassa, obblighi di contributi relativi ai diritti televisivi, e al ritardo nel «subentro del Commissario Straordinario» per le Paralimpiadi, creato ad hoc dal governo con il Decreto Sport per coprire i contratti relativi all’evento paralimpico.

La richiesta di lettere di patronato da parte della Fondazione Milano Cortina alle regioni Lombardia e Veneto è stata emessa lo scorso 12 agosto, ed è stata accolta dal Veneto con una deliberazione datata 22 settembre. Il testo sponsorizzato da Zaia, fa una lunga premessa relativa agli oneri sui diritti televisivi che la Fondazione, in quanto Comitato Organizzatore, è tenuta a coprire: il Broadcasting Refund Agreement, siglato tra il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e la Fondazione, stabilisce che il CIO anticipi alla Fondazione una parte dei ricavi televisivi, impegnando quest’ultima a «rimborsare al CIO quanto eventualmente già ricevuto a titolo di anticipo sui diritti televisivi relativi all’evento» in caso di limitazioni, spostamenti o cancellazioni. Le regioni si sono impegnate a coprire parte di tali costi al posto della Fondazione nel caso dovesse essere necessario. Nella richiesta di garanzie, si legge che «il piano di erogazione dei contributi per broadcasting e top programme da parte del Comitato Olimpico Internazionale» è stato «ridefinito», e attualmente «prevede l’erogazione di una percentuale di tali contributi solo pari al 60% prima dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026». Insomma: il CIO ha anticipato alla Fondazione il 60% dei ricavi provenienti dai diritti televisivi, e tale somma, a quanto pare, non basta.

La disponibilità di liquidi della Fondazione non scarseggia solo a causa della mancata copertura totale degli anticipi sui diritti tv. La Fondazione ha infatti parlato di una «differenza strutturale tra gli incassi e le spese» che deriva da un disallineamento temporale tra uscite ed entrate, e che avrebbe così generato un sostanziale vuoto di cassa: in particolare, si fa riferimento alle «tempistiche di pagamento effettivamente negoziate con i fornitori e gli appaltatori di lavori, beni e servizi, maggiormente anticipate rispetto alle previsioni iniziali, nonché le scadenze più dilatate nel tempo degli incassi dei corrispettivi da sponsorizzazione». La Fondazione, insomma, ha fatto male i calcoli: le scadenze dei pagamenti sono più vicine di quanto originariamente previsto, ma i guadagni provenienti dalle sponsorizzazioni non arriveranno in tempo per coprire gli oneri.

Terzo e ultimo punto che giustifica la richiesta di garanzie, è quello del «ritardo del subentro del Commissario Straordinario di cui all’articolo 5 [ndr. del Decreto Sport] nei contratti della Fondazione stipulati per le Paralimpiadi». Lo scorso giugno, il governo ha istituito un nuovo Commissario per le Paralimpiadi con il compito di «favorire l’inclusione sociale e l’abbattimento delle barriere», e soprattutto, quello di «subentrare nei rapporti giuridici della Fondazione», assumendosi gli oneri dei contratti siglati dalla Fondazione nell’ambito delle Paralimpiadi. Già ai tempi, L’Indipendente aveva ipotizzato che con tale mossa il governo sembrasse volere scorporare una parte dei costi della Fondazione – precisamente 328 milioni, destinati proprio all’istituzione del Commissario – alleggerendone il bilancio. La recente richiesta di garanzie della Fondazione pare confermare tale ipotesi: fino alla scesa in campo del Commissario, infatti, gli oneri relativi ai contratti paralimpici spettano alla Fondazione, ma essa non pare avere abbastanza liquidità per affrontarli.

La richiesta di garanzia per 120 milioni di euro si uniscono agli oltre 45 milioni già chiesti dalla Fondazione nel 2021, e ha portato così all’emissione di una lettera di patronato dal valore complessivo di oltre 165 milioni. Essa segue le difficoltà finanziarie già affrontate dalla Fondazione, che avrebbe fronteggiato un deficit stimato in oltre 500 milioni di euro, mai ufficialmente riconosciuto dagli organizzatori.

Nel mondo 9 bambini su 10 vanno a scuola: il divario tra maschi e femmine sta scomparendo

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scuola

Nel mondo, quasi nove bambini su dieci frequentano la scuola primaria. È un risultato che, solo pochi decenni fa, sembrava impossibile. Secondo i dati dell’UNESCO, l’87% dei minori tra i 6 e gli 11 anni è regolarmente iscritto a scuola. Una soglia che segna una delle più ampie estensioni del diritto all’istruzione nella storia dell’umanità. A cambiare radicalmente è anche la situazione tra bambine e bambini. Il divario di genere si è pressoché azzerato nei cicli dell’istruzione obbligatoria: oggi, in media, la differenza tra maschi e femmine iscritti a scuola è di appena un punto percentuale. ...

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COP30, gli indigeni invadono il vertice: «La nostra terra non è in vendita»

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Durante i lavori della COP30 che è in corso a Belém, in Brasile, presentata dagli organizzatori come “la COP della foresta”, un gruppo di indigeni ha fatto irruzione nel palazzo sede del forum, al grido di “la nostra terra non è in vendita e “tassate i milionari”, scontrandosi con guardie e servizio di sicurezza. Secondo le accuse dei membri dei popoli originari, infatti, la retorica della salvaguardia adottata dai partecipanti all’evento nasconde i giochi di governi e multinazionali, che non hanno altro interesse se non preservare potere e profitti.

La presenza di lobbisti delle multinazionali fossili è infatti molto forte anche in questa edizione della Conferenza delle Parti e il loro peso è di certo superiore a quello dei rappresentanti delle comunità indigene. Per questo motivo, un gruppo di membri dei popoli nativi ha fatto irruzione nella sede dove la Conferenza si stava svolgendo nella giornata di ieri, 12 novembre, scontrandosi con le forze dell’ordine. Nei giorni scorsi, decine di membri di queste popolazioni hanno raggiunto il luogo della Conferenza, dove intendono far sentire anche la propria voce. Vi è ad esempio la missione Yaku Mama (letteralmente “madre delle acque”), una flotta indigena salpata circa un mese fa dalle Ande ecuadoregne che ha viaggiato per più di 3mila chilometri e alla quale hanno preso parte leader nativi colombiani, ecuadoregni, guatemaltechi, messicani, panamensi, cileni, peruviani, boliviani e indonesiani. La lotta panindigena, frutto della chiamata degli indigeni brasiliani, ha come slogan della propria rivendicazione “La risposta siamo noi”, che dà il nome alla campagna della lotta nativa. I popoli originari chiedono infatti diritti territoriali (che dovrebbero già essere garantiti), la fine della deforestazione, lo stop all’utilizzo dei combustibili fossili e all’estrazione neiterritori indigeni. Inoltre, rivendicano le proprie tradizioni e il proprio stile di vita. Chiedono accesso diretto ai finanziamenti per il clima, senza intermediari. Ultimo, ma non meno importante, chiedono di avere un potere reale all’interno dei consessi internazionali, al pari di ogni altra nazione del mondo, e di non voler partecipare come mere comparse di scena.

Il cuore della polemica è la crescente enfasi su progetti di compensazione basata sulla natura. Governi, grandi aziende e perfino alcune ONG per la conservazione spingono per monetizzare le foreste, permettendo alle multinazionali di acquistare “crediti di carbonio” per raggiungere la loro presunta “neutralità”. La pratica è stata denunciata come puro atto di greenwashing, dal momento che permette alle aziende di continuare a inquinare altrove, senza dover affrontare la radice del problema: il consumo eccessivo e il capitalismo estrattivo. La creazione o l’espansione di Aree Protette per generare crediti porta regolarmente a sfratti forzati delle comunità indigene. Si registrano arresti arbitrari, violenze e, in casi documentati in Asia e Africa, persino uccisioni per mano di guardaparco e forze di sicurezza. 

Come spiega Survival International, organizzazione per la protezione delle popolazioni native, nonostante le foreste siano la fonte del profitto, la maggior parte dei ricavi dai crediti di carbonio viene intercettata da una rete di intermediari: sviluppatori, ONG e società di certificazione e consulenza. I popoli indigeni, i più efficaci nella protezione ambientale, ricevono una frazione irrisoria del valore generato. Progetti come quelli in Kenya e Tanzania stanno costringendo i popoli pastorali ad abbandonare i loro sistemi di pascolo tradizionali e le leggi consuetudinarie, minando la loro resilienza e sicurezza alimentare di fronte ai cambiamenti climatici. La titolarità dei diritti sul carbonio è spesso legalmente ambigua e, cosa ancor più grave, molti progetti vengono avviati senza il Consenso Libero, Previo e Informato (FPIC) delle comunità coinvolte.

Milioni di perdite per “Il Domani”: ora punta ai fondi pubblici per sopravvivere

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Il quotidiano Il Domani, diretto da Emiliano Fittipaldi, ha ufficializzato un cambio di proprietà e una ricostituzione del capitale dopo mesi di conti in affanno: il controllo è passato dalle società Romed e Romed International di Carlo De Benedetti alla Fondazione Editoriale Domani. Quest’ultima, con un versamento di un milione di euro effettuato a fine settembre, ha ricostituito il capitale sociale eroso dalle perdite. Alla base dell’operazione ci sono numeri che parlano chiaro — perdite accumulate, ricorso al capitale e alla cassa del fondatore — e una modifica statutaria che apre la porta alla possibilità di richiedere contributi pubblici destinati all’editoria, trasformando così la strategia di sopravvivenza del giornale.

La trasformazione proprietaria è stata formalizzata dopo che le quote sono passate dalle società personali al nuovo ente: la Fondazione Editoriale Domani, nata per «per garantire al giornale un futuro autonomo e indipendente», diventa unico azionista. Il fondatore della testata, l’ingegner Carlo De Benedetti, aveva da tempo annunciato l’intenzione di trasferire la testata a una fondazione, ribadendo quel progetto: «La mia idea da sempre era che, quando il giornale fosse stato in equilibrio economico, l’avrei passato a una fondazione».

I dettagli finanziari emersi dalle ultime assemblee dipingono un quadro assai problematico. Il bilancio chiuso al 31 dicembre 2024 ha registrato un fatturato in calo a 5,35 milioni di euro, con le perdite che sono scese da 1,901 a 1,483 milioni di euro grazie a un’opera di contenimento dei costi. Tuttavia, la situazione patrimoniale aggiornata al 31 agosto 2025 mostra una perdita del periodo di 1.051.099 euro, a cui si sommano piccole perdite precedenti. Un rosso leggermente superiore a quello dello stesso periodo dell’anno precedente. Per coprire questi disavanzi è stato utilizzato il capitale sociale, poi ricostituito dalla neonata Fondazione con un bonifico da un milione di euro.

Nel corso dell’assemblea è stata inoltre approvata una modifica dello statuto che contiene un passaggio tecnico ma strategico: «È fatto divieto alla società di procedere alla distribuzione di utili provenienti dall’esercizio dell’anno di riscossione dei contributi all’editoria di cui al D.Lgs. 15 maggio 2017 n. 70 e negli otto anni successivi». L’inserimento di questa clausola indica la volontà della nuova proprietà di rendere la testata compatibile con i requisiti per accedere ai contributi diretti previsti dalla legge, uno strumento che potrebbe trasformare i conti della testata.

Oggi circa 130 testate percepiscono contributi diretti in valori che vanno da poche decine di migliaia a milioni di euro; confrontando soglie e importi erogati a testate comparabili, l’importo potenziale per una realtà come Il Domani potrebbe aggirarsi intorno ai due milioni annui, una cifra sufficiente a compensare ampiamente le perdite registrate negli ultimi esercizi; si tratta però di una proiezione che dipende da graduatorie e stanziamenti. Sul fronte operativo, la direzione punta a rinforzare il digitale e gli abbonamenti mirati — in particolare tramite newsletter verticali — per centrare il pareggio entro un orizzonte annuale, confidando nelle strategie di audience e nelle scelte di gestione già avviate.

Per raccontare la crisi in atto dell’editoria italiana è emblematico il caso del gruppo GEDI. Dopo anni di cure dimagranti, John Elkann, patron di Stellantis e della holding Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, è infatti pronto a lasciare gli ultimi pezzi editoriali pregiati: le testate La Repubblica e La Stampa. Le trattative sono ben vive, con potenziali compratori già allo studio. Per La Stampa, la cui vendita appare in fase più avanzata, è in piedi da tempo una trattativa con il Gruppo Nem guidato da Enrico Marchi. Per Repubblica, invece, è allo studio una proposta greco-saudita del gruppo guidato da Kyriakos Kyriakou, ma è spuntato anche il nome di Leonardo Maria Del Vecchio, uno degli eredi del gruppo Luxottica. A spingere verso la cessione sono i conti in rosso: le perdite accumulate ammontano a quasi mezzo miliardo.

UE: ok alla revisione PNRR Italia

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La Commissione UE ha reso noto di avere accettato la richiesta di revisione per il Piano nazionale ripresa resilienza dell’Italia. La revisione include l’aggiornamento di 173 misure e ne introduce altre dieci di nuove. L’Italia aveva chiesto una revisione del piano lo scorso 10 ottobre e la sua richiesta è stata approvata lo scorso 4 novembre e ufficializzata oggi, 13 novembre.

Pianura Padana, l’emergenza invisibile: polveri sottili cinque volte oltre i limiti

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La Pianura Padana è una delle zone più inquinate d’Europa. È la pianura più grande d’Italia, ospita il 30% degli abitanti del nostro Paese e il problema della qualità dell’aria non sembra trovare soluzioni. È una condizione dovuta a molteplici fattori come le condizioni metereologiche, l’altissima industrializzazione e antropizzazione del territorio, e il traffico che scaturisce dall’elevata concentrazione di abitanti e aziende. Un mix potenzialmente devastante a cui si aggiunge la particolare conformazione territoriale: è chiusa a nord e a ovest dalle Alpi e a sud dagli Appennini, lasciando l’est come unico sbocco libero. Inoltre, nei mesi invernali, è frequente il fenomeno dell’inversione termica, dove uno strato di aria fredda e pesante rimane intrappolato vicino al suolo sotto uno strato di aria più calda. Questa condizione stabilizza l’atmosfera e favorisce l’accumulo di inquinanti, venendo spesso accompagnata dalla nebbia persistente.

La mappa delle concentrazione di polveri sottili PM 2,5 registrate in questi giorni in Italia

L’ultimo allarme arriva dal Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS), il servizio del programma europeo dedicato al monitoraggio della qualità dell’aria e dell’atmosfera a livello globale. CAMS fornisce dati, analisi e previsioni sulla composizione dell’atmosfera, combinando dati provenienti dai satelliti Sentinel, reti di monitoraggio a terra, palloni sonda e aerei e modelli numerici avanzati sviluppati da ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts). Secondo i loro dati nella giornata di ieri ci sono state concentrazioni elevate di particolato fine (PM2.5), sulla Pianura Padana, con i picchi più marcati dove i valori superano i 75 µg/m³. Si tratta di concentrazioni fino a 5 volte superiori al limite giornaliero raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, pari a 15 µg/m³. Va però ricordato che la normativa italiana prevede limiti giornalieri e annuali per il PM10 (valore limite annuale di 40 µg/m³, valore limite giornaliero di 50 µg/m³, con un massimo di 35 superamenti all’anno) e solo annuali per il più pericoloso PM2.5, con un valore limite annuale di 25 µg/m³.

Guardando i dati di Arpa Lombardia, che ha centraline fisse per registrare i livelli di inquinamento, il 9 novembre il limite dei 25 µg/m³ per il PM2.5, è stato superato in 28 centraline su 83 totali. Dall’11 novembre sono ad esempio partite le restrizioni in provincia di Pavia, dopo che le concentrazioni medie hanno superato i 53 µg/m³ per 3 giorni consecutivi. La delibera regionale prevede il divieto di utilizzo degli impianti termici alimentati a biomassa legnosa fino a 3 stelle comprese, il divieto di spandimento dei liquami zootecnici, la riduzione di 1° C delle temperature massime nelle abitazioni e il divieto di qualsiasi tipo di combustione all’aperto. Ma sono interventi che possono migliorare la situazione nel breve termine, e non intervengono sul lungo periodo.

«La fase critica sta per terminare, perché adesso arriverà il brutto tempo», spiega il dottor Paolo Valisa, direttore del Centro Geofisico Prealpino di Varese. «Erano diversi giorni che avevamo concentrazioni molto alte di polveri sottili, oltre la soglia. Accade sempre quando abbiamo dei periodi di tempo stabile come questo, il problema è che non se ne parla più, si fa finta di niente, come se purtroppo ci fossimo abituati. Una volta si interveniva in modo tempestivo e si ragionava su possibili soluzioni, oggi, come accade per altri temi ambientali, non si affronta il problema».

Ora le perturbazioni mitigheranno il problema per qualche giorno, fino alla prossima finestra di tempo stabile, e quindi alla nuova emergenza. L’alternativa sarebbe mettere in campo delle soluzioni a medio e lungo termine per affrontare il problema. «L’unica vera soluzione, sarebbe quella di ridurre la produzione di polveri sottili», sostiene Valisa. Come? «Incentivando la mobilità elettrica, la conversione dei riscaldamenti, la riduzione del traffico utilizzando più mezzi pubblici. Le soluzioni sarebbero sempre le stesse perché dal punto di vista atmosferico non possiamo farci nulla: la Pianura Padana è questa: un catino in cui in inverno abbiamo aria stagnante».

L’inquinamento atmosferico, in Europa, è considerato come una causa rilevante di morte. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente sulla qualità dell’aria, più del 96% degli abitanti delle città europee respira livelli di particolato fine PM2,5 superiori alle soglie considerate sicure. L’esposizione prolungata a queste particelle, stando alle stime dell’EEA, nel 2022 avrebbe causato circa 239mila morti premature in Europa, di cui oltre 48mila solamente in Italia. A queste si aggiungono le morti attribuibili a concentrazioni elevate di altri inquinanti: circa 48mila per il biossido di azoto e circa 70mila per l’ozono.

L’inquinamento atmosferico rappresenta uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di patologie croniche e continua a incidere in modo rilevante sulla salute della popolazione europea, in particolare nelle aree urbane. I gruppi più esposti agli effetti negativi della scarsa qualità dell’aria sono quelli socialmente più fragili, insieme a anziani, bambini e persone con problemi di salute preesistenti.

L’UE vuole creare un centro antifakenews per “difendere la democrazia”

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Bruxelles rilancia la sua offensiva contro la “disinformazione”, annunciando la creazione di un nuovo centro di contrasto alle fake news, pilastro dello “Scudo europeo per la democrazia”. Presentata come risposta alle interferenze straniere e alla proliferazione di contenuti falsi o alterati, l’iniziativa ha l’obiettivo dichiarato di «rafforzare, proteggere e promuovere democrazie forti e resilienti» nel Vecchio Continente. Al centro di questo piano a tutela delle istituzioni e dell’integrità del dibattito pubblico ci sono le accuse mosse alla Russia, accusata di aver condotto campagne di destabilizzazione online in tutta Europa.

Nel documento di trenta pagine, Bruxelles parla di un’infrastruttura necessaria per difendere la democrazia, proteggere elezioni, istituzioni e cittadini. «La democrazia liberale è sotto attacco. Assistiamo a campagne – anche da parte della Russia – specificamente concepite per polarizzare i nostri cittadini, minare la fiducia nelle nostre istituzioni e inquinare la politica nei nostri Paesi», ha spiegato l’Alta rappresentante UE, Kaja Kallas. L’iniziativa approda in un contesto segnato da una crescente centralizzazione del controllo informativo: tra newsroom finanziate, reti di fact-checking integrate e programmi che indirizzano l’agenda editoriale, l’UE ha già costruito un’architettura che orienta in profondità il dibattito pubblico. Il nuovo centro rischia di completare un sistema in cui la lotta alla disinformazione diventa strumento di gestione del consenso più che di tutela democratica. Lo Scudo europeo per la democrazia prevede un organismo dotato di tecnologie avanzate e competenze analitiche per individuare minacce narrative, campagne coordinate e presunte manipolazioni online. Per quanto i dettagli siano ancora nebulosi, la Commissione intende creare una cabina di regia permanente in grado di cooperare con governi, piattaforme digitali e redazioni, segnalando contenuti “a rischio” e allertando gli Stati membri. La componente più concreta dello scudo sarà, infatti, un nuovo Centro Europeo per la Resilienza Democratica, al quale gli Stati membri potranno aderire su base volontaria. Opererà come un hub dedicato allo scambio tra le istituzioni UE e i 27, collegando strutture esistenti che si occupano delle minacce nello spazio informativo. A coadiuvarne i lavori, una piattaforma che riunirà ong, think tank, ricercatori e fact-checker, inclusi l’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO) e la creazione di una rete europea indipendente di fact-checkers, gestita nell’ambito del Centro. La novità è la natura centralizzata della struttura: non più una rete di iniziative sparse, ma un polo unico. Bruxelles insiste sul carattere difensivo dell’operazione, ma la scelta di affiancare al centro una strategia di “prebunking” – anticipare e neutralizzare narrazioni considerate nocive prima che circolino – apre interrogativi sulla linea di confine tra prevenzione e censura preventiva.

Il nuovo centro si inserisce in una filiera comunicativa costruita negli ultimi anni, in cui si profila il rischio che il contrasto alle fake news diventi lo strumento perfetto per allineare ulteriormente il discorso pubblico e marginalizzare il dissenso. L’approccio tende, infatti, a privilegiare la modalità della sorveglianza e del controllo sull’informazione, più che la promozione del pluralismo. Come evidenziato dal dossier realizzato da Thomas Fazi, l’UE ha investito un miliardo e mezzo di euro in dieci anni per finanziare media, agenzie e progetti giornalistici. Programmi come Journalism Partnerships spingono verso un’informazione transnazionale “coerente” con l’agenda comunitaria, mentre l’European Newsroom – sostenuta da fondi UE – coordina 24 agenzie di stampa e produce contenuti condivisi che vengono ripresi dalle principali testate nazionali. Parallelamente, EDMO, la rete europea dei fact-checker, riceve fondi comunitari pur essendo composta in buona parte dalle stesse agenzie coinvolte in campagne di comunicazione pro-UE. Il risultato è un ecosistema in cui chi promuove la narrazione ufficiale è anche chiamato a validarne la verità, con un evidente rischio di conflitto d’interessi. In questo scenario, la creazione di un centro anti-fakenews appare come un ulteriore livello di filtraggio istituzionale, destinato a rafforzare l’allineamento già esistente. La logica dello Scudo rischia di consolidare un modello tecnocratico in cui l’UE definisce quali contenuti sono legittimi e quali devono essere segnalati, attenuati o rimossi, normalizzando il controllo del dissenso. Un meccanismo che, unito alla dipendenza economica dei media dai fondi comunitari, potrebbe ridurre ulteriormente la pluralità dell’informazione.