Dopo mesi di ambiguità, indiscrezioni e comunicazioni frammentarie, la vicenda della compravendita di TikTok sembra aver finalmente compiuto passi concreti: la piattaforma ha sottoscritto un accordo vincolante che prevede la creazione di una nuova società destinata a essere controllata in larga parte da un gruppo di investitori statunitensi. L’operazione punta a scongiurare la censura minacciata da Washington, ma di fatto consegna agli Stati Uniti il controllo di un servizio digitale di enorme influenza e di un business che è in rapida espansione.
La notizia è emersa da una nota interna firmata dall’amministratore delegato Shou Zi Chew e intercettata da diverse testate, tra cui CNN e Bloomberg. Nel comunicato, il dirigente informa i dipendenti che la società madre di TikTok, ByteDance, si è impegnata ufficialmente a costituire una nuova entità denominata TikTok USDS Joint Venture LLC, incaricata di gestire le operazioni dell’app negli Stati Uniti. La nuova struttura sarà controllata in larga parte da una cordata di investitori già nota dalle indiscrezioni precedenti, ma con alcune notevoli variazioni: oltre alla confermata e discussa presenza di Oracle e Silver Lake, entra in gioco anche MGX, fondo di investimento con sede negli Emirati Arabi Uniti.
L’obiettivo è completare la transazione entro il 22 gennaio 2026, attribuendo al triumvirato di investitori il 45% delle quote della nuova joint venture. Una quota consistente resterà invece agli azionisti già presenti nel capitale, mentre ByteDance potrà mantenere una partecipazione minoritaria inferiore al 20%, limite massimo stabilito dalle normative statunitensi per ridurre l’influenza cinese sul panorama social americano. Questa soluzione è concepita per rispettare i requisiti delle leggi introdotte dal Congresso nel 2024, le quali hanno imposto a ByteDance di cedere il controllo delle attività di TikTok negli Stati Uniti o, in alternativa, affrontare un divieto totale di operare sul mercato americano.
L’aspetto più sensibile dell’accordo riguarda però l’algoritmo di raccomandazione, vero cuore del successo della piattaforma e principale fonte di preoccupazione per le autorità statunitensi, timorose che potesse essere usato come strumento di influenza o di raccolta dati a favore del governo cinese. L’intesa prevede che l’algoritmo venga concesso in licenza e che la nuova TikTok USDS sviluppi e addestri un sistema separato, basato esclusivamente sui dati degli utenti statunitensi, con Oracle nel ruolo di garante tecnologico e custode dell’infrastruttura cloud e dei protocolli di sicurezza. In pratica, per gli utenti USA, TikTok continuerà ad apparire come la stessa app, ma dietro le quinte funzionerà con un motore di raccomandazione supervisionato localmente.
Gli estremi finanziari dell’accordo commerciale non sono ancora stati resi pubblici, tuttavia le condizioni di base hanno lasciato a ByteDance margini di contrattazione estremamente ridotti, con diversi osservatori che arrivano a descrivere il contesto come una forma di atteggiamento estorsivo. Sul piano politico, l’intesa consente all’Amministrazione Trump di rivendicare una vittoria in materia di sicurezza nazionale e sovranità digitale, rafforzando il concetto di una frammentazione di Internet lungo confini nazionali. Una prospettiva paradossale, se si considera che negli ultimi mesi gli Stati Uniti si sono impegnati attivamente a contestare le normative europee, ritenute discriminatorie nei confronti delle Big Tech americane. Sarebbe a questo punto interessante immaginare quale sarebbe la reazione di Washington se Bruxelles imponesse a Meta di cedere parte delle proprie quote per tutelare i dati dei cittadini europei, soprattutto alla luce del fatto che gli accordi di trasferimento dei dati tra alleati atlantici continuano a poggiare su basi giuridiche fragili e contestate.
La Corte di Appello dell’Aquila ha rigettato il ricorso presentato dai legali della famiglia che viveva nel bosco di Palmoli contro la sospensione della potestà genitoriale nei confronti di Nathan e Catherine e l’allontanamento dei loro tre figli minori. Resta, quindi, in vigore l’ordinanza del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila che, il 20 novembre scorso, ha disposto il trasferimento dei bambini da Palmoli a Vasto, in una struttura protetta, dove attualmente possono vedere la madre per alcune ore al giorno, mentre al padre sono concesse visite programmate.
Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare due giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che questi ultimi hanno respinto il ricorso, presentato da Israele, per archiviare l’indagine sulla condotta dell’esercito e dei vertici politici israeliani durante l’offensiva nella Striscia di Gaza a partire dal 2023. Il respingimento del ricorso conferma anche la validità dei mandati di arresto emessi lo scorso anno nei confronti del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant. Ad annunciare l’imposizione delle sanzioni contro i due giudici della Corte è stato il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, secondo cui i due giudici «hanno partecipato direttamente alle iniziative della CPI volte a indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani senza il consenso di Israele». Lo stesso ha anche accusato la Corte di aver «continuato a intraprendere azioni politicizzate contro Israele» e di aver «creato un pericoloso precedente per tutte le nazioni». Non si è fatta attendere la replica del Tribunale internazionale secondo il quale le sanzioni «costituiscono un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale che opera in base al mandato conferitole dai suoi Stati Parte da tutte le regioni» e «compromettono lo stato di diritto».
I giudici colpiti dalle misure USA sono Gocha Lordkipanidze di nazionalità georgiana e Erdenebalsuren Damdin di nazionalità mongola: entrambi hanno votato a favore del rigetto dell’appello presentato da Israele contro le decisioni della Corte. Nello specifico, il tribunale dell’Aia ha respinto la richiesta israeliana di annullare una precedente decisione di primo grado che stabiliva che l’indagine sui crimini rientranti nella giurisdizione della CPI non poteva essere circoscritta al periodo precedente al 7 ottobre, ma doveva valutare anche quanto accaduto dopo tale data, durante l’offensiva lanciata da Israele su Gaza. Per i giudici d’appello, le argomentazioni presentate da Tel Aviv sarebbero troppo deboli per limitare l’ambito dell’inchiesta e per sospenderne gli effetti. Le indagini della CPI sulla situazione in Palestina, infatti, sono in corso già dal 2021, in quanto la Corte ritiene di avere giurisdizione sui Territori palestinesi occupati, sulla base dell’adesione dello Stato di Palestina allo Statuto di Roma. Da allora, Israele ha presentato una serie di ricorsi e contestazioni.
Il numero dei magistrati sanzionati da Washington arriva così a undici: gli USA, infatti, avevano già emesso sanzioni contro il Procuratore capo della CPI Karim Khan e la scorsa estate hanno preso di mira otto giudici del Tribunale, alcuni dei quali per avere permesso alla CPI di indagare sui crimini statunitensi in Afghanistan, mentre altri per avere autorizzato o legittimato l’emissione di mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro Gallant. Lo stesso presidente statunitense Donald Trump a febbraio aveva firmato un ordine esecutivo che includeva sanzioni contro la Corte penale internazionale, per avere intrapreso «azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Washington pretende che la CPI chiuda definitivamente ogni processo a carico di individui israeliani e che faccia la stessa cosa con una precedente indagine sulle truppe statunitensi in Afghanistan. Rubio ha anche sottolineato che Stati Uniti e Israele non sono parti dello Statuto di Roma e quindi rifiutano la giurisdizione della Corte penale internazionale. Nel frattempo, i giudici sanzionati non potranno entrare negli USA, aprire conti ed effettuare transazioni finanziarie né avere rapporti con realtà statunitensi ai fini delle indagini o di altri lavori.
Sanzionare chi si oppone alla politica e ai piani statunitensi è un modus operandi ormai tipico degli Stati Uniti che non riguarda solo i giudici della CPI o le nazioni ostili a Washington, ma qualunque figura che si oppone alle azioni statunitensi e dei suoi alleati. Per questa ragione, la potenza a stelle e strisce ha sanzionato anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, rea di avere contribuito direttamente ai tentativi della CPI di indagare, arrestare o perseguire cittadini israeliani e statunitensi, attraverso il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui smaschera le aziende che fiancheggiano Israele nel suo progetto genocidario, traendone profitto. Le sanzioni contro di lei comportano non solo il divieto di entrare negli USA ma anche il congelamento dei suoi beni. La stessa Albanese ha spiegato di non poter avere un conto in banca, né negli Stati Uniti né in Italia, che il suo attuale conto italiano è stato congelato e, quando ha cercato di aprirne uno nuovo presso Banca Etica, l’istituto ha dovuto rifiutare la richiesta.
Le sanzioni sono, dunque, un potente strumento per mezzo del quale Washington cerca di esercitare e mantenere la sua egemonia. Tuttavia, la CPI non si è piegata alle intimidazioni della Casa Bianca confermando i mandati di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo ex ministro della Gallant, ma soprattutto ha stabilito la continuità della condotta di Israele prima e dopo il 7 ottobre. Si tratta di una decisione cruciale, perché priva Tel Aviv di una delle sue principali linee difensive: quella secondo cui l’operazione a Gaza costituirebbe una situazione giuridica distinta dal quadro investigativo precedente, risalente al 2021. La Corte ha inoltre dichiarato che continuerà a lavorare per garantire l’attuazione efficace e indipendente del suo mandato.
La Banca del Giappone ha alzato i tassi d’interesse dallo 0,5 allo 0,75%, il livello più alto mai raggiunto dal 1995, sebbene ancora inferiore a quello delle principali economie globali. L’aumento mira a contenere l’inflazione, che da oltre tre anni supera l’obiettivo del 2 per cento fissato dalla Banca centrale. Per stimolare la crescita e i consumi, il governo giapponese ha stanziato circa 100 miliardi di euro in settori strategici come difesa, semiconduttori e costruzione navale, affermando che più della metà di questi investimenti saranno finanziati con la vendita di titoli di stato.
Alterazioni genetiche non previste, instabilità cromosomiche, effetti metabolici sconosciuti, contaminazioni transgeniche, rischi ecologici e nuove forme di controllo corporativo, fino alla biopirateria. È questo il bilancio che accompagna la corsa alla deregolamentazione dei nuovi OGM e delle “Nuove Tecniche Genomiche” (NTG), comunemente note come gene editing e in Italia come TEA (“Tecniche di Evoluzione Assistita”), che emerge dal rapporto “Semi di resistenza. Deregolamentazione degli OGM e mobilitazione popolare”, lanciato in questi giorni dal Navdanya International, l’organizzazione fondata 30 anni fa in India dall’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva in difesa della sovranità alimentare e dei semi. Il rapporto smonta la narrazione dell’inevitabilità tecnologica e mostra come la deregolamentazione sia una scelta politica, non una necessità scientifica, che indebolisce l’agrobiodiversità e la sicurezza alimentare, cancella la tracciabilità e trasferisce i rischi dall’industria ai cittadini, ridefinendo in modo opaco e senza mandato democratico il controllo sul cibo.
America Latina: il laboratorio della deregolamentazione
In Colombia, nel 2019 la superficie OGM ha superato i 100.000 ettari, soprattutto per mais e cotone
Il rapporto descrive l’America Latina come il primo banco di prova della deregolamentazione. Il cosiddetto “modello argentino”, operativo dal 2015, ha escluso dal quadro OGM molte piante ottenute con gene editing prive di DNA esogeno, consentendo così una rapida immissione in commercio senza adeguate valutazioni di biosicurezza. Questo approccio si è esteso a più Paesi della regione, segnando una svolta normativa che ha ridotto controlli e trasparenza. In Colombia, nel 2019 la superficie OGM ha superato i 100.000 ettari, soprattutto per mais e cotone. Le conseguenze sono già note: in Messico, culla del mais e pilastro identitario oltre che agricolo, uno studio indipendente del 2003 aveva rilevato fino al 33 per cento di contaminazione transgenica in varietà autoctone, dimostrando come il flusso genico renda illusoria ogni distinzione formale tra colture. Non a caso, negli ultimi anni, diversi Paesi latinoamericani hanno reagito rafforzando divieti e moratorie, fino alla riforma costituzionale messicana a tutela del mais nativo.
Africa: adozione forzata e dipendenza
In Africa la deregolamentazione procede sotto la spinta di programmi internazionali che presentano OGM e NGT come soluzioni alla fame e al cambiamento climatico. Il rapporto segnala come il risultato sia, al contrario, una crescente dipendenza dalle sementi geneticamente modificate. In Sudafrica, oltre 3 milioni di ettari sono coltivati a OGM, con percentuali che superano l’85 per cento per il mais, il 95 per cento per la soia e arrivano quasi al 100 per cento per il cotone. Questo modello ha favorito monocolture, pacchetti tecnologici brevettati e una forte erosione dei sistemi sementieri locali.
Asia: tra accelerazione e resistenze
In Bangladesh, nel 2025, oltre 65 mila agricoltori coltivavano melanzana BT (OGM)
Il continente asiatico mostra un quadro frammentato. In Bangladesh, nel 2025, oltre 65 mila agricoltori coltivavano melanzana BT (OGM), mentre in altri Paesi il dibattito resta acceso. Il rapporto evidenzia come l’introduzione di tecnologie come CRISPR abbia acuito i conflitti tra governi orientati alla deregolamentazione e società civili che chiedono precauzione e trasparenza. Le promesse di benefici nutrizionali e agronomici risultano spesso ridimensionate rispetto alla narrazione “salvifica”: è il caso del Golden Rice, una varietà diriso prodotta attraverso una modifica genetica, i cui livelli di beta-carotene risultano molto bassi e variabili (3,57–22 µg/g) e si degradano rapidamente dopo il raccolto, limitandone l’efficacia nutrizionale.
Europa: il bivio normativo
In Europa la traiettoria globale arriva oggi a un punto critico. Sotto una pressione delle lobby, il 4 dicembre il Trilogo europeo ha approvato la deregolamentazione delle nuove tecniche genomiche, distinguendo tra piante NGT–1, equiparate alle convenzionali, e NGT-2, caratterizzate da modifiche più complesse. In Italia la deregolamentazione dei nuovi OGM entra in contraddizione con il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, nato per tutelare biodiversità e produzioni locali. Secondo il rapporto, la scelta europea apre la strada alla rimozione di valutazioni del rischio, etichettatura e tracciabilità, riducendo drasticamente la trasparenza istituzionale.
Oceania: dalla precauzione alla deregulation
In Oceania, Australia e Nuova Zelanda hanno a lungo rappresentato un riferimento internazionale per l’approccio prudente agli OGM, fondato su valutazioni preventive, consultazioni pubbliche e attenzione ai diritti delle popolazioni indigene e agli equilibri ecologici. Il rapporto segnala, però, una svolta netta negli ultimi anni: le normative sono state modificate per escludere dal regime OGM molte piante ottenute con gene editing, in particolare attraverso CRISPR-Cas, facilitandone l’ingresso sul mercato senza valutazioni di rischio comparabili a quelle precedenti. Una deregolamentazione che riduce la trasparenza, indebolisce il principio di precauzione e subordina la tutela degli ecosistemi a interessi industriali, mettendo in discussione processi decisionali che erano stati costruiti proprio per garantire partecipazione democratica e protezione della biodiversità.
Disaccordo scientifico e rischi
Nonostante vengano presentate come più precise e sicure delle biotecnologie del passato, le nuove tecniche genomiche continuano a dividere la comunità scientifica. Numerosi ricercatori segnalano i rischi legati alle mutazioni off-target, modifiche genetiche non intenzionali generate da strumenti come CRISPR-Cas, in grado di produrre alterazioni impreviste del genoma e dei processi biologici. La letteratura scientifica evidenzia come, in assenza di protocolli e standard condivisi a livello globale per individuare e misurare questi effetti, i risultati degli studi siano spesso disomogenei, rendendo fragili le valutazioni di rischio. Da qui, il mancato consenso internazionale sulla sicurezza di OGM e prodotti di gene editing, soprattutto rispetto agli impatti ecologici a lungo termine e alle interazioni con ecosistemi complessi, come il suolo e i microbi.
Il controllo corporativo
La deregolamentazione apre anche un fronte meno visibile, ma altrettanto decisivo: quello del controllo corporativo. I semi ottenuti con gene editing, pur presentati come “naturali”, finiscono nei regimi brevettuali più stringenti. Attraverso l’uso della Digital Sequence Information (DSI) – dati genetici digitalizzati – le multinazionali come Corteva, Bayer o Syngenta possono appropriarsi di tratti genetici presenti in varietà coltivate o spontanee, aggirando lo spirito del Protocollo di Nagoya. Le aziende come Bayer stanno brevettando sementi abbinate all’uso dei loro pesticidi e agenti chimici,privatizzando il cibo e la vita stessa. I sistemi di licenza restringono l’accesso alle sementi, marginalizzano piccoli selezionatori e agricoltori, indeboliscono la ricerca pubblica. Sul piano ecologico, la diffusione di colture resistenti agli erbicidi accelera la comparsa di infestanti super resistenti, mentre il flusso genico minaccia la biodiversità autoctona.
Mobilitazione e resistenza dal basso
Non ovunque, però, la partita è già chiusa. Il rapporto documenta una resistenza dal basso che attraversa continenti e sistemi giuridici in tutti i continenti. In Guatemala, le mobilitazioni popolari sono riuscite a ribaltare la “Legge Monsanto”, Ecuador e Venezuela hanno inserito divieti costituzionali, il Perù ha prorogato la moratoria fino al 2035, il Messico ha vietato la coltivazione del mais OGM, Sudafrica e Colombia hanno adottato nuovi stop nel biennio 2024-2025. In Asia e in Europa, tribunali e mobilitazioni hanno rallentato l’espansione incontrollata. Recenti vittorie legali nelle Filippine hanno bloccato alcune colture geneticamente modificate e i movimenti asiatici continuano ad affermare che il futuro alimentare deve dare priorità alla scelta democratica, al patrimonio culturale e alla resilienza ecologica.
Che fare?
La posta in gioco va oltre l’agronomia e tocca cultura e democrazia: per molte comunità i semi sono un vero e proprio patrimonio vivente e base della sovranità alimentare. La deregolamentazione dei nuovi OGM segna un cambio di paradigma che concentra potere e opacità, riducendo tutele e tracciabilità a favore della logica della mercificazione. La risposta che cresce dal basso indica un’alternativa fondata su agrobiodiversità, ricerca pubblica e principio di precauzione, per difendere il diritto collettivo a decidere sul cibo.
Si è conclusa con un accordo l’istruttoria dell’Antitrust Ue nei confronti di Stellantis, Tesla, BYD e Volkswagen su possibili pratiche commerciali sleali legate alle auto elettriche. Le case si sono impegnate a fornire informazioni più chiare e complete su autonomia reale, degrado delle batterie e condizioni di garanzia. Entro 120 giorni dovranno aggiornare i siti web con dati dettagliati, inserire simulatori di autonomia e indicazioni sui fattori che incidono sulle prestazioni. Previsto anche un miglioramento delle soglie di garanzia sullo stato di salute delle batterie.
La notte in Commissione Bilancio al Senato si è chiusa con uno stallo e un colpo di scena. Al centro dello scontro, l’emendamento omnibus del governo, con le sue norme sulla pensione che hanno fatto scattare l’ultimatum della Lega. Il braccio di ferro, serrato e senza sbocchi, ha costretto l’esecutivo a un ripensamento dell’ultimo minuto: l’intero pacchetto è stato ritirato per essere riscritto da zero. Nella nuova versione, che sarà sul tavolo questa mattina, delle misure pensionistiche più discusse non resterà traccia. A sopravvivere, per sbloccare l’iter, saranno solo le parti tecniche e non negoziabili: i fondi per il Pnrr, l’iper-ammortamento e l’anticipo della ritenuta per le imprese. Ma la partita vera, quella che divide la maggioranza, è semplicemente stata rinviata: il nodo delle pensioni è stato scaricato su un futuro decreto legge, mentre in Aula si tenta di salvare la corsa contro il tempo per approvare la Manovra.
La giornata di ieri è stata segnata da tensioni crescenti in Commissione Bilancio del Senato. Il governo aveva presentato un nuovo testo che faceva marcia indietro su un punto, cancellando completamente la misura che depotenziava il riscatto della laurea breve. Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva chiarito che con questa correzione «sono stati tenuti indenni tutti coloro che hanno fatto il riscatto fino adesso». Tuttavia, il nuovo schema manteneva l’altra norma contestata: il progressivo allungamento, fino a sei mesi, del periodo di attesa (la “finestra mobile”) tra il momento in cui si maturano i requisiti per la pensione anticipata e la decorrenza effettiva dell’assegno. È stato proprio questo a scatenare il veto della Lega. Di fronte all’intransigenza dell’alleato, il governo ha scelto di snellire drasticamente il maxi-emendamento. Come annunciato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, nella notte, dalla Manovra è stato stralciato quasi tutto. Oltre al pacchetto completo sulle pensioni, sono state escluse e rimandate al futuro decreto anche altre importanti misure economiche, come i fondi per la Transizione 4.0 e per le Zone Economiche Speciali. Nel testo del provvedimento sono state salvate solo le parti considerate essenziali per la stabilità finanziaria e gli impegni con l’Europa, in particolare le disposizioni collegate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e quelle sul superammortamento per le imprese.
L’opposizione ha colto l’occasione per attaccare l’esecutivo. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha accusato la premier Giorgia Meloni di essere «campionessa di incoerenza», mentre Italia Viva ha chiesto al ministro Giorgetti di riferire in Commissione su quanto accaduto. A ogni modo, ad ora la soluzione adottata rappresenta una tregua, ma non risolve la partita. La Lega non ha ottenuto l’abolizione della norma sulle finestre pensionistiche, ma soltanto il rinvio, costringendo il governo a una riprogrammazione. Ora l’esecutivo dovrà lavorare a un nuovo testo per il decreto legge, trovando anche le coperture finanziarie per misure che, stando alle stime della Ragioneria, valgono circa due miliardi di euro di risparmi, di cui 1,4 miliardi solo dalle finestre nel 2035.
Il Consiglio Europeo ha deciso che garantirà all’Ucraina un prestito da 90 miliardi di euro in due anni senza tuttavia utilizzare i beni russi congelati. Il prestito sarà erogato all’Ucraina attingendo dal debito comune, ma non vi parteciperanno Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, che si erano opposte al piano. Negli ultimi giorni, la questione dell’eventuale utilizzo degli asset russi per finanziare l’Ucraina è risultata centrale all’interno dei palazzi di Bruxelles. A guidare il fronte dei Paesi contrari era il Belgio, Stato dove ha sede il principale istituto di custodia finanziaria a custodire asset russi. Il timore era quello di esporre gli Stati membri a ritorsioni da Mosca, motivo per cui diversi Paesi, tra cui l’Italia, avrebbero chiesto misure alternative e meno rischiose: «Ha trapelato il buonsenso» ha commentato Meloni dopo l’annuncio del Consiglio, definendo la scelta più robusta «giuridicamente» e «finanziariamente».
La decisione del Consiglio è arrivata nella notte tra ieri e oggi, 19 dicembre, a margine dell’ultimo incontro dell’anno tra i capi di governo e di Stato UE. In un comunicato, il Consiglio scrive di avere avuto uno scambio con lo stesso Zelensky, con cui «ha fatto il punto sui lavori in corso per far fronte alle urgenti esigenze finanziarie dell’Ucraina per il periodo 2026-2027». Per tali due anni, si legge nel comunicato, l’UE presterà all’Ucraina 90 miliardi sulla base di «prestiti contratti dall’UE sui mercati dei capitali» sostenuti «dal margine di bilancio dell’UE». La nota termina affermando che il Consiglio «tornerà sulla questione nella sua prossima riunione».
Nelle ultime settimane, il tema dell’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina ha causato diversi scontri e dibattiti interni. Il principale Paese a opporsi alla misura era il Belgio, dove ha sede Euroclear, istituto di custodia finanziaria che detiene 185 miliardi in asset russi dei 210 congelati nell’Unione. Negli scorsi giorni era trapelata sui media la notizia che l’Italia – assieme a Bulgaria, Repubblica Ceca, Malta, Slovacchia e Ungheria – si fosse unita al Belgio nella lotta contro l’uso degli asset russi per finanziare l’Ucraina. I Paesi avrebbero mandato una lettera all’UE per chiedere di studiare metodi alternativi per finanziare Kiev. A mobilitarsi è stata anche la stessa Mosca, che ha chiesto un risarcimento di 200 miliardi a Euroclear.
Sui banchi della commissione bilancio al Senato è spuntato un emendamento alla manovra finanziaria che punta a «rafforzare le capacità industriali della difesa». La legge prevede che i ministeri della Difesa e delle Infrastrutture individuino tramite decreto «attività, aree e relative opere e progetti infrastrutturali per la realizzazione, l’ampliamento, la conversione, la gestione, lo sviluppo delle capacità industriali della difesa», introducendo la conversione delle aziende nei progetti definiti «di interesse strategico per la difesa nazionale». Le opere individuate ai sensi del nuovo emendamento sarebbero destinate alla produzione e al commercio di armi, materiale bellico e sistemi d’armi.
L’emendamento alla legge di bilancio è apparso negli ultimi giorni su proposta di cinque parlamentari appartenenti ai tre partiti di maggioranza. Il testo è composto da sole dieci righe: «Al fine di tutelare gli interessi essenziali della sicurezza dello Stato e di rafforzare le capacità industriali della difesa riferite alla produzione e al commercio di armi, di materiale bellico e sistemi d’arma, con uno o più decreti del Ministro della difesa di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti sono individuate, anche con funzioni ricognitive e senza oneri a carico della finanza pubblica, le attività, le aree e le relative opere, nonché i progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, ampiamento, conversione, gestione e sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale». L’emendamento, insomma, permette ai ministeri della Difesa e delle Infrastrutture di individuare progetti, attività e opere infrastrutturali (e non), utili a rilanciare produzione e commercio delle armi.
Il testo è stato duramente criticato dalle opposizioni, che hanno contestato tanto i contenuti della proposta quanto le tempistiche con cui è arrivata. Il Movimento 5 Stelle ha criticato il punto sulla «conversione di opere, attività e infrastrutture in direzione della produzione e commercio di armi», sostenendo che esso – e l’emendamento in generale – proverebbero che il cuore della manovra sarebbe proprio quello di aumentare le spese militari a scapito di quelle sociali. Analoghe critiche sono state lanciate da AvS, che ha parlato di «blitz» del governo per rilanciare l’industria bellica e «trasformare le fabbriche italiane in luoghi di produzione di armi». In effetti l’emendamento arriva a margine di una manovra che aumenta l’età pensionabile, favorisce i dirigenti, e si concentra prevalentemente sugli investimenti militari.
La questione del riarmo sta diventando sempre più centrale nel dibattito politico europeo, specialmente dopo che la NATO ha fissato i nuovi obiettivi militari dell’Alleanza, chiedendo a ciascun Paese di destinare al settore bellico il 5% del proprio PIL entro il 2035. A spingere per il rilancio della produzione è anche l’Unione Europea, che con il piano ReArm Europe (ora ribattezzato “Readiness 2030”, letteralmente “Prontezza 2030”) prevede di mobilitare 800 miliardi di euro in 5 anni. In questa cornice, la questione della conversione delle fabbriche sta iniziando a emergere in diversi Paesi, prima fra tutti la Germania. I settori maggiormente coinvolti nelle ipotesi di riconversione sono quelli delle auto e dell’aviazione. Anche in Italia il tema è stato affrontato, seppure in maniera ancora embrionale: a suggerire l’ipotesi della conversione del comparto auto – in crisi da tempo – è stato il ministro delle Imprese Adolfo Urso, che è tornato sul tema in due distinte occasioni.
Nella sera di ieri, 18 dicembre, migliaia di cittadini bulgari hanno protestato contro il governo uscente, chiedendo elezioni eque e una riforma giudiziaria per contrastare quello che descrivono come un sistema di corruzione endemico. La protesta si è concentrata nella capitale Sofia, ma è stata svolta in diverse altre città del Paese. Quella di ieri, è solo l’ultima manifestazione che il popolo bulgaro porta avanti negli ultimi giorni. Lo scorso 11 dicembre, i cittadini si sono mobilitati per contestare l’adozione della legge di bilancio, organizzando un ampia protesta che ha causato la caduta dell’esecutivo.
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