Un gruppo di deputati di Pd, M5s e Avs ha occupato la sala stampa della Camera per impedire una conferenza sulla “remigrazione”, prevista alle 11.30, alla quale avrebbero partecipato esponenti di Casapound e di altre realtà dell’estrema destra. Le opposizioni avevano annunciato l’intenzione di bloccare l’iniziativa per evitare, a loro dire, l’ingresso di «nazisti» nel palazzo. La sala era stata prenotata dal deputato leghista Domenico Furgiuele. Per motivi di ordine pubblico, la Presidenza della Camera ha disposto l’annullamento di tutte le conferenze stampa della giornata, facendo sgomberare la sala dai giornalisti.
La giunta del Burkina Faso scioglie i partiti politici
La giunta militare del Burkina Faso ha sciolto tutti i partiti politici del Paese. Lo scioglimento dei partiti è stato disposto con un decreto che abroga le varie leggi che li regolano. Il decreto prevede inoltre che i beni dei partiti siano trasferiti allo Stato. «Il governo ritiene che la proliferazione dei partiti politici abbia portato a eccessi, alimentando la divisione tra i cittadini e indebolendo il tessuto sociale», ha dichiarato il ministro dell’Amministrazione Territoriale Emile Zerbo.
Ora lo ammette anche Israele: a Gaza uccise oltre 70 mila persone
Sono almeno 71.000 le vittime nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre: un numero che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero ammesso ora per la prima volta, e che si allinea alle stime – secondo diversi studi conservative – diffuse da mesi dalle autorità sanitarie di Gaza. L’annuncio del riconoscimento dei numeri forniti dalle autorità palestinesi è stato dato da diversi quotidiani israeliani, e non appare sulle fonti ufficiali di Tel Aviv, ma tra i vari media che hanno riportato la notizia ve ne sono di particolarmente vicini al governo Netanyahu e al Likud. L’esercito continua comunque a contestare la composizione del bilancio, sostenendo che una parte rilevante delle persone uccise siano combattenti di Hamas e respingendo le valutazioni internazionali sul numero di civili uccisi e sulle morti legate alla fame. L’annuncio arriva mentre Israele continua silentemente le proprie operazioni a Gaza, con attacchi diffusi in tutta la Striscia.
La notizia del riconoscimento delle vittime dell’aggressione israeliana su Gaza è stata data da diversi media israeliani, tra cui spicca il nome del Jerusalem Post, storicamente di stampo conservatore e da anni vicino alle posizione del Likud, il partito di Netanyahu. Le IDF – riporta il JP – continuano in ogni caso a contestare la percentuale di morti civili dichiarata dall’ONU e dalle autorità palestinesi, affermando che circa 25.0000 delle persone uccise siano «terroristi di Hamas»; i civili – secondo le IDF – sarebbero dunque oltre 50.000. Le IDF negano inoltre che le persone siano morte di fame, sostenendo che nessuna persona «sana» sia morta per le condizioni alimentari precarie. Le fonti dell’esercito hanno infine dichiarato di stare lavorando su una valutazione più completa della ripartizione tra civili e combattenti, che probabilmente arriverà fra tempo. Intanto, ieri, le IDF hanno continuato le proprie operazioni nel sud della Striscia. L’esercito ha annunciato di avere ucciso 8 combattenti del ramo armato di Hamas a est di Rafah, il Governatorato che costituisce la punta meridionale dell’exclave palestinese, al confine con l’Efitto; gli attacchi sono stati lanciati via aerea e attraverso le forze sul terreno. Le fonti palestinesi riportano inoltre di attacchi contro le infrastrutture energetiche e stradali, nonché di aggressioni in altre aree della Striscia, da nord a sud.
Intanto i negoziati per il proseguimento del cessate il fuoco procedono a rilento. Questa settimana, Israele ha ritrovato il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, chiudendo definitivamente la ricerca dei cadaveri dei rapiti dopo il 7 ottobre. In cambio, ha consegnato le salme di 15 palestinesi. I palestinesi attendono ancora la riapertura completa del valico di Rafah, attesa sin dall’inizio dell’accordo lo scorso ottobre, mentre intanto dovrebbe svolgersi la cosiddetta “fase due” del cessate il fuoco. Gli accordi prevedono una transizione politica nell’amministrazione della Striscia, con il potere che passerebbe nelle mani di un gruppo di tecnocrati palestinesi. Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato che il gruppo è pronto a trasferire la gestione di Gaza al comitato. Il gruppo dovrebbe lavorare sotto la supervisione del cosiddetto Board of Peace, la nuova organizzazione internazionale formata da Trump con lo scopo di abbattere l’ONU e sostituirlo. In questa cornice, il destino di Gaza resta appeso a un filo: Israele continua a chiedere la piena smilitarizzazione di Hamas, e ad affermare le proprie intenzioni a mantenere il controllo della Striscia.
Nigeria, attacco contro una base militare
Un gruppo di militanti islamisti nigeriani ha lanciato un attacco in una base militare nello Stato nordorientale del Borno, uccidendo 11 soldati e ferendone altre 12. A dare la notizia è l’esercito del Paese, mentre il bilancio dei morti è stato fornito ad agenzie di stampa internazionali da fonti militari; i miliziani hanno lanciato l’attacco contro la base di Sabon Gari, impiegando anche droni, utilizzati per distruggere veicoli militari. L’esercito ha ripreso il controllo dopo l’arrivo di un contingente di rinforzi. Questo ultimo attacco arriva in un momento di tensione per la Nigeria, con le milizie islamiste che stanno aumentando i propri attacchi contro gli avamposti militari e i villaggi del Paese.
In Somalia la siccità è un’emergenza senza precedenti: 4 milioni di persone a rischio
L’assenza di piogge in Somalia ha causato una crisi alimentare che interessa circa un quarto della popolazione del Paese. A segnalare la criticità è Save the Children, dopo quattro stagioni consecutive senza piogge che hanno esaurito le riserve di cibo. Secondo l’ONG, sono 4,4 milioni le persone che, almeno fino alla metà di quest’anno, affronteranno livelli di grave insicurezza alimentare; 1,85 milioni di bambini sotto i cinque anni, invece, rischiano la malnutrizione acuta. Le regioni più colpite dalla carestia sono quelle di Benadir (dove si trova la capitale Mogadiscio) e di Galgadud, dove circa il 90% delle famiglie registra un consumo alimentare insufficiente e solo il 2% mangia in modo adeguato. La carenza di cibo sta spingendo inoltre all’abbandono scolastico, mentre l’assistenza alimentare ha raggiunto solo 350.000 persone a novembre 2025 e oltre 200 strutture sanitarie sono state chiuse.
La crisi alimentare sta colpendo tutte le regioni della Somalia. Nella regione di Gedo, riporta Save the Children, «tutte le famiglie monitorate saltano i pasti o ne riducono in modo netto la quantità». A Benadir, il 93% delle famiglie ha un consumo alimentare scarso, tanto che l’87% dei nuclei familiari risulta costretto a vendere bestiame e attrezzi da lavoro per assicurarsi del cibo, tagliando così le proprie fonti alimentari di carne e latticini. La situazione non è diversa a Hiiran, dove a vendere i propri beni sono il 92% delle famiglie, e nemmeno a Galgadud, dove a mangiare in maniera insufficiente sono il 90% delle case. Le difficoltà alimentari stanno inoltre facendo emergere criticità anche nell’istruzione e nella sanità: «Oltre 200 strutture sanitarie e nutrizionali hanno chiuso in tutto il Paese e più di 1,7 milioni di persone vulnerabili hanno perso l’accesso ai servizi di protezione»; oltre 1.100 bambini, invece, «hanno abbandonato la scuola nella regione di Gedo, nella Somalia meridionale, e quasi la metà delle famiglie nella regione di Galgadud ha ritirato i figli dai percorsi di istruzione perché costretti a spostarsi e a cercare cibo».
Le difficoltà che sta affrontando la Somalia sono dovute alla grave carenza di piogge che ormai da quattro stagioni interessa il Paese; davanti a essa, nel novembre 2025, il governo federale ha dichiarato lo stato di emergenza. A gennaio, inoltre, è iniziata la stagione secca: «Quasi ogni famiglia ha perso completamente i propri mezzi di sostentamento. I nostri campi di mais e sorgo sono completamente distrutti: non c’è più nulla da raccogliere», segnala l’ONG. Lo stesso bestiame sta morendo: secondo le stime di Save the Children almeno il 90% degli animali da allevamento è morto o stato abbandonato dalle famiglie. La crisi, scrive Save the Children, «è aggravata da significativi tagli ai finanziamenti per le operazioni umanitarie». Per tale motivo, l’ONG lancia un messaggio alla comunità internazionale, chiedendole di aumentare i finanziamenti umanitari per «soddisfare i bisogni dei 6 milioni di persone che necessitano di assistenza, dare priorità al sostegno ai programmi nutrizionali e sanitari per prevenire la mortalità infantile, investire in programmi di resilienza a lungo termine e garantire che gli aiuti raggiungano le popolazioni più vulnerabili».
Silenziare Gaza: il caso Bisan Owda e la nuova governance di TikTok
«TikTok ha cancellato il mio account. Avevo 1,4 milioni di follower e ho lavorato su quella piattaforma per quattro anni». È la dichiarazione, contenuta in un video girato ieri da Gaza, della giornalista palestinese Bisan Owda, una delle voci più seguite sui social nel racconto della guerra in corso nella Striscia. In passato il suo profilo era già stato temporaneamente sospeso o limitato, ma questa volta si è trattato di una cancellazione definitiva, che la giornalista mette in relazione con il recente riassetto societario di TikTok negli Stati Uniti.
Dopo anni di pressioni politiche e legislative, la piattaforma di origine cinese ha infatti finalizzato un accordo per la creazione di una nuova entità statunitense, nel tentativo di scongiurare il bando previsto dalla normativa approvata dal Congresso USA. L’operazione coinvolge investitori di primo piano, tra cui Oracle, Silver Lake e MGX, chiamati a garantire una maggiore “sicurezza nazionale” nella gestione dei dati e dei contenuti. Tra i protagonisti dell’operazione figura Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle, noto anche per il suo sostegno politico ed economico a Israele. Secondo dati pubblici, Ellison ha donato negli anni decine di milioni di dollari alla Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), un’organizzazione che fornisce supporto logistico e finanziario ai soldati israeliani, e ha espresso apertamente il proprio appoggio al governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Netanyahu, sul quale pende un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024 per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle operazioni militari a Gaza, aveva dichiarato lo scorso settembre a New York, incontrando un gruppo di influencer: «Dobbiamo combattere con le armi adatte al campo di battaglia in cui siamo impegnati, e oggi le più importanti sono i social media». È in questo contesto che la cancellazione dell’account di Bisan Owda viene interpretata, da molti osservatori e attivisti, come parte di una più ampia dinamica di limitazione delle voci palestinesi online, già denunciata da diverse ONG negli ultimi mesi.
Al Jazeera, emittente con cui Owda collabora regolarmente, ha inviato una richiesta formale di chiarimenti a TikTok, chiedendo spiegazioni sulle motivazioni del ban e sulle procedure di moderazione adottate dalla piattaforma nei confronti dei contenuti provenienti da Gaza. A rafforzare le preoccupazioni è anche un video, condiviso dalla stessa giornalista, in cui Adam Presser, nuovo CEO della divisione statunitense di TikTok, afferma che l’uso del termine “sionista” in chiave negativa viene considerato incitamento all’odio e può portare alla rimozione dei contenuti o alla chiusura degli account. Dichiarazioni che, pur non essendo state formalizzate in un aggiornamento pubblico delle linee guida della piattaforma, sollevano interrogativi rilevanti sul confine tra contrasto all’odio e limitazione del dissenso politico, soprattutto quando il termine “sionista” viene utilizzato in contesti di critica a uno Stato o a un’ideologia.
La vicenda assume un rilievo particolare anche in Italia, dove proprio in questi giorni la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato il testo base del disegno di legge sull’antisemitismo. Il provvedimento prevede, tra le altre cose, la possibilità di negare l’autorizzazione a una manifestazione nel caso in cui venga ravvisato un «rischio potenziale» legato all’utilizzo di simboli, slogan o messaggi considerati antisemiti. Dopo l’adozione del testo base, il ddl entra ora nella fase emendativa, per poi approdare all’esame dell’aula del Senato e successivamente della Camera. Un iter che si preannuncia politicamente delicato, soprattutto alla luce del dibattito internazionale sulla distinzione – tutt’altro che pacifica – tra antisemitismo, antisionismo e critica alle politiche dello Stato di Israele.
In questo scenario, il caso di Bisan Owda diventa emblematico di una questione più ampia: chi decide oggi cosa è odio e cosa è dissenso, e con quali strumenti di controllo, soprattutto quando a esercitarli sono piattaforme private diventate, di fatto, infrastrutture centrali del discorso pubblico globale.
Guida e droghe: la Consulta detta i limiti alla riforma del Codice della Strada
La Corte costituzionale si è espressa sul nuovo codice della strada entrato in vigore nel dicembre del 2024, che punisce chi è positivo agli stupefacenti al volante indipendentemente dal fatto che sia “sotto effetto” al momento del fermo: la stretta sulla guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti non viene bocciata, ma neppure lasciata “libera” di produrre effetti automatici e potenzialmente sproporzionati. Con la sentenza n. 10 del 2026, depositata oggi, la Corte costituzionale ha stabilito che la nuova formulazione dell’articolo 187 del Codice della strada non è illegittima, a condizione però che sia letta in modo coerente con i principi di proporzionalità e offensività: può essere punito solo chi si mette al volante in condizioni tali da creare un pericolo per la sicurezza della circolazione.
Tre giudici di merito (di Macerata, Siena e Pordenone) avevano sollevato dubbi di costituzionalità: così scritta, la disposizione rischiava di colpire chiunque risultasse “positivo” a distanza anche molto lunga dall’assunzione (giorni o settimane), finendo per colpire condotte prive di qualsiasi incidenza sulla sicurezza stradale e creando disparità rispetto alla disciplina dell’alcol.
La Corte non ha accolto le censure, ma ha messo un paletto decisivo: non serve più dimostrare l’alterazione effettiva del singolo conducente, però serve accertare nei liquidi corporei la presenza di quantitativi di sostanza che, “per qualità e quantità” e alla luce delle conoscenze scientifiche, siano idonei a determinare in un “assuntore medio” un’alterazione delle condizioni psico-fisiche e quindi delle capacità di controllo del veicolo. In altre parole: non un reato “a prescindere”, ma una punibilità legata a una soglia di pericolosità, ricostruita tramite parametri tecnico-scientifici.
In pratica, la sentenza cambia il modo in cui dovranno essere fatti i controlli. Non basterà più limitarsi a trovare una traccia della sostanza nell’organismo, ma nemmeno sarà necessario dimostrare che il conducente fosse visibilmente alterato. Il punto centrale diventa che cosa viene trovato e in quale quantità. Già nel 2025 una circolare dei ministeri dell’Interno e della Salute aveva provato a rendere i controlli più sensati, distinguendo tra chi guida realmente sotto l’effetto di una sostanza e chi presenta solo residui legati a un consumo lontano nel tempo. La Corte costituzionale ora rafforza questo criterio: la sanzione penale può scattare solo quando i valori rilevati indicano una reale capacità di mettere in pericolo la sicurezza stradale.










