A fine gennaio gli Stati Uniti hanno inasprito l’embargo verso Cuba, minacciando di sanzionare i Paesi intenzionati a esportare carburante sull’isola. La voce grossa di Donald Trump ha funzionato, facendo sprofondare l’Avana in una pesante crisi energetica. A mettersi in moto è stata presto la macchina della solidarietà dal basso con l’organizzazione della Nuestra América Flotilla, il cui arrivo a Cuba è previsto proprio in queste ore. La risposta della comunità internazionale è stata invece debole, nonostante le diverse risoluzioni ONU che condannano da anni l’embargo statunitense. A prendere posizione, prima con le dichiarazioni e poi con i fatti, sono state Cina e Russia. Pechino ha spedito 5mila sistemi fotovoltaici all’Avana, mentre Mosca starebbe sfidando le sanzioni americane con l’invio di due navi petroliere, con a bordo circa 900mila barili di greggio e diesel. In precedenza il Cremlino aveva minimizzato i rischi delle sanzioni americane, alla luce dell’attuale raffreddamento commerciale tra i due Paesi scaturito dalla guerra in Ucraina. Resta da scoprire la reazione di Washington alla sfida mossa dalla Russia al suo embargo.
A fornire i dettagli dell’intervento di Mosca è stata l’agenzia di analisi marittima Kpler, ripresi e verificati da diversi media internazionali, dal País al Guardian. Secondo i dati messi a disposizione, la nave petrolifera Sea Horse, battente bandiera di Hong Kong, starebbe trasportando verso Cuba circa 190mila barili di diesel russo, caricato da un’altra nave a fine gennaio al largo di Cipro. In effetti, verificando la rotta della Sea Horse su Vessel Finder, l’ultima posizione tracciata risulta nella zona occidentale dell’Oceano Atlantico, nei pressi dei Caraibi. Il suo arrivo sulle coste cubane è dunque atteso per il 23 marzo.
La Sea Horse non sarebbe sola. Stando alle informazioni fornite da Kpler, anche la petroliera russa Anatoly Kolodkin — al momento sotto sanzioni internazionali — starebbe navigando verso l’Avana, con a bordo oltre 700mila barili di petrolio. L’ultima posizione su Vessel Finder risale a 48 ore fa, nel Mar Baltico, in direzione Oceano Atlantico.
A dare peso ai dati forniti da Kpler ai media internazionali, così come alla ricostruzione effettuata da L’Indipendente con l’ausilio del tracciamento marittimo, è il recente intervento dell’amministrazione Trump in materia economica. Nelle scorse ore il Dipartimento del Tesoro USA ha messo mano alla licenza che autorizzava fino a metà aprile la vendita di petrolio russo, vietando le transazioni verso diversi Paesi, tra cui Cuba. Soltanto la scorsa settimana Washington aveva ammorbidito le sanzioni al Cremlino per far fronte alla crisi energetica scoppiata in Asia Occidentale con l’aggressione all’Iran. Ora, con la notizia di due navi petrolifere in rotta verso l’Avana, la Casa Bianca aggiusta il tiro e alza il livello della minaccia. Non va infatti trascurata la presenza della flotta militare USA nel Mar dei Caraibi, così come non vanno dimenticati i sequestri alle petroliere venezuelane effettuate da Washington nel pieno della crisi aperta a Caracas col rapimento del presidente Maduro.
L’aggressione militare al Venezuela, a spregio del diritto internazionale, si è abbattuta con un effetto domino su Cuba, che trovava nel governo Maduro uno dei principali partner commerciali, soprattutto in ambito energetico. L’altro, il Messico, ha abbandonato le esportazioni di carburante a seguito delle minacce di Washington. Come risultato, Cuba è scivolata nell’isolamento internazionale, sprofondando in una crisi che oggi mette a rischio la vita di milioni di persone, tra blackout, servizi a singhiozzo e penuria di beni di prima necessità. Con l’obiettivo di rompere l’isolamento e dunque l’assedio USA è nata la Nuestra América Flotilla, attesa in queste ore con più di 20 tonnellate di medicinali al seguito. Le navi partite dai Caraibi si ricongiungeranno col Convoglio europeo, arrivato nei giorni scorsi sull’isola, per implementare diversi programmi umanitari.
Le prossime ore saranno cruciali per capire gli sviluppi delle forniture russe all’Avana, che potrebbero da un lato aprire un nuovo fronte nelle tensioni tra Mosca e Washington, dall’altro garantire un’autonomia energetica a Cuba per almeno un mese, ripristinando l’erogazione di beni e servizi. Le esportazioni di petrolio si unirebbero agli sforzi di Pechino, che nel tentativo di mitigare la crisi in corso e rompere l’isolamento della comunità internazionale ha inviato a Cuba migliaia di sistemi fotovoltaici.
Chuck Norris è morto all’età di 86 anni. L’attore statunitense, nonché ex campione del mondo di karate, era uno dei volti più noti del cinema d’azione, famoso soprattutto per il ruolo da protagonista in Walker Texas Ranger. La morte di Chuck Norris è stata annunciata dalla famiglia, a seguito di un malore che lo aveva colpito nei giorni scorsi mentre si trovava alle Hawaii.
L’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità) ha recentemente aggiornato le linee guida per la somministrazione dei vaccini contro il Covid-19, il tifo e la polio: il Gruppo Strategico Consultivo di Esperti (Sage) sull’immunizzazione dell’Agenzia ha raccomandato due dosi di vaccino anti Covid all’anno per i gruppi considerati “fragili”, insieme all’introduzione dei vaccini contro il tifo nei contesti ad alta o molto alta incidenza a partire dai cinque anni di età e ha dato il via libera alla possibilità di ridurre le dosi di vaccino antipolio nei Paesi a basso rischio. Gli aggiornamenti arrivano dopo un calo dell’adesione alla vaccinazione anti-Covid-19 registrato in buona parte d’Europa. Secondo i dati dell’Ecdc, tra l’agosto 2024 e il gennaio 2025, l’Italia ha registrato un tasso di copertura vaccinale contro il Covid sotto la media europea, sia nella fascia over 60 che in quella over 80, con dati che avvicinano la Penisola a quelli dell’Europa dell’Est. Se la copertura vaccinale contro il Covid-19 nella fascia “over 60” in venti Paesi europei ha registrato un tasso pari al 7,4 per cento, in Italia si è attestata all’uno per cento.
L’Agenzia per la salute delle Nazioni Unite ha, dunque, ribadito la volontà di rilanciare le vaccinazioni tra le categorie considerate più vulnerabili, anche per contrastare le presunte «informazioni distorte che erodono la fiducia pubblica nei vaccini» e ponendosi come obiettivo centrale del 2026 quello di contrastare la «disinformazione». In particolare, il Sage consiglia alle nazioni di considerare la vaccinazione anti-Covid-19 in base all’epidemiologia locale, alle caratteristiche della popolazione, all’accesso ai vaccini, al rapporto costo-efficacia, all’accettabilità e alla fattibilità dei programmi. Particolare enfasi è posta sulle categorie a rischio di malattia grave: anziani con comorbilità, residenti in strutture assistenziali e bambini moderatamente o gravemente immunocompromessi. Per questi gruppi, sia non vaccinati sia già vaccinati (con ultima dose da oltre sei mesi), sono indicate due dosi all’anno a distanza di sei mesi. Inoltre, il gruppo dell’Oms invita a considerare la vaccinazione routinaria di altri gruppi, tra cui anziani senza comorbidità, adulti, adolescenti e bambini con comorbidità rilevanti o obesità grave, e operatori sanitari e dell’assistenza – con almeno una dose all’anno – sulla base del contesto locale e della sostenibilità.
Per quanto riguarda le donne incinta, sia non vaccinate sia già vaccinate (ultima dose da oltre sei mesi), è consigliata una dose per ogni gravidanza, in qualsiasi momento (idealmente nel secondo trimestre), con l’obiettivo di proteggere la madre, prevenire esiti avversi della gravidanza e proteggere il neonato nei primi mesi di vita. Non c’è, invece, una raccomandazione di vaccinazione routinaria per i bambini sani di età compresa tra i 6 e i 23 mesi. Per questa categoria la vaccinazione è indicata solo nei Paesi con un carico significativo documentato in questa fascia d’età. Sul fronte del vaccino contro il tifo, invece, il Sage ha raccomandato l’introduzione del vaccino coniugato contro il tifo (TCV) nei Paesi o contesti con incidenza alta o molto alta di febbre tifoide o con un elevato carico di Salmonella Typhi resistente agli antimicrobici. In questi contesti, i Paesi dovrebbero considerare una dose di richiamo intorno ai 5 anni per i bambini vaccinati tra 9 e 24 mesi. Rispetto alla poliomielite, il Sage conferma la strategia di progressiva eliminazione dei vaccini orali, ma introduce una possibile riduzione delle dosi nei contesti a basso rischio.
L’elemento più innovativo su cui ha posto l’accento il gruppo dell’OMS riguarda però la sostenibilità economica: i Paesi si trovano sempre più spesso a dover operare scelte di priorità tra diversi interventi vaccinali, così il Sage ha proposto un approccio di ottimizzazione del portafoglio vaccinale (VPOP) come strumento per massimizzare l’impatto sanitario in condizioni di risorse limitate. Nulla, invece, viene detto sulle segnalazioni avverse dei vaccini anti Covid-19 né viene incoraggiata una più efficiente attività di farmacovigilanza attiva nei vari Paesi a tutela dei cittadini e dei pazienti: secondo il 14° Rapporto sulla Sorveglianza dei vaccini anti-Covid-19, al 26 dicembre 2022 sono state inserite 97 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose. Su 144.354.770 dosi somministrate sono state segnalate 140.595 sospette reazioni avverse, soprattutto nelle fasce d’età più giovani (20-29; 30-39 e 40-49), di cui il 18,7 per cento gravi e l’81,3 percento classificate come “non gravi”. Considerato che non c’è stata un’informazione massiccia sulla possibilità e le modalità con cui segnalare gli eventi avversi, i dati potrebbero essere sottostimati. La minore adesione alle campagne vaccinali, sia per quanto riguarda i vaccini anti Covid che quelli antinfluenzali o di altro tipo, anche nelle fasce d’età over 60, soprattutto in Italia, viene semplicemente ridotta a conseguenza di una non meglio specificata e generica «disinformazione».
Nell’ottobre 2021 Facebook formalizzó il cambio di nome in Meta, una mossa che – almeno ufficialmente – voleva chiarire sin da subito l’ambizione del CEO Mark Zuckerberg: archiviare progressivamente i social “statici” per costruire un universo virtuale in cui socializzare, lavorare e giocare, il cosiddetto metaverso. A meno di cinque anni di distanza, quel progetto si è però completamente sgonfiato. L’idea di un mondo digitale immersivo targato Meta è naufragata e lo stesso Zuckerberg ha tirato i remi in barca per concentrare gli sforzi sull’intelligenza artificiale e negli accessori indossabili, le nuove pentole d’oro verso cui stanno convergendo tutte le grandi aziende del digitale.
Più che un commiato, quello di Meta nei confronti di Horizon Worlds somiglia a un vero e proprio post‑mortem lapidario. In una nota di poche righe pubblicata sul blog ufficiale, l’azienda ha comunicato l’intenzione di separare i progetti di realtà virtuale (VR) dalla piattaforma dedicata al metaverso, confinando questa al solo ecosistema mobile. Horizon Worlds continuerà dunque a esistere – almeno per ora – sullo schermo di uno smartphone, ma rinuncia alla dimensione immersiva delle tre dimensioni vissute attraverso le lenti di un visore: proprio la modalità di fruizione che Meta ha cercato disperatamente di imporre per anni.
Il CTO Andrew Bosworth ha rassicurato i pochi fan rimasti spiegando che il sistema resterà operativo per gli utenti già iscritti. Ha però ammesso che lo sviluppo non proseguirà con nuovi contenuti poiché l’azienda ha deciso di concentrare le proprie energie altrove. In sostanza, è un morto che cammina – una condizione che riassume bene l’intera parabola di quella che era stata presentata come “la nuova frontiera” dei social. All’epoca l’idea aveva persino trovato terreno fertile: si usciva dalle quarantene pandemiche, la digitalizzazione correva veloce e lo smart working stava entrando nella coscienza collettiva. Ma da allora le persone hanno ricominciato a incontrarsi dal vivo e molte aziende, comprese le Big Tech, hanno rivisto le loro politiche sul lavoro da remoto. Alla fine, Horizon Worlds era così poco popolare che Meta si era persino trovata a imporre contrattualmente ai propri dipendenti l’uso della versione aziendale del metaverso.
La corsa al metaverso immaginata da Zuckerberg era probabilmente condannata al fallimento sin dai primissimi passi. Per accedere al servizio, infatti, un utente doveva dotarsi di un visore VR costoso e di un computer sufficientemente potente da supportarlo: un investimento da migliaia di euro per un prodotto di cui, in fondo, nessuno sentiva davvero la necessità. Le campagne di promozione di Horizon Worlds non hanno aiutato. Gli avatar e gli ambienti apparivano come simulacri senz’anima, lontani anni luce dall’idea di un mondo digitale vibrante e coinvolgente. E non che ci si aspettasse molto di meglio da Zuckerberg, lo stesso che nel 2017 aveva promosso la sua realtà virtuale inviando una versione digitale e sorridente di sé a “visitare” le strade di una Puerto Rico devastata da un uragano.
I social in realtà virtuale esistevano ben prima di Horizon Worlds e certamente gli sopravviveranno. Restano però fenomeni di nicchia, incapaci di soddisfare le ambizioni di Zuckerberg, che puntava verosimilmente a costruire un proprio “App Store” del metaverso, applicando commissioni a chiunque volesse partecipare all’ecosistema. In altre parole, replicare il duopolio Android‑Apple nel mobile, ma proiettato in un territorio ancora inesplorato. Dire che la scommessa non abbia funzionato è un eufemismo. Lo scorso gennaio la divisione aziendale dedicata al progetto ha registrato una perdita operativa di sei miliardi di dollari, la quale si aggiunge ai salassi passati per raggiungere la cifra stimata di 80 miliardi di dollari. Pochi giorni dopo è trapelata la notizia del licenziamento del 10% del personale del settore.
Meta, ormai, non parla quasi più del metaverso. Zuckerberg rilancia sull’intelligenza artificiale, dichiarandosi disposto a sperperare fino a 200 miliardi di dollari pur di sviluppare un prodotto capace di reggere la competizione e, magari, avvicinarsi alla cosiddetta “superintelligenza artificiale”. Parallelamente, la Big Tech sta ottenendo risultati ben più concreti con la collaborazione con EssilorLuxottica: gli smart glasses stanno conquistando gli appassionati grazie a un prezzo più accessibile e a una praticità che nessun visore VR è mai riuscito a garantire. Detto questo, anche questi occhiali non sono esenti da criticitá notevoli.
Dal punto di vista aziendale, gli smart glasses raccolgono una quantità di dati difficilmente immaginabile; dall’altro, non mancano esempi di utenti che sfruttano la possibilità di registrare video in modo discreto per attività che vanno dallo spionaggio alle molestie sessuali. Non solo. Secondo quanto riportato dal New York Times, Meta starebbe valutando di spingere ulteriormente lo sviluppo del dispositivo verso tecnologie di riconoscimento facciale, approfittando di quello che l’azienda avrebbe definito “un contesto politico dinamico, in cui molti gruppi della società civile da cui ci aspetteremmo di essere attaccati hanno investito le loro risorse in altre battaglie”. Una direzione talmente distopica da aver allarmato persino il Senato statunitense.
Il tribunale di Milano ha condannato nove persone per l’incendio della Torre dei Moro del 29 agosto 2021, con pene tra 8 mesi e 3 anni per disastro colposo, mentre quattro imputati sono stati assolti. Le condanne più alte hanno riguardato responsabili legati alla produzione e commercializzazione dei pannelli della facciata, ritenuti tra le cause del rogo. Altri imputati, tra tecnici e dirigenti coinvolti nel progetto e nella sicurezza, hanno ricevuto pene minori, spesso sospese. L’incendio non causò vittime tra i circa 150 residenti, evacuati in tempo, ma evidenziò gravi criticità nei materiali e nella progettazione dell’edificio.
La guerra in Iran sta causando una delle crisi energetiche maggiori degli ultimi anni, ma – come in ogni crisi – c’è sempre chi festeggia. A farlo sono le aziende collegate al settore dell’energia, tra cui spicca l’italiana ENI. Quest’ultima, il giorno dopo essersi assicurata contratti in Venezuela, Indonesia e Libia, ha presentato il nuovo piano strategico per il prossimo quinquennio, che prevede investimenti per 5 miliardi l’anno. Per il 2026, l’azienda proporrà un dividendo di 1,10 euro, in aumento di circa il 5%, e un programma di riacquisto di azioni proprie inizialmente fissato a 1,5 miliardi di euro. Se inoltre, sulla scia della guerra in Iran, il prezzo del petrolio rimarrà superiore a 90 dollari al barile, l’azienda distribuirà sotto forma di dividendo straordinario il 100% del flusso di cassa aggiuntivo. Una decisione che segue l’andamento delle azioni del colosso energetico, cresciute del 26% nell’ultimo mese, prima sulla scia dell’azione militare americana in Venezuela e poi del balzo del prezzo del petrolio inaugurato dall’aggressione all’Iran.
Alla base del piano strategico, illustrato dall’ad Claudio Descalzi alla comunità finanziaria, c’è il «migliore portafoglio di progetti Exploration & Production (E&P) nella storia della Società», capace di garantire una crescita della produzione del 3-4% annuo fino al 2030. «Non siamo mai stati così forti», ha affermato Descalzi, spiegando come la strategia sia fondata sulla «coerenza» nel quadro di un «contesto di mercato incerto e volatile». Grazie al controllo dei costi e a un programma di investimenti ridotto rispetto al passato, il gruppo prevede di generare un flusso di cassa operativo di 71 miliardi nell’arco del piano, con un tasso di crescita medio per azione del 14% fino al 2030. L’indebitamento finanziario, misurato dal rapporto tra debito e capitale, è atteso tra il 10 e il 15%, sui minimi storici.
La novità più importante è costituita dal potenziamento della remunerazione degli azionisti. Oltre al dividendo ordinario in crescita e al buyback (riacquisto di azioni proprie) da 1,5 miliardi, ENI ha introdotto un meccanismo che lega i profitti all’andamento del mercato. «Per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati (cioè superiori a 90 dollari al barile, oppure per incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione) – ha continuato l’amministratore delegato – prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario», che sarà corrisposto nell’ultimo trimestre dell’anno. Un «chiaro segnale della nostra coerenza nella politica dei dividendi e nella remunerazione», ha detto Descalzi.
L’esecuzione del piano, ha spiegato il numero uno di ENI, ha già prodotto «performance eccezionali nel 2025» e si avvale di operazioni di portafoglio come quella in Indonesia, dove la joint venture Searah con Petronas unisce asset upstream in Malesia e Indonesia, e quella in Venezuela, dove il gruppo ha recentemente stretto un accordo per lo sfruttamento di giacimenti di gas. «In Venezuela ci sono opportunità nel gas. Abbiamo recentemente stretto un accordo che include anche l’opportunità di esportazione di una parte consistente di questo gas», ha affermato Guido Brusco, Chief Operating Officer Global Natural Resources di ENI. In contemporanea, si assiste a una valorizzazione delle società satellite: Plenitude, che sarà deconsolidata dai conti con l’ingresso di Ares Management, mira a raggiungere 15 gigawatt di rinnovabili al 2030; Enilive punta a triplicare l’Ebitda nello stesso periodo.
Interpellato sugli effetti della guerra in Medio Oriente, Descalzi ha minimizzato la portata delle potenziali conseguenze su ENI, dichiarando che l’esposizione allo Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il trasporto petrolifero, è «marginale, tra il 2‑3% della nostra produzione, e in termini di cash flow ed Ebit abbiamo più progetti in sviluppo che in produzione». Insieme ai numeri del piano, tale comunicazione ha prodotto il decollo del titolo in borsa, che ha registrato un rialzo del 2,5%. Così, mentre i cittadini italiani si trovano alle prese con l’aumento dei costi dell’energia – in particolare il caro carburante – e il governo italiano cerca modalità per ridurre i prezzi alla pompa, la principale azienda estrattiva italiana, proprietaria dello Stato stesso, canta vittoria, preparandosi a distribuire ai suoi azionisti utili record.
Secondo l’ultimo report pubblicato da Legambiente gli impianti sciistici dismessi sulle Alpi e sugli Appennini salgono a quota 273, mentre i cosiddetti “edifici sospesi”, ovvero gli edifici destinati all’accoglienza turistica come alberghi e residence ormai in stato di abbandono o sottoutilizzo raggiungono le 247 strutture. Quanto emerge da Nevediversa 2026 è una situazione che appare senza ritorno. L’annuale rapporto condotto da Legambiente, nel quale viene analizzata l’eredità materiale del turismo montano in relazione agli effetti, tra le altre cose, del cambiamento climatico, dipinge una situazione che anno dopo anno continua a peggiorare. Tra il 2020 e il 2026 gli impianti sciistici dismessi sono passati da 132 a 273, dato che scatta un’istantanea di una crisi del settore senza precedenti.
Secondo i dati raccolti da Legambiente la regione con più impianti dismessi è il Piemonte (76), seguita dalla Lombardia (51), mentre per gli “edifici sospesi” è la Valle D’Aosta ad assumere la prima posizione, con 36 edifici abbandonati. Sugli Appennini, invece, è la Toscana ad avere il numero più alto di strutture in disuso (19), seguita da Abruzzo (16), Marche e Sicilia (entrambe 15).
A questi dati si aggiungono il centinaio di impianti chiusi temporaneamente oltre alle 231 strutture che riescono a sopravvivere solo grazie ai fondi: Lombardia, Abruzzo ed Emilia Romagna le regioni con il numero di casi maggiore. Legambiente denuncia un sistema che sembra incaponirsi davanti all’evidenza. Difatti nonostante siano sotto gli occhi di tutti gli effetti della crisi climatica sul contesto montano, il 90% dei fondi pubblici destinati a questo tipo di turismo continua a sostenere un sistema che fatica a sopravvivere, mentre ignora le politiche di riconversione di impianti obsoleti o misure che possano attuare una destagionalizzazione del settore.
A differenza di quanto accade all’estero, proprio questo elemento rappresenta il punto debole di una gestione istituzionale del turismo montano anacronistica e caratterizzata da sprechi, difatti in Italia sono soltanto 37 i casi in cui gli impianti dismessi sono stati riconvertiti o smantellati. Inoltre, sarebbe necessario dare inizio ad un processo che possa fomentare la diversificazione delle attività, con il fine di spalmare l’afflusso turistico durante tutto l’anno e soprattutto dare forma ad una visione incentrata sulla sostenibilità e sul rispetto di un contesto geografico fortemente vulnerabile.
Secondo Legambiente è necessario dare vita ad un dialogo che prenda realmente in considerazione tutte le parti in gioco, le comunità locali, le associazioni, le organizzazioni di categoria e tutti i soggetti interessati, per tracciare una valutazione finale che analizzi con precisione il bilancio di un evento che ha visto ritardi sulle consegne, spese esorbitanti, opulenza infrastrutturale e soprattutto un futuro incerto sull’utilizzo reale di quegli impianti definiti come “essenziali” per il paese. Quest’analisi va eseguita, però, tenendo da conto soprattutto il futuro climatico delle nostre aree montane: secondo quanto riportato da Legambiente, nei prossimi trent’anni nel mondo il 44% delle sedi olimpiche perderà la sua affidabilità climatica, mentre saranno più del 70% le sedi, che, per la stessa ragione, non potranno più ospitare i Giochi Paralimpici invernali.
Davanti ad una riduzione della stagione, al calo della profondità del manto nevoso e alla conseguente contrazione del numero degli sciatori giornalieri, effetti evidenti della crisi climatica, Legambiente propone una strategia d’azione.
Nel “Manifesto della Carovana dell’accoglienza” promosso dall’associazione ambientalista e nato dal confronto con le 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino, si prevede un piano in dieci punti per riscrivere l’impatto turistico sulle aree montane. L’importanza della sostenibilità, la presenza di un turismo a sostegno delle comunità, il rispetto di un territorio fragile e la valorizzazione delle eccellenze sono solo alcuni elementi di una proposta che può rivoluzionare non solo un settore, ma anche lo sguardo su un luogo cardine della geografia italiana.
Il parlamento sudcoreano ha approvato un’ampia legge di riforma giudiziaria per privare i pubblici ministeri dei poteri investigativi. Lo scopo dichiarato è quello di limitare il rischio di abusi politici nella magistratura. La legge scorpora l’intera funzione investigativa in un’agenzia separata, che si occuperà esclusivamente di incriminazioni e procedimenti penali.
Il concetto di Internet che si era stagliato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta era assolutamente radicale, rivoluzionario ed egualitario. Lo strumento, nato nei laboratori militari dell’esercito statunitense con il nome di ARPANET, era ormai stato assorbito dagli ambienti accademici e intellettuali, i quali ne avevano sovvertito gli originali fini militaristici con l’obiettivo di creare “una civiltà della Mente”. «Governi del Mondo Industriale […]. A nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete sovranità dove noi ci riuniamo», scriveva il poeta John Perry Barlow nella sua Dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio (1996).
«Stiamo creando un mondo in cui tutti possono accedere senza privilegi o pregiudizi concessi da razza, potere economico, forza militare o condizione di nascita. Stiamo creando un mondo in cui chiunque, ovunque, può esprimere le proprie convinzioni, per quanto peculiari esse siano, senza paura di essere costretto al silenzio o alla conformità. I vostri concetti giuridici di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi. Sono tutti basati sulla materia, e qui non c’è materia». Nell’arco di trent’anni, i sogni progressisti di Barlow si sono però infranti brutalmente contro infrastrutture dominate da pochi potenti, policy che condizionano il pensiero in funzione dei capricci degli inserzionisti e leggi che concedono sempre più spazio alla sorveglianza e alla violazione della privacy.
L’Internet ideologico, per quanto possa sopravvivere ancora negli angoli più remoti della Rete, non è mai realmente nato. Al suo posto ha preso forma un World Wide Web fatto di spedizioni rapide, fast fashion, licenze di noleggio, infotainment e disinformazione, social media che promuovono attivamente l’estetica a scapito del contenuto. L’Internet ideologico non è mai nato, tuttavia anche quello del consumo e dell’intrattenimento non se la sta passando bene. Anzi, prende sempre più forma la “teoria della morte di Internet”, un’idea secondo cui il web non è più controllato dagli utenti, ma da un meccanismo alienante che si autoalimenta all’infinito, fino a logorarsi nel nonsenso.
La teoria del complotto prende forma
La teoria della morte di Internet si fonda sull’idea che, ormai da anni, la maggior parte del traffico sul web sia generata da bot, ovvero profili artificiali che producono e diffondono contenuti con l’obiettivo di plasmare l’immaginario digitale fino a conferirgli la forma più gradita ai poteri occulti che governerebbero segretamente il mondo. Come si può evincere dai toni apocalittici e assolutisti che la caratterizzano, si tratta di una teoria complottista. L’origine è incerta, tuttavia si ritiene che abbia iniziato a emergere nel discorso pubblico circa dieci anni fa, su portali di imageboard come 4chan, contesti noti per ospitare ideologie estreme e provocatorie.
La cosiddetta teoria della morte di Internet è fuoriuscita dalla sua nicchia solo negli ultimi anni, diventando virale parallelamente alla diffusione dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM), le cosiddette intelligenze artificiali. Kaitlyn Tiffany del The Atlantic individua come momento chiave il 2021: prima dell’avvento esplosivo di ChatGPT, un utente del forum Agora Road ha descritto nel dettaglio il senso di paranoia e solitudine provato nell’esplorare il web contemporaneo, un sentimento che è presto riverberato in molti lettori. In quello stesso contesto, l’autore, noto come IlluminatiPirate, sosteneva però anche che l’evoluzione dei meme rappresentasse una sorta di prova empirica dell’esistenza di un’“entità” digitale in via di sviluppo.
Nella sua formulazione originaria, questa idea rappresenta l’apoteosi del pensiero cospirazionista: accorpa una molteplicità di stimoli complessi all’interno di un’unica narrazione, semplificandone le dinamiche fino a tessere una visione del mondo dalle sfumature allucinate. Come molte teorie del complotto, tuttavia, anche la morte di Internet affonda le proprie radici in fatti reali e osservabili, soprattutto oggi, in un contesto in cui il mercato promuove l’idea degli agenti di IA proprio per delegare alle macchine l’ingrato compito di partecipare alle interazioni sul web. Il risultato è che il significato stesso della teoria sta progressivamente mutando, abbandonando le sue componenti più astruse per concentrarsi su un concetto più trasversale e condivisibile: l’Internet, per come lo conosciamo, è sempre più fagocitato da automatismi che si sostituiscono gradualmente agli esseri umani, rendendo l’ambiente inospitale per chiunque sia dotato di un cervello organico.
L’uccellino blu perde le ali
Nel maggio del 2022, l’imprenditore multimiliardario Elon Musk era nel pieno del processo di acquisizione del social media Twitter. L’intera vicenda si è rivelata estremamente insidiosa: Musk aveva avanzato un’offerta iper-inflazionata rispetto al valore effettivo della piattaforma, un passo falso al quale ha tentato goffamente di porre rimedio ricorrendo a pretesti di natura legale. Uno dei principali argomenti avanzati in questa fase consisteva nella denuncia di una presenza massiccia e non adeguatamente documentata di profili inautentici su Twitter che, gestiti da bot, finivano con il gonfiare artificialmente i dati di traffico del sito, adulterandone il valore. In questa dinamica, Musk ha costruito per sé una narrazione degna di un poemetto epico: una volta ottenuto il controllo della piattaforma, avrebbe combattuto i bot a spada tratta, o sarebbe «morto provandoci».
A distanza di anni, il social è stato ribattezzato X e il problema dei bot non risulta affatto risolto. Tutt’altro. Gli analisti dell’agenzia di cybersicurezza CHEQ hanno stimato che, in occasione del Super Bowl del 2024, il traffico di X indirizzato verso gli inserzionisti fosse composto per il 75,85% da profili “fake” gestiti da bot o da account malevoli a guida umana. Il reale impatto del fenomeno resta però difficile da determinare: sotto la guida di Musk, la piattaforma ha infatti complicato l’accesso ai dati per i ricercatori, rendendo ancora più remota la possibilità di sviluppare un corpus di ricerca coordinato e comparabile. A ciò si aggiunge l’introduzione di Grok, il chatbot aziendale programmato per intervenire nei commenti, quando interpellato, sotto forma di post.
Il fatto che i bot siano percepiti con crescente intensità sui social non è tuttavia un esito riconducibile esclusivamente alle scelte manageriali di Musk. La facilità d’uso delle intelligenze artificiali generative, così come la loro attuale disponibilità a tariffe significativamente sottocosto, ha contribuito ad amplificare la portata e la credibilità delle attività truffaldine e ha inoltre spianato la strada a forme di content creation e influencer digitali che, fino a non molto tempo fa, sarebbero state appannaggio esclusivo di personale dotato di competenze specifiche nell’animazione, nel montaggio video e nella scrittura dei testi. Non solo: piattaforme come Facebook hanno assunto la decisione deliberata di simulare profili di utenti allo scopo di stimolare le conversazioni. In questi casi, i ruoli si ribaltano: anziché essere gli esseri umani a fornire un comando eseguibile alle IA, sono le IA stesse a fornire lo stimolo agli utenti affinché questi si attivino.
Un social di sole intelligenze artificiali
Secondo quanto riportato dall’Imperva Bad Bot Report 2025 dell’azienda di gestione dei dati Imperva, nel 2024 il 51% del traffico Internet è stato attribuibile alle attività delle intelligenze artificiali, il che significa che la mole di dati movimentata dall’essere umano ha ormai un valore minoritario. Gli effetti di questa tendenza si avvertono su molteplici livelli: una parte consistente delle aziende ha affidato alle IA la selezione del personale, con il risultato che i lavoratori hanno iniziato a loro volta a delegare alle IA la stesura delle candidature; le attività di marketing si stanno progressivamente allontanando dalle già soffocanti dinamiche della Search Engine Optimization (SEO), pensata per i motori di ricerca, per spostarsi verso la Generative Engine Optimization (GEO) e la Answer Engine Optimization (AEO), pensate per i chatbot; la centralizzazione dei contenuti sulle cosiddette “answer engines” – sistemi basati su intelligenza artificiale (AI) progettati per fornire risposte dirette alle domande degli utenti – sta infine annichilendo il traffico verso i portali di informazione, giornalistica e non, scatenando un giro vizioso per cui le IA stanno soffocando quei portali che producono i dati su cui vengono addestrate.
Ammesso e non concesso che gli esseri umani siano destinati a essere relegati agli angoli di Internet, come può evolversi l’ecosistema del web nel prossimo futuro? Una possibile risposta sembrava aver preso forma all’inizio del 2026, con la diffusione di un social network a uso esclusivo degli agenti di IA, Moltbook. Il portale si è trasformato in una sorta di “terrario” digitale, all’interno del quale le persone potevano assistere ai botta e risposta intrattenuti tra le macchine, che in breve tempo hanno iniziato a generare testi caratterizzati da toni e riflessioni facilmente interpretabili come “umani”. Più che un esperimento scientifico, però, Moltbook si è rivelato un efficace esercizio di marketing, se non altro perché è riuscito a spettacolarizzare funzioni di scarso valore cognitivo, senza chiarire in modo trasparente il ruolo svolto dagli utenti umani nel determinare le azioni e gli atteggiamenti dei bot di cui detengono il controllo.
Dal primo server del CERN (1991, sopra) allo smartphone: ovvero dall’Internet accademico alla rete dominata da piattaforme centralizzate, algoritmi opachi e traffico artificiale generato da bot e click farm
Una prospettiva analitica più solida viene offerta dallo studio Generative Exaggeration in LLM Social Agents: Consistency, Bias, and Toxicity, condotto dai ricercatori della Sapienza di Roma. Prefiggendosi l’obiettivo di comprendere come la tendenza agentica dell’IA, intesa come capacità di agire in modo autonomo, possa influenzare il discorso pubblico, i ricercatori hanno addestrato diversi modelli di linguaggio su 21 milioni di post pubblicati su X in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi del 2024, sviluppando di fatto dei simulacri di specifici utenti. L’idea di fondo è semplice: clonare i post di una persona per verificare se un’IA, sottoposta agli stessi stimoli, risponderebbe nello stesso modo del personaggio originale. Dai test è emerso che, indipendentemente dai prompt assegnati ai vari profili, i modelli di intelligenza artificiale hanno distorto il comportamento registrato negli umani di riferimento, amplificandone i tratti più stereotipati fino a fomentare dinamiche estremiste.
«Questi risultati hanno implicazioni dirette per l’impiego dei LLM come agenti sociali», si legge nella ricerca. «Che si tratti di filiere di moderazione, di sistemi deliberativi o di generazione di media sintetici, questi modelli rischiano di introdurre preconcetti sistematici, potenzialmente rafforzando la polarizzazione e presentando caricature ideologiche come comportamenti ordinari». Lasciate a sé stesse, le intelligenze artificiali generative non fanno altro che formulare, in modo stocastico, contenuti apparentemente coerenti, ma privi di reale significato, reiterando in maniera circolare ciò che le macchine sono state addestrate a considerare come “plausibile”.
Tutta questione di vibe
La presunta morte di Internet non colpisce però solamente la produzione di contenuti, bensì anche le infrastrutture che alimentano l’intera rete. Il web deve infatti fronteggiare la crisi silenziosa del link rot, la “putrefazione” dei collegamenti dovuta all’incuria accumulata nel corso degli anni. Le cause della decadenza sono molteplici: può accadere che non si ritenga più conveniente sostenere i costi fissi di mantenimento dei portali, che l’azienda che ospita un contenuto chiuda i battenti, oppure che un plug-in non venga più aggiornato per restare compatibile con i software odierni.
A prescindere dai motivi che stanno alla base del fenomeno, il Pew Research Center stimava nel 2024 che almeno il 38% delle pagine accessibili nel 2013 fosse ormai irraggiungibile. Nel giro di circa dieci anni, più di un terzo di Internet è scomparso senza lasciare traccia, un fatto che, in un ecosistema profondamente interconnesso, produce ripercussioni la cui reale portata è difficile da comprendere pienamente. Esistono realtà come Internet Archive che cercano disperatamente di rallentare questa inesorabile erosione, tuttavia si tratta di una strada in salita: la non-profit americana è frequentemente al centro di battaglie legali legate ai diritti d’autore dei materiali che ospita e, più recentemente, di attacchi informatici che ne compromettono sicurezza e funzionalità, il tutto mentre gli Stati Uniti riducono i sostegni economici dedicati al progetto.
Mentre fatichiamo a preservare la memoria storica del web, anche il suo futuro appare inesorabilmente a rischio. La diffusione dei LLM specializzati nella programmazione informatica ha offerto a molte realtà tech il pretesto per procedere con licenziamenti su larga scala, con i dirigenti che cercano di promuovere l’idea che le IA siano ormai in grado di sviluppare software e applicazioni interpretando semplici comandi testuali, pratica nota come “vibe coding”. Nell’ottobre del 2024, il CEO di Google, Sundar Pichai, è arrivato addirittura a celebrare il fatto che oltre il 25% del codice informatico dell’azienda fosse scritto da intelligenze artificiali, apparentemente impermeabile al fatto che il pubblico stia progressivamente imparando a disprezzare le interazioni sostenute con i servizi erogati dall’azienda da lui guidata.
La criticità di questo approccio è che, allo stato attuale, i sistemi di intelligenza artificiale generativa producono con regolarità risultati difettosi, i quali dovrebbero essere supervisionati e corretti da personale adeguatamente formato e consapevole. Quello stesso personale che, però, viene messo alla porta. Ecco dunque che l’azienda di cybersicurezza Veracode riporta come il 45% del codice generato tramite IA presenti vulnerabilità critiche, le quali tendono a stratificarsi con facilità, ma risultano estremamente complesse da individuare una volta consolidate. Questo rende più frequente la possibilità di incappare in realtà che non investono le risorse necessarie per effettuare correzioni adeguate o che ripongono eccessiva fiducia in codici malamente prodotti da entità terze.
L’assassino che si muove nell’ombra
I concetti alla base della teoria della morte di Internet si stanno innegabilmente concretizzando e prendono forma sotto i nostri occhi, trasformando il web in una landa desolata che non offre più oasi di salvezza per gli utenti umani. Si intavolano così perverse dinamiche in cui le macchine finiscono per comunicare con sé stesse al fine di ottimizzare la produzione di una sbobba priva di forma e sapore: l’AI slop. Sarebbe però ingiusto attribuire questa deriva all’intelligenza artificiale e altrettanto improbabile collegarla a un’oscura cabala che armeggia dietro le quinte della società. Volendo cercare un colpevole, dovremmo piuttosto guardare all’ecosistema digitale che abbiamo costruito nel tempo: abbiamo accettato modelli che traggono profitto dalla quantità, non dalla qualità, che favoriscono la viralità e l’engagement a discapito della verifica dei contenuti e della visione autoriale. Un fast food della mente che l’IA non può che emulare e accelerare, condizionata da riferimenti che già in partenza custodiscono difetti ai quali non ci siamo mai azzardati a porre rimedio. Per salvare Internet dalla dipartita definitiva occorre dunque rivoluzionare i paradigmi che muovono la rete, oppure avere il coraggio di spegnere tutto e iniziare a pensare un’alternativa che non veda le persone come semplici consumatori, ma come parte di una comunità.
Le autorità messicane hanno annunciato che 11 persone sono state uccise durante una operazione per catturare un capo del narcotraffico nello Stato di Sinaloa. L’operazione è stata lanciata ieri dalla marina del Paese, e si è svolta a Culiacán, dove si trovava Omar Oswaldo Torres, detto “El Patas”. Il leader del cartello è stato arrestato e sono state sequestrate armi e attrezzature tattiche. La Marina ha affermato che i militari dispiegati hanno risposto al fuoco dopo essere stati attaccati.
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