Il prossimo 4 luglio, i ministri Antonio Tajani (Affari Esteri), Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy) e Guido Crosetto (Difesa) si recheranno alla Villa Taverna, residenza romana dell’Ambasciatore USA in Italia, per festeggiare il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. Data la presenza alla festa di addetti militari e di businessmen statunitensi, sicuramente i tre ministri cercheranno di unire l’utile al dilettevole, ricucendo i rapporti incrinati e cercando di fare affari, in particolare nei settori armamenti e materiali dual use (militare/civile) come le terre rare. Contemporaneamente a Roma e ad Istanbul, attivisti No War e No Nato si riuniranno per dire stop al riarmo, stop alla conversione bellica, stop all’invio delle armi in Ucraina e in Israele e, più in generale, stop all’imperialismo guerrafondaio. Il loro sarà perciò un 4 luglio antiaffarista e antimilitarista, l’antitesi del raduno alla Villa Taverna.
A Roma, dunque, il CNNN (Coordinamento Nazionale No NATO) ha indetto una assemblea nazionale aperta a tutti che proporrà iniziative in tutta la penisola per attuare l’articolo 11 della Costituzione (quello sul ripudio della guerra). «L’articolo 11 non deve essere soltanto un principio etico e morale da rivendicare a parole come fa il governo Meloni», dice Chiara Masini del CNNN; «deve essere un obiettivo pratico da conseguire e che contribuisce a dare un nuovo, diverso, alternativo indirizzo politico al Paese». Si discuterà, perciò, di lotte contro la leva obbligatoria, contro le installazioni USA e NATO in Italia coperte dal segreto e dall’impunità, contro il riarmo e la conversione bellica e, infine, di lotte a favore dell’obiezione di coscienza – anche nei luoghi di lavoro.
L’evento – che originariamente era stato fissato per il 20 giugno – si terrà il prossimo 4 luglio (un sabato) alle ore 14.30 presso lo Spin Time in via di Santa Croce in Gerusalemme 55. Gli organizzatori chiedono conferma di partecipazione ed eventuale richiesta di intervento scrivendo a coordinamentonazionalenonato@proton.me.
Il 4 luglio ad Istanbul, invece, si terrà un Vertice dei Popoli (People’s Summit) anti-NATO e antimperialista, organizzato dal TIP, il Partito dei Lavoratori Turchi, e aperto a partecipanti da tutto il mondo. (Tra i firmatari dell’appello a partecipare figurano anche degli attivisti italiani.) L’evento vuole porsi in contrasto con il Vertice NATO che si terrà in Turchia il 7 e l’8 luglio nella città di Ankara. L’inglese verrà usato come lingua franca.
Chi non ha la possibilità di recarsi ad Istanbul può seguire i lavori tramite un apposito webinar; per ricevere il link, bisogna compilare il modulo presente all’indirizzo https://notonato2026.org/en/events o scrivere a notonato1949@gmail.com. Ulteriori dettagli sull’evento sono presenti all’indirizzo https://notonato2026.org/en.
«Dire NO alla NATO non significa solo opporsi all’esistenza di un patto militare», dicono gli organizzatori; «significa voler costruire un mondo senza guerre né sfruttamento, in cui i popoli vivano in solidarietà. Di fronte a un vertice (quello di Ankara) in cui i leader degli Stati membri della NATO si riuniranno per proporre nuovi piani di aggressione, è necessario far sentire la voce della pace e della solidarietà internazionale».
Nel Sudan conquistato dai ribelli delle Forze di Supporto Rapido qualcosa di inaspettato ha iniziato a passare di mano in mano tra i cittadini: banconote nuove di zecca. Il caso è ancora avvolto dal mistero. Nel 2024 il governo centrale aveva ritirato le vecchie sterline sudanesi e introdotto una nuova serie di banconote con l’obiettivo di isolare finanziariamente le RSF. Nelle aree controllate dai ribelli, però, l’amministrazione parallela ha continuato a riconoscere le vecchie banconote, che con il tempo hanno provocato una crescente scarsità di liquidità. Le banconote comparse nelle ultime settimane sembrano identiche in quasi ogni dettaglio a quelle utilizzate in Sudan prima dello scoppio della guerra civile, ma appaiono appena stampate. Non è chiaro da dove esse provengano, ma quello che pare certo è che le intenzioni delle RSF e dell’amministrazione parallela che hanno messo in piedi siano quelle di rendersi pienamente indipendenti dal governo centrale creando una struttura finanziaria autonoma e distinta.
Immaginiamo per un secondo che una regione italiana si dichiari indipendente dallo Stato centrale, controllando militarmente i propri confini e instaurando un’amministrazione parallela. Il governo di Roma decide allora di ritirare la vecchia serie di banconote e sostituirla con una nuova, riconoscendo come valida soltanto quest’ultima. Nel territorio separatista continuerebbero a circolare le vecchie banconote, che però sarebbero sempre più difficili da utilizzare per i commerci e i pagamenti al di fuori dell’area controllata dai ribelli. Uno scenario simile si è verificato in Sudan nel 2024: il governo legato all’esercito ha avviato una riforma monetaria introducendo nuove banconote, mentre le RSF hanno continuato a riconoscere quelle precedenti. La conseguenza è stata una forte scarsità di contante nei territori ribelli e un ulteriore isolamento economico delle aree sotto il loro controllo.
L’operazione del governo centrale pareva funzionare, fino a quando, alla fine di maggio, i dipendenti pubblici e i combattenti delle RSF sono stati pagati in sterline sudanesi di nuovo conio, ma vecchio aspetto. La notizia è stata data dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, che ha affermato di avere visto e analizzato queste inedite vecchie banconote. Reuters non è stata in grado di determinarne la provenienza, ma scrive che appaiono quasi identiche a quelle prebelliche. Ad alimentare i dubbi c’è anche il fatto che le banconote visionate dall’agenzia di stampa recavano la data di maggio 2022, un anno prima dello scoppio della guerra civile; presentavano inoltre la firma di quello che allora era il governatore della Banca centrale sudanese, Hussein Yahia Jangol. Nonostante ciò, un banchiere di Nyala, roccaforte delle RSF nella regione del Darfur, ha affermato che le banconote erano state stampate di recente.
L’anno scorso le RSF hanno istituito assieme ad altri gruppi militari l’Alleanza Fondatrice del Sudan (dall’inglese Sudan Founding Alliance), nota anche con il nome di Tasis. L’alleanza ha istituzionalizzato l’amministrazione già presente nelle aree controllate dai ribelli, adottando una carta fondativa e una Costituzione che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe essere estesa a tutto il Sudan. L’obiettivo dichiarato è creare un nuovo governo per l’intero Paese. Dal punto di vista militare, i combattimenti proseguono, ma i territori sotto il controllo di Tasis restano saldamente nelle mani delle RSF e dei loro alleati. Proprio oggi, le RSF hanno lanciato un nuovo attacco contro la città di El-Obeid nella regione sudanese del Kordofan settentrionale; i droni del gruppo hanno colpito cinque impianti di stoccaggio di petrolio e sebbene non sia stata lanciata alcuna offensiva terrestre, i miliziani si sono stretti attorno alla città, con l’obiettivo di assediarla.
Insomma: se dal punto di vista politico e da quello militare Tasis ha raggiunto una parziale autonomia e pare intenzionata a conquistarne ancora di più, non lo ha ancora fatto sul lato economico. Lo scopo dell’emissione delle nuove banconote pare proprio quello: ridurre la dipendenza finanziaria dal governo centrale e instaurare istituzioni economiche parallele, compiendo un passo verso il raggiungimento dell’indipendenza. A proposito di ciò, il primo ministro di Tasis si è rifiutato di commentare l’origine delle nuove banconote, ma ha affermato che «qualsiasi accordo relativo alla gestione del contante o alla fornitura di liquidità» si basa su «piani tecnici ben ponderati, volti a mantenere la stabilità economica e a soddisfare le esigenze dei cittadini e dei mercati».
Nella notte il Pakistan ha lanciato un attacco aereo sull’Afghanistan orientale. Il bilancio è in aggiornamento: al momento si contano 38 persone uccise e 163 feriti, tra cui anche donne e bambini. Secondo Islamabad, l’obiettivo dell’attacco erano alcuni rifugi dei talebani pachistani, considerati responsabili di “recenti e molteplici episodi terroristici” nel Paese. La guerra a bassa intensità tra Afghanistan e Pakistan continua dal febbraio scorso, quando l’aviazione pachistana sferrò un massiccio attacco aereo lungo il confine.
Nel 2025, 21.592 persone si trovavano in carcere per violazioni del DPR 309/1990, ovvero il Testo Unico che norma la materia degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope. Si tratta di oltre un terzo della popolazione carceraria italiana, composta da 63.499 individui al 31 dicembre dello scorso anno. Il dato è quasi doppio rispetto alla media europea e nettamente superiore alla media mondiale. La sola violazione dell’art. 73 del Testo Unico, relativo a produzione e vendita di sostanze, ha rappresentato oltre un quarto degli ingressi in prigione dello scorso anno. Se si considera che la capienza regolare delle carceri della Penisola, al 31 dicembre, era di 46.124 posti, è facile comprendere il ruolo centrale delle politiche legate alla droga nel problema di strutturale sovraffollamento delle nostre carceri.
I dati sono contenuti nell’ultimo Libro bianco sulle droghe, che da 17 anni misura gli effetti della legge antidroga sul contesto italiano. In base ai dati presentati, su 45.005 ingressi in carcere verificatisi nel 2025, 10.784 sono stati per violazione dell’art. 73, il 25,7% del totale – in continuità con il 2024, quando la percentuale era del 25,8. Al 31 dicembre 2025 erano 13.735 le persone detenute per questo genere di reato, cui si aggiungono altre 6.807 per violazione congiunta degli artt. 73 e 74 e 1.020 per il solo art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze). Se si considera il totale dei detenuti (in sovrannumero di oltre 17 mila unità rispetto alla capienza regolamentare), in totale il 33,9% della popolazione carceraria si trova in carcere per violazioni della normativa sulle droghe. La media europea è del 18%. Quella mondiale del 22.
Insieme a questi dati, va tenuto in considerazione anche in fatto che, al 31 dicembre 2025, un terzo della popolazione carceraria (20.767 detenuti, il 32,7%) era certificata come tossicodipendente, in aumento rispetto all’anno precedente. Di fatto, oltre il 40% (17.308) delle persone che hanno fatto ingresso in carcere nel 2025 era considerato come tale. Un record assoluto registrato per il terzo anno consecutivo, il massimo dal 2006. A fronte di ciò, il Libro bianco sottolinea l’insufficienza delle misure recentemente annunciate dal governo in merito alla detenzione domiciliare per i tossicodipendenti ed alcoldipendenti, dal momento che i posti sono meno di 500: «una goccia nel mare, che farà più bene a chi ospita che a chi è ospitato».
Se si considera, poi, che sono 202 mila le persone coinvolte in procedimenti penali per violazioni del Testo Unico (il 77,2% per violazione dell’art. 73) e che sono quasi 100 mila quelle destinatarie di misure alternative, sanzioni e messe alla prova (in aumento del 6,4% rispetto al 2024), si ha una misura più netta della portata del fenomeno. Per quanto riguarda la repressione amministrativa, questa si concentra prevalentemente sul consumo di cannabis, con oltre il 77% delle segnalazioni che ha riguardato questa sostanza.
A contribuire ai numeri vi sono, oltre a politiche di lunga data sulla gestione del fenomeno delle droghe, anche misure introdotte dall’attuale esecutivo, che hanno aggravato la crisi carceraria. Nel decreto Caivano, per esempio, introdotto nel 2023 e teoricamente destinato al disagio minorile, contiene una misura che interviene proprio sull’art. 73. Il comma 3 dell’art. 4 inasprisce infatti le pene per chi dede piccoli quantitativi di droghe leggere, portando la pena massima per i reati di lieve entità da 4 a 5 anni – depotenziando, di fatto, la «minore entità» del fatto stesso. Ma non si tratta dell’unico provvedimento del governo Meloni che ha aggravato l’impianto proibizionista esistente: vi hanno infatti contribuito anche il decreto anti-rave, il Piano Fentanyl (strutturato nonostante in Italia non esista un’emergenza legata specificamente a questa droga), il decreto sicurezza, ma anche il nuovoCodice della strada.
Come riporta il Libro bianco, l’attuale gestione delle droghe ha contribuito a creare una narrazione che nega l’esistenza di droghe leggere, che non vi è diritto all’uso, che «la legalizzazione è un cedimento culturale», che «chi consuma è sospetto e chi coltiva è criminale» e che chi vende cannabis light «apre una breccia nella normalizzazione» e va per questo fermato.
Dopo anni di campagne promosse dalle attiviste per i diritti delle donne e dalle comunità indigene, la Colombia ha approvato una legge che punta a prevenire e sradicare le mutilazioni genitali femminili, una pratica che l'Organizzazione mondiale della sanità considera una violazione dei diritti umani. Oltre al divieto, il provvedimento prevede programmi di prevenzione, formazione del personale sanitario e sistemi di monitoraggio, per evitare che il fenomeno venga nascosto o spinto nella clandestinità.
Le mutilazioni genitali femminili comprendono procedure che comportano la rimozione parziale ...
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Oltre sette lavoratori su dieci impiegati nel settore turistico percepiscono una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, la soglia che definisce il lavoro povero. La percentuale sale addirittura all’81% nel Mezzogiorno e nelle Isole, dove quattro dipendenti su cinque non raggiungono un reddito dignitoso. È quanto emerge dal contenuto del Focus sul lavoro povero commissionato dalla Filcams–CGIL, un’anticipazione di un più ampio report sull’occupazione in prossima pubblicazione. Il dato complessivo per l’intero comparto del terziario – che include commercio, servizi e turismo – è pari al 47,51%, con punte drammatiche nei servizi (52,60%) e una condizione strutturale che penalizza in particolare le donne e il Sud del Paese.
Come spiegato dal rapporto, il settore del Turismo si conferma il fanalino di coda: la maggiore diffusione di rapporti di lavoro di breve durata si associa a retribuzioni più contenute e, conseguentemente, a una più elevata incidenza del lavoro povero. Per chi ha lavorato almeno una settimana, il fenomeno si attesta su valori particolarmente alti, pari al 71,22% (66,72% uomini; 75,32% donne), con un divario di genere di 8,60 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori risultano elevati in tutto il Paese, attestandosi intorno al 66% nel Nord, al 69,39% nel Centro e raggiungendo addirittura l’81,14% nel Sud e nelle Isole. Tra i lavoratori con almeno dodici settimane lavorate nell’anno, l’incidenza si attesta al 64,69%, con il Sud che supera il 76%.
Ma il fenomeno è diffusissimo anche negli altri comparti. Nel settore del Commercio, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%, con un marcato divario di genere (25,33% uomini; 36,60% donne) e territoriale, con valori che dal 22,39% del Nord-Ovest toccano il 48,52% nel Sud e Isole. Nei Servizi – che comprendono pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva – l’incidenza sale al 52,60%, superando il 50% anche tra chi lavora con continuità: la percentuale di lavoratrici in condizione di povertà raggiunge il 57,99% contro il 42,06% degli uomini. Il divario di genere sfiora i 20 punti percentuali nel campione con almeno dodici settimane lavorate.
«Il part-time involontario – ha sottolineato Fabrizio Russo, Segretario Generale della Filcams CGIL – è ormai una condizione strutturale, che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante». E ha aggiunto: «Siamo davanti a una vera e propria emergenza, quasi una persona su due guadagna meno di 15mila euro l’anno, un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo. È troppo facile sbandierare numeri e proclami nei contesti pubblici, se poi ai tavoli negoziali si lasciano milioni di lavoratrici e lavoratori senza adeguamenti salariali rispetto al costo della vita».
La geografia del dato conferma un Paese profondamente diviso: nel Sud Italia l’incidenza del lavoro povero si avvicina al 60%, coinvolgendo quasi due lavoratori su tre, contro il dato del Nord Ovest che si attesta comunque oltre il 30%. A questo divario territoriale si somma quello di genere, che risulta pari a 18 punti percentuali a livello nazionale e prossimo ai 20 punti nei servizi. «Cgil Cisl e Uil – ha concluso Russo – stanno discutendo con le associazioni datoriali per giungere a un modello contrattuale e di rappresentanza che innovi e garantisca la tenuta dei salari. Il rinnovo dei contratti nazionali resta infatti il primo argine contro il lavoro povero: è da lì che ripartiamo nella prossima stagione contrattuale, che nel 2027 ci vedrà al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi, con la responsabilità di restituire dignità e riconoscimento alle persone che rappresentiamo».
Manuel Adorni si è dimesso dall’incarico di capo di gabinetto del governo argentino di Javier Milei dopo settimane di accuse di corruzione e indagini giornalistiche e giudiziarie. L’ex portavoce del presidente era finito sotto inchiesta per un presunto stile di vita incompatibile con le sue entrate, circa 2.200 euro mensili, ma con spese pari a circa 700mila euro in pochi mesi tra immobili, ristrutturazioni e viaggi di lusso. Un imprenditore ha inoltre dichiarato di aver ricevuto pagamenti in contanti non fatturati. Adorni ha ammesso omissioni patrimoniali legate alle criptovalute, ma ha respinto ogni accusa, parlando di campagna diffamatoria.
Nel 2025 sono entrate in Italia, provenienti da Israele, centinaia di migliaia di droni kamikaze, armi e tecnologie militari dirette ad aziende italiane, per un valore di 108,6 milioni di euro. Praticamente un terzo delle importazioni totali (338,8 milioni di euro) proveniva da Israele. Questo è ciò che si legge dalla relazione dell’Agenzia delle Dogane ai sensi della legge 185/90, nelle tabelle riferite alle importazioni definitive. Israele ha sorpassato perfino gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno esportato armi nel nostro Paese per un valore di quasi 74,5 milioni di euro e nel 2024 circa 66 ...
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C’è una cosa che succede ai desideri quando si realizzano: si lasciano dietro un abisso. Non sempre, ma capita. Il momento in cui ottieni quello che volevi è anche il momento in cui smetti di avere una direzione. Prima c’era un obiettivo che teneva tutto insieme. Dopo non c’è più niente a fare da collante. Puoi cadere da tutte le parti. John Frusciante questa lezione l’ha imparata presto. Aveva diciassette anni quando vide suonare i Red Hot Chili Peppers e decise che voleva entrare in quella band. Un sogno non particolarmente originale. Milioni di adolescenti hanno desiderato la stessa cosa dai Beatles in poi. Quasi nessuno ce l’ha fatta. John Frusciante c’è riuscito in un anno, appena diventato maggiorenne. A quel punto le cose nella sua vita hanno cominciato a cambiare prospettiva.
Nel 2021 il sito di recensioni musicali Pitchfork ha pubblicato un resoconto delle sue 28mila recensioni online. Una serie di classifiche che riassumono i punti salienti di 25 anni di vita. Un po’ come fa ogni anno Spotify con il famigerato Wrapped degli ascolti, ma spalmato in un quarto di secolo e con meno canzoni di Gabry Ponte. C’è la lista degli artisti che hanno ricevuto i punteggi più alti (Beatles, Miles Davis, Kanye West) quella degli artisti più recensiti (Brian Eno, Neil Young, David Bowie) e poi quella degli artisti con la media voto più bassa (Weezer: insospettabili, Coldplay: sospettabili)
Infine c’è l’elenco più affascinante: quello degli album che hanno ricevuto uno spietato zero nel punteggio finale. Il metro di valutazione su Pitchfork va da zero a dieci e non rispetta delle regole precise. L’aritmetica delle canzoni è ancora una materia abbastanza oscura, praticata da persone che hanno studiato semiotica all’università e non si sono più riprese. Eppure lo zero è una sentenza che va al di là delle opinioni. Per guadagnarselo bisogna fare il disco sbagliato, nel momento sbagliato, con la faccia sbagliata. Infatti la classifica è piuttosto corta, appena 9 album in 25 anni. Tra gli sfortunati c’è proprio un disco di John Frusciante, pubblicato da solista, dopo che aveva deciso di lasciare i Red Hot Chili Peppers, abbandonando il sogno della sua vita quando era all’apice del successo. Si intitola Smile from the Streets You Hold ed è stato pubblicato nel 1997 in circostanze decisamente difficili. Frusciante era uscito dal gruppo e si era chiuso in casa per dedicarsi a tempo pieno all’altra grande passione della sua vita: una solida e sana tossicodipendenza. Lui stesso ha poi ammesso di aver registrato quel disco solo per procurarsi i soldi per la droga. L’album che ne uscì, il secondo della sua carriera solista, era registrato con mezzi improvvisati, con suoni volutamente grezzi, linee vocali che non andavano da nessuna parte e testi che sembravano scritti in un pomeriggio particolarmente difficile. Pitchfork gli diede zero. Frusciante lo ritirò dal commercio qualche anno dopo, forse d’accordo con la valutazione. Oggi è introvabile, il che lo rende automaticamente un oggetto di culto.
Lasciare una band di successo e sparire nel nulla è un gesto che ha una sua grammatica particolare e che può essere messo in pratica attuando diverse strategie. C’è chi lo fa in silenzio, chi sparendo nel nulla, chi facendo a botte con gli altri membri del gruppo e chi con un disco registrato in bagno che prende zero su Pitchfork. In tutti i casi però, quello che rende il gesto davvero memorabile è il tempismo. E su questo nessuno, negli ultimi anni, batte Isaac Wood.
I Black Country e Isaac Wood, seduto in altro a sinistra
Isaac Wood era il cantante e chitarrista dei Black Country New Road, band inglese formatasi nel 2018 dallo stile difficilmente catalogabile. Hanno i suoni e i tempi dispari tipici del math-rock, al servizio però di armonie e arrangiamenti clamorosamente orchestrali. Del resto sono in 7 a suonare, compreso violino, pianoforte e sassofono. Una band composta da tante anime diverse che ha, come punto d’appoggio, la voce di Isaac Wood, incredibilmente romantica e furiosa, che sul palco canta i testi con il tono di chi ha qualcosa di importante da dire ma non sa se riuscirà a dirla. Nel 2021 registrano il primo disco, For the first time, che va molto bene. Riviste come NME e Guardian lo mettono tra i migliori dell’anno. A quel punto tutti aspettano il secondo album, “il più difficile nella carriera”, come diceva qualcuno.
Pochi mesi dopo l’esordio la band entra in studio e registra Ants from Up There. Il disco esce il 4 febbraio 2022 ed è, a detta di molti, un capolavoro. Cinquantotto minuti in cui Wood costruisce canzoni maestose e fragili allo stesso tempo. Sempre sul punto di crollare e che invece reggono, crescono, esplodono nei momenti giusti. I testi, malinconici e rabbiosi, sembrano parlare della fine di una relazione. La critica lo accoglie come se stesse assistendo a qualcosa di raro. Perché in effetti lo è. Pitchfork, per restare in tema, lo valuta 8.4. A fine anno comparirà nelle posizioni più alte di tutte le classifiche dei migliori dischi.
Già prima dell’uscita i Black Country, New Road avevano annunciato un tour in Europa e Nord America che avrebbe dovuto consacrarli a band di fama globale. Pochi giorni prima della pubblicazione del disco, tuttavia, succede quello che nessuno si aspetta. Il 31 gennaio Isaac Wood pubblica un post sui social nel quale annuncia la sua decisione di lasciare il gruppo. Nel farlo, spiega che non si tratta di problemi con gli altri membri della band «sei delle persone più straordinarie che conosco» bensì di un malessere che lo tormenta «Il tipo di tristezza e di paura che rende difficile suonare la chitarra e cantare allo stesso tempo».
Isaac Wood annuncia il suo abbandono dai Black Country, New Road
Il tour viene annullato. Il disco esce comunque e viene celebrato da tutti come uno dei più belli degli ultimi anni. Nel frattempo, tuttavia, qualcosa cambia nel modo in cui lo si ascolta. I testi di Ants from Up There, che sembravano parlare della fine di una storia d’amore, cominciano a sembrare qualcos’altro. Il racconto di qualcuno che si stava allontanando dal mondo e che sapeva già come sarebbe andata a finire mentre lo stava scrivendo.
«Isaac will suffer, Concorde will fly», canta a un certo punto Isaac Wood. Il Concorde è ovunque nel disco: nel titolo di un brano, nei testi, addirittura sulla copertina. L’aereo supersonico degli anni Settanta, considerato un capolavoro della tecnologia e ritirato in fretta e furia dopo un incidente nel 2000, con la stessa rapidità con cui era diventato un simbolo. Grandioso e fragile. Wood ci sale sopra e lo usa come punto di vista privilegiato. Quello di chi guarda le cose dall’alto e le vede rimpicciolire, trasformarsi in “formiche viste da quassù”, fino a perdere i contorni. Canzoni sulle relazioni finite ne sono state scritte parecchie. Non capita spesso di sentire la versione di qualcuno che sta lasciando il mondo intero.
Isaac Wood lascia il gruppo e sparisce dalla circolazione. Letteralmente. Niente apparizioni pubbliche, niente canzoni, nessun profilo social attivo. Quattro anni di silenzio totale. Forse è rimasto anche lui “bloccato nel traffico”, come rispose Tom Waits quando gli chiesero dei suoi anni lontano dalle scene. Poi, il 5 giugno scorso, la cantautrice statunitense Phoebe Bridgers annuncia un tour europeo per il prossimo autunno. Nella locandina, totalmente a sorpresa, appare scritto che ad aprire i concerti ci sarà un ospite speciale: Isaac Wood. È l’unica informazione disponibile. Wood non ha commentato, non ha pubblicato niente, non ha spiegato nulla. È semplicemente ricomparso, come se fosse riatterrato nel mondo dopo quattro anni di assenza.
Il ritorno di Isaac Wood
E i Black Country, New Road? Non si sono persi d’animo. Dopo il divorzio hanno annullato il tour, sono tornati in sala prove, hanno scritto nuovi brani e li hanno registrati in un disco dal vivo, Live at Bush Hall, uscito l’anno seguente. Nel 2025 hanno pubblicato un nuovo album in studio,Forever Howlong, che ha confermato il loro talento anche dopo il periodo difficile. Ai loro concerti ci sono migliaia di fan che hanno abbracciato la nuova direzione. I vecchi brani però, quelli con la voce di Wood, non li suonano più.
Frusciante lasciò i Red Hot Chili Peppers nel momento del loro massimo successo e sparì. Poi tornò, e con lui tornò la band più importante della sua vita. Wood ha fatto lo stesso, si è fermato quando non riusciva più ad andare avanti e adesso riemerge in silenzio, senza grandi annunci, aprendo i concerti di qualcun altro. Come se stesse reimparando a guardare il mondo da vicino.
Il desiderio che si realizza porta con sé un abisso. Ma a volte, dall’abisso, si risale.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
Un piccolo aereo da turismo è precipitato questa mattina intorno alle 11 a Tomblaine, vicino a Nancy, in Francia. Secondo le prime ricostruzioni, il velivolo trasportava un gruppo di paracadutisti impegnati in un lancio in tandem. Stando a quanto riferiscono le autorità francesi, le vittime sarebbero 11: cinque istruttori, cinque allievi e il pilota. Tre persone sarebbero state sbalzate fuori dall’abitacolo durante l’impatto. L’aereo è caduto su un’area erbosa nei pressi di alcune abitazioni. Sul posto sono intervenuti vigili del fuoco e forze dell’ordine, che hanno isolato la zona invitando i cittadini a non avvicinarsi.
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