venerdì 20 Febbraio 2026
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Spostamenti tra regioni: ora sono liberi e senza tampone, anche in aereo

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Gli spostamenti per turismo possono essere effettuati liberamente tra le regioni italiane: attualmente all’interno di tutto il territorio nazionale non è prevista alcuna restrizione per poter viaggiare (anche in aereo) e non c’è bisogno di sottoporsi al tampone né è necessaria l’autocertificazione. Al momento, infatti, in Italia tre regioni sono di colore bianco (Sardegna, Molise e Friuli-Venezia Giulia) mentre tutte le altre si sono tinte di giallo, e le regole stabilite per i territori di questi colori non prevedono tali limitazioni per ciò che concerne gli spostamenti. Differente invece la normativa che riguarda le eventuali regioni rosse ed arancioni: per queste ultime infatti c’è bisogno del green pass nazionale per i viaggi fatti per motivi di turismo. Si tratta di un certificato che può essere ottenuto solo dai vaccinati o da chi dimostri di essere guarito dal Covid oppure si sia sottoposto ad un test molecolare o rapido con esito negativo entro le 48 ore precedenti allo spostamento. Attualmente in forma cartacea, esso sarà probabilmente disponibile in forma digitale entro fine giugno in attesa di quello europeo, il cosiddetto certificato “Eu Covid-19”, il quale entrerà in vigore il 1° luglio e permetterà di spostarsi liberamente in tutti i Paesi dell’Unione europea.

Ci si chiede, però, per quale motivo le informazioni sugli spostamenti tra le regioni non siano di dominio pubblico: esse infatti si possono reperire quasi esclusivamente tramite i siti e le pagine social degli aeroporti. Per questo, sebbene stia per iniziare la stagione turistica, gran parte dei cittadini non è assolutamente a conoscenza del fatto che in Italia si possa viaggiare in maniera totalmente libera. Eppure il governo dovrebbe essere interessato a rilanciare il settore del turismo e conseguentemente cercare di promuovere i viaggi all’interno del territorio nazionale.

[di Raffaele De Luca]

Israele: Isaac Herzog eletto nuovo presidente

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Isaac Herzog è il nuovo presidente di Israele. La Knesset, il Parlamento israeliano, lo ha eletto in seduta plenaria con 87 voti a favore su 120, determinando così la sua vittoria nei confronti dell’altra candidata Miriam Peretz, che ne ha ottenuti 26. Gli astenuti invece sono stati 7. Si tratta dell’undicesimo presidente di Israele: egli succederà a Reuven Rivlin, il cui mandato scadrà il 9 luglio. Herzog, inoltre, è attualmente anche presidente dell’Agenzia ebraica, un’organizzazione israeliana che sostiene l’ebraicità di Israele, mentre tra il 2013 ed il 2017 lo è stato del Partito Laburista Israeliano.

Unione Africana sospende Mali dopo secondo golpe in 9 mesi

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In seguito al secondo colpo di Stato effettuato in Mali in nove mesi, l’Unione Africana ha annunciato la sospensione, con effetto immediato, del Paese quale suo membro. La Repubblica del Mali non potrà partecipare a «tutte le attività dell’Unione Africana, i suoi organi e le sue istituzioni, fino a quando il normale ordine costituzionale non sarà ristabilito», si legge all’interno di una nota del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana. Tale decisione fa seguito a quella dell’Ecowas (la comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che a sua volta nei giorni scorsi ha sospeso il Mali.

Autostrade: i Benetton incassano 2,4 mld dallo Stato e festeggiano in borsa

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A quasi tre anni dalla tragedia del ponte Morandi la “revoca” delle concessioni autostradali – che secondo il governo dell’epoca, il Conte I con M5S e Lega, sarebbe dovuta essere rapida e senza indennizzi – si conclude con un assegno da due miliardi e quattrocento milioni di euro staccato alla famiglia Benetton. Un incasso di oltre 55 milioni di euro per ogni vittima del crollo. Un acquisto a prezzi di mercato, che la società di famiglia che controllava Autostrade per l’Italia, Atlantia, ha accettato dopo una lunga trattativa. Un negoziato evidentemente fruttuoso, tanto che dopo l’annuncio la società dei Benetton ha fatto un bel balzo in borsa chiudendo la giornata con un + 2,84%.

Il prezzo che complessivamente la cordata guidata da Cassa Depositi e Prestiti (ovvero il Ministero del Tesoro) pagherà ad Atlantia per rilevare le sue quote di Autostrade per l’Italia (l’88,06%) è di 7,9 miliardi. Una bella plusvalenza a spese della collettività per il consorzio privato dei Benetton che avrebbe dovuto fare la manutenzione del ponte Morandi di Genova, crollato come una struttura di sabbia il 14 agosto 2018, mentre era attraversato da autotrasportatori e vacanzieri. Nel crollo morirono in 43. Samuele, il più piccolo tra loro,  aveva appena 7 anni e mezzo. Il processo per stabilire le responsabilità durerà ancora a lungo, ma i PM nelle quasi 2 mila pagine complessive di accuse, che vanno dal disastro e omicidio colposo all’attentato alla sicurezza dei trasporti alla rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, non hanno usato mezzi termini per descrivere le mancanze e la gravità dei fatti contestati. Parlando di «incoscienza», di «negligenza», di «immobilismo», di «comunicazioni incomplete, equivoche, fuorvianti», oltreché di «manutenzioni inadeguate».

Sconcerto per la conclusione della trattativa hanno espresso i parenti delle vittime. Avevano chiesto fino all’ultimo che l’accordo non fosse siglato e ora la loro portavoce, Egle Possetti, afferma: «Siamo molto amareggiati. Non sono sorpresa dell’ok degli azionisti di Atlantia, sarebbe stato come rifiutare un terno al lotto. Io auspico che, visto che Cassa depositi e prestiti avrà l’ultima parola, ci sia un ripensamento e che la contrattazione non vada avanti».

L’alternativa della nazionalizzazione senza indennizzo tramite la revoca della concessione sarebbe stata possibile. Invocando la violazione del comma B dell’articolo 3 della concessione, che prevede tra gli obblighi del concessionario “il mantenimento della funzionalità delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e la riparazione tempestiva delle stesse”, si sarebbe potuto procedere alla revoca. Atlantia avrebbe certamente fatto causa: se i giudici avessero dato ragione allo Stato, certificando la mancata manutenzione, la revoca sarebbe stata senza indennizzo e i Benetton non avrebbero incassato nemmeno un euro. Se invece i giudici avessero dato ragione ad Atlantia lo Stato avrebbe dovuto sborsare un indennizzo pari ai mancati introiti fino alla scadenza naturale della concessione che era fissata al 2038. Secondo le stime sarebbero stati circa 10 miliardi. Nella peggiore delle ipotesi, quindi, si sarebbe dovuto versare poco più di quanto si è scelto liberamente di pagare. Non per niente la società dei Benetton festeggia in borsa.

 

Usa: Biden sospende trivellazioni in parco in Alaska

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L’amministrazione di Joe Biden, il presidente degli Stati Uniti, ha sospeso le licenze per le trivellazioni nell’Arctic National Wildlife Refuge, un parco protetto che si trova in un’area remota dell’Alaska ed ospita orsi polari. Lo si apprende da una nota del dipartimento degli Interni. La sospensione è stata effettuata in attesa di una revisione della decisione con cui sono state concesse le licenze, presa dalla precedente amministrazione dell’ex presidente Donald Trump.

La Danimarca ha aiutato gli USA a spiare i leader europei

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Un’inchiesta giornalistica della rete radio-visiva di stato danese, DR, ha rivelato che lo spionaggio statunitense nei confronti dei leader europei, avvenuto tra il 2012 e il 2014, già denunciato nel 2013 da Edward Snowden e per cui dovette fuggire dagli USA cercando rifugio altrove, è avvenuto grazie all’aiuto della Danimarca. L’NSA, agenzia di intelligence USA, ha goduto della collaborazione dei servizi segreti danesi, con tanto di uomini e infrastrutture, per l’intercettazione di politici di alto livello di Germania, Svezia, Norvegia e Francia.

L’inchiesta condotta da DR si è basata su un documento classificato del 2015 dell’intelligence militare danese (FE) che, proprio a seguito delle rivelazioni di Snowden, svolse indagini interne. Diversi analisti e hacker condussero uno studio segreto interno all’FE in conclusione del quale si confermava lo spionaggio condotto dagli USA con la collaborazione dell’FE stessa. Il nome in codice dell’operazione congiunta NSA e FE era “Operazione Dunhammer“, così come quello assunto dall’indagine segreta interna all’FE.

L’NSA ha utilizzato i numeri di telefono dei singoli individui come parametri di ricerca per estrarre le comunicazioni di politici e funzionari. Infatti, la Danimarca è l’hub Nordeuropeo della rete Internet, con moltissimi cavi sottomarini, attraversata da un immenso flusso di dati. Secondo l’inchiesta, al fine di una maggior capacità ed efficienza d’intercettazione, è stato persino costruito un data center in una struttura dell’intelligence militare danese presso l’isola di Amager. Come detto, i fatti rimandano al 2012-2014 ma non è dato sapere se l’operazione spionistica sia proseguita anche dopo le rivelazioni di Snowden del 2013.

La Cancelliere Angela Merkel, l’allora Ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier – oggi Presidente federale – e l’allora leader dell’opposizione Peer Steinbrück, sono alcuni di coloro che sono stati spiati in Germania. Peer Steinbrück ha definito «grottesco» lo spionaggio tra alleati e partner ed ha aggiunto: «Politicamente lo considero uno scandalo». Angela Merkel ha chiesto immediati chiarimenti mentre il Presidente francese, Manuel Macron, ha detto: «Questo è inaccettabile fra alleati e ancor meno tra alleati e partner europei».  Il ministro della Difesa norvegese, Frank Bakke-Jensen, ha detto che «prendendo sul serio le accuse», mentre il ministro della Difesa svedese, Peter Hultqvist, ha detto di volere «informazioni complete su queste cose». «Profonda, grave e inquietante violazione della fiducia», ha invece affermato il leader del partito Sinistra Socialista norvegese, Audun Lysbakken, mentre il parlamentare svedese Jens Holm definisce il fatto come «estremamente scandaloso».

Dall’inchiesta emerge inoltre che il governo danese era stato informato dei fatti almeno nel 2020, se non già nel 2018. Timide dichiarazioni di circostanza sono giunte dal Paese europeo mentre c’è silenzio sull’altra sponda dell’Atlantico, visto che il Presidente in carica USA, Joe Biden, era l’allora Vice-presidente di Obama al momento dei fatti. Per l’occasione torna a farsi sentire l’ex analista della NSA, Edward Snowden che da Twitter attacca Biden con l’accusa di essere stato profondamente coinvolto nello scandalo spionistico. Dall’11 di giugno il Presidente USA sarà in Europa per il suo viaggio in occasione del summit G7, del vertice della Nato e per l’incontro vis-à-vis con il Presidente russo, Vladimir Putin (che è colui che ha dato asilo politico a Edward Snowden). Dal suo profilo Twitter, l’ex analista della NSA, invita Biden a fornire spiegazioni quando sarà ospite dei propri alleati, degli stessi spiati.

[di Michele Manfrin]

Cambiare le big oil da dentro: due attivisti ci provano entrando nel cda di Exxon

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Il fondo di attivisti Engine No. 1 ha vinto: dopo una battaglia durata sei mesi e milioni di dollari investiti nella campagna, è riuscito a far eleggere due candidati nel consiglio d’amministrazione della ExxonMobile. Gregory Goff, ex amministratore delegato della società petrolifera Andeavor, e Kaisa Hietala, dirigente che ha favorito la conversione ai biocarburanti da parte della società energetica finlandese Neste, potranno ora dire la loro all’interno della principale multinazionale fossile degli Stati Uniti. Engine No. 1, che negli ultimi mesi aveva criticato la gestione del gigante petrolifero sui temi climatici, in questo modo spera di guidare un significativo cambio di rotta verso una maggiore sostenibilità.

La strategia messa in atto dal gruppo è stata quella del cosiddetto azionariato critico. Ovvero quando, ad esempio, un’organizzazione non profit compra una quota di azioni di grandi società per ottenere il diritto di partecipare alle assemblee delle stesse. Uno strumento di pressione interna quindi, che mai aveva riscosso un successo simile. Grazie al sostegno di tre grandi investitori – BlackRock, Vanguard e State Street – i quali detengono nel complesso più del 20% delle azioni di Exxon, il giovane fondo Engine No.1 potrà dare così maggiore spazio a tematiche sociali e ambientali.

Un chiaro segnale che il settore degli investimenti sta cambiando. Una transizione energetica è inevitabilmente in atto e questo non può fare a meno di adeguarsi. Di conseguenza, anche le grandi multinazionali del petrolio dovranno fare altrettanto. A confermarlo il fatto che, nella stessa settimana, anche gli investitori di Chevron, altra nota ‘big oil’, hanno chiesto all’azienda di impegnarsi a ridurre le proprie emissioni di gas serra. Tuttavia, alla luce delle crescenti preoccupazioni degli investitori sul tema del riscaldamento globale, nulla esclude che i giganti petroliferi stiano cercando di recuperare credibilità. Anche fosse, il peso di nuovi consiglieri o le pressioni di chi finanzia, comunque, non potranno essere trascurate.

[di Simone Valeri]

Migranti: nel 2021 registrate 623 vittime nel Mediterraneo centrale

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Secondo i dati forniti da Oim Libia, nei soli primi cinque mesi dell’anno si contano 632 vittime nel Mediterraneo centrale, tra morti i accertati (173) e i dispersi (459). Nello arco temporale, 10.154 migranti sono stati riportati in Libia – dei quali circa 500 nell’ultima settimana.

Gli europei sono pronti a farsi governare dalle macchine (gli italiani soprattutto)

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riconoscimento facciale

Negli Stati Uniti i devastanti attacchi hacker perpetrati mesi fa attraverso SolarWinds e Microsoft Exchange stanno ancora causando danni, nel frattempo i sistemi sanitari dell’Irlanda e della Nuova Zelanda sono stati recentemente tenuti sotto scacco da alcuni ransomware e le fughe di dati sono ormai talmente martellanti che le grandi aziende tecnologiche stanno cercando di convincere gli utenti che non vi sia alcun modo di difendere la privacy degli utenti, eppure non riusciamo a fare a meno di voler affidare al digitale ogni incombenza della nostra esistenza.

A ricordarcelo con una certa enfasi è il Center for the Governance of Change, un’istituzione sponsorizzata da banche, giganti informatici e Nazioni Unite che studia le implicazioni sociali dell’attuale rivoluzione tecnologica e che, nella sua ultima ricerca, ha raccontato come gli europei siano pronti a delegare alle macchine la gestione dei voti elettorali, se non addirittura del Governo stesso.

Il testo, lo European Tech Insights 2021 (parte uno e parte due), ha preso in considerazione le opinioni di 2.769 persone provenienti da diverse nazioni europee, persone che hanno manifestato punti di vista molto marcati, a proposito del genere di rapporto che si auspicherebbero fosse instaurato tra tecnologia e politica: il 72 per cento degli intervistati vorrebbe infatti poter esercitare il voto direttamente dal proprio smartphone. Tenendo conto solamente dei dati italiani, la statistica sale al 78 per cento, a prescindere dal fatto che una simile digitalizzazione ci ha causato in passato solamente grattacapi.

Non basta, un buon 59 per cento degli italiani desidera che i parlamentari vengano sostituiti, almeno parzialmente, con algoritmi e intelligenze artificiali, anche se allo stesso tempo il 54 per cento degli abitanti del Bel Paese ha ammesso di voler limitare l’automatizzazione professionale per salvaguardare i posti di lavoro.

Importante sottolineare che il supporto nei confronti della digitalizzazione cresca notevolmente se si vanno a considerare le anagrafiche giovanili, quelle dei “nativi digitali”. In questo caso non solo si riscontra una spiccata fiducia nell’uso di tutto ciò che è informatico, ma anche una maggiore propensione a rinunciare alla propria privacy in favore dei servizi digitali.

Un numero considerevole under-25 europei si è infatti detto pronto a condividere un numero sempre più crescente di dati personali, sia con il Governo che con le aziende private. Il 46 per cento dei giovani ha dunque dichiarato di essere disponibile a concedere ad assicurazioni e centri medici il diritto a consultare i loro dati fisiologici raccolti attraverso accessori indossabili quali smartwatches o attrezzi clinici portatili.

In generale, emerge la tendenza europea al rinunciare alla preservazione della propria intimità, se questo comporta la percezione di una vita più agile e sicura. Il 42 per cento degli intervistati si è infatti detto favorevole all’invadente tecnologia di riconoscimento facciale, a patto che questa poi permetta ai cittadini di utilizzare i propri dati biometrici per accedere ad aree per cui avrebbero altrimenti bisogno di specifici documenti d’identità.

In Italia, il 56 per cento delle persone ha ammesso di supportare l’identificazione autonoma attraverso video e la conseguente instaurazione di una profilazione profonda, pur di fare a meno dell’avere sempre in tasca l’abbonamento dei mezzi pubblici o il tesserino della palestra.

[di Walter Ferri]

Siria: mezzo milione di morti in 10 anni di guerra secondo Ong

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Un nuovo calcolo dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr) ha rilevato che sono quasi 500.000 le persone che hanno perso la vita in Siria in dieci anni di guerra. Infatti, secondo la Ong dal 2011 il conflitto ha provocato 494.438 morti. Nello specifico la maggior parte dei decessi «è avvenuta tra la fine del 2012 e la fine del 2015», ha affermato all’agenzia di stampa AFP il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman.