domenica 13 Giugno 2021

Gli europei sono pronti a farsi governare dalle macchine (gli italiani soprattutto)

Negli Stati Uniti i devastanti attacchi hacker perpetrati mesi fa attraverso SolarWinds e Microsoft Exchange stanno ancora causando danni, nel frattempo i sistemi sanitari dell’Irlanda e della Nuova Zelanda sono stati recentemente tenuti sotto scacco da alcuni ransomware e le fughe di dati sono ormai talmente martellanti che le grandi aziende tecnologiche stanno cercando di convincere gli utenti che non vi sia alcun modo di difendere la privacy degli utenti, eppure non riusciamo a fare a meno di voler affidare al digitale ogni incombenza della nostra esistenza.

A ricordarcelo con una certa enfasi è il Center for the Governance of Change, un’istituzione sponsorizzata da banche, giganti informatici e Nazioni Unite che studia le implicazioni sociali dell’attuale rivoluzione tecnologica e che, nella sua ultima ricerca, ha raccontato come gli europei siano pronti a delegare alle macchine la gestione dei voti elettorali, se non addirittura del Governo stesso.

Il testo, lo European Tech Insights 2021 (parte uno e parte due), ha preso in considerazione le opinioni di 2.769 persone provenienti da diverse nazioni europee, persone che hanno manifestato punti di vista molto marcati, a proposito del genere di rapporto che si auspicherebbero fosse instaurato tra tecnologia e politica: il 72 per cento degli intervistati vorrebbe infatti poter esercitare il voto direttamente dal proprio smartphone. Tenendo conto solamente dei dati italiani, la statistica sale al 78 per cento, a prescindere dal fatto che una simile digitalizzazione ci ha causato in passato solamente grattacapi.

Non basta, un buon 59 per cento degli italiani desidera che i parlamentari vengano sostituiti, almeno parzialmente, con algoritmi e intelligenze artificiali, anche se allo stesso tempo il 54 per cento degli abitanti del Bel Paese ha ammesso di voler limitare l’automatizzazione professionale per salvaguardare i posti di lavoro.

Importante sottolineare che il supporto nei confronti della digitalizzazione cresca notevolmente se si vanno a considerare le anagrafiche giovanili, quelle dei “nativi digitali”. In questo caso non solo si riscontra una spiccata fiducia nell’uso di tutto ciò che è informatico, ma anche una maggiore propensione a rinunciare alla propria privacy in favore dei servizi digitali.

Un numero considerevole under-25 europei si è infatti detto pronto a condividere un numero sempre più crescente di dati personali, sia con il Governo che con le aziende private. Il 46 per cento dei giovani ha dunque dichiarato di essere disponibile a concedere ad assicurazioni e centri medici il diritto a consultare i loro dati fisiologici raccolti attraverso accessori indossabili quali smartwatches o attrezzi clinici portatili.

In generale, emerge la tendenza europea al rinunciare alla preservazione della propria intimità, se questo comporta la percezione di una vita più agile e sicura. Il 42 per cento degli intervistati si è infatti detto favorevole all’invadente tecnologia di riconoscimento facciale, a patto che questa poi permetta ai cittadini di utilizzare i propri dati biometrici per accedere ad aree per cui avrebbero altrimenti bisogno di specifici documenti d’identità.

In Italia, il 56 per cento delle persone ha ammesso di supportare l’identificazione autonoma attraverso video e la conseguente instaurazione di una profilazione profonda, pur di fare a meno dell’avere sempre in tasca l’abbonamento dei mezzi pubblici o il tesserino della palestra.

[di Walter Ferri]

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