Nella mattina di oggi, venerdì 13 giugno, a Mantova, è scoppiato un incendio in un magazzino di materiali plastici dell’azienda Versalis. L’incendio è iniziato attorno alle 9 ed è stato parzialmente domato dai vigili del fuoco; una persona risulta intossicata e tutti i dipendenti – oltre 700 persone – sono stati evacuati. A causa della possibilità di intossicazione, l’amministrazione ha suggerito ai residenti nella zona di chiudere le finestre; ignota la causa dell’incendio.
Bolivia: il governo liberista proclama lo stato di emergenza per fermare la rivolta popolare
Visto il fallimento delle prime timide concessioni ai manifestanti, il governo boliviano di Rodrigo Paz sta preparando il terreno per la repressione violenta delle proteste. Il nuovo Parlamento, in carica da meno di un anno, ha infatti approvato la legge 1740 sugli stati di eccezione, che disciplina lo stato di emergenza e autorizza il governo a dispiegare le forze armate per reprimere i sollevamenti popolari. Dopo tutto, il moto di ribellione, che sta ormai assumendo i tratti di una vera e propria insurrezione, va avanti da oltre 40 giorni e non pare esserci modo per fermarlo: la capitale La Paz è paralizzata, nel Paese restano attivi una novantina di blocchi e in diverse piazze si sono registrati violenti scontri tra manifestanti e polizia. Il popolo boliviano continua a chiedere le dimissioni di Paz e rivendica un ritorno alle politiche sociali che rovesci la ricetta liberista che il presidente ha portato avanti sotto il motto «capitalismo per tutti».
La legge 1740 è stata promulgata lunedì 9 giugno. Essa regola l’applicazione di misure straordinarie in situazioni di crisi che potrebbero minacciare l’ordine e la sicurezza pubblici, la sovranità nazionale o il funzionamento delle istituzioni del Paese. Lo stato di emergenza disciplinato dalla norma conferisce all’esecutivo poteri straordinari per gestire le crisi per un periodo massimo di 90 giorni, prorogabile con l’approvazione dell’Assemblea legislativa plurinazionale. Il timore di manifestanti e osservatori è che essa venga applicata proprio per gestire le manifestazioni e lo sciopero a oltranza in corso dal 1° maggio. Proprio mentre il presidente promulgava il regolamento, in Bolivia hanno iniziato a circolare immagini che ritraevano mezzi pesanti e carri armati nell’area di Patacamaya, alimentando i sospetti di un imminente dispiegamento militare; il ministero della Difesa ha smentito tali voci. Nel discorso pronunciato in occasione della presentazione della legge, tuttavia, Paz ha associato le proteste al narcotraffico e affermato che il nuovo provvedimento servirebbe a proteggere la Costituzione boliviana; le sue dichiarazioni paiono voler orientare la narrativa sulle proteste, legittimando un potenziale intervento armato.
Intanto le proteste continuano. Consultando la mappa in tempo reale delle infrastrutture stradali fornita dell’Amministrazione autostradale boliviana (l’ultimo accesso è stato effettuato nella mattina di oggi, 12 giugno), paiono ancora attivi una novantina di blocchi stradali, la maggior parte dei quali attorno alla capitale La Paz. I cosiddetti bloqueos costituiscono una delle forme di protesta più comuni in Bolivia – e in generale in diversi Paesi del Sud America – per via della conformazione delle infrastrutture stradali; sbarrando le principali strade, infatti, si riesce con relativa facilità a paralizzare l’intera nazione, interrompendo le forniture di carburante e cibo. A tal proposito, il ministero della Difesa boliviano segnala difficoltà nell’approvvigionamento di cibo e medicinali e scrive che sette persone sarebbero morte proprio a causa della carenza di farmaci o del ritardo nell’arrivo dei soccorsi. Il ministero fornisce in generale un bilancio delle proteste, con l’ultimo aggiornamento risalente al 2 giugno: secondo i dati ufficiali, sono state arrestate 365 persone, di cui 247 rilasciate; 103 dei 118 individui ancora sotto detenzione sono stati incriminati penalmente. In totale sono state ferite 37 persone, mentre altre 10 sono morte.
Parallelamente, i media riportano di scontri violenti in diverse aree del Paese. Le tensioni di piazza sono all’ordine del giorno ed è difficile tenervi traccia: mercoledì i manifestanti hanno tentato di entrare nella piazza centrale di La Paz, dove si trova il Palazzo del Governo, lanciando pietre e materiale esplosivo, ma la polizia li ha dispersi con cariche e gas lacrimogeni. Gli scontri più violenti degli ultimi giorni si sono registrati a Vinto, comune situato nella provincia di Quillacollo, nel dipartimento di Cochabamba, dove una massa di manifestanti ha invaso le strade brandendo fucili; scontri ad alta intensità sono stati registrati anche nella stessa Cochabamba – capoluogo dell’omonimo dipartimento – dove sono stati segnalati feriti da arma da fuoco. Qui la tensione è salita dopo che un gruppo di manifestanti, prevalentemente agricoltori, ha provato a bloccare un ponte che collega la regione alla parte occidentale del Paese.
Le richieste dei manifestanti restano sempre le stesse: le dimissioni del governo e l’abolizione delle norme di stampo liberista promulgate dal presidente Paz. Nei mesi il presidente ha: introdotto la finanziarizzazione delle terre; disposto la liberalizzazione del sistema elettrico nazionale, eliminando il monopolio dell’agenzia statale ENDE; spianato la strada all’entrata nel Paese di colossi della tecnologia mondiale come SpaceX di Elon Musk e Amazon di Jeff Bezos; aperto agli investimenti esteri – specie statunitensi – sulle risorse naturali come litio e rame. Il presidente ha anche tagliato le spese pubbliche, cancellato la tassa sui grandi patrimoni, eliminato la contrattazione collettiva per gli stipendi eccedenti il salario minimo, bloccato il rinnovo dei salari nel pubblico e sospeso i sussidi statali sui carburanti. Quest’ultimo intervento, disposto con il ds 5503 e poi aggiornato con il ds 5516, è, assieme alla riforma agraria, tra i più contestati dai manifestanti e – nonostante le proteste – risulta ancora in vigore.
I manifestanti hanno già ottenuto diversi successi, con Paz che è stato costretto a dimezzare il proprio stipendio e ad abrogare la riforma agraria; negli ultimi giorni si è inoltre dimesso il ministro della Difesa e Paz ha annunciato un generale rimpasto di governo per provare a rimanere a galla. Nonostante ciò, i manifestanti non paiono avere intenzione di indietreggiare e stanno gradualmente trasformando le proteste in un moto di insurrezione.
Tavolara (Sardegna): autorizzato un resort in un’area protetta ignorando vincoli e proteste
Il governo ha detto sì alla cementificazione di uno dei tratti di costa più tutelati del Mediterraneo. Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha rigettato l’opposizione formale presentata dalla Regione autonoma della Sardegna e dal ministero della Cultura, riattivando l’autorizzazione unica già rilasciata a febbraio dalla Struttura di missione ZES per il maxi progetto Tavolara Bay sul promontorio di Cala Finanza, nel territorio di Loiri Porto San Paolo, provincia di Sassari: la costruzione di una struttura ricettiva di lusso, preludio a un progetto che prevede un hotel a cinque stelle, decine di ville, ristoranti, un porto turistico, un eliporto e un campo da golf. Il tutto affacciato sull’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, istituita nel 1997 e sottoposta a molteplici livelli di tutela ambientale, in una zona dove il Piano Paesaggistico Regionale sardo vieta qualsiasi edificazione entro trecento metri dalla battigia. Lo ha fatto scavalcando il parere negativo e vincolante della Soprintendenza, l’opposizione della Regione autonoma e le obiezioni dello stesso ministero della Cultura, avvalendosi di una norma pensata per semplificare gli investimenti nel Sud, non per aggirare i vincoli paesaggistici di una regione a statuto speciale.
Il gruppo e il progetto
A portare avanti l’operazione è JHSF, colosso immobiliare e turistico brasiliano guidato da José Auriemo Neto, che nel 2007 ha acquisito la maggioranza del gruppo alberghiero Fasano, fondato nel 1902 a San Paolo dall’emigrato lombardo Vittorio Fasano. Da allora JHSF ha costruito un impero dell’ospitalità di lusso che va da Rio de Janeiro a New York, da Londra a Miami, da Cascais a Punta del Este. La Sardegna è il primo passo in Europa: l’estate scorsa il Fasano Al Mare Beach Club a Cala Finanza ha già aperto in forma riservata per ospiti selezionati. Il resto del progetto, affidato all’architetto brasiliano Isay Weinfeld, è atteso entro il 2028. L’operazione interessa, secondo quanto documentato dal Gruppo d’Intervento Giuridico, un’area di una cinquantina di ettari sul mare fra Cala Finanza e Punta La Greca, con ulteriori decine di ettari nell’entroterra. Secondo quanto riportato da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, la sola struttura ricettiva prevista nella prima fase misurerebbe 4.350 metri quadri.
L’iter e i pareri contrari
Il percorso autorizzativo di Tavolara Bay è una sequenza di no istituzionali scavalcati uno dopo l’altro. Nella conferenza di servizi svoltasi tra ottobre 2025 e gennaio 2026, i pareri sono stati pressoché tutti negativi e non superabili: Regione autonoma, Corpo Forestale, Soprintendenza di Sassari e Provincia Nord Est Gallura si sono espressi contro. L’unico via libera politico è arrivato dal consiglio comunale di Loiri Porto San Paolo, che in novembre 2025 aveva concesso una variante di destinazione d’uso da Zona H, tutela integrale, a Zona F, insediamenti turistici, ma a condizione che non ci fossero incrementi di volumetrie e fossero mantenuti gli accessi al mare. Una disponibilità parziale e condizionata, che il tecnico dello stesso Comune aveva smentito presentando un parere negativo in conferenza di servizi. Ciononostante il 9 febbraio 2026 la Struttura di missione ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. Regione, Corpo Forestale e Ministero della Cultura hanno chiesto l’annullamento in autotutela, ottenendo la sospensione dell’efficacia dell’atto. Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha rigettato tutte le opposizioni, riattivando l’autorizzazione. Nel frattempo, alla fine di marzo, come documentato fotograficamente dal GrIG, erano già iniziati i tagli della macchia mediterranea sul promontorio. Sono in corso accertamenti per i risvolti penali della vicenda.
Il meccanismo è la ZES Unica per il Mezzogiorno, istituita con il decreto-legge 124 del 2023, che consente alla Struttura di missione di rilasciare un’autorizzazione unica sostitutiva di tutti i titoli abilitativi. Come ha scritto il GrIG, si tratta di stabilire se una norma nata per favorire gli investimenti produttivi nel Sud possa diventare «uno strumento di eversione del quadro giuridico di rilievo costituzionale per la tutela del paesaggio». Giuseppe Meloni, vicepresidente della Regione e assessore della Programmazione, nonché ex sindaco di Loiri Porto San Paolo, la definisce senza giri di parole «inaccettabile»: «La struttura di missione ha bypassato tutti i pareri tecnici forniti dal Comune e dagli uffici della Regione. Normativa non superabile con una conferenza di servizi prevista da una legge nazionale che non può superare le prerogative della Regione».
Regione e TAR
La presidente Alessandra Todde ha risposto con un comunicato netto: «Le leggi della Sardegna non si possono aggirare. Difenderemo fino in fondo le prerogative della nostra autonomia». La semplificazione amministrativa, sostiene Todde, non può tradursi in un indebolimento delle prerogative riconosciute alle autonomie speciali né nella riduzione delle garanzie poste a tutela del territorio. «Le nostre coste sono identità, ambiente, economia durevole e futuro», ha aggiunto. La Regione ha già presentato ricorso al TAR: il 6 giugno il presidente della sezione ha respinto la richiesta di sospensiva cautelare, la società aveva formalmente dichiarato di non avviare alcun intervento di trasformazione del territorio per tutta l’estate 2026, venendo così meno l’urgenza che avrebbe giustificato il provvedimento; l’udienza collegiale sulla sospensiva è fissata per l’8 luglio.
Il fronte parlamentare
La vicenda nel frattempo è arrivata in Parlamento. Deputati e senatori sardi del Movimento 5 Stelle hanno annunciato che porteranno la questione in tutte le sedi istituzionali disponibili, chiedendo al governo di chiarire le ragioni che lo hanno portato a superare i pareri contrari. Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha già presentato un’interrogazione ai ministri dell’ambiente, del turismo e delle politiche di coesione: «Utilizzare le procedure semplificate previste dalla ZES per aggirare la pianificazione territoriale e paesaggistica vigente nell’isola è inammissibile». L’8 luglio, al TAR di Cagliari, si aprirà il primo vero banco di prova giudiziario. Ma per Cala Finanza, avvertono Regione e ambientalisti, è solo l’inizio di una battaglia che potrebbe arrivare fino alla Corte costituzionale. Non è del resto un caso isolato nel Mediterraneo: in Albania, proprio in questi giorni, migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana contro un resort di lusso da oltre un miliardo di dollari promosso dal fondo di Jared Kushner, genero di Trump, in aree protette della costa adriatica. Stessa logica, stesso copione, ma le proteste, che ieri sera hanno visto scendere in strada migliaia di persone per il decimo giorno consecutivo, si sono trasformate in un più ampio movimento anti‑governativo che chiede le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
Corea del Sud: ex presidente Yoon condannato a 30 anni
Nella mattina di oggi, venerdì 12 giugno, un tribunale sudcoreano ha condannato l’ex presidente Yoon Suk Yeol a 30 anni di carcere, accusandolo di avere ordinato infiltrazioni di droni militari in Corea del Nord. Secondo l’accusa, Yoon avrebbe emesso tale ordine nel tentativo di creare una crisi transfrontaliera per giustificare la messa in atto della legge marziale, che l’ex presidente ha provato a implementare nel dicembre del 2024. I fatti contestati risalgono all’ottobre del medesimo anno. Tale pena si aggiunge all’ergastolo inflittogli con l’accusa di insurrezione. Quest’ultima condanna è già stata oggetto di appello da parte della difesa dell’ex presidente.
Per la trentanovesima volta, Trump ha detto che la pace con l’Iran è a un passo
«Non so se lo sapete, ma oggi abbiamo posto fine alla guerra con l’Iran». Così Trump ha annunciato per l’ennesima volta – la trentanovesima in meno di quattro mesi – di essere vicino a strappare un accordo all’Iran, aggiungendo che un’eventuale ratifica potrebbe arrivare nel fine settimana. Le parole del presidente sono arrivate nella serata di ieri, 11 giugno, qualche ora dopo che aveva minacciato di bombardare tutto il Paese. Le autorità iraniane hanno mantenuto l’approccio conservativo che le ha contraddistinte nel corso del conflitto, smentendo che la firma di un accordo sarebbe imminente, ma confermando che i dialoghi tra le parti sarebbero in corso; nella notte i negoziati sarebbero continuati e sono iniziate a trapelare le prime informazioni su un eventuale accordo, che ruoterebbe attorno a un’estensione del cessate il fuoco di due mesi che posticiperebbe i negoziati sui punti cruciali a un secondo momento. Nonostante gli apparenti segnali di distensione, insomma, le tensioni non sono ancora risolte.
Le dichiarazioni di Trump sono arrivate dopo la seconda nottata consecutiva di fuoco incrociato tra USA e Iran. Nel pomeriggio, dopo i combattimenti, Trump ha minacciato di bombardare il Paese e di colpire l’isola di Kharg, la principale infrastruttura petrolifera iraniana, affermando che gli USA avrebbero strappato a Teheran quest’ultima e altri punti strategici, assumendo «il controllo totale dei mercati del petrolio e del gas» iraniani, «proprio come abbiamo fatto con il Venezuela». Dopo i tentativi di intimidazione, il dietrofront: «Considerato che le discussioni con la Repubblica Islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti contro l’Iran previsti per questa sera». Trump è tornato sulla questione qualche ora dopo, affermando davanti ai giornalisti che le autorità iraniane, Guida Suprema compresa, avrebbero «accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, cosa su cui abbiamo insistito; questo era l’obiettivo principale. Rappresentava il 95% dell’accordo»; Trump ha aggiunto che la firma di un accordo sarebbe arrivata presto – «forse nel fine settimana» – e che il blocco navale statunitense in entrata e in uscita dai porti iraniani continuerà fino a quando «questa transazione non sarà finalizzata».
Dopo qualche ora, l’Iran ha risposto alle dichiarazioni di Trump, smentendo che il raggiungimento di un accordo sia vicino. «Per noi, la situazione dei negoziati era chiara fin dall’inizio, tanto che gran parte del testo era già stata finalizzata in passato, ma gli americani continuavano a cambiare le loro posizioni», ha dichiarato Ismail Baqaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano. Il diplomatico ha definito le dichiarazioni di Trump «speculazioni», affermando che nulla è stato ancora concordato e che «l’Iran non ha raggiunto una conclusione definitiva sull’accordo». Baqaei ha affermato che i negoziati «sono stati influenzati dalla violazione del cessate il fuoco da parte del nemico», aggiungendo tuttavia che «i mediatori sono ancora attivi». Più tardi, in serata, il corrispondente dell’emittente qatariota Al Jazeera a Teheran ha riportato che una proposta di cessate il fuoco sarebbe «in fase di valutazione» da parte dei massimi leader del Paese e che potrebbe sfociare in una firma, aggiungendo tuttavia che i tempi di un’eventuale ratifica restano incerti. Ci sono, insomma, timidi segnali di apertura.
Nella notte le speculazioni sul possibile raggiungimento di un accordo sono andate avanti incessantemente. Il sito di informazione Axios ha confermato che ci sarebbero stati segnali di distensione tra le parti, riportando che mercoledì sera sarebbe stato raggiunto un accordo preliminare e che un eventuale memorandum verrebbe firmato a Ginevra nel fine settimana; la delegazione statunitense sarebbe guidata dal vicepresidente degli USA Vance. La medesima piattaforma ha poi pubblicato il contenuto dell’accordo che starebbe venendo discusso, spiegando che esso estenderebbe il cessate il fuoco per 60 giorni, includendo anche il Libano; in questo periodo si terrebbero i negoziati sul nucleare. L’accordo prevedrebbe inoltre la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza i pedaggi inizialmente richiesti dall’Iran, con un ritorno ai volumi di traffico prebellici entro 30 giorni; gli USA, in cambio, solleverebbero il loro blocco marittimo sui porti iraniani e concederebbero una revoca temporanea di 60 giorni delle sanzioni sul commercio di petrolio; il testo dell’accordo tuttavia non specificherebbe le tempistiche di implementazione di quest’ultima misura. Infine, gli USA avrebbero concesso lo sblocco di fondi congelati iraniani; anche in questo caso, non sono noti i tempi con cui tale provvedimento entrerebbe in effetto.
Nel 2025 il mondo ha speso 119 miliardi in armi nucleari (oltre la metà gli USA da soli)
La corsa agli armamenti nucleari è ufficialmente ripresa. Nel 2025, quasi mezzo secolo dopo la fine della Guerra fredda, a livello globale sono stati spesi 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari. Si tratta del livello più alto mai registrato, in crescita del 19% sul 2024. A ricostruire la spesa delle nove potenze nucleari – Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – è stato il rapporto Premeditated: Nuclear Weapons Spending in 2025. Gli Stati Uniti guidano la classifica, con una spesa di 69,2 miliardi di dollari nel settore militare nucleare. Completano il podio Cina e Regno Unito, con una spesa rispettivamente di 13,5 e 12,6 miliardi di dollari. Tra il 2020 e il 2025 le nove potenze nucleari hanno speso complessivamente 471 miliardi di dollari nei loro arsenali.
Il rapporto sulla spesa mondiale destinata alle armi nucleari è stato redatto dalla Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN): «In un’epoca in cui il costo della vita sale vertiginosamente e cibo e carburante sono inaccessibili per milioni di persone, è impensabile che questi nove Stati spendano miliardi per una falsa promessa di sicurezza», sottolinea Susi Snyder, direttrice dei programmi di ICAN e coautrice del rapporto. «Negli ultimi anni, le Nazioni Unite, insieme all’intero settore umanitario e dello sviluppo, hanno subito tagli ai finanziamenti da parte di Paesi che si stanno riarmando, sia con armi convenzionali che nucleari», si legge nel comunicato di presentazione del documento. «La somma spesa dagli Stati Uniti per le armi nucleari nel 2025 avrebbe potuto coprire l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite ben 19 volte», continua l’ICAN, tanto che sarebbero bastati solo gli ultimi tre anni di spesa nucleare per debellare la fame nel mondo.
Nel 2025 la spesa per le armi nucleari è aumentata di 16,8 miliardi di dollari rispetto al 2024. Gli USA sono in cima alla classifica anche per quanto riguarda l’incremento della spesa in termini assoluti, tanto che nel 2025 hanno investito sul proprio arsenale nucleare 12,4 miliardi di dollari in più rispetto all’anno precedente, poco meno di quanto stanziato complessivamente dal Regno Unito, il terzo Paese per spesa. In generale, da quando l’ICAN ha iniziato a pubblicare i propri rapporti, gli Stati dotati di armi nucleari hanno complessivamente aumentato la spesa per i loro arsenali di oltre il 10% annuo. Le aziende operanti nel settore, aggiunge l’ICAN, sono almeno 25; l’anno scorso, hanno guadagnato almeno 38 miliardi di dollari per tali attività, e detengono tuttora contratti per un valore di almeno 401 miliardi di dollari. Si tratta di realtà che hanno investito anche in attività di lobbying, investendo oltre 138 milioni in gruppi di pressione attivi nei soli Francia e Stati Uniti.
Il rapporto utilizza i dati pubblici degli Stati dotati di armi atomiche per esaminare anche le proiezioni di crescita della spesa a lungo termine: le potenze nucleari, sostiene l’ICAN, «stanno modernizzando e, in molti casi, ampliando i propri arsenali». La corsa al nucleare, insomma, pare essere ripresa. A evidenziarlo sono, per esempio, i dati di Francia, Regno Unito e Stati Uniti, tre Paesi che si sono impegnati a sviluppare e mantenere i propri sistemi d’arma per tutto il prossimo secolo: «Nei prossimi anni verranno spesi miliardi di dollari in più», scrive la Campagna; le proiezioni di spesa destinata agli armamenti nucleari nei prossimi decenni ammontano a decine di miliardi di dollari, e in taluni casi superano la soglia dei 1.000 miliardi. Secondo l’ICAN, anche i Paesi meno trasparenti sulle spese in programma starebbero «introducendo nuovi sistemi d’arma con una lunga durata operativa», elemento che confermerebbe la generale volontà di ampliare l’arsenale atomico da parte dei vari Stati.
L’aumento della spesa per il nucleare viaggia di pari passo con un analogo incremento degli investimenti bellici. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il maggior centro di ricerca di studi sulla pace al mondo, la spesa militare globale ha raggiunto un livello record nel 2025 pari a 2.887 miliardi di dollari, con un aumento del 2,9% in termini reali rispetto al 2024. Ad aumentare sono anche i volumi di esportazione dei vari Paesi, primi fra tutti quelli italiani, che hanno registrato una decisa impennata aumentando del 157% rispetto al 2024, e hanno fatto schizzare il Belpaese alla sesta posizione nella classifica globale delle nazioni esportatrici di armi.
La Corea del Nord è sempre meno isolata: perchè Cina e Russia si contendono Pyongyang
Le relazioni tra Cina e Corea del Nord si riaccendono in un momento d’oro per Pyongyang. A sette anni dall’ultima volta, l’8 e il 9 giugno il presidente cinese Xi Jinping ha fatto visita alla capitale nordcoreana, con l’obiettivo di solidificare le decennali relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Xi e la first lady Peng Liyuan sono stati ricevuti in aeroporto direttamente da Kim Jong-un e Ri Sol-ju, che hanno dato il via a un’accoglienza sontuosa, definita dallo stesso presidente nordcoreano come un «profondo successo», esempio del rafforzamento continuo della cooperazione tra i due Paesi.
Non è un caso che il primo viaggio all’estero compiuto dal presidente cinese si sia svolto nel Paese confinante. La visita di Xi Jinping coincide con un periodo particolarmente favorevole per l’economia nordcoreana: secondo le stime della Banca di Corea, l’ente bancario nazionale della Corea del Sud, Pyongyang ha vissuto uno sviluppo economico pari al 3,7% nel corso del 2024, dato in crescita rispetto al 2023 (3,1%) e soprattutto rispetto alla recessione del 2022, quando la Corea del Nord registrò un -0,2%.
Tra i fattori principali alla base del “successo” nordcoreano c’è la collaborazione di Mosca; difatti, dall’inizio della guerra in Ucraina, la Corea del Nord ha fornito artiglieria pesante, soldati, missili e munizioni all’esercito russo e, secondo le stime, gli accordi militari avrebbero fruttato un guadagno pari a 20 miliardi di dollari nelle casse di Pyongyang. I risultati di questo sviluppo economico starebbero gradualmente cambiando la conformazione delle città e la vita quotidiana della popolazione: il governo nordcoreano ha attuato negli ultimi anni ingenti investimenti in ambito infrastrutturale, costruendo case, ospedali e complessi turistici aperti al pubblico interno al Paese.
Il merito del rinnovato sviluppo economico di Pyongyang non è soltanto russo. La cooperazione economica con la Repubblica Popolare Cinese sta vivendo a sua volta un momento estremamente florido: le tecnologie cinesi hanno fatto ingresso nella vita quotidiana della cittadinanza nordcoreana e hanno rivoluzionato la quotidianità delle persone. Sistemi di pagamento virtuali, smartphone e veicoli elettrici sarebbero divenuti la normalità anche in Corea del Nord e gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno visto un incremento del 22% nei primi due mesi del 2026 rispetto all’anno precedente. Nonostante le sanzioni imposte dall’asse occidentale sul Paese coreano, che gravano anche sugli scambi con gli altri Paesi, Pyongyang esporta regolarmente prodotti ittici, materiali siderurgici, componenti di orologi e parrucche, mentre la Cina resta un attore fondamentale per i rifornimenti energetici e alimentari.
Nonostante ciò, il nuovo ruolo che la Repubblica Popolare sta ricoprendo sulla scena internazionale, specialmente in relazione alle forze occidentali, starebbe preoccupando gli equilibri con il vicino coreano, e in questo contesto la rinnovata intermediazione russa diviene un ostacolo non più trascurabile per la Cina. Il nuovo potere economico espresso da Pyongyang e gli scambi sempre più imprescindibili con la Russia pesano su una relazione che storicamente ha visto la Repubblica Popolare come fattore di reale sopravvivenza per il popolo nordcoreano. La relazione tra i due Paesi, definita «come labbra e denti» da Mao Zedong, affonda le sue radici nel 1948, prima della nascita della stessa Repubblica Popolare, e si solidifica in occasione della guerra di Corea del 1950. Da allora, nonostante periodi di alti e bassi, i due Paesi hanno sempre mantenuto una linea comune, in particolar modo dalle riforme economiche attuate in Cina negli anni ‘90 e con l’istituzione della Zona Economica Speciale (ZES) di Rason, al confine tra i due Paesi.
Sebbene questa visita abbia avuto il fine di rinnovare, soprattutto agli occhi del mondo, le relazioni storiche tra i due Paesi, le due delegazioni hanno evitato di menzionare l’elefante nella stanza: la denuclearizzazione del Paese coreano. Da quando Pyongyang ha dato vita nel 2006 al programma nucleare, la Cina ha sempre espresso la propria contrarietà e tale posizione è stata reiterata anche durante l’ultima visita di Xi Jinping nel 2019. In questo caso, invece, il silenzio sulla questione da parte del presidente cinese sembra riflettere una posizione di maggiore cautela, finalizzata a preservare una relazione che rischia di sfuggire di mano a Pechino. Per quanto sia improbabile che questo atteggiamento dimostri un tacito assenso o un rassegnamento cinese sulla questione, la posizione di Xi si fa più delicata, in particolar modo dopo l’incontro con il presidente degli Stati Uniti d’America. Indispettire Pyongyang e far protendere così la bilancia relazionale sul braccio russo comporterebbe un rischio enorme, specialmente nel contesto geopolitico nord-orientale, simbolicamente rappresentato dal fiume Tumen, dove sorge la frontiera che unisce i confini tra Russia, Cina e Corea del Nord.
La coperta si fa quindi corta. Fare l’occhiolino all’asse occidentale potrebbe far avvicinare ulteriormente Pyongyang a Mosca, mentre approvare tacitamente la forza nucleare nordcoreana non può che incrementare la tensione a Tokyo e Seul, vicini dell’area e alleati inscalfibili degli Stati Uniti. Pechino deve trovare il modo di preservare la stabilità agognata senza scontentare i vecchi amici.
Niger, approvata una legge che punisce l’omosessualità con il carcere
La giunta militare del Niger ha introdotto un nuovo codice penale che, per la prima volta, criminalizza esplicitamente l’omosessualità e altre identità e orientamenti inclusi nella sigla Lgbtqia+, prevedendo pene fino a 20 anni di carcere. Chi intrattiene rapporti con persone dello stesso sesso rischia da 5 a 10 anni di reclusione e pesanti multe. Sanzioni ancora più severe colpiscono i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la partecipazione o il sostegno ad associazioni Lgbtqia+. La riforma, avviata sotto il precedente governo civile, riflette le pressioni di gruppi religiosi e conservatori e segue una tendenza già osservata in altri Paesi africani.










