venerdì 30 Gennaio 2026
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Un documento riservato sulle stragi di mafia è finito online (e lo abbiamo letto)

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Un file riservato recante una precisa mappa delle inchieste sulle stragi del 1993 e su fatti ad esse collaterali è recentemente finito online, alla portata di chiunque. Si tratta di un documento interno alla DDA di Firenze del 2023 firmato dall’allora Procuratore Filippo Spiezia, che ha come oggetto “Direttiva generale per il coordinamento interno all’ufficio dei procedimenti in materia di stragi”. Nel file, un PDF composto da una decina di pagine e raggiungibile attraverso Google da chicchessìa attraverso l’utilizzo di determinate parole chiave, vi era l’indicazione del numero dei fascicoli aperti e delle strategie investigative da adottare, oltre che dei nomi altisonanti che abbiamo progressivamente imparato ad associare alle indagini sui mandanti esterni: Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Paolo Bellini e tanti altri.

Il contenuto

Il file riassume in maniera dettagliata le attività di indagine in corso al 13 dicembre 2023 su molte delle stragi che hanno insanguinato l’Italia, con la specifica indicazione del numero dei procedimenti aperti – 11 in tutto – e dei magistrati assegnatari, oltre che degli indagati. Tra questi, molti boss di Cosa Nostra, ma anche esponenti della politica e delle istituzioni. Nel fascicolo su Dell’Utri (ancora oggi sotto inchiesta) e Berlusconi (indagato per strage fino alla sua morte) si suggerisce di realizzare «un indice per blocchi logico-tematici» al fine di pervenire a «una corretta assunzione delle necessarie determinazioni finali, in vista dell’azione penale e di eventuali azioni cautelari». Nel documento si fa anche il nome di Rosa Belotti, la donna sospettata di essere la cosiddetta ”biondina” che il 27 luglio del 1993 avrebbe parcheggiato l’autobomba in via Palestro a Milano (una strage che provocò 5 morti), rispetto a cui si legge che «si è ritenuto di avanzare una richiesta di archiviazione», non chiudendo però alla prospettiva di nuovi accertamenti previa riapertura del procedimento da parte del gip. Si cita anche Mario Mori, sotto inchiesta per concorso in strage, associazione mafiosa ed eversione, e Ilda Bocassini, indagata per false informazioni ai pm. Uno spazio è riservato anche a Paolo Bellini, ora condannato definitivamente per la strage di Bologna, per il quale erano stati avviati «nuovi accertamenti bancari anche con rogatoria internazionale». Quest’ultimo sarebbe stato successivamente archiviato nel filone stragi-Gioè.

Nel documento si scrive inoltre che è stato aperto un fascicolo modello 44 (contro ignoti) «generato dalla relazione della commissione antimafia». Novità importanti si rilevano in merito alla strage del Rapido 904, appena giunto al suo 41esimo anniversario. Dal file emerge infatti che – nel nuovo fascicolo aperto proprio nel 2023 sull’attentato – è presente un nuovo indagato. Si tratta del boss napoletano Raffaele Stolder, allora stretto alleato del clan Giuliano di Forcella. Alla base della sua iscrizione nel registro degli indagati ci sono le rivelazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Ferraiuolo, nipote di Stolder, il quale ha raccontato di aver appreso che suo zio, attorno al 2007, ricevette la proposta di un patto da parte dei servizi segreti per evitare spargimenti di sangue all’interno del territorio da lui controllato. Nel file si evidenzia come verità storica sul delitto non sia ancora ricostruita e come ancora fiocchino domande essenziali: «Chi ha protetto? Chi ha saputo e ha taciuto? Quali coperture hanno impedito alla verità di emergere per intero?».

Dell’Utri, Mori, Bellini

Il procedimento con al centro 42 milioni versati da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri negli anni dei suoi processi per mafia e della sua detenzione dopo la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, nel frattempo, è stato spostato da Firenze a Milano. Secondo i pm fiorentini che avevano chiesto il rinvio a giudizio per Dell’Utri e sua moglie Mirella Ratti (scelta confermata dai colleghi di Milano), quel denaro rappresenterebbe «il quantum per garantire l’impunità a Silvio Berlusconi». Mario Mori, ex ufficiale del ROS protagonista della vicenda e del processo “Trattativa Stato-mafia”, è ancora sotto inchiesta a Firenze per i reati di strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico nell’indagine sui mandanti delle stragi del 1993. Tra le altre cose, i pm affermano che Mori sarebbe «stato informato già nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale italiano». A febbraio di quest’anno, il gip di Firenze, su richiesta della Procura del capoluogo toscano, ha archiviato l’inchiesta a carico di Paolo Bellini – ex componente di Avanguardia Nazionale, già condannato in primo e secondo grado per la strage di Bologna – per l’attentato del 27 maggio 1993 in via dei Georgofili, in cui morirono 5 persone, tra cui due piccole bambine. Secondo il giudice, non vi sono abbastanza elementi per prevedere la condanna dell’indagato. Molti sono però i punti di non ritorno della pronuncia: da un lato si attesta che non vi sono «riscontri circa i legami tra Bellini e la destra eversiva», ammessi però dallo stesso Bellini e attestati nelle sentenze bolognesi; dall’altro, è emerso che alle parti offese non è stata comunicata la richiesta di archiviazione avanzata dai pm, come previsto dalla legge.

Passaggi di consegne

In questo contesto si inserisce anche una situazione ingarbugliata tutta interna alla Procura di Firenze. Nel dicembre 2024, infatti, il Consiglio di Stato ha annullato la nomina di Filippo Spiezia a Procuratore Capo, in seguito ai ricorsi avanzati da altri due magistrati in cui si evidenziava come, al tempo della nomina (2023), Spiezia non avrebbe avuto i requisiti necessari per ottenere l’incarico. Pochi giorni prima della bocciatura, in una conferenza stampa, Spiezia – che aveva ottenuto la nomina grazie ai voti della corrente “conservatrice” della magistratura, MI, e dei laici scelti dai partiti di centro-destra e da Italia Viva di Matteo Renzi – aveva dichiarato: «le inchieste sulle stragi di mafia ancora aperte saranno chiuse nel 2025». Esse erano state aperte dal magistrato Luca Tescaroli, che dallo scorso anno è passato a dirigere la Procura di Prato. L’annuncio di Spiezia aveva fatto scattare l’allarme tra i familiari delle vittime della strage di Firenze, i quali avevano dichiarato di auspicare «non una chiusura» nell’inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi. Prima di lasciare la Procura, almeno per Bellini, Spiezia era però riuscito a ottenere l’archiviazione.

Sospetti finanziamenti ad Hamas: 9 arresti in Italia

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La Procura nazionale antimafia e la Procura di Genova hanno ottenuto l’arresto di nove persone accusate di aver finanziato Hamas, mascherando raccolte fondi come aiuti umanitari. Secondo l’accusa, tre associazioni avrebbero raccolto oltre 7 milioni di euro dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, trasferiti via Italia e Turchia a gruppi collegati a Hamas; tra gli arrestati figura Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia, ritenuto «verice della cellula italiana di Hamas». Le indagini, basate su analisi finanziarie e intercettazioni con cooperazione internazionale, avrebbero individuato reti strutturate per propaganda e trasferimento dei proventi. I pm hanno ribadito che ciò non attenua i crimini subiti dalla popolazione palestinese.

Per la prima volta Google consentirà di modificare gli indirizzi mail

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Google si prepara a superare uno dei tabù più radicati della sua storia: permettere agli utenti di cambiare il proprio indirizzo Gmail senza perdere dati, servizi o accessi. La novità, comparsa quasi in sordina nella documentazione ufficiale, segna una svolta di rilievo nell’ecosistema dell’azienda e dà finalmente risposta a una richiesta rimasta inevasa per oltre vent’anni. Il nuovo corso, però, dovrà essere integrato con attenzione e la stessa Big Tech sembra preoccupata dal fatto che i malintenzionati possano sfruttare la transizione per tentare di compromettere gli account. Modificare il proprio indirizzo Gmail è stata a lungo un’opzione perlopiù inaccessibile, una limitazione che milioni di utenti hanno finito per considerare inevitabile. Chi aveva scelto un nome poco professionale, chi non si riconosceva più in un indirizzo creato da adolescente, o chi desiderava separare con maggiore chiarezza vita privata e lavoro, si è sempre trovato davanti alla stessa soluzione drastica: dover creare un nuovo account e ripartire da zero. Ora le cose sono in procinto di cambiare.

Il cambio di rotta di Google è stato evidenziato per la prima volta dal canale Telegram Google Pixel Hub, il quale ha individuato alcune recenti modifiche nelle pagine di assistenza in lingua hindi. Gli aggiornamenti segnalati non sono ancora attivi, ma promettono di rendere più flessibili le regole che finora impedivano di modificare il proprio indirizzo Gmail. La funzione dovrebbe infatti consentire di aggiornare le caselle “@gmail.com” preservando al contempo l’indirizzo originale nella forma contatto di recupero. In pratica, gli utenti potranno affiancare un nuovo indirizzo al precedente e ricevere i messaggi su entrambi.

A differenza della creazione di un nuovo indirizzo da zero, questa soluzione permetterà di conservare integralmente tutto ciò che è collegato all’account originale. Contatti, file su Drive, foto, video YouTube, app acquistate e abbonamenti resteranno associati allo stesso profilo, senza necessità di migrazioni né rischio di perdita di dati. Restano però alcune limitazioni: dopo la modifica, non sarà possibile creare un ulteriore indirizzo per i successivi 12 mesi e, in ogni caso, ogni account potrà essere associato a un massimo di tre email. Inoltre, l’operazione sarà definitiva e non potrà essere annullata.

La pagina di supporto di Google precisa che l’introduzione della nuova funzione sarà graduale e che potrebbero verificarsi alcuni inconvenienti tecnici durante la fase iniziale. In particolare, l’azienda consiglia agli utenti di ChromeOS di creare una copia dei file di sistema prima di modificare l’indirizzo di accesso, quindi segnala che alcune impostazioni legate ai profili Gmail potrebbero essere reimpostate e che, almeno per il momento, il calendario degli eventi continuerà a mostrare gli indirizzi email originali.

Possibili inciampi che, tutto sommato, non sorprendono, considerando la complessità dell’operazione. Sorvolando le difficoltà tecniche legate alla profonda integrazione di Gmail nei numerosi servizi Google, diversi osservatori segnalano i rischi che il nuovo processo di cambio indirizzo possa essere sfruttato in modo improprio nelle campagne di spam e phishing. La stessa azienda avverte infatti che i cybercriminali potrebbero approfittare della novità per inviare comunicazioni fasulle, progettate per convincere gli utenti a modificare la propria email: un escamotage che consentirebbe loro di sottrarre credenziali e compromettere gli account. Considerando che Gmail è collegata a una vasta rete di servizi sensibili — inclusi i pagamenti tramite Google Pay — è più importante che mai mantenere un atteggiamento prudente e scettico di fronte a eventuali comunicazioni sospette.

Indonesia, naufraga imbarcazione turistica: 4 spagnoli dispersi

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Una barca da turismo con 11 persone a bordo è affondata nella giornata di ieri al largo dell’isola di Padar, in Indonesia, nei pressi di Labuan Bajo, area frequentata dai visitatori del Parco nazionale di Komodo. L’imbarcazione ha avuto un’avaria al motore. Sette persone sono state soccorse: due turisti spagnoli, quattro membri dell’equipaggio e una guida. Restano dispersi quattro cittadini spagnoli, appartenenti alla stessa famiglia, tra cui due bambini. Le ricerche proseguono in condizioni difficili a causa di onde fino a tre metri; l’isola è stata chiusa al turismo per maltempo.

Natale tra i palestinesi cristiani di Betlemme: fede e resistenza sotto occupazione

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BETLEMME, PALESTINA OCCUPATA – Il Natale è tornato a Betlemme, dopo due anni in cui le autorità locali avevano deciso di sospendere le celebrazioni in solidarietà alla popolazione palestinese della Striscia. Uno dei luoghi simbolo dell’identità cristiana, dove nacque Gesù Cristo, è tornato a risplendere in questi giorni, dopo due anni di buio, dove l’assenza di fedeli e turisti pesa enormemente sull’economia cittadina. Sono centinaia le persone che si sono radunate la sera del 24 dicembre nella piazza della Mangiatoia, davanti la Basilica della Natività, dopo una processione per le vie della città. Un concerto dal vivo, banchetti, e un enorme albero di Natale ha accompagnato i credenti riuniti per celebrare il Natale per la prima volta dall’inizio dal ottobre 2023. Un’evento che accende la luce sulla comunità palestinese di religione cristiana, circa 50.000 persone che da secoli vivono in pace con la comunità musulmana ed oggi soffrono, come tutti i palestinesi, le violenze della polizia e dei coloni israeliani, che non si sono placate nemmeno nei giorni del Natale.

Nella messa di mezzanotte, il cardinale Pierbattista Pizzaballa – patriarca latino di Gerusalemme – ha portato i saluti della piccola e assediata comunità cristiana di Gaza, dove pochi giorni prima aveva celebrato una messa prenatalizia tra le rovine. Ha parlato di una Gaza devastata dalla guerra dove ha affermato che «la sofferenza è ancora presente» nonostante il cessate il fuoco. Rivolgendosi a migliaia di palestinesi, sia cristiani che musulmani, ma anche ai fedeli di tutto il mondo, Pizzaballa ha affermato che il messaggio del Natale di quest’anno è inseparabile dalla sofferenza e dalla resilienza. «Abbiamo deciso di essere la luce – ha detto – e la luce di Betlemme è la luce del mondo».

Parole di speranza che stridono con la realtà che ancora i palestinesi sono costretti a vivere. Solo per arrivare a Betlemme da Ramallah, un tragitto di appena 27 chilometri, ci abbiamo messo più di due ore e mezzo, a causa dei vari posti di blocco militari israeliani, che rendono gli spostamenti molto difficili. La guerra e le restrizioni imposte da Israele hanno paralizzato l’economia di Betlemme, dove circa l’80% dei residenti dipende dal turismo, che è quasi scomparso. Le limitazioni alla mobilità, la quasi assenza dei pellegrinaggi, ha fatto salire la disoccupazione dal 14% al 65%, trasformando la sopravvivenza quotidiana in una lotta. Secondo i dati riportati dal sindaco della città, Maher Nicola Canawati, in questi due anni di guerra di genocidio circa 4.000 persone hanno lasciato Betlemme in cerca di lavoro. Su una popolazione di 32.000 abitanti rappresenta il 12,5% di cittadini emigrati in appena tre anni.

La realtà di Betlemme resta tuttavia tra le migliori nell’insieme delle città palestinesi della Cisgiordania, dove incursioni, arresti, distruzioni di proprietà sono quotidiani. Anche per le comunità cristiane presenti sul territorio. Il Natale di quest’anno ha riportato qualche migliaio di turisti e di credenti nella città sacra, ancora troppo pochi per risollevare anche minimamente la deteriorata economia del territorio. Oggi, il viaggio di ritorno a Nazareth da Betlemme di Maria, Giuseppe e Gesù bambino sarebbe impossibile per una famiglia palestinese. Un muro divide le due città, insieme a check-points, cancelli, e militari israeliani.

Una comunità cristiana sotto attacco

I festeggiamenti durante la notte di Natale a Betlemme (foto di Moira Amargi per L’Indipendente)

«Da Gerusalemme invio saluti agli amici cristiani i tutto il mondo» dice Benjamin Netanyahu in un video pubblicato ieri. «Qui, dalla terra santa, Israele. Il solo stato del Medio Oriente dove la comunità cristiana sta prosperando. Il solo stato dove i cristiani possono celebrare la loro fede con pieni diritti e totale libertà. Dove i pellegrini cristiani sono accolti a braccia aperte, dove possono celebrare propriamente le loro tradizioni, apertamente e senza paura». Un messaggio, quello del primo ministro israeliano, in totale contraddizione con la realtà che vivono i circa 50mila cristiani residenti in Palestina Occupata.

Un tempo comunità fiorente, secondo il censimento del 2017, il numero dei cristiani che vivono nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e a Gaza è ora inferiore a 50.000, pari a circa l’1-2% della popolazione. All’inizio del XX secolo, i cristiani costituivano circa il 12% della popolazione. Tuttavia, l’occupazione illegale della Cisgiordania da parte di Israele ha messo sotto pressione le comunità, creando difficoltà economiche e privandola delle condizioni necessarie per vivere sulla propria terra, spingendo molte famiglie a cercare una vita più stabile all’estero. La maggior parte dei cristiani palestinesi vive in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, per un totale di circa 47.000-50.000 persone, a cui se ne aggiungevano altre 1.000 a Gaza prima della guerra.

L’interno della basilica della Natività (foto di Moira Amargi per L’Indipendente)

La vita dei cristiani in Palestina è la stessa che soffrono tutti i palestinesi. Nei giorni precedenti, nella città settentrionale di Haifa, in Israele, i momenti di festa nel quartiere cristiano palestinese di Wadi al-Nisnas sono degenerati nel caos quando la polizia israeliana ha fatto irruzione nella zona, arrestando e picchiando i residenti, secondo quanto riportato da filmati e testimonianze oculari condivisi online. Nei video si vede un uomo – palestinese – vestito da Babbo Natale venire spinto a terra e ammanettato dalla polizia israeliana, insieme a un DJ e a un venditore ambulante. Le famiglie che si preparavano al Natale sono state accolte con la forza e gli arresti in un incidente che riflette la routine di persecuzione delle comunità palestinesi, anche durante le festività religiose.

In tutta la Palestina le comunità cristiane e le loro chiese hanno subito numerosi attacchi da parte delle forze israeliane e di membri della popolazione israeliana. Il Religious Freedom Data Center (RFDC) ha monitorato le violenze contro i cristiani attraverso una hotline gestita da volontari e attivisti; tra gennaio 2024 e settembre 2025, il gruppo ha documentato almeno 201 episodi di violenza contro i cristiani, commessi principalmente da ebrei ortodossi che prendevano di mira il clero internazionale o individui che esibivano simboli cristiani. Questi incidenti comprendono diverse forme di molestie, tra cui sputi, insulti, atti di vandalismo, aggressioni e altro ancora. La maggior parte (137) di questi incidenti ha avuto luogo nella Città Vecchia di Gerusalemme, situata nella Gerusalemme Est occupata, luogo sacro per ebrei, musulmani e cristiani.

La basilica della Natavità di Betlemme (foto di Moira Amargi per L’Indipendente)

Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, nel 2025, le comunità cristiane nella Cisgiordania occupata hanno dovuto affrontare sia un allarmante aumento della violenza da parte di coloni e militari, sia una crescita esponenziale di sequestri di terreni di loro proprietà. Il mese scorso, nella città prevalentemente cristiana di Beit Sahour, ad est di Betlemme, i coloni israeliani sostenuti dall’esercito hanno raso al suolo con i bulldozer la storica collina di Ush al-Ghurab per costruire un nuovo avamposto illegale. A Taybeh, città prevalentemente cristiana della Cisgiordania, l’antica chiesa di San Giorgio è stata presa di mira da piromani nel mese di luglio. A giugno, un gruppo di israeliani è stato filmato mentre attaccava il monastero armeno e i luoghi sacri cristiani durante un raid nel quartiere armeno della Città Vecchia di Gerusalemme Est, che è stato oggetto di numerosi attacchi.

Nel mentre, a Gaza, le bombe israeliane hanno raso al suolo luoghi di culto, chiese, rifugi dove la piccola comunità cristiana si stava rifugiando. Secondo un rapporto di Open Doors, circa il 75% delle case di proprietà di cristiani a Gaza sono state danneggiate o distrutte. Il 19 ottobre 2023, le forze israeliane hanno attaccato la più antica chiesa greco-ortodossa di San Porfirio a Gaza, uccidendo almeno 18 sfollati, tra cui molti bambini. La chiesa, che fungeva da rifugio multiconfessionale per centinaia di civili, era stata costruita nel 1150, ed era il più antico luogo di culto attivo di Gaza. Le forze israeliane hanno anche attaccato ripetutamente la Chiesa della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica romana di Gaza, che da tempo fungeva da rifugio per la comunità cristiana locale.

Intanto, nel suo primo discorso natalizio come pontefice, Papa Leone ha condannato la terribile situazione umanitaria a Gaza, dove centinaia di migliaia di persone vivono in tende e alloggi fatiscenti, esposti al freddo pungente e alla pioggia. Ha fatto riferimento alla storia della nascita di Gesù in una stalla, affermando che essa dimostra come Dio abbia «piantato la sua fragile tenda» tra i popoli del mondo. «Come non pensare allora alle tende di Gaza, esposte da settimane alla pioggia, al vento e al freddo», ha detto, lamentando «le popolazioni indifese, provate da tante guerre». Nonostante le parole di Netanyahu, non c’è pace in Palestina. Nemmeno per i palestinesi cristiani.

Cambogia-Thailandia, firmato nuovo accordo per il cessate il fuoco

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Thailandia e Cambogia hanno raggiunto un nuovo accordo per fermare i combattimenti lungo il confine, ripresi a inizio dicembre nonostante un cessate il fuoco firmato pochi mesi prima. L’intesa prevede il mantenimento delle posizioni militari attuali e il divieto di violare gli spazi aerei. La disputa riguarda un confine di 820 chilometri, definito nel 1907 in epoca coloniale francese e mai pienamente riconosciuto da Bangkok. Il conflitto, alimentato da rivalità storiche e nazionalismo, ha causato almeno 80 morti e circa 800mila sfollati. Un precedente accordo, promosso anche dagli Stati Uniti, non era stato rispettato.

Gaza, ospedale Al-Awda sospende servizi per carenza carburante

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A Gaza l’ospedale Al-Awda ha sospeso gran parte dei servizi per la grave carenza di carburante necessario ad alimentare i generatori. La struttura, nel distretto di Nuseirat, dispone di 60 posti letto e assiste circa mille persone al giorno. Restano operativi solo i reparti essenziali: pronto soccorso, maternità e pediatria. Per far fronte all’emergenza l’ospedale ha dovuto noleggiare un piccolo generatore. La crisi del carburante a Gaza continua a minacciare la capacità di fornire cure di base.

Siria: esplosione nella moschea di Homs, 8 morti e oltre 20 feriti

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È di 8 morti e oltre 20 feriti in Siria il bilancio di un attentato che ha preso di mira la moschea Imam Ali bin Abi Talib nel quartiere a maggioranza alawita di Wadi al-Dhahab, nella città di Homs, durante le preghiere del venerdì. L’esplosione è stata causata da ordigni posti all’interno dell’edificio sacro, mentre è in corso un’indagine per identificare i responsabili. Il gruppo estremista sunnita Saraya Ansar al-Sunna ha rivendicato l’attacco. Il governo ha definito l’attacco un atto terroristico volto a destabilizzare il Paese, rafforzando la sicurezza attorno al luogo e promettendo di perseguire i colpevoli.

Varese, dopo mesi la verità: il presunto drone russo avvistato non è mai esistito

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A fine marzo 2025, una spy-story prende forma attorno al Lago Maggiore, a Varese. Il Corriere della Sera pubblica in prima pagina l’esclusiva di un drone “russo”, modello ZALA 421, «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ospita il Joint Research Centre (JRC) dell’UE, minacciando segreti nucleari e industriali. È l’anticamera della famigerata “guerra ibrida” evocata dal ministro Crosetto, che rimbalza nei titoli allarmistici dei quotidiani che speculano sui sabotaggi putiniani. La Procura di Milano apre un’inchiesta. Nove mesi dopo, emerge la verità: nessun drone, nessun russo all’orizzonte. Solo un amplificatore GSM difettoso utilizzato da una famiglia della zona per migliorare la connessione internet della propria abitazione, che ha ingannato i sistemi anti-drone con falsi positivi.

Le indagini, coordinate dal pool antiterrorismo milanese, hanno escluso qualsiasi velivolo reale: nessuna traccia nei radar, nessun testimone oculare, nessun drone, tantomeno “russo”. La Procura di Milano ha chiesto al Gip l’archiviazione dell’inchiesta aperta a fine marzo. È stato chiarito anche un ulteriore elemento inizialmente ritenuto sospetto: una Cadillac gialla individuata nei pressi del centro di ricerca. Gli accertamenti hanno stabilito che il veicolo apparteneva a un imprenditore in contatto telefonico con cittadini russi, poi risultati essere proprietari di ville nella zona, senza alcun legame con attività illecite. I titoli dei quotidiani, però, sono granitici quanto la certezza che la minaccia sui cieli dell’Ispra sia di matrice russa: “Il giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca Ue sul Lago Maggiore. Cosa sappiamo” (La Stampa); “Drone russo in volo sul Lago Maggiore obiettivo il Jrc di Ispra” (Varesenews); “Un drone russo ha sorvolato il Centro europeo di ricerca sul Lago Maggiore” (Wired). E così via, in una sterminata serie di articoli copia e incolla.

In un contesto dominato dalla propaganda, la realtà è stata piegata al sensazionalismo, arrivando a inventare dettagli di sana pianta, come il presunto modello del drone “russo”, attribuito arbitrariamente al ZALA Aero Group, un’azienda sanzionata dopo l’inizio dell’Operazione Speciale. Questa vicenda non è solo un errore tecnico, ma un esempio lampante di come i media mainstream, in preda a russofobia cronica, amplifichino echi vuoti per alimentare paure ataviche, creando allucinazioni collettive senza verificare fonti o attendere i fatti. Così, quotidiani blasonati e testate “autorevoli” hanno preso un’anomalia tecnica e l’hanno trasformata in un caso geopolitico, inseguendo pregiudizi ideologici e urgenze narrative. Il drone “russo” diventa una presenza data per certa, i sorvoli si moltiplicano sulle colonne dei quotidiani, la no-fly zone violata diventa simbolo di una “guerra ibrida” immaginaria che annovera il falso jamming all’aero di von der Leyen atterrando sui cieli di Varese.

A dicembre 2025, con la richiesta di archiviazione al Gip, la bufala è implosa, sgonfiando la bolla mediatica. Proprio i mezzi di informazione hanno giocato un ruolo da protagonisti, presentando ipotesi come fatti assodati. Solo alcuni esempi: Il Corriere della sera titolava il 30 marzo “Ispra, drone russo in volo sul centro di ricerca Ue sul lago Maggiore”, dando per scontata l’origine russa e i cinque passaggi sul’Ispra, senza condizionali che mitigassero l’allarme. Similmente, La Stampa parlava di “giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca Ue sul Lago Maggiore”, evocando misteri spionistici da guerra fredda. Rai News non era da meno: “Droni russi su centro di ricerca Ue a Ispra sul Lago Maggiore, 5 avvistamenti“, con enfasi su una no-fly zone violata, ignorando la fragilità dei rilevamenti e sbattendo nel titolo ben cinque chimerici avvistamenti, mai avvenuti. Mentre Il Manifesto in “Drone russo su Ispra, indagini e malumori” riportava sei sorvoli in una settimana come minaccia concreta, la testata che ospita la ben nota sezione di fact-checking, Open, sospendeva la verifica delle fonti per attestare la minaccia russa a partire dal titolo: “Drone russo sul centro di ricerca europeo di Ispra, la procura di Milano apre un’indagine”.

Questi esempi mostrano come i quotidiani, inseguendo click e narrazioni anti-Mosca, abbiano trasformato una anomalia in un casus belli, senza attendere verifiche. Non si è trattato di un semplice incidente giornalistico: è una radiografia del sistema informativo contemporaneo che riflette un pattern di disinformazione, dove il sensazionalismo e la fretta mediatica incontrano pregiudizi ideologici, creando mostri inesistenti. Il caso Ispra insegna una lezione scomoda: non tutte le bufale nascono ai margini del sistema. Alcune vengono pubblicate in prima pagina, con il timbro dell’autorevolezza. E proprio per questo sono le più pericolose.

Raid israeliano in Libano, ucciso comandante della Forza Quds

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Le forze armate israeliane hanno annunciato di aver ucciso Hussein Mahmoud Marshad al-Jawhari, un comandante della Forza Quds, l’unità d’élite dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, durante un raid in Libano vicino al confine con la Siria. L’operazione ha preso di mira un veicolo colpito da un drone, uccidendo anche almeno due persone secondo media libanesi, mentre un’altra figura legata a Hezbollah sarebbe stata eliminata in un’altra azione simile. Israele accusa l’uomo di essere coinvolto in attività terroristiche dirette dall’Iran contro lo Stato ebraico nella regione. Il raid è l’ultima di una serie di attacchi israeliani in Libano, che stanno continuando nonostante un cessate il fuoco formale.