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Perquisizioni, interrogatori e respingimenti: gli USA “accolgono” le squadre dei Mondiali

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I Mondiali di calcio stanno per iniziare in America. A prendersi la scena, più che i pronostici e tutte le indiscrezioni del caso, è l’accoglienza che gli Stati Uniti stanno riservando alle varie delegazioni giunte in queste ore. Calciatori perquisiti e trattati come terroristi, interrogatori lunghi diverse ore, respingimenti di tifosi e persino di un arbitro designato: le immagini che arrivano dagli USA restituiscono un clima tutt’altro di festa, configurandosi più come l’esibizione di forza di un Paese e del suo presidente. A ciò si aggiungono le tensioni geopolitiche che incendiano il panorama politico americano e la stretta amicizia tra Trump e Gianni Infantino, presidente della FIFA, rimasta silente di fronte alla singolare “accoglienza” di Washington. La massima istituzione calcistica ha concentrato le sue forze sul trovare un rimedio alle decine di migliaia di biglietti invenduti, abbassando i prezzi per evitare gli spalti vuoti e dunque l’ennesima polemica di un Mondiale che si preannuncia incandescente.

Omar Abdulkadir Artan è un arbitro somalo, nominato nel 2025 miglior arbitro africano dalla Confederazione Africana di Calcio (CAF). Artan era stato selezionato per dirigere alcune partite degli ormai imminenti Mondiali che si disputeranno tra Messico, Canada e Stati Uniti. Il 34enne sarebbe stato il primo somalo ad arbitrare una partita nella massima competizione calcistica, ma sulla sua strada ha incontrato le restrizioni dell’amministrazione Trump. Artan è stato fermato in aeroporto a Miami, interrogato per ore dagli agenti statunitensi e poi trasferito in una cella di detenzione, prima di essere rimpatriato. A nulla sono servite le referenze del direttore di gara, tra cui un visto valido e il passaporto diplomatico, che avrebbero dovuto bypassare i rigidi vincoli di frontiera americani applicati a diversi Paesi, Somalia inclusa. Mentre Artan veniva rimpatriato e accolto trionfalmente dai suoi concittadini, la FIFA se ne lavava le mani, dichiarando di non avere voce in capitolo sulle politiche migratorie dei Paesi ospitanti.

Anche l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato fermato per diverse ore e sottoposto a un interrogatorio degli agenti di frontiera prima di ricevere l’ok definitivo all’ingresso nel Paese. Le storie di Artan e Hussein, simili per lo svolgimento ma divergenti nell’esito, sono solo la punta di un iceberg ben più profondo. Tutte le delegazioni sono state sottoposte a controlli approfonditi. A diventare presto virali sono stati i casi del Senegal, con la squadra e lo staff perquisiti sulla pista d’atterraggio subito dopo l’arrivo negli Stati Uniti, e dell’Uzbekistan. Metal detector e cani antidroga hanno accolto il team asiatico allenato da Fabio Cannavaro, che un Mondiale l’ha vinto nel 2006 da capitano dell’Italia. Dopo mesi di mediazione da parte del Messico, i giocatori iraniani hanno alla fine ottenuto il permesso di entrare negli Stati Uniti ma soltanto durante il giorno delle partite, rientrando poi a Tijuana. A poche ore dall’inizio della competizione, diversi membri dello staff restano ancora in attesa dei visti necessari, mentre una parte ha già incassato il divieto e non prenderà parte alla spedizione, tra cui il presidente della Federazione calcistica Mehdi Taj. Diversi tifosi hanno denunciato una situazione simile, lamentando il rifiuto del visto. Incalzato dai giornalisti, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno facendo «entrare solo le persone giuste».

Di fronte a questo clima tutt’altro che di festa, un gruppo di artisti statunitensi ha lanciato una campagna per l’inizio dei Mondiali dal titolo eloquente: No ICE in the Cup. Affinché la competizione «rimanga allegra, sicura e protetta», viene chiesto l’allontanamento degli agenti del reparto migrazioni dagli stadi e dalle piazze, «dove la gente si riunisce per seguire le partite e festeggiare». «La presenza dell’ICE — avvertono gli artisti — rischia di trasformare questa celebrazione in un momento di crudeltà e paura». Per la FIFA, rimasta silente di fronte ai controlli americani, l’unica preoccupazione relativa agli stadi resta il loro riempimento. Al momento risultano invenduti circa 200mila biglietti, complici i prezzi elevati e le polemiche contro l’amministrazione Trump, che negli ultimi sei mesi ha effettuato un golpe in Venezuela rapendo il suo presidente, aggredito l’Iran e affamato Cuba con l’inasprimento dell’embargo.

Il comune parigino che protegge gli alberi per legge: chi ne abbatte uno deve piantarne due

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Sceaux alberi tutela

Il faggio purpureo della scuola pubblica Lakanal ha 240 anni, è alto 30 metri e ha un tronco che misura 4,6 metri di circonferenza. Si trova a Sceaux, comune di 21mila abitanti a sud di Parigi, circondato da dieci ettari di verde in cui crescono 388 specie diverse di piante e alberi. Nel 2025 ha ricevuto l’etichetta di Arbre Remarquable, uno dei 143 alberi eccezionali censiti nel territorio comunale, e con quella targa è diventato il simbolo visibile di una politica di tutela che la città porta avanti dal 2 ottobre 2019, quando il consiglio municipale approvò all’unanimità la propria Charte de l’Arbre.

Sceaux è rinomata da secoli per il suo patrimonio vegetale. Il Domaine de Sceaux, che comprende 181 ettari di parco in stile Versailles con laghetti, viali e giardini formali, attira ogni primavera centinaia di migliaia di visitatori per i ciliegi giapponesi in fiore. Ma il territorio ospita molto di più: oltre 65mila alberi distribuiti tra parchi pubblici, spazi verdi e proprietà private. Di questi, 143 hanno ottenuto il riconoscimento nazionale di Arbre Remarquable, la categoria che identifica gli esemplari più eccezionali del paese per età, dimensioni o rarità.

Negli ultimi anni le autorità locali hanno cercato di prevenire una serie di minacce concrete: le radici soffrono per il calpestio del suolo e per le tubature idrauliche interrate, mentre l’inquinamento chimico e plastico avanza, le malattie si diffondono con maggiore velocità e il cambiamento climatico riduce le piogge e porta eventi meteorologici estremi con frequenza crescente. Sono questi rischi che hanno spinto l’amministrazione a dotarsi di uno strumento vincolante, invece di affidarsi solamente alle buone intenzioni.

La Carta degli alberi si articola in tre assi strategici. Il primo riguarda la conoscenza: le autorità hanno realizzato un inventario completo di tutti gli alberi del territorio, aggiornato con regolarità, e lo hanno affiancato a materiali educativi per i proprietari privati sulle buone pratiche di cura, oltre a passeggiate guidate aperte alla cittadinanza per diffondere consapevolezza e senso di appartenenza al patrimonio verde comune.

Il secondo asse punta a tutelare la salute degli alberi, sia negli spazi pubblici che in quelli privati. Una squadra municipale dedicata si occupa di piantare, potare, irrigare e monitorare in modo continuativo. Per le nuove piantagioni, il comune seleziona solo specie adatte al suolo e al clima locale — con attenzione particolare alle varietà resistenti alla siccità — e impone l’alternanza delle specie nelle nuove file, abbandonando le piantagioni monocoltura che in passato rendevano i filari più vulnerabili alle epidemie.

Il terzo asse guarda alla protezione nel tempo. La carta ha istituito accordi con i principali proprietari fondiari del territorio per incentivare la tutela degli alberi sulle aree di loro competenza. Chiunque danneggi un albero durante un cantiere è tenuto a versare una compensazione economica. Per ogni esemplare abbattuto, l’obbligo è di piantarne due. Ai residenti privati che intervengono sulla propria vegetazione è riconosciuto un sussidio fino a 200 euro.

«Questo patrimonio si costruisce nel tempo», ha sottolineato il sindaco Philippe Laurent, in carica dal 2001, «e richiede un’azione sia individuale che collettiva. Per questo abbiamo fatto la carta».

Qualcosa di simile esiste in Italia, ma senza la stessa organicità. La Legge 10/2013 sanziona ad esempio l’abbattimento degli alberi monumentali con multe fino a 100mila euro, e numerosi comuni – Roma, Bologna, Varese, Perugia – hanno adottato regolamenti del verde urbano che prevedono obblighi di reimpianto. Ma la regola è quasi ovunque uno a uno: un albero al posto di quello abbattuto. Nessun comune italiano impone il rapporto due a uno di Sceaux, né ha riunito in un unico strumento l’inventario sistematico, la selezione guidata delle specie, la compensazione economica per i cantieri e il sussidio ai privati. Il decreto Clima del 2019 ha introdotto i “boschi vetusti”, e cioè foreste di specie autoctone prive di intervento umano da almeno sessant’anni, come l’Abetina di Rosello in Abruzzo, primo riconoscimento ufficiale con decreto n. 90394, ma è una tutela che agisce su ciò che è già antico e intatto. Il modello di Sceaux funziona al contrario: trasforma la cura degli alberi urbani in obbligo amministrativo nella quotidianità, prima che il patrimonio si deteriori.

Lo scenario è destinato a cambiare, almeno sulla carta. Il Regolamento europeo sul ripristino della natura, entrato in vigore nell’agosto del 2024, impone per la prima volta obblighi giuridicamente vincolanti sulla copertura arborea urbana: zero perdita netta entro il 2030, tendenza al rialzo a partire dal 2031. La Francia, con il 34 per cento di copertura vegetale urbana contro il 44 per cento della media europea, deve trasmettere il proprio piano nazionale alla Commissione entro settembre 2026. L’Italia è vincolata allo stesso obbligo e allo stesso calendario. Il modello di Sceaux, nato cinque anni fa per iniziativa locale, è oggi il tipo di strumento che il diritto europeo chiede a ogni comune, e che potrebbe essere l’esempio pratico da implementare anche nel nostro Paese.

Dalle grandi banche 906 miliardi di dollari al settore petrolifero

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L’anno scorso i maggiori istituti di credito mondiali hanno aumentato il sostegno finanziario all’industria dei combustibili fossili, destinando 906 miliardi di dollari a carbone, petrolio e gas, con un incremento di 64 miliardi rispetto al 2024. Secondo il rapporto Banking on Climate Chaos, realizzato da una coalizione di organizzazioni ambientaliste, in testa figura JPMorgan Chase con 58 miliardi di dollari, seguita da Bank of America, MUFG, Mizuho Financial e Citigroup. Dal 2015 le principali banche hanno convogliato complessivamente 8.700 miliardi di dollari verso il settore. Nel 2025 sono inoltre cresciuti del 27% i finanziamenti per l’espansione di siti fossili esistenti, mentre numerosi istituti hanno ridimensionato gli impegni climatici assunti negli anni precedenti.

L’Occidente approva nuove sanzioni contro i coloni israeliani, Italia non pervenuta

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Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno approvato «nuove sanzioni contro i responsabili dell’intensificarsi delle attività di insediamento e della violenza in Cisgiordania», vietando l’ingresso sul proprio territorio a 25 coloni israeliani. Ad annunciarlo è il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot. Parigi ha esteso il divieto anche al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, esponente di spicco del governo Netanyahu. Nelle scorse settimane, a seguito del trattamento degradante riservato all’equipaggio della Flotilla, la Francia aveva negato l’ingresso anche al ministro-colono Itamar Ben-Gvir. In quell’occasione, così come nelle ultime ore, l’Italia si è limitata a esprimere un disappunto verbale, non partecipando alle timide sanzioni occidentali.

«Di fronte all’aggravarsi della situazione in Cisgiordania, noi, ministri degli Affari esteri di Australia, Canada, Francia, Norvegia e Regno Unito, abbiamo agito insieme per mettere in atto sanzioni e altre misure affinché i coloni estremisti rendano conto delle terribili violenze che commettono contro i civili palestinesi». Così si legge nella dichiarazione congiunta pubblicata dal ministero degli Esteri francese. Seguendo la scia di quanto fatto di recente in sede europea, viene riproposta una distinzione interna ai coloni, nonostante a essere intrinsecamente violento, oltre che illegale, è il fenomeno in sé. La sola presenza dei coloni implica infatti l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre, sottratte con la forza.

Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno dunque deciso di vietare l’ingresso a «quattro responsabili di organizzazioni di coloni e 21 coloni violenti», come dichiarato da Barrot. Un messaggio politico, più che economico, diretto a Tel Aviv. I Paesi si dicono infatti «pronti a prendere ulteriori misure se il governo israeliano non agirà rapidamente per porre rimedio alla situazione sul campo». L’esecutivo guidato da Netanyahu ha però reagito con durezza, sostenendo che «la vera essenza di questi provvedimenti è il tentativo di imporre una posizione politica riguardo al diritto degli ebrei di vivere nella Terra d’Israele». Il Regno Unito prova ad alzare il livello delle sanzioni, avvicinandosi ai blocchi commerciali invocati in questi due anni e mezzo dalla società civile. «Se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali», ha detto la ministra degli Esteri Yvette Cooper in Parlamento.

In Italia continuano gli attacchi a distanza tra il capo della Farnesina Antonio Tajani e il ministro-colono israeliano Ben-Gvir. Dopo aver appreso la notizia delle indagini a suo carico avviate dalla Procura di Roma, Ben Gvir ha detto che «il Paese dello Stivale è diventato quello delle ciabatte». Tajani le ha definite «parole inaccettabili e indegne», ma comunque non sufficienti a far aggregare l’Italia ai sei Paesi occidentali che hanno sanzionato timidamente Israele. Non sono bastati neanche le violenze inferte agli equipaggi della Flotilla e i crimini commessi in Palestina.

La “riconversione” dell’Umbria al servizio dell’industria bellica

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L’Umbria, cuore verde d’Italia, terra di San Francesco e del pacifista Aldo Capitini, è una regione sempre più coinvolta nella corsa al riarmo. Il piano europeo per la difesa spinge le aziende civili, soprattutto quelle legate al comparto dell’acciaio e dei forgiati, a convertire parte della produzione verso il settore militare. Intanto il cluster aerospaziale si consolida, Leonardo amplia la propria sfera d’influenza e anche lo stabilimento militare di Baiano di Spoleto estende le linee produttive. La società civile prova a resistere, ma sempre più a fatica. 
Crescere insieme a Leonardo&...

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Il valore dei bitcoin sta continuando a scendere: è ai minimi da 18 mesi

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Nel settembre del 2025, il mondo delle criptovalute festeggiava il Bitcoin, il quale era riuscito a superare la soglia record dei 120.000 dollari, proiettando un’immagine di crescita inarrestabile. Con l’arrivo del 2026, però, lo scenario è cambiato radicalmente: la situazione è diventata profondamente turbolenta, erodendo rapidamente il valore della valuta e dimezzandone le quotazioni. Una flessione così marcata da spingere persino i veterani degli investimenti ad abbandonare la nave. Da un punto di vista storico, il Bitcoin rappresenta una vicenda di successo straordinaria. Nel variegato panorama delle criptovalute e dei progetti legati alla blockchain – dagli NFT alle stablecoin –, è stato uno dei pochi asset a non solo sopravvivere nel tempo, ma ad affermarsi ben oltre ogni aspettativa. Parte di questo successo è stata alimentata dalla propensione degli investitori a mantenere saldo il possesso della valuta; una tendenza che, secondo alcuni analisti, si starebbe oggi invertendo.  I cosiddetti titolari a lungo termine – ovvero coloro che non vendevano i propri Bitcoin da almeno 155 giorni – starebbero infatti iniziando a cedere le loro criptovalute, movimentando cifre che superano i 2,1 miliardi di dollari. La scintilla che ha innescato la crisi sarebbe riconducibile a Strategy, azienda specializzata in business intelligence che ha liquidato una piccola quota dei suoi Bitcoin per un valore di 2,5 milioni di dollari. Una mossa che, per quanto contenuta, avrebbe trovato terreno fertile in un mercato già estremamente teso, innescando un effetto domino che ha ribassato gli stock fino all’attuale valore di 61.179 dollari. Vale la pena evidenziare che Strategy, dopo aver contribuito a scatenare il crollo, ha reinvestito nella criptovaluta Le teorie che tentano di spiegare tale clima di fragilità intorno al Bitcoin sono molteplici. In linea generale, si ritiene che, come tutti gli asset di investimento, anche la celebre criptovaluta stia risentendo di un contesto geopolitico caotico e segnato da conflitti su più fronti, con particolare attenzione alle tensioni legate alla guerra in Iran. Se la premessa originaria delle criptovalute era quella di costruire un sistema finanziario parallelo e indipendente da quello tradizionale, oggi si constata invece che il Bitcoin sia perlopiù trattato come un investimento ad alto rischio, del tutto analogo a qualsiasi altro titolo negoziabile in Borsa. L’andamento del Nasdaq e dell’S&P 500 finisce dunque spesso con l’essere mimato anche dalla criptovaluta anche se, recentemente, questo parallelismo è stato infranto a sfavore del Bitcoin. Proprio a questa “integrazione” nel sistema finanziario tradizionale si ricollega un ulteriore fattore critico per la valuta digitale: in un contesto in cui l’investimento è frutto di mera speculazione, soggetti e imprese tendono a puntare su asset che, a parità di rischio, promettono un potenziale di crescita più significativo. Gli occhi degli investitori sono puntati in particolare su tutto ciò che ruota attorno all’intelligenza artificiale – dai modelli linguistici ai microchip necessari per addestrarli – nonché su SpaceX, impresa spaziale che si prepara alla quotazione a Wall Street. Settori che rappresentano verosimilmente bolle instabili, ma che, finché reggono, offrono margini di crescita ben più appetibili Nel corso degli anni, le quotazioni del Bitcoin hanno registrato movimenti altamente volatili, alternando crolli repentini a crescite vertiginose. Non sorprende quindi che molti sostenitori delle criptovalute ritengano questa ennesima fase ribassista nient’altro che un’opportunità di acquisto in vista del prossimo ciclo di rialzi. Tuttavia, gli ultimi difficili mesi hanno smentito tanto chi sosteneva che il Bitcoin potesse fungere da bene rifugio assimilabile all’oro, quanto chi riteneva che le sue quotazioni si muovessero in parallelo agli asset tecnologici. In un momento di fragilità strutturale, i grandi investitori sembrano preferire ancora i beni tangibili e quegli investimenti nel settore tech che vantano obiettivi più chiari e definiti. 

Ponte sullo Stretto, spunta anche la corruzione: indagato l’uomo di Salvini in Calabria

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Il progetto del Ponte sullo Stretto torna all’attenzione della magistratura. La Procura di Roma sta infatti indagando per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio. Sono stati disposti mandati di perquisizione per Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, Vincenzo Virgiglio, imprenditore, e Giacomo Francesco Saccomanno, componente del consiglio d’amministrazione della società Stretto di Messina e fedelissimo di Salvini. Secondo l’accusa, i tre indagati avrebbero agito per condizionare gli esami di legittimità condotti dalla Corte dei Conti e necessari per l’approvazione del progetto. La società Stretto di Messina si è detta estranea ai fatti. Nel frattempo i ritardi sul progetto si accumulano: solo pochi giorni fa è emersa la notizia che l’Italia dovrà restituire 12 milioni di euro a Bruxelles per non aver rispettato la tabella di marcia.

Secondo l’inchiesta, Virgiglio e Saccomanno avrebbero fatto pressioni su Miele per convincerlo a dare il via libera al progetto; i due avrebbero offerto future cariche pubbliche al magistrato, che in cambio avrebbe fornito all’imprenditore e all’avvocato il suo appoggio al progetto e informazioni riservate. La procura ipotizza inoltre che Virgiglio e Saccomanno abbiano cercato di corrompere altri magistrati, che sarebbero stati avvicinati proprio grazie all’appoggio di Miele: quest’ultimo, secondo l’inchiesta, avrebbe rivelato ai due informazioni sugli orientamenti dei colleghi e sull’andamento delle procedure. Dopo il parere sfavorevole del 29 ottobre 2025, Miele si sarebbe inoltre impegnato a predisporre una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società, chiedendo in cambio la presidenza dell’Antitrust o di una società partecipata.

Dalle intercettazioni, riportate dall’agenzia di stampa Ansa, Miele non pare nascondere i suoi legami con la politica. «Quando andrò in pensione io dovrei fare il Presidente di non so che ancora», avrebbe detto senza sapere di essere intercettato; «Mi hanno chiesto la disponibilità», avrebbe continuato. «Io ho sparato alto […] ho l’imbarazzo della scelta». Emergerebbero inoltre legami con la Lega: in un’altra intercettazione, dopo avere spiegato di non essersi presentato a una manifestazione pubblica per evitare di essere intercettato dai giornalisti e interrogato sullo stop della Corte dei Conti al progetto, avrebbe detto di non essere «assolutamente allineato a questi de******ti dei miei colleghi», per poi affermare che «i miei amici del governo a cominciare da Salvini […] si sarebbero aspettati […] una presa di distanza». Lo stesso Saccomanno è molto vicino a Salvini e al Carroccio, e in passato è stato consulente esperto del ministro e commissario della Lega in Calabria.

Nel corso delle perquisizioni, sono stati «rinvenuti e sequestrati diversi dispositivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate». Con l’uscita della notizia, le opposizioni sono passate all’attacco, descrivendo la vicenda come una testimonianza del fallimento del progetto del Ponte: è «l’ennesimo fallimento del governo Meloni. Non ne azzeccano una, recuperiamo subito quei 13 miliardi e mezzo», ha detto Conte; l’episodio confermerebbe «ciò che abbiamo più volte denunciato rispetto a un progetto inutile e costoso e al grave rischio di infiltrazione di interessi non leciti», secondo AVS. Il caso arriva appena una settimana dopo la notizia che l’Italia dovrà restituire 12 milioni di euro a Bruxelles a causa dei ritardi nei tempi della progettazione esecutiva. Negli scorsi mesi, inoltre, il progetto era finito sotto il mirino dell’anticorruzione, e sono stati sollevati dubbi su costi e possibili danni ambientali.

Attacco pakistano in Afghanistan: almeno 13 morti

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Il ministro dell’Informazione pakistano Ataullah Tarar ha affermato che le forze armate del Paese hanno lanciato un attacco contro nascondigli di gruppi di miliziani situati lungo il confine afghano, uccidendo almeno 26 miliziani. In precedenza, le autorità talebane di Kabul avevano comunicato che gli attacchi pakistani avevano preso di mira tre province, uccidendo 13 civili, di cui 11 bambini, e ferendone altre 14. L’attacco pakistano riaccende le tensioni tra i due Paesi: il Pakistan accusa da tempo l’Afghanistan di ospitare miliziani di gruppi pakistani separatisti che si ispirano all’ideologia talebana; Kabul ha sempre rifiutato le accuse. Negli ultimi mesi, inoltre, i due Paesi si sono scambiati attacchi reciproci lungo il confine.

Soldati israeliani in Sardegna: presentato un esposto alla Corte Penale Internazionale

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Almeno un centinaio di famiglie di riservisti dell’IDF, l’esercito israeliano, starebbero trascorrendo un «periodo di decompressione» in resort di lusso della Sardegna. Ed è almeno il secondo anno che questo avviene, secondo alcune ricostruzioni, seguite interrogazioni parlamentari al governo. Per questo motivo, il Comitato Costituzione Attiva ha deciso di presentare un esposto alla Corte Penale Internazionale: «tali militari», ricorda il Comitato, «provengono da un esercito attualmente impegnato in operazioni belliche che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, distruzioni sistematiche e accuse gravissime di violazioni del diritto internazionale umanitario».

Uno degli ultimi episodi è stato denunciato all’inizio di giugno, quando decine di turisti israeliani sono arrivati presso il Forte Village Resort di Santa Margherita di Pula, a una trentina di chilometri da Cagliari. Tra di essi, vi sarebbero stati anche soldati e riservisti dell’esercito, accompagnati dalle loro famiglie. Analogamente a quanto accaduto negli anni precedenti, il loro arrivo è stato accompagnato da un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine presso l’aeroporto di Cagliari-Elmas, così come dalle proteste dei cittadini. La stessa presidente della Regione, Alessandra Todde, aveva definito l’arrivo dei militari un «fatto gravissimo», del quale le istituzioni «non sono state informate»: «nessuno ha chiarito chi organizzi questi soggiorni, con quali finalità, attraverso quali interlocuzioni e sotto quale responsabilità politica».

Così, i comitati hanno deciso di agire e presentato il ricorso alla CPI, dove è già in corso un’indagine contro Israele per crimini di guerra e contro l’umanità commessi a Gaza e nei territori coinvolti dal conflitto. Secondo il ricorso dell’associazione, «la “decompressione” di reparti militari reduci da teatri operativi dove è documentata la devastazione di intere generazioni e la distruzione sistematica di infrastrutture civili solleva interrogativi etici e giuridici di estrema gravità» e ricorda che, anche in base agli artt. 10 e 11 della Costituzione, l’Italia ha il dovere di non collaborare con tali soggetti, potenzialmente coinvolti in condotte lesive del diritto internazionale. Oltre alle verifiche richieste alla CPI, il ricorso chiede anche alla procura di Roma di accertare l’identità dei militari e capire se vi siano soggetti segnalati o indagati per crimini di guerra o violazioni del diritto internazionale.

Iran: nuova ondata di attacchi incrociati dopo l’abbattimento di un elicottero USA

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È stata una notte di tensioni, quella tra ieri e oggi, 10 giugno, tra USA e Iran. Tutto è iniziato con l’abbattimento di un elicottero Apache, che Washington ha attribuito a Teheran. Le autorità iraniane non hanno né confermato né smentito le accuse e gli USA hanno lanciato bombardamenti contro diverse aree dell’Iran meridionale. A quel punto è toccato ai pasdaran, che hanno sferrato attacchi contro le basi statunitensi della regione. Dopo ore di fuoco incrociato, gli USA hanno dichiarato di avere terminato le proprie operazioni e l’Iran ha interrotto gli attacchi. Ora la situazione risulta tranquilla e la tregua pare reggere. Il fuoco incrociato tra Stati Uniti e Iran segue di due giorni analoghi scambi di attacchi tra la Repubblica Islamica e Israele, e arriva mentre Tel Aviv continua la propria invasione del Libano. Sebbene a bassa intensità, gli scambi testimoniano le difficoltà nel far avanzare il dialogo diplomatico, con i negoziati ancora in stallo proprio a causa delle operazioni israeliane contro il Paese dei Cedri.

L’elicottero statunitense è caduto mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz nel tardo pomeriggio di lunedì 8 giugno. L’equipaggio è stato tratto in salvo e si trova in condizioni stabili. Gli USA hanno accusato l’Iran dell’accaduto, che tuttavia non ha risposto direttamente alle accuse. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, tuttavia, ha ricordato che i cieli sopra lo Stretto ricadono sotto la giurisdizione dell’Oman e dell’Iran, affermando che «le forze straniere presenti in prossimità del nostro territorio sono costantemente esposte a rischi dovuti a propri errori umani, semplici incidenti o alla possibilità di rimanere coinvolte in scontri a fuoco»; Araghchi, insomma, non ha né confermato né smentito che l’Iran abbia abbattuto l’elicottero, ma ha suggerito che, qualora fosse accaduto, potrebbe essersi trattato di un incidente.

Ieri, dopo un pomeriggio di tensioni, sono arrivati gli attacchi. Il Comando Centrale (CENTCOM) degli USA ha sferrato attacchi contro le aree meridionali dell’Iran a partire dalle 23, prendendo di mira alcune zone dell’Hormozgan, tra cui Kohestak, Bandar-e Jask e Sirik; in quest’ultima località sono stati colpiti due serbatoi di acqua potabile e una torre di controllo. Nel corso della notte sono arrivate segnalazioni di attacchi anche contro l’isola di Qeshm – dove sono state udite sei esplosioni – la città di Jam, il porto di Bandar Abbas e aree della montagna di Mobārakeh. In totale gli USA hanno lanciato due o tre ondate di attacchi colpendo 20 obiettivi e, attorno alle 3, hanno annunciato la fine delle operazioni di «autodifesa».

Subito dopo gli attacchi statunitensi è stato ordinato il massimo livello di allerta nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Mentre gli USA portavano avanti la loro seconda ondata di attacchi, l’Iran ha lanciato raid contro il Bahrain, il Kuwait e la Giordania. In Bahrain è stata presa di mira la base della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti, che pare sia stata colpita; in Kuwait i pasdaran hanno attaccato la base aerea Ali Al Salem con droni e missili, mentre in Giordania hanno colpito la base statunitense Al-Azraq e la base Muwafaq al-Salti. Non sono noti i danni provocati dagli attacchi iraniani ma, secondo quanto comunicato dai pasdaran, sarebbero stati colpiti 21 obiettivi.

Gli attacchi di questa notte sembrano essere già terminati e, tutto sommato, essere stati limitati. Essi, tuttavia, testimoniano il persistere delle tensioni nella regione e tra le parti coinvolte nel conflitto, mentre i dialoghi di pace risultano ancora in stallo. A complicare le trattative sono principalmente le operazioni israeliane nel sud del Libano: Israele continua infatti la propria invasione e i bombardamenti sulle aree meridionali del Paese dei Cedri. Negli ultimi giorni, l’esercito di Tel Aviv ha riservato particolare attenzione alla zona di Tiro, dove ha emanato ordini di evacuazione in vista di bombardamenti massicci. Proprio l’invasione israeliana del Libano ha provocato la reazione dell’Iran, che due giorni fa ha lanciato attacchi di rappresaglia contro Israele per rimarcare che le proprie condizioni per intavolare negoziati di pace includono la cessazione completa delle operazioni militari israeliane contro l’alleato. Israele ha risposto con analoghi attacchi sul territorio iraniano e, anche in quell’occasione, come oggi, i combattimenti sono andati avanti nella notte per poi interrompersi senza grosse conseguenze.