lunedì 1 Dicembre 2025
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Mali: l’ambasciata USA chiede ai cittadini di lasciare il Paese

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L’ambasciata statunitense in Mali ha intimato ai propri cittadini di lasciare il Paese. La richiesta dell’ambasciata arriva in un momento di crisi per il Mali, sotto attacco dai ribelli di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), movimento islamista affiliato ad Al Qaeda. Il Paese sta attraversando una grave carenza di carburante a causa di un assedio imposto dai miliziani di JNIM, che hanno imposto un blocco sulle autocisterne in entrata verso il Mali.

Per la prima volta in oltre 30 anni i lavoratori Benetton hanno scioperato

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Centinaia di lavoratori di Benetton, nota azienda italiana attiva nel settore tessile, hanno scioperato per la prima volta in 30 anni. La decisione di incrociare le braccia arriva in risposta a una e-mail che l’azienda ha inviato a 80 operatori, in cui li avvisa della decisione di applicare contratti di solidarietà per il 90% dell’orario lavorativo di qui al 31 dicembre, che – di fatto – li lascerebbero a casa nove giorni su dieci: la scelta dell’azienda, spiegano i lavoratori, è arrivata improvvisamente, senza alcun preavviso, e con effetto praticamente immediato, entro 3 giorni dall’invio della comunicazione. La protesta ha avuto luogo nello stabilimento di Castrette di Villorba, in provincia di Treviso, che conta circa 750 lavoratori, e ha visto la partecipazione del 75% del personale.

Lo sciopero dei lavoratori di Benetton si è svolto nella giornata di ieri, lunedì 27 ottobre; i lavoratori hanno incrociato le braccia per due ore nel primo turno del mattino, tra le 10 e le 12, e la protesta è continuata nel pomeriggio, quando vi si sono uniti gli operatori dei turni pomeridiano e serale. La manifestazione è iniziata nel piazzale davanti allo stabilimento, ma l’azienda ha impedito a giornalisti, fotografi e operatori mediatici di accedere al sito; i lavoratori si sono dunque spostati all’esterno del perimetro del complesso, sulla strada provinciale “Postumia”. Allo sciopero hanno aderito le rappresentanze sindacali interne e i sindacati Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil: i sindacati non si sono detti contrari all’applicazione di misure di ammortizzatori sociali nei confronti dei lavoratori; piuttosto hanno contestato la radicalità della misura e le modalità dell’azienda, che ha preso la decisione di applicare unilateralmente contratti di solidarietà per un quantitativo «sproporzionato» di ore, senza prima consultare gli organi di rappresentanza.

I contratti di solidarietà sono una forma di ammortizzatore che prevede la riduzione dell’orario lavorativo dei dipendenti a cui sono indirizzati, riducendo conseguentemente i costi dell’azienda; l’INPS interviene versando l’80% della retribuzione non corrisposta, per compensare le ore non lavorate ai dipendenti coinvolti dalla misura. Già l’anno scorso, i sindacati avevano concordato con l’azienda l’applicazione di contratti di solidarietà per il 40% delle ore, e incentivi al 30% per l’esodo volontario; i sindacati chiedono l’applicazione di misure meno drastiche nella riduzione dell’orario e di fare ruotare il personale lasciato a casa. «E ancora, Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil chiedono con urgenza chiarimenti relativamente al piano industriale dell’azienda per comprendere fino in fondo le prospettive future e le strategie strutturali che consentano di superare la fase di difficoltà senza penalizzare in alcun modo i lavoratori».

Lo sciopero di ieri è stato il primo degli ultimi 30 anni per i lavoratori del gruppo. Benetton è infatti in crisi da tempo. Dal 2012 a oggi, le vendite dell’azienda sono dimezzate, passando da circa 2 miliardi a poco più di un miliardo. Nell’ultimo anno l’azienda ha chiuso 500 negozi su circa 3.000, e nel primo semestre ha ottenuto ricavi per 279 milioni contro i 296 dell’anno prima.

Netanyahu ha ordinato attacchi “immediati e potenti” nella Striscia di Gaza

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato al proprio esercito di «lanciare immediatamente potenti attacchi sulla Striscia di Gaza». L’annuncio è stato dato dall’ufficio del primo ministro, che ha spiegato che la scelta del premier segue una serie di consultazioni avviate oggi, martedì 28 ottobre, in seguito al processo di identificazione della salma dell’ultimo ostaggio consegnato alla Croce Rossa da Hamas; Israele accusa il gruppo palestinese di avere in realtà consegnato i resti di un ostaggio già recuperato dalle IDF nel 2023. Non è ancora chiaro quale sarà l’intensità della nuova aggressione israeliana su Gaza, né a cosa essa miri; lo stesso esercito israeliano ha fatto sapere di avere concordato con il ministro della Difesa Israel Katz la rimozione delle restrizioni imposte alle proprie truppe, dando campo libero ai soldati per operare anche oltre la cosiddetta linea gialla” dietro la quale dovrebbero rimanere stazionati.

L’annuncio dell’ufficio del primo ministro è giunto oggi alle 17:21 (ora italiana); qualche ora prima, attorno alle 11, lo stesso ufficio aveva fatto sapere che in seguito alle operazioni di identificazione della salma dell’ostaggio, le autorità avrebbero scoperto che i resti consegnati da Hamas fossero in realtà quelli di Ofir Tzarfati, soldato recuperato in una operazione militare nel dicembre del 2023. Per tale motivo, comunicano i media israeliani, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich avrebbe esercitato pressione su Netanyahu, chiedendo al premier di indire una riunione emergenziale di sicurezza per discutere dei prossimi passi. L’emittente israeliana Channel 13 riporta che durante la riunione sarebbero state avanzate tre ipotesi: limitare gli aiuti umanitari, occupare territori, e attaccare Gaza. Non è ancora chiara la portata degli attacchi che dovrebbero seguire all’annuncio di Netanyahu, ma secondo quanto comunicano anche le stesse IDF sembra che sarebbe stata scelta la terza opzione, che, di fatto, coincidealmenoanche con la prima. Il portavoce dell’esercito ha infatti reso noto che avrebbe rimosso le restrizioni imposte alle proprie truppe stazionate a Gaza a partire dalle 18 israeliane (le 17 italiane). 

Nel frattempo, tanto i giornali israeliani quanto quelli arabi riportano di presunti scontri tra le forze israeliane e i gruppi di resistenza nel sud della Striscia, a Rafah; Rafah è il capoluogo dell’omonimo Governatorato, quello situato nell’estremo sud della Striscia, al confine con l’Egitto, e risulta sotto controllo israeliano da mesi. Le brigate di Al Qassam, braccio armato affiliato ad Hamas, invece, hanno annunciato di avere trovato il corpo di un altro ostaggio, e che ne avrebbero ritardato la consegna in caso di ulteriori violazioni dell’accordo da parte di Israele; quella di oggi, non è infatti la prima volta che Israele viola i termini della tregua: La più violenta violazione è avvenuta domenica 19 ottobre, quando Israele ha sganciato 153 tonnellate di bombe, uccidendo quasi 100 persone in un giorno solo.

ENI continua a registrare utili: 1,2 miliardi nell’ultimo trimestre

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Nel terzo trimestre del 2025, ENI ha registrato un utile netto pari a 1,2 miliardi di euro. Tale cifra si riferisce all’utile rettificato (o “adjusted”), e dunque privato delle spese straordinarie; l’Ebit (Earnings Before Interest and Taxes – ossia utili prima degli interessi e delle tasse) rettificato, invece, è pari a circa tre miliardi. Tali risultati, per quanto in calo, risultano superiori a quanto stimato dal gruppo: Eni ha infatti aumentato per la seconda volta la propria stima annuale di generazione di cassa. È quanto riportato dal colosso energetico in un comunicato ufficiale. L’ebit rettificato dell’ultimo trimestre, rispetto allo stesso periodo precedente, ha registrato un calo del 12% dovuto a una flessione dei prezzi del petrolio che ha perso il 14% solo nell’ultimo trimestre andando a influenzare la prestazione del segmento E&P (l’esplorazione e la produzione), il “motore” principale del gruppo. La società ha comunque definito «solido» il risultato. Al contempo, hanno registrato risultati in crescita sia la divisione Gas (GGP e Power) che quella della Raffinazione, tornata in utile, mentre la chimica continua a registrare una perdita in un quadro complessivo a livello europeo che resta segnato da una prolungata recessione. Quanto ai primi nove mesi dell’anno, il risultato dell’utile operativo proforma rettificato si è attestata a 9,36 miliardi, in calo del 19% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.

L’amministratore delegato, Claudio Descalzi, ha parlato di risultati «eccellenti» ponendo l’accento su un aspetto determinante che ha permesso la crescita finanziaria del gruppo, vale a dire l’aumento della produzione di petrolio, in crescita del 6% rispetto al 2024. Secondo Descalzi, ciò «ci consente di alzare la guidance annuale sino a 1,72 milioni di barili al giorno confermando il trend di accelerazione destinato a proseguire nei prossimi mesi grazie ai nuovi campi in sviluppo in Congo, Emirati, Qatar e Libia, e all’avvio della combinazione di business in Indonesia e Malesia che costituirà uno dei principali player sul mercato del Gnl nel continente asiatico». Negli ultimi mesi, infatti, ENI ha investito massicciamente in attività di ricerca di nuovi giacimenti e perforazione in Africa e in Asia: in particolare, ENI ha assegnato alla connazionale Saipem nuovi contratti per un valore di 135 milioni di dollari per esplorare nuove aree strategiche dall’Africa Occidentale la Mediterraneo fino all’Indonesia. Inoltre, ENI pochi mesi fa ha investito dieci miliardi di dollari in Indonesia (nel Kalimantan Orientale) per la produzione di gas naturale e GNL.

Un altro aspetto cruciale per i risultati del Cane a sei zampe è, secondo lo stesso amministratore delegato, il modello satellitare introdotto da ENI, che ha permesso di valorizzare i business legati all’“upstream” (si tratta dell’esplorazione e dello sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e gas) e alla transizione energetica. Il modello satellitare consiste nella creazione di società indipendenti in grado di accedere al mercato dei capitali con una loro autonomia, così da poter finanziare la propria crescita rivolgendosi a investitori specializzati. Secondo la società, ciò consentirebbe di «accelerare lo sviluppo dei nuovi business ad alto potenziale legati alla transizione energetica, ma mantenendo la solidità che ci contraddistingue nelle attività tradizionali […]». Se da un lato, il colosso energetico ha spesso sottolineato l’attrattività delle sue controllate per il mercato, dall’altro, tale modello si traduce in quella tendenza a privatizzare parti di società strategiche per la sicurezza nazionale che è proseguita e si è accentuata con il governo Meloni. Tra le operazioni di questo tipo, ENI non ha solo firmato a giugno un accordo con il fondo statunitense Ares Management che prevede la cessione del 20% delle azioni di Plenitude, ma ha anche ceduto il 25% del capitale sociale di Enilive al fondo statunitense KKR. Come si nota, si tratta prevalentemente di aziende americane che entrano nelle aziende strategiche italiane con ripercussioni economiche e geopolitiche.

È proprio questa strategia di business che prevede la privatizzazione di aziende strategiche che avrebbe contribuito secondo Descalzi all’aumento degli utili della società. L’amministratore delegato, infatti, ha citato proprio alcune di queste cessioni: «La valorizzazione dei nostri business continua con l’incasso dalla cessione del 30% del campo di Baleine in Costa d’Avorio, secondo il consolidato dual exploration model, e con l’avanzamento della cessione del 20% della quota di Plenitude al fondo Ares, per il quale tutte le condizioni sospensive sono state completate. Con questa operazione i due business di Enilive e Plenitude hanno determinato incassi per circa 6,5 miliardi negli ultimi due anni».

In sintesi, l’aumento degli investimenti in ricerche di nuovi giacimenti e in attività di perforazione in tutto il mondo e il modello satellitare – che comporta la cessioni di quote di minoranza a aziende straniere – ha consentito a ENI di registrare risultati migliori rispetto a quelli attesi. A ciò si aggiunge anche un contesto di prezzi del greggio deboli e di un euro in rafforzamento che hanno consentito al Cane a sei zampe un’ottima prestazione economico-finanziaria, a scapito però della tanto sbandierata transizione energetica e della difesa degli asset nazionali, specie di quelli considerati strategici.

Apple raggiunge 4.000 miliardi di valore

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Con l’ultimo rialzo giornaliero dello 0,3%, il colosso tecnologico statunitense Apple ha raggiunto i 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. L’azienda è la terza realtà quotata a superare tale soglia a livello globale, seguendo Nvidia e Microsoft, anch’esse attive nel settore tecnologico. A ora, Nvidia è in testa a la classifica con una capitalizzazione superiore ai 4.700 miliardi di dollari.

Tribunale di Gaza: a Istanbul l’indagine collettiva sul genocidio israeliano

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Da Londra a Sarajevo, il Tribunale di Gaza approda a Istanbul nella sua sessione finale, ospitando i più illustri esperti del conflitto israelo-palestinese e le deposizioni dei superstiti del genocidio di Gaza per «documentare e valutare evidenze e testimonianze» riguardo ai crimini di guerra perpetrati dal governo israeliano. Non è un’istituzione giuridica, ma un’indagine collettiva con intenti probatori al fine di catalogare e raccogliere le voci di attivisti, testimoni oculari, cooperanti e accademici su ciò che è accaduto in questi due anni di genocidio, e ciò che dagli Accordi di Oslo avviene quotidianamente in Palestina. Il tribunale aperto a tutti gli uditori previa registrazione, è stato la voce corale che porterà le sue evidenze alla Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale, auspicando, questa volta, di avere dei colpevoli in carne e ossa al banco degli imputati.

La berlina crivellata di proiettili in Piazza Beyazit. Foto di Samyra Musleh

A pochi passi da Piazza Beyazit, una berlina bianca crivellata di colpi con la foto di Hind Rajab, la bambina divenuta protagonista del film Leone d’Argento che ne racconta i suoi ultimi attivi di vita dopo un attacco di un drone israeliano a Gaza, è l’istallazione dirompente che promuove il Tribunale. Dal 23 al 26 ottobre l’evento ha coinvolto centinaia di partecipanti nella grande hall dell’Università di Istanbul provenienti da tutto il mondo, ma purtroppo con poco attenzionamento da parte della stampa europea.

La struttura

Istituito a novembre nel 2024 da Richard Falk, giurista ed ex relatore speciale Onu per i Territori occupati, il tribunale è costituito da “Giuristi di Coscienza” e diviso in tre camere giurisdizionali: una dedicata alla legge internazionale e la riflessione sui suoi limiti; un’altra sulle relazioni internazionali e l’ordine mondiale; l’ultima sulla storia, l’etica e la filosofia morale.

Dall’altra parte ci sono i testimoni nei comitati di sostegno: 

  • Il Consiglio Politico che vede giuristi e accademici mostrare gli studi sul sistema coloniale di apartheid nello stato delle Palestina e l’evoluzione del colonialismo economico, dalle sue origini fino al processo di sostituzione etnica.
  • Il comitato della Società Civile con referenti di ONG operanti nei settori di welfare e assistenza alla popolazione.
  • Il corpo mediatico con i suoi report.

Il Tribunale di Gaza nasce sulle orme del Tribunale Russell, chiamato originariamente anche Tribunale internazionale contro i crimini di guerra e fondato da Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre nel novembre 1966, con l’obiettivo iniziale di indagare i crimini commessi dall’esercito statunitense nella guerra del Vietnam. Dopo di quello ne seguirono altri compresa un’edizione dedicata alla Palestina nel 2015.

When voices fades, conscience is made. Questo uno degli slogan che hanno tappezzato i corridoi dell’università insieme a videomapping sulle macerie che hanno sostituito una città un tempo vitale, banner con video testimonianze disponibili anche online , percorsi fotografici e attività partecipative. 

Foto di Samyra Musleh

Nomi come Hilial Helver, ex relatrice speciale per le Nazioni Unite per il diritto al cibo, Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere e testimone oculare delle condizioni dei presidi sanitari sulla Striscia e l’ex leader del partito laburista britannico Jeremy Corbyn, che ha riassunto la complicità della Gran Bretagna con la fornitura militare all’esercito israeliano, sono solo alcuni degli attori coinvolti.

I principali capi d’accusa chiave identificati sono stati:

  • Denutrizione e carestia attraverso la negazione deliberata di cibo e acqua e la distruzione sistematica dell’intero sistema alimentare.
  • Domicidio non solo come distruzione intenzionale e di massa delle abitazioni e delle loro infrastrutture come elettricità, acqua e servizi igienici. Una casa rappresenta amore, vita, un deposito di ricordi, speranze e aspirazioni. La sua distruzione provoca sfollamento, trauma, disintegrazione delle comunità e una profonda perdita culturale.
  • Ecocidio che descrive un particolare tipo di guerra basata sulla devastazione della fertilità del suolo, della qualità dell’aria, delle fonti di cibo e d’acqua: un danno ambientale catastrofico che annienta la capacità di sopravvivere anche dopo la fine dei bombardamenti.
  • La distruzione deliberata e l’attacco contro le infrastrutture sanitarie, le attrezzature e il personale medico sono stati sistematici per decenni e sono ormai quasi totali. I danni psico-fisici della popolazione sono dovuta a una disumanizzazione pianificata.
  • Reprocidio ovvero il bersagliamento intenzionale e sistematico dell’assistenza riproduttiva palestinese, attraverso la prevenzione delle nascite, l’eliminazione di vite future e della possibilità di riprodursi in sicurezza.
  • Scolasticidio, il genocidio della conoscenza, la distruzione del futuro intellettuale della Palestina mediante l’uccisione, il silenziamento e lo sfollamento di una generazione di studenti e insegnanti, la distruzione di scuole e università, l’annientamento di sogni e aspirazioni.
  • Attacchi ai giornalisti. La “documentazione del genocidio” è portata avanti dai giornalisti palestinesi, i quali insieme alle loro famiglie sono presi di mira.
    Ridurre al silenzio questi giornalisti è essenziale per nascondere il genocidio. Si documenta che questo sia stato il conflitto con il più alto tasso di omicidi tra giornalisti e reporter.
  • Tortura, violenza sessuale, sparizioni, violenze di genere in detenzione, ai checkpoint, durante le perquisizioni domestiche, negli sfollamenti e in altri contesti.
  • Politicidio cioè l’assassinio mirato e il rapimento di leader politici e culturali, rappresentanti, attivisti, e la distruzione delle istituzioni civiche.

Un’aspra critica è stata rivolta anche nei confronti dell’immobilità delle istituzioni internazionali, come le Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia, e nei confronti della compartecipazione attiva degli Stati Uniti per un più generalista coinvolgimento in un’economia di guerra da parte di più Stati.

La rilevanza simbolica e politica e la sua funzione di piattaforma della memoria ha reso questo tribunale popolare un archivio inestimabile e una mobilitazione che mette in discussione gli organismi istituzionali. Il documento finale pubblicato ha spezzato la narrativa dominante che considera le sofferenze a Gaza come semplicemente “effetti collaterali” del conflitto, sostenendo invece che vi sia una logica intenzionale e sistematica in quello che è stato definito «Il genocidio più documentato, trasmesso e prolungato sterminio collettivo dalla fine della Seconda guerra mondiale».

Kenya, precipita un aereo per turisti: 11 morti

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Oggi, martedì 28 ottobre, in Kenya, è precipitato un aereo leggero con a bordo un gruppo di turisti stranieri provenienti da Ungheria e Germania. La compagnia aerea, Mombasa Air Safari, ha fatto sapere che nessuna delle 11 persone a bordo è sopravvissuta allo schianto. L’aereo era partito da Diani, sulla costa, e si stava dirigendo a Kichwa Tembo, nella riserva nazionale del Masai Mara. L’incidente, di preciso, è avvenuto a Kwale, vicino alla costa dell’Oceano Indiano; secondo un’emittente locale, i corpi delle persone a bordo sarebbero stati bruciati a tal punto da diventare irriconoscibili. Ancora ignote le dinamiche dell’incidente.

Germania: 377 miliardi alle armi e corsi di educazione bellica nelle scuole

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La Germania avvia il più ampio programma di riarmo dalla fine della guerra fredda. Il governo federale ha approvato una pianificazione di spesa da 377 miliardi di euro destinata alla modernizzazione della Bundeswehr (le forze armate della Repubblica Federale di Germania) e all’acquisto di nuovi sistemi d’arma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la capacità difensiva del Paese e rendere la Germania «la spina dorsale della sicurezza europea», come ha spiegato il cancelliere Friedrich Merz. Parallelamente, nelle scuole vengono introdotti nuovi moduli di “educazione alla resilienza” e simulazioni di emergenza, nell’ambito di un piano nazionale di preparazione a crisi e conflitti. Berlino punta così a costruire un sistema integrato che colleghi difesa, protezione civile e formazione civica, in un contesto europeo segnato dal deterioramento della sicurezza e dall’isteria prebellica che fungono da motore propulsivo per mastodontici piani di militarizzazione e riarmo.

Il bilancio federale tedesco per il 2026 segna una svolta storica nella politica di difesa del Paese, con un incremento della spesa militare a circa 82,7 miliardi di euro, rispetto ai 62,4 miliardi del 2025. L’aumento, che consolida l’obiettivo del 2% del PIL richiesto dalla NATO e punta a raggiungere il 3,5% entro la fine del decennio, si accompagna alle risorse del “Fondo speciale per la difesa” da 100 miliardi istituito dopo l’inizio dell’Operazione Speciale. Secondo quanto rivelato da Politico, che ha visionato in anteprima un documento governativo di 39 pagine, il governo tedesco ha elaborato una vera e propria lista degli acquisti di armamenti, destinata a guidare la pianificazione delle forniture e degli investimenti della Bundeswehr per i prossimi anni. Il documento, redatto per il comitato bilancio del Bundestag, include circa 320 nuovi progetti di armamento, di cui 178 già assegnati a contractor; la maggior parte dei contratti riguarda l’industria nazionale, mentre meno del 5% è destinato a imprese statunitensi. La lista comprende l’acquisizione di sistemi di difesa aerea integrata, nuovi carri Leopard 2 A8, caccia F-35, elicotteri CH-47 Chinook, oltre al potenziamento delle infrastrutture logistiche, digitali e cibernetiche della Bundeswehr. Per quanto riguarda i costi più elevati, l’esercito intende espandere la sua flotta armata Heron TP gestita dall’IAI israeliana, con l’obiettivo di acquistare nuove munizioni per circa cento milioni di euro. A seguire, una dozzina di nuovi droni tattici LUNA NG, per un costo di circa 1,6 miliardi di euro. Per la Marina, il piano prevede quattro droni marittimi uMAWS per un valore stimato di 675 milioni di euro, che includeranno parti di ricambio, addestramento e manutenzione. Questo piano, che intende proiettare la Germania come la principale potenza militare convenzionale europea entro il 2030, riflette un cambio di paradigma nella strategia tedesca: dopo decenni di sotto-investimento, Berlino mira non solo a soddisfare gli standard NATO, ma a rafforzare la propria autonomia industriale e la capacità di deterrenza del continente. Parallelamente, il governo ha avviato colloqui con Stati Uniti e i partner dell’Alleanza atlantica per la produzione congiunta di armamenti e la creazione di un sistema europeo di difesa missilistica, segnalando la volontà di costruire un’infrastruttura di sicurezza continentale a guida tedesca.

Accanto alla modernizzazione delle forze armate, il governo tedesco sta promuovendo un programma di educazione alla sicurezza nelle scuole. Il progetto, coordinato dai ministeri della Difesa e dell’Interno, prevede corsi di preparazione alle emergenze, lezioni di protezione civile e simulazioni di crisi energetiche o conflitti. Le iniziative rientrano nel nuovo “piano di resilienza nazionale” che coinvolge anche università, comuni e centri di volontariato. L’obiettivo è abituare la popolazione, a partire dai più giovani, a gestire scenari di crisi complessi e a conoscere le procedure di sicurezza. L’effetto è duplice: da un lato, la scuola diventa veicolo di formazione non solo civica ma anche paramilitare, dall’altro, la militarizzazione dell’immaginario giovanile rischia di normalizzare la preparazione alla guerra come parte integrante dell’educazione. Parallelamente, il governo discute la possibile reintroduzione di una forma di leva obbligatoria o a sorteggio, per compensare la carenza di personale nelle forze armate. Il dibattito su questo punto resta aperto: le autorità militari sottolineano la necessità di garantire una struttura più ampia e meglio addestrata, mentre alcuni Länder chiedono di valutare forme di servizio civile alternativo.

La svolta tedesca segna un cambiamento strutturale nella politica europea di difesa. Dopo decenni di bilanci contenuti e di riduzione delle forze armate, Berlino sceglie ora la via di un riarmo massiccio, presentato come risposta necessaria alle nuove minacce globali e come garanzia di “autonomia strategica” per l’Europa. Tuttavia, questa corsa alla militarizzazione rischia di spostare in modo irreversibile l’equilibrio tra sicurezza e welfare: le risorse destinate alla difesa crescono a scapito di quelle per la sanità, l’istruzione, la ricerca e le politiche sociali, trasformando la sicurezza in un principio economico oltre che politico. La proposta del governo Merz di escludere le spese militari dal “freno al debito” costituzionale segna un ulteriore passo verso la normalizzazione del riarmo come priorità permanente, sottratta al controllo democratico dei vincoli di bilancio. In nome della stabilità e della deterrenza, la Germania punta a consolidare il proprio ruolo di potenza guida nel sistema di sicurezza europeo e nel coordinamento delle missioni NATO ed EUFOR, ma ciò rischia di accentuare le diseguaglianze tra Paesi membri e di ridurre lo spazio politico per un’Europa sociale. L’enfasi sulla “formazione civico-militare” e sulla cultura della difesa come valore identitario traduce una mutazione profonda, in cui la “sicurezza” diventa il linguaggio dominante della politica pubblica. In questo quadro, il nuovo protagonismo militare tedesco non appare solo come una risposta a un mondo più instabile, ma come l’espressione di un modello europeo che, nel nome della protezione, rischia di sacrificare la sua dimensione civile e sociale sull’altare della potenza e della militarizzazione permanente.

Carne cotta a bassa temperatura: una moda pericolosa per la salute?

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Avete mai assaggiato della carne che si scioglie in bocca? Manzo, maiale, pollo non fa alcuna differenza. Questo risultato è l’effetto della cottura a bassa temperatura, in grado di trasformare ogni taglio di carne in un capolavoro culinario. Quali sono i benefici? È molto semplice: il sapore è molto concentrato e intenso, i nutrienti rimangono assolutamente intatti, le vitamine sono ancora presenti perché la bassa temperatura non le ha degradate, e nessuna secchezza o durezza tipiche della carne cotta non molto bene. Tutto rimane tenero e la tecnica di cottura è piuttosto semplice: si mette il cibo sottovuoto dentro un sacchetto di plastica, con solo poche essenziali spezie per esaltare i sapori della carne, e poi si cucina a basse temperature per un tempo che va dalle 2 alle 18 ore, a seconda dei tagli di carne e delle tipologie di carni.

Come funziona in concreto

La cottura a bassa temperatura (CBT) per la carne consiste nel cuocerla a temperature tra i 50°C e i 90°C per un tempo prolungato, mantenendo l’alimento sottovuoto per preservarne umidità e sapori. Per eseguirla, si sigilla la carne ben condita in un sacchetto, la si immerge in acqua mantenuta a temperatura costante (tramite un roner, forno o pentola con termometro) e la si cuoce a lungo. Successivamente, la si può rosolare brevemente a fuoco vivo per ottenere una crosticina dorata. La cottura a bassa temperatura è lenta lenta, e permette alla carne di farsi morbida e di assorbire tutti gli aromi della marinatura, solo così le carni si sciolgono letteralmente in bocca! Questa moderna tecnica di cottura non riguarda solo le carni ma anche altri alimenti come verdure, pesce, uova, ed è conosciuta anche come cottura sous vide, dal francese, che significa appunto “sottovuoto”.

La cottura sous vide è una tecnica che consiste nel sigillare ermeticamente il cibo in sacchetti e cuocerlo per un lungo periodo in un bagno d’acqua a bassa temperatura controllata con precisione. Questo metodo garantisce una consistenza uniforme, mantiene i sapori e l’umidità, preserva le proprietà nutritive rendendo gli alimenti estremamente teneri. Dopo la cottura, il cibo può essere servito subito oppure raffreddato rapidamente per la conservazione. 

Se utilizzato nella maniera più corretta e accurata, questo metodo di cottura consente di esaltare i sapori e preservare le proprietà nutritive dell’alimento, ottenendo una consistenza perfetta e uniforme. Questo aspetto è di duplice importanza perché tiene conto e valorizza due cose fondamentali: il gusto e il contenuto nutrizionale. E se parliamo di carni è ancora più significativo perché sappiamo benissimo che una cottura sbagliata e troppo forte delle carni sviluppa delle sostanze tossiche e cancerogene sull’alimento, chiamate ammine eterocicliche, come avviene inesorabilmente nella cottura alla brace o alla griglia. Pertanto si può riuscire a preservare l’aspetto salutistico con le cotture più adeguate. Qui nella immagine si può vedere un esempio concreto per quanto riguarda la carne di manzo cotta con il metodo CBT e con metodo tradizionale alla griglia. È evidente la differenza sia nell’aspetto che nelle caratteristiche nutritive e organolettiche nei due tagli di carne.

Possono esserci rischi o controindicazioni?

Certamente si, perché come accennavo sopra questo metodo di cottura richiede di essere praticato in maniera corretta e con l’ausilio di strumenti di tipo professionali, come termometri e attrezzi adeguati. Altrimenti il rischio può essere quello che accomuna da sempre tutti i tipi di cibi crudi: la permanenza, o addirittura il moltiplicarsi, di una carica batterica patogena pericolosa per la salute. Il cibo crudo infatti, sia animale che vegetale, deve essere abbattuto a bassissime temperature, oppure cotto a determinate temperature, al fine di rimuoverne i batteri patogeni come Salmonella, Campylobacter, Listeria ed Escherichia coli che possono causare intossicazioni alimentari.

Zona di pericolo per la crescita dei batteri

Per la scienza la cosiddetta “zona di pericolo” per la proliferazione batterica è compresa tra i 4°C e i 60°C. In questa fascia di temperatura, i batteri patogeni possono crescere rapidamente. Pertanto nelle cotture a bassa temperatura si raccomanda di cuocere sempre alla temperatura di almeno 60°C. Alcune persone e persino alcuni chef vantano cotture a temperature di circa 50-55°C, promettendo il massimo grado di tenerezza e sapore delle carni. La temperatura di 50°C rientra nella cosiddetta “zona di pericolo” (4°C – 60°C), dove i batteri possono proliferare rapidamente. Tuttavia, il rischio di crescita batterica dipende anche dal tempo di esposizione. Infatti cuocere carne a 50°C per più di 6-12 ore è generalmente sicuro se si considera il tempo prolungato, poiché molti batteri non possono sopravvivere a esposizioni prolungate anche a temperature relativamente basse. Va da sé che cuocere a 60-65°C è sempre la soluzione più sicura e prudente, infatti molti cultori di questo metodo di cottura eseguono cotture anche a 75 o 90°C. Oltre i 90°C non si parla più di cotture a bassa temperatura. Per poter quindi assicurare una cottura corretta col metodo CBT è necessario utilizzare un termostato preciso per mantenere una temperatura costante di 50°C durante tutto il processo di cottura, nonché sacchetti per sous vide di alta qualità e assicurarsi che siano sigillati correttamente per evitare la contaminazione durante la cottura. Come molte cose quindi questa “moda” del cibo cotto a bassa temperatura ha dei vantaggi ma può comportare anche dei pericoli di tipo microbiologico e di sicurezza alimentare, tutto sta nella professionalità e serietà di chi pratica il metodo CBT.

USA e Giappone siglano accordo su terre rare

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Un’intesa strategica tra Donald Trump e la neopremier giapponese Sanae Takaichi è stata ufficializzata a Tokyo: i governi USA e Giappone hanno firmato un accordo volto a rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici e delle terre rare, in risposta alle restrizioni della Cina. Confermato anche l’accordo commerciale che prevede l’impegno di Tokyo a investire in settori chiave dell’economia statunitense come cantieristica navale, prodotti agricoli e industriali. In cambio, Washington ha promesso una riduzione dei dazi dal 27,5 per cento al 15 sulle importazioni delle automobili giapponesi. Accolto con entusiasmo dalla premier, Trump è stato elogiato come «uomo di pace» e la stessa Takaichi ha annunciato l’intenzione di nominarlo per il Premio Nobel per la Pace.