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Iran: nuova ondata di attacchi incrociati dopo l’abbattimento di un elicottero USA

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È stata una notte di tensioni, quella tra ieri e oggi, 10 giugno, tra USA e Iran. Tutto è iniziato con l’abbattimento di un elicottero Apache, che Washington ha attribuito a Teheran. Le autorità iraniane non hanno né confermato né smentito le accuse e gli USA hanno lanciato bombardamenti contro diverse aree dell’Iran meridionale. A quel punto è toccato ai pasdaran, che hanno sferrato attacchi contro le basi statunitensi della regione. Dopo ore di fuoco incrociato, gli USA hanno dichiarato di avere terminato le proprie operazioni e l’Iran ha interrotto gli attacchi. Ora la situazione risulta tranquilla e la tregua pare reggere. Il fuoco incrociato tra Stati Uniti e Iran segue di due giorni analoghi scambi di attacchi tra la Repubblica Islamica e Israele, e arriva mentre Tel Aviv continua la propria invasione del Libano. Sebbene a bassa intensità, gli scambi testimoniano le difficoltà nel far avanzare il dialogo diplomatico, con i negoziati ancora in stallo proprio a causa delle operazioni israeliane contro il Paese dei Cedri.

L’elicottero statunitense è caduto mentre sorvolava lo Stretto di Hormuz nel tardo pomeriggio di lunedì 8 giugno. L’equipaggio è stato tratto in salvo e si trova in condizioni stabili. Gli USA hanno accusato l’Iran dell’accaduto, che tuttavia non ha risposto direttamente alle accuse. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, tuttavia, ha ricordato che i cieli sopra lo Stretto ricadono sotto la giurisdizione dell’Oman e dell’Iran, affermando che «le forze straniere presenti in prossimità del nostro territorio sono costantemente esposte a rischi dovuti a propri errori umani, semplici incidenti o alla possibilità di rimanere coinvolte in scontri a fuoco»; Araghchi, insomma, non ha né confermato né smentito che l’Iran abbia abbattuto l’elicottero, ma ha suggerito che, qualora fosse accaduto, potrebbe essersi trattato di un incidente.

Ieri, dopo un pomeriggio di tensioni, sono arrivati gli attacchi. Il Comando Centrale (CENTCOM) degli USA ha sferrato attacchi contro le aree meridionali dell’Iran a partire dalle 23, prendendo di mira alcune zone dell’Hormozgan, tra cui Kohestak, Bandar-e Jask e Sirik; in quest’ultima località sono stati colpiti due serbatoi di acqua potabile e una torre di controllo. Nel corso della notte sono arrivate segnalazioni di attacchi anche contro l’isola di Qeshm – dove sono state udite sei esplosioni – la città di Jam, il porto di Bandar Abbas e aree della montagna di Mobārakeh. In totale gli USA hanno lanciato due o tre ondate di attacchi colpendo 20 obiettivi e, attorno alle 3, hanno annunciato la fine delle operazioni di «autodifesa».

Subito dopo gli attacchi statunitensi è stato ordinato il massimo livello di allerta nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Mentre gli USA portavano avanti la loro seconda ondata di attacchi, l’Iran ha lanciato raid contro il Bahrain, il Kuwait e la Giordania. In Bahrain è stata presa di mira la base della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti, che pare sia stata colpita; in Kuwait i pasdaran hanno attaccato la base aerea Ali Al Salem con droni e missili, mentre in Giordania hanno colpito la base statunitense Al-Azraq e la base Muwafaq al-Salti. Non sono noti i danni provocati dagli attacchi iraniani ma, secondo quanto comunicato dai pasdaran, sarebbero stati colpiti 21 obiettivi.

Gli attacchi di questa notte sembrano essere già terminati e, tutto sommato, essere stati limitati. Essi, tuttavia, testimoniano il persistere delle tensioni nella regione e tra le parti coinvolte nel conflitto, mentre i dialoghi di pace risultano ancora in stallo. A complicare le trattative sono principalmente le operazioni israeliane nel sud del Libano: Israele continua infatti la propria invasione e i bombardamenti sulle aree meridionali del Paese dei Cedri. Negli ultimi giorni, l’esercito di Tel Aviv ha riservato particolare attenzione alla zona di Tiro, dove ha emanato ordini di evacuazione in vista di bombardamenti massicci. Proprio l’invasione israeliana del Libano ha provocato la reazione dell’Iran, che due giorni fa ha lanciato attacchi di rappresaglia contro Israele per rimarcare che le proprie condizioni per intavolare negoziati di pace includono la cessazione completa delle operazioni militari israeliane contro l’alleato. Israele ha risposto con analoghi attacchi sul territorio iraniano e, anche in quell’occasione, come oggi, i combattimenti sono andati avanti nella notte per poi interrompersi senza grosse conseguenze.

Venezuela: liberati 54 detenuti

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Il governo venezuelano ha disposto la liberazione di 54 militari detenuti per motivi politici. A dare la notizia è la ONG Coalizione per i Diritti umani e la democrazia, secondo cui le persone liberate erano detenute in larga parte nel carcere militare di Ramo Verde, nello Stato di Miranda; erano state arrestate con l’accusa di aver partecipato a cospirazioni contro il presidente Maduro, rapito dagli USA all’inizio dell’anno. Secondo l’organizzazione, nelle carceri venezuelane rimarrebbero ancora detenuti per ragioni politiche 213 militari e 32 civili.

Danimarca, svolta sugli allevamenti intensivi: nasce il ministero per Natura e Benessere animale

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Per la prima volta da oltre un secolo, la Danimarca non avrà più un ministro dell’Agricoltura. Al suo posto nasce un ministero dedicato alla Natura e al Benessere animale. La decisione, annunciata dal nuovo governo guidato dalla premier Mette Frederiksen, rappresenta uno dei cambiamenti più simbolici della politica danese degli ultimi anni e arriva dopo una campagna elettorale dominata dal dibattito sulle condizioni di vita dei suini negli allevamenti intensivi. 
Nel Paese vivono circa 6 milioni di persone, ma vengono allevati ogni anno circa 30 milioni di suinetti. La Danimarca è inoltre uno ...

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Luna, l’astronauta italiano Parmitano sarà su Artemis III

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La NASA ha svelato l’equipaggio della missione spaziale Artemis III. Luca Parmitano sarà l’unico astronauta non americano a far parte della spedizione che l’anno prossimo sperimenterà nell’orbita terrestre alcune tecnologie di attracco, cruciali per riportare l’uomo sulla Luna. “Con Luca Parmitano l’Italia è protagonista nella nuova corsa alla Luna”, ha commentato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.

L’Armenia si allontana da Mosca: la coalizione filo-occidentale vince le elezioni

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Con il 49,82% dei voti, il partito del premier uscente dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha vinto le elezioni parlamentari nel Paese. Pashinyan rimarrà così alla guida dell’esecutivo, tanto da avere dichiarato che il suo partito governerà da solo, senza alleanze. La sua vittoria arriva dopo una tesa campagna elettorale, caratterizzata da arresti e scontri con politici dell’opposizione e vertici della Chiesa armena, i cui membri di spicco sono stati accusati di avere tentato di rovesciare lo Stato. Pashinyan è lo stesso premier che ha aperto alla pace con l’Azerbaigian nella regione del Nagorno-Karabakh, mediata dagli USA. Proprio a partire dalla sconfitta militare con Baku, il suo governo ha adottato una linea più orientata verso l’Occidente, in un contesto di rapporti progressivamente più tesi con la Russia, storico alleato del Paese.

I risultati delle elezioni non sono ancora ufficiali, ma secondo le proiezioni del centro elettorale armeno il partito Contratto Civile del premier Pashinyan avrebbe ottenuto il 49,825% dei voti, Armenia Forte il 23,281%, Alleanza Armena il 9,934% e il partito Armenia Prospera il 3,996%; il leader di quest’ultimo partito – che ha sfiorato la soglia di sbarramento del 4% – ha denunciato discrepanze tra i dati diffusi dalla commissione elettorale e gli spogli di alcuni dei seggi, affermando di avere chiesto una nuova conta delle schede. La commissione elettorale ha affermato che non vi sarebbero state irregolarità nelle elezioni, ma che riconterà le sezioni segnalate da Armenia Prospera, e ha dichiarato che annuncerà i risultati ufficiali il prossimo 14 giugno; le attuali proiezioni assegnano a Contratto Civile 64 dei 105 seggi in parlamento.

La tornata elettorale, svoltasi domenica 7 giugno, segue un periodo particolarmente teso per Erevan. Nell’ultimo anno, si sono verificati scontri tra Contratto Civile e i partiti di opposizione Alleanza Armena e Armenia Forte, giudicati troppo vicini alla Russia: Alleanza Armena è guidato dall’ex presidente Robert Kocharyan, e alcuni suoi membri sono stati arrestati con accuse di terrorismo e corruzioneArmenia Forte, invece, è un movimento nato recentemente su iniziativa del miliardario armeno-russo Samvel Karapetyan, attualmente sotto processo con l’accusa di aver lanciato appelli per rovesciare il governo. Nei mesi che hanno preceduto le elezioni, le autorità anticorruzione armene hanno arrestato 14 persone legate al partito, accusandole di corruzione elettorale; lo stesso Karapetyan è stato arrestato nel giugno del 2025, dopo aver accusato il governo di condurre una campagna contro la Chiesa apostolica armena. Proprio quest’ultima ha costituito il terzo fronte di scontri interni per il premier Pashynian, che nei mesi ha arrestato numerosi vescovi, sacerdoti, e alti ecclesiastici, accusati di tentativi di colpo di Stato.

I primi attriti tra Pashinyan e la chiesa armena (che è autocefala) emersero nel 2020, quando Karekin II (Catholicos della chiesa armena, equivalente del Papa per la chiesa cattolica) iniziò a chiedere le dimissioni del premier in seguito alla sconfitta militare del Paese contro l’Azerbaigian nel conflitto nella regione contesa del Nagorno-Karabakh. Il conflitto nella regione, a maggioranza armena, ma situata in Azerbaigian, nacque quando, con la caduta dell’Unione Sovietica, di cui sia Baku che Erevan facevano parte, i separatisti del Nagorno-Karabakh presero il controllo di alcune aree della regione e si dichiararono Stato indipendente per ottenere l’annessione all’Armenia. Le tensioni che seguirono sfociarono in un conflitto che si concluse con un cessate il fuoco provvisorio garantito dalla Russia. Nonostante le tensioni costanti, l’accordo resistette fino al 2020, quando la guerra riprese per poco più di un mese, culminando in una netta vittoria dell’Azerbaigian. A settembre 2023, infine, l’Azerbaigian lanciò una vasta offensiva sulla porzione della regione rimasta ancora nelle mani dei separatisti, ponendovi fine in un solo giorno. L’Armenia, abbandonata dagli alleati, firmò un armistizio dopo 24 ore.

Proprio a partire dal 2023, con la disfatta militare nella regione, l’Armenia di Pashinyan, ormai premier dal 2018, iniziò ad allontanarsi in maniera più netta dalla Russia per provare a ricollocarsi sullo scacchiere geopolitico. Nonostante Mosca resti il primo partner dell’Armenia, Pashinyan ha congelato la partecipazione di Erevan all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, alleanza militare che unisce parte delle nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti – organizzazione composta da nove dei quindici ex membri dell’URSS. Il premier ha inoltre ridotto le truppe russe dispiegate nel Paese, smobilitandole da aree di confine e zone strategiche come l’aeroporto internazionale di Zvartnots.

Parallelamente, Pashinyan ha iniziato un percorso di normalizzazione con la Turchia (con cui i rapporti risultano tesi a causa della viva memoria storica del genocidio armeno), che ha riaperto il proprio mercato interno all’Armenia. Analogamente, ha ripreso i dialoghi con l’Azerbaigian: lo scorso agosto Pashinyan ha firmato uno storico pace con il proprio omologo azero; mediato dagli USA, il patto segna la fine delle rivendicazioni armene sul Nagorno-Karabakh e l’avvicinamento dell’Armenia a Washington, con cui lo scorso anno ha avviato esercitazioni militari congiunte. Un ulteriore ricollocamento verso Occidente ha interessato la Francia, con cui ha aumentato i propri scambi specie sul fronte dell’approvvigionamento militare, e più in generale l’Unione Europea, con cui ha rilanciato il commercio e la collaborazione. Lo scorso 5 maggio si è tenuto il primo vertice UE-Armenia in cui si è parlato dell’avvicinamento di Erevan verso l’UE, sempre più vicina ad aprire i negoziati per l’adesione; lo scorso anno, il parlamento guidato da Contratto Civile ha approvato una legge che impegna il governo ad avviare il processo negoziale con Bruxelles per entrare a far parte dell’UE.

In Italia le foreste occupano un terzo del territorio, e sono in aumento

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L’Italia è oggi, a tutti gli effetti, una nazione forestale. Le aree boscate hanno infatti superato i 100 mila chilometri quadrati di estensione e occupano oltre un terzo del territorio nazionale. Un dato che segna un cambiamento significativo, per cui dal 2020 la superficie forestale ha superato quella agricola utilizzata: una situazione che non si registrava dal Medioevo. A fotografare questa trasformazione è il rapporto Foreste in Comune, la prima indagine socioeconomica sul patrimonio forestale dei comuni italiani promossa da PEFC Italia. L’analisi evidenzia come il bosco sia diventato una componente centrale del paesaggio italiano, con tutta una serie di benefici che derivano dalla presenza sempre più diffusa di ecosistemi forestali. Tuttavia, dietro questa espansione si nascondono anche dinamiche complesse, che non possono essere interpretate esclusivamente come un successo ambientale.

In ogni caso, la crescita delle foreste rappresenta senza dubbio un’opportunità. I boschi svolgono un ruolo fondamentale nell’assorbimento della CO₂, nella tutela delle risorse idriche, nella protezione dal dissesto idrogeologico e nella conservazione della biodiversità. In molti territori montani costituiscono inoltre una risorsa economica attraverso la gestione forestale sostenibile, la produzione di legname, il turismo naturalistico e la fornitura di altri servizi ecosistemici a beneficio delle comunità locali prima e di tutta la nazione poi. Emblematico il caso di Marcetelli, in provincia di Rieti, che con il 98,4% del territorio coperto da boschi è il comune più boscoso d’Italia. Qui il patrimonio forestale genera benefici ambientali stimati in quasi 8 milioni di euro all’anno tra purificazione dell’aria, regolazione delle acque, protezione del suolo e stoccaggio del carbonio. Il rapporto evidenzia che il 75,7% dell’intera superficie forestale nazionale si concentra nei 3.596 comuni montani italiani, territori che occupano quasi la metà della superficie del Belpaese ma ospitano appena il 13,5% della popolazione. Ancora più significativa è la situazione dei 495 comuni “iper-boscosi”, dove il bosco occupa oltre l’80% della superficie comunale. In questi comuni vive appena l’1% della popolazione italiana ma si concentra il 13,94% della superficie forestale nazionale, una quota superiore a quella presente nell’intera metà del Paese dove il bosco è quasi assente. Guardando all’incidenza della foresta sul territorio comunale, sul podio salgono poi Bormida (Savona) con il 97,07% di superficie coperta dal bosco, e Percile (Roma) con il 96,99%. Seguono, Drenchia (Udine) con il 96,79% e Grimacco (Udine) con il 96,59%. Rispetto la classifica per estensione assoluta, Gubbio (Perugia) è il comune con la superficie boschiva più ampia, con 26.804 ettari di bosco, seguito da San Giovanni in Fiore (Cosenza) con 21.938 ettari e da Città di Castello (Perugia) con 21.838 ettari.

Il bosco non risulta quindi distribuito uniformemente sul territorio nazionale dato che il patrimonio forestale nazionale risulta fortemente concentrato nelle aree montane. Per circa metà dei quasi 7.900 comuni italiani la presenza forestale è invece marginale o quasi assente: l’indice di boscosità è inferiore al 20% e questi territori, dove vive oltre i due terzi della popolazione italiana, ospitano meno del 10% delle foreste nazionali. L’aumento delle superfici forestali deriva perlopiù da fenomeni di rinaturalizzazione spontanea, legati soprattutto all’abbandono di terreni agricoli e pascoli marginali, in particolare nelle aree montane e alto collinari. Basti pensare che negli ultimi vent’anni il 75% delle aziende agricole che hanno cessato l’attività – circa 1,3 milioni di imprese – era localizzato proprio in questi territori, determinando la perdita di circa 850.000 ettari di superficie coltivata. L’espansione forestale non può quindi essere letta esclusivamente come un processo positivo. La scomparsa dell’agricoltura tradizionale estensiva comporta infatti anche una perdita di biodiversità. Molti habitat seminaturali europei, oggi considerati di elevato valore ecologico, sono il risultato di secoli di interazione tra attività umane e ambiente. Prati stabili, pascoli, terrazzamenti, colture promiscue e sistemi agroforestali ospitano specie vegetali e animali che tendono a diminuire quando il territorio viene abbandonato e riconquistato dal bosco. Parallelamente, mentre le aree montane si inselvatichiscono, nelle pianure continua a consolidarsi un modello agricolo intensivo e industriale. La concentrazione delle produzioni in territori pianeggianti, quindi più facilmente meccanizzabili, favorisce monocolture, riduce l’eterogeneità del paesaggio e contribuisce alla perdita di habitat naturali e seminaturali, quindi di biodiversità. Si crea così una doppia dinamica: da una parte l’abbandono delle campagne montane, dall’altra l’intensificazione produttiva delle aree più fertili e lavorabili.

Le cause di questo processo sono soprattutto demografiche ed economiche. Le aziende agricole delle zone interne, dove vi è un esodo generalizzato della popolazione più giovane, operano spesso su terreni difficili, con pendenze elevate, appezzamenti frammentati e costi di produzione superiori rispetto a quelli delle pianure. Inoltre, il mercato agroalimentare e la grande distribuzione premiano produzioni standardizzate e grandi volumi, penalizzando molte varietà locali e colture tradizionali che caratterizzano le aree montane e collinari. Nonostante ciò, l’analisi di PEFC evidenzia anche segnali di cambiamento che fanno ben sperare in questo senso. In diversi territori ad alta copertura forestale si registrano fenomeni di nuova attrattività demografica. Tra il 2021 e il 2025, 932 comuni italiani hanno mostrato un saldo migratorio positivo superiore al 10 per mille, con una quota significativa di questi comuni che si trova in aree fortemente boscate. La sfida dei prossimi anni sarà dunque trovare un equilibrio che mitighi un po’ questo dualismo tra abbandono agricolo/rinaturalizzazione e intensificazione agricola/degradazione ecologica. Le foreste italiane rappresentano una straordinaria risorsa ecologica ed economica, ma occorre interrogarsi sulle trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno ridisegnando il paesaggio italiano. Il futuro delle aree interne dipenderà dalla capacità di integrare gestione forestale sostenibile, agricoltura di qualità e valorizzazione delle specificità locali, evitando che il ritorno del bosco coincida con la scomparsa delle comunità che per secoli hanno modellato quei territori e generato una biodiversità unica.

Thailandia: in marcia contro l’inquinamento dei fiumi

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Quasi un migliaio di abitanti delle province thailandesi di Chiang Mai e Chiang Rai hanno percorso 68 chilometri in sei giorni per chiedere interventi urgenti contro la contaminazione dei corsi d’acqua del nord del Paese. Nei fiumi Kok, Sai, Ruak, Salween e nel Mekong sono stati rilevati arsenico, mercurio, cadmio e altri metalli pesanti, mentre tracce di arsenico sono state trovate anche in residenti che vivono lungo il fiume Kok. Le autorità sanitarie segnalano ricadute economiche e sociali sulle comunità locali. L’inquinamento viene attribuito alle attività minerarie non regolamentate nel vicino Myanmar.

La Corte Penale sospende per “molestie” il procuratore che ha incriminato Netanyahu

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Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI) Karim Khan è stato sospeso, in attesa che gli Stati membri si esprimano sull’allontanamento definitivo. Khan si trovava in congedo volontario da circa un anno, da quando una sua collaboratrice aveva mosso delle accuse di molestie sessuali nei suoi confronti. Il procuratore capo continua a rigettare le accuse, sostenendo che facciano parte di una più ampia campagna diffamatoria volta a screditare il suo lavoro. Nel 2024 Khan era salito alla ribalta per aver spiccato dei mandati di arresto internazionali contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro Yoav Gallant, accusati di aver commesso dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Da quel momento, Khan ha denunciato pressioni e minacce, provenienti anche dal Senato statunitense.

L’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati Parte ha sospeso il procuratore capo Karim Khan, deferendo il caso alla plenaria. Sarà ora l’Assemblea della CPI, composta dai delegati dei 125 Paesi membri, a esprimersi sul suo rientro o sull’allontanamento definitivo. La misura cautelare segue le denunce di molestie sessuali mosse nell’aprile del 2024 da una collaboratrice di Khan, che hanno fatto scattare le indagini in sede ONU. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi interni ha raccolto prove e testimonianze, trasmettendole alla Corte Penale Internazionale. L’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati Parte, un organo ristretto composto da 21 dei 125 membri, ha dunque optato per la misura cautelare, sottolineando che la «sospensione non è indicativa dell’esito finale».

L’intervento della CPI suggella due anni particolarmente movimentati per Karim Khan, salito alla ribalta per aver guidato le indagini contro le alte sfere israeliane, sfociate nel novembre del 2024 nell’emissione dei mandati di arresto per Netanyahu e Gallant. L’attuale premier e l’ex ministro della Difesa israeliani sono stati accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il genocidio a Gaza. Le accuse includono l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi deliberati contro la popolazione civile. Dall’emissione dei mandati di arresto — rimasti lettera morta a causa della complicità degli Stati membri, Italia inclusa — si sono sprecate pressioni e minacce contro la CPI e il suo procuratore capo. A partire dal governo di Tel Aviv, seguito a ruota dal presidente USA Donald Trump. Tra i primi atti del suo secondo mandato figurano proprio le sanzioni alla Corte Penale e a Khan, “colpevoli” di aver svolto il proprio ruolo giudiziario. In un’intervista rilasciata a L’Indipendente nel novembre del 2024, la Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese aveva parlato della lettera inviata da alcuni senatori  statunitensi a Khan, definendola «un messaggio di stampo mafioso con avvertimenti del tipo: “Sappiamo dove ti trovi e dove abita la tua famiglia”».

A maggio dell’anno scorso Khan ha scelto il congedo volontario, in attesa che la Corte Penale giudicasse le accuse di molestie sessuali a suo carico. Pochi mesi dopo, ad agosto, un’altra donna si è unita alla denuncia, sostenendo di essere stata molestata nel 2009. Khan si è dichiarato innocente, inquadrando le accuse in una più ampia campagna diffamatoria volta a screditare il suo lavoro.

Poche settimane fa una parte della stampa nostrana aveva messo in piedi una bufala intorno a presunte dichiarazioni di Khan circa il genocidio in Palestina, riportando il procuratore capo al centro del dibattito. Nelle prossime settimane saranno gli Stati membri della CPI a decidere il suo futuro, esprimendosi sul reintegro o sull’allontanamento definitivo dall’Aia.

Trento, la circonvallazione che non lo era: “Un’opera inutile, inquinata e già senza soldi”

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Trento nord circonvallazione ferroviaria

La circonvallazione ferroviaria di Trento avrebbe dovuto essere inaugurata nel 2026, ma non è stata nemmeno completata, anzi. A oggi non sono ancora iniziati i lavori di scavo del tratto in galleria, i fondi del PNRR sono stati revocati, i costi sono lievitati da 930 milioni a oltre un miliardo e 250, e il responsabile del cantiere è iscritto nel registro degli indagati per disastro ambientale.

Claudio Geat parla con la precisione di chi conosce i numeri a memoria e la rassegnazione di chi sa di avere ragione ma non trova interlocutori istituzionali che lo ascoltino. È ingegnere, ex presidente della circoscrizione Centro Storico Piedicastello, la più grande di Trento e quella direttamente sulla traiettoria del cantiere, e oggi vicepresidente della Commissione consiliare per l’ambiente e la mobilità e consigliere comunale in una lista civica che ha due seggi su quaranta: «Pigmei di fronte a Golia», ci racconta.

«Prima di tutto bisogna chiarire una cosa», esordisce Geat. «Questa non è una circonvallazione: circonvallare vuol dire girare attorno, qui invece l’opera entra in città, la attraversa per due chilometri e mezzo da nord fino al quartiere di San Martino, poi imbocca la montagna con una galleria di quasi undici-dodici chilometri e riemerge a Trento sud. Una parte della città ha il vantaggio della deviazione, l’altra non ce l’ha per niente».

Il progetto nasce nel 2003, quando la prima proposta – di tutt’altro genere – individuava un tracciato sulla destra dell’Adige. Nel 2009 si scelse la sponda sinistra del fiume, con una serie di prescrizioni che, secondo Geat, sono state poi sistematicamente ignorate. Nel febbraio del 2021, durante una conferenza convocata per tutte le circoscrizioni, venne comunicato che l’opera avrebbe richiesto dieci anni di lavori e 930 milioni di euro. A maggio dello stesso anno, il decreto legge 77 la inserì tra le dieci opere di interesse nazionale, blindandola politicamente. «Da quel momento», racconta, «ogni nostra delibera contro il progetto, e ne abbiamo fatte quasi una decina, è rimbalzata contro il muro. Opera di interesse nazionale, punto e basta».

La zona su cui insiste il tracciato non è un terreno qualunque. Le due ex fabbriche che occupavano quell’area (la Sloi, dove si produceva piombo tetraetile, e la Carbochimica, dove si lavoravano idrocarburi policiclici aromatici, benzene e creosoto), sono chiuse da decenni, ma i veleni sono rimasti. L’intera area è classificata come SIN, Sito di Interesse Nazionale per l’inquinamento. Uno studio del 2003 della Provincia Autonoma aveva già stimato la presenza sotto la Sloi di circa 180 tonnellate di piombo tetraetile. «Tenga presente», spiega Geat, «che bastano 0,1 grammi per metro cubo per inquinare il terreno». L’ipotesi di allora era di asportare tutto, vetrificare i materiali e smaltirli nelle miniere di sale in Germania, ma non è mai stato fatto niente. L’area fu venduta a privati nei primi anni Duemila, in un’operazione che costò una condanna per corruzione all’ex presidente della Provincia, allora assessore, accusato di aver fatto da mediatore per la cessione di terreni classificati come edificabili quando non lo erano.

Poi è arrivato il cantiere, e con il cantiere sono arrivati i guai peggiori. Durante gli scavi sono stati trovati quantitativi ingenti di idrocarburi policiclici aromatici. Il responsabile del cantiere, l’ingegner Damiano Beschin di RFI, è stato iscritto nel registro degli indagati per disastro ambientale per non aver comunicato il ritrovamento nei tempi previsti dalla legge. La magistratura ha disposto il sequestro prima di un ettaro di cantiere, poi di altri dodici ettari coincidenti con i siti inquinati e i lavori si sono fermati. Il PNRR, che doveva finanziare l’intera opera, è stato revocato: le tempistiche non erano rispettabili. I costi, nel frattempo, sono passati dai 930 milioni iniziali a un miliardo e 250 milioni, senza che sia stato ancora scavato un metro di galleria.

La storia del raddoppio delle frese, che aveva inizialmente permesso di inserire l’opera nel perimetro del PNRR, è emblematica. «Ci avevano detto: invece di due frese ne usiamo quattro, così dimezziamo i tempi e non ci sono aumenti di costi. Come se chiedessi a un muratore di costruirmi una casa in un anno invece che due e mi dicesse che il prezzo resta uguale». Quello che era stato presentato come un miracolo di efficienza si è rivelato, nei fatti, un’accelerazione di facciata che ha bruciato il finanziamento europeo senza produrre nulla.

A rendere ancora più fragile l’intera architettura del progetto c’è la questione della galleria del Brennero, con cui la circonvallazione trentina dovrebbe connettersi. «I lavori al Brennero si sarebbero dovuti concludere nel 2016», ricorda Geat. «Quando i lavori per la galleria di base del Brennero saranno finiti, si eliminerà la strozzatura premettendo il passaggio di treni più lunghi e più pesanti. Il problema è che fino a quando non verrà quadruplicato il binario tra Monaco e Verona, basterà un metro con doppio binario invece che quadruplo per rendere inutile tutto il lavoro. E quindi la data che circola oggi per la chiusura definitiva dei lavori è il 2050».

Il disegno complessivo – il cosiddetto corridoio Scandinavia-Mediterraneo – ha senso solo se i nodi si chiudono insieme. Altrimenti ciascuna opera è un segmento cieco. «L’unico vantaggio reale sarebbe togliere dai centri abitati rumore, vibrazioni e transito di merci pericolose. Ma se a Trento per due chilometri e mezzo passa in mezzo alla città tutto quello che si vuole evitare, che senso ha?», è l’ennesima domanda che rimane senza una valida risposta.

Non manca il parallelo con il Ponte sullo Stretto: stessa logica, stessa retorica delle grandi opere, stesso meccanismo di commissari-opera che diventano assessori locali o viceversa. Nel caso di Trento, l’ex commissario Facchin, nominato al tempo da Delrio per le opere del Brennero, si è ritrovato assessore alla mobilità, non eletto, ma nominato direttamente dal sindaco. Webuild, anche in questo caso, è l’impresa capofila del consorzio.

Per il prossimo 13 giugno in città è prevista una manifestazione contro tutte le opere inutili, patrocinata anche dai No Tav, che proverà a portare in piazza anche i residenti di Rovereto, dove RFI ha proposto uno schema analogo e dove invece la risposta è stata compatta: comuni uniti, popolazione mobilitata, progetto – per ora – rispedito al mittente. A Trento è andata diversamente. Il sindaco uscente è stato riconfermato con il 54-55% dei voti e il tema della circonvallazione non ha spostato di un voto l’ago della bilancia. «La cittadinanza se ne frega», ammette Geat senza eufemismi. «Le manifestazioni hanno portato 500, 700 persone su 120mila abitanti. È la sindrome di Nimby al contrario: non passa a casa mia, e allora chi se ne importa».

Geat continua a presentare delibere, a chiedere documenti, a raccogliere gli articoli con le dichiarazioni del ministro dei Trasporti Salvini, che in una recente intervista ha spostato al 2033 la fine dei lavori per la circonvallazione. Lo fa sapendo che la partita è in salita. «Sappiamo che è una battaglia difficile», conclude, «ma continuiamo e non molliamo».

Rettifica: diversamente da quanto scritto in una precedente versione di questo articolo, l’allora assessore ed ex presidente della Provincia, fu condannato in Cassazione per corruzione, reato tuttavia caduto in prescrizione. 

 

Abbiamo letto il testo dell’archiviazione di Dell’Utri (e non è come lo raccontano)

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La narrazione circolata negli ultimi giorni ha descritto il provvedimento con cui Marcello Dell'Utri è stato archiviato nell'inchiesta sulle stragi del 1993 come la conferma definitiva dell’assenza di responsabilità per Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri o, addirittura, come la riprova dei loro “inesistenti” legami con Cosa Nostra. Una lettura completamente distorta rispetto ai contenuti dell’atto firmato dalla Gip di Firenze lo scorso 15 gennaio, che apre nuove prospettive di analisi sul piano storico e giudiziario. Lo abbiamo letto integralmente. Tra le tante cose, si riconosce l'esisten...

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