giovedì 8 Gennaio 2026
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Natale, pacchi e fregature: come tutelarsi negli acquisti online

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Natale. Tempo di regali. Tempo di pacchi. Ordini online una biciletta e ti arriva a casa una pentola a pressione. O ti arriva la bici, ma senza una ruota. Oppure non ti arriva proprio niente: l’ordine cade nel vuoto ma l’addebito sul conto corrente è puntuale come la festa più attesa dell’anno. In tutti questi casi, chi acquista nel mercato digitale è tutelato dal decreto legislativo n. 206 del 2005, più noto come codice del consumo. Perché le tutele siano garantite è però necessario che il privato acquisti come semplice cittadino, ossia appunto come consumatore, e non nell’esercizio di una professione o di un’attività d’impresa. Viceversa, il venditore deve essere un professionista o un imprenditore.

Quando arriva il pacco sbagliato o il bene è danneggiato

Quando il bene consegnato è difforme da quello ordinato, il consumatore ha diritto a ottenere:

  • la riparazione o la sostituzione del bene a spese del venditore;
  • la riduzione proporzionale del prezzo, calcolata come minor valore rispetto a quello che il bene avrebbe avuto se fosse stato conforme;
  • la risoluzione del contratto, che comporta la restituzione della merce e il rimborso del prezzo pagato.

Il difetto di conformità deve essere presente al momento della consegna del bene e manifestarsi entro i successivi due anni. Se il difetto si manifesta entro un anno, il consumatore è esonerato dal fornire la relativa prova.

Quando il pacco non arriva

Se il contratto non prevede termini diversi, a norma dell’art. 61 cod. cons. il venditore è obbligato a consegnare il bene entro 30 giorni dall’ordine. Qualora il bene non sia consegnato nei termini (legali o pattuiti dalle parti), il consumatore può intimare al venditore la consegna entro un congruo termine supplementare di tempo. Se anche questo secondo termine passa senza che avvenga la consegna, il consumatore può comunicare al venditore la risoluzione del contratto, che comporta la restituzione del prezzo pagato, e può agire per il risarcimento di eventuali danni subiti a causa dell’inadempimento della controparte.

Quello che forse non sai

Il codice del consumo offre una tutela rafforzata al consumatore che stipuli con un professionista o con un imprenditore un contratto a distanza o comunque al di fuori dei locali commerciali, come avviene tipicamente nelle compravendite online, tanto sul sito del venditore, quanto sulle piattaforme di appoggio come Amazon o Ebay.

In tutti questi casi il consumatore ha un diritto di recesso per ripensamento entro 14 giorni dalla consegna della merce. Non serve alcuna motivazione, basta la semplice richiesta del consumatore e può dunque essere esercitato anche nei casi già esaminati di difformità o vizi del bene consegnato.

I consigli dell’avvocato

Il consiglio principale è quello di leggere attentamente i termini e le condizioni generali di contratto prima di procedere ad acquisti online. È poi opportuno tenere traccia di tutte le comunicazioni ricevute e inviate, nonché utilizzare i canali legali di comunicazione, come la pec o la raccomandata, specie se si tratta di comunicazioni con cui si manifesta la volontà di recedere, di risolvere il contratto o di diffidare la controparte all’adempimento. E, ovviamente, si ricorda che acquistare presso esercizi commerciali di prossimità solleva l’acquirente da tutti i rischi visti finora.

India-Nuova Zelanda, accordo commerciale

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India e Nuova Zelanda hanno annunciato di aver raggiunto un accordo di libero scambio; l’accordo arriva dopo negoziati durati nove mesi e mira ad abbassare i dazi e ad allentare i vincoli normativi sul commercio tra i due Paesi. Verrà ratificato nel primo trimestre del 2026. Esso di preciso, prevede un azzeramento dei dazi da parte della Nuova Zelanda su tutti i prodotti indiani in entrata; Wellington, invece, otterrebbe concessioni doganali per circa il 70% dei prodotti, che gradualmente verrebbero applicate al 95% delle esportazioni neozelandesi. L’accordo segue un analogo patto siglato tra India e Oman, e arriva in un contesto in cui Nuova Dehli sta provando a diversificare il proprio commercio.

La Russia starebbe sviluppando un’arma per distruggere Starlink

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La rete Starlink sta svolgendo un ruolo cruciale nelle comunicazioni e nella trasmissione dei dati militari utilizzati dall’esercito ucraino nella sua resistenza all’invasione russa. Non sorprende quindi che i servizi di intelligence di due Paesi della NATO sospettino che Mosca stia lavorando a un’arma capace di mettere fuori uso l’intera costellazione satellitare dell’azienda statunitense rilasciando in orbita centinaia di migliaia di detriti ad alta densità.

L’indiscrezione è stata diffusa oggi, lunedì 22 dicembre, dall’agenzia di stampa The Associated Press, la quale sostiene di aver esaminato due rapporti di sicurezza secondo cui la Russia starebbe sviluppando un’arma a “zona d’effetto”, ovvero un sistema che, una volta dispiegato, rilascerebbe una fitta nube di micro‑proiettili difficili da individuare. Si tratterebbe di minuscoli pallini dal diametro di pochi millimetri, praticamente invisibili ai sistemi di rilevamento, ma comunque in grado di danneggiare le componenti più vulnerabili dei satelliti, in particolare i pannelli solari.

L’idea alla base del progetto sembrerebbe essere quella di sabotare le strumentazioni in orbita senza provocare danni catastrofici, nel tentativo di evitare la concretizzazione della cosiddetta Sindrome di Kessler, la teoria secondo cui la collisione tra grandi oggetti in orbita potrebbe generare uno sciame di detriti tale da innescare un effetto domino che finirebbe con il rendere inutilizzabile un’intera fascia orbitale. Nonostante queste presunte cautele, diversi accademici dubitano che la soluzione ipotizzata dalle intelligence sia realmente controllabile e, di conseguenza, che Mosca possa effettivamente adottare una strategia del genere. Una volta dispersi nello spazio, infatti, i detriti diventerebbero impossibili da gestire e metterebbero a rischio anche le operazioni spaziali della stessa Russia, nonché quelle del suo potente alleato, la Cina.

Per meglio comprendere le potenziali conseguenze di una simile strategia bellica, basti ricordare che appena lo scorso novembre tre taikonauti cinesi sono rimasti isolati nella stazione spaziale Tiangong dopo che la loro capsula di trasporto era stata danneggiata da quelli che l’Agenzia spaziale cinese (CMSA) ha definito minuscoli detriti orbitali. Le insidie poste da queste schegge vaganti – rifiuti spaziali generati in larga parte dall’attività umana – sono dunque già oggi concrete e richiedono sempre la massima attenzione. Nelle interpretazioni più estreme, un’arma di questo tipo potrebbe quindi assumere la funzione di un sistema di deterrenza capace, almeno in teoria, di attuare piani d’azione assimilabili alla distruzione di massa, rendendo inaccessibile per decenni una porzione significativa dell’ecosistema satellitare, impedendo gran parte delle attività spaziali.

Le fonti che hanno fornito l’informazione hanno chiesto di rimanere anonime e non hanno chiarito a che punto sia lo sviluppo di questa ipotetica arma, un dettaglio ritenuto troppo sensibile per essere divulgato. Da parte sua, Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, non ha commentato quanto riportato da AP. Vale però la pena ricordare che la Russia dispone già di sistemi missilistici anti‑satellitari capaci di distruggere obiettivi in orbita e, di conseguenza, di generare pericolose nubi di detriti. Se accettiamo l’assunto che i pallini non siano pensati per distruggersi all’impatto, l’unico vantaggio tattico evidente offerto da questa nuova tecnologia sarebbe la possibilità di agire in maniera più discreta e difficilmente rilevabile.

Non è però detto che la segretezza sia un requisito indispensabile. Il quadro normativo internazionale sullo spazio è rimasto fermo agli anni Settanta, riflette le paure nucleari della Guerra Fredda, ma non contempla le complessità emerse nei decenni successivi. Non è affatto certo, pertanto, che la Russia possa essere ritenuta perseguibile qualora, nello smantellare i propri satelliti, finisse fatalmente e incidentalmente per compromettere in modo irreparabile l’accesso ai servizi satellitari globali. Quel che è evidente, tuttavia, è che un’azione del genere — indipendentemente dalla sua eventuale legittimità — attirerebbe su Mosca la ire delle principali potenze mondiali, tutte ormai legate alla nuova corsa allo spazio. Il rilascio incontrollato di detriti non rappresenta insomma un’opzione troppo verosimile, soprattutto perché, come evidenzia la Secure World Foundation nel suo ultimo report, si stima che il Cremlino disponga di strumenti cibernetici molto meno compromettenti con cui interferire strategicamente con le attività di Starlink.

Antitrust multa Apple per 98 milioni

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L’Antitrust ha erogato una multa da 98,6 milioni di euro contro Apple per abuso di posizione dominante. L’azienda è accusata di avere violato l’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea relativamente alla concorrenza nel mercato degli sviluppatori di app; in tale mercato, spiega la sentenza, Apple ricopre una posizione di assoluta dominanza tramite l’Apple Store. Apple, inoltre, impone ai propri utenti condizioni di privacy restrittive nell’ambito della concorrenza e del diritto alla riservatezza. Tali condizioni «sono unilaterali, ledono gli interessi dei partner commerciali di Apple e sono sproporzionate rispetto all’obiettivo di tutela della privacy».

Mose, il pozzo senza fondo di soldi pubblici: servono altri 40 milioni o si fermerà

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Il sistema di difesa di Venezia dall’acqua alta è di nuovo a rischio blocco per mancanza di fondi. Oltre 41 milioni di euro, necessari per la gestione ordinaria, le manutenzioni e le operazioni di salvaguardia, non sono stati infatti ancora trasferiti dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti al Consorzio Venezia Nuova, attualmente in liquidazione. Senza queste risorse, che devono essere obbligatoriamente contabilizzate entro la fine del 2025, si rischia di paralizzare il Mose, impedendo persino il sollevamento delle barriere in caso di alte maree e mettendo in pericolo la sicurezza di Venezia e Chioggia. L’allarme è stato formalizzato in una lettera al ministro, mentre le imprese avvertono: senza pagamenti, i lavori si fermano.

A lanciare il grido d’allarme è stato il commissario liquidatore del Consorzio, Massimo Miani, con una missiva formale datata 18 dicembre. Nella lettera si spiega che il Ministero non ha operato i trasferimenti di cassa necessari per rispettare il cronoprogramma, e che quindi il Consorzio non può corrispondere quanto dovuto alle imprese per i lavori già eseguiti, né programmarne di nuovi. Pur avendo ricevuto diversi solleciti formali, il Mit non ha provveduto, costringendo finora il Consorzio a fare credito, un’opzione che ora non è più praticabile. Le conseguenze di un ulteriore ritardo sono descritte in modo chiaro e preoccupante nella comunicazione. Miani sintetizza che senza i pagamenti e la necessaria contabilizzazione «saranno impedite le attività di gestione del Sistema Mose, di fatto impedendo i sollevamenti delle barriere di difesa (qualora fossero necessari) e le attività a questi ancillari, indispensabili per garantire la salvaguardia di Venezia e Chioggia in presenza di picchi di marea e, dunque, evitare l’allagamento delle città. Ciò senza contare che verrebbe posta a rischio la continuità delle manutenzioni programmate e delle altre attività di avviamento del sistema, con tutte le criticità correlate al corretto utilizzo del Sistema di regolazione delle maree, nonché di altri rilevantissimi interventi di salvaguardia».

La notizia ha immediatamente sollevato forti reazioni. Cgil, Cisl e Uil di Venezia hanno espresso «forte preoccupazione», dichiarando che «il governo non può bloccare risorse essenziali e già stanziate, perché così facendo mette a rischio la salvaguardia di Venezia e scarica le ricadute su lavoratrici, lavoratori e imprese coinvolte». Sul fronte politico, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro è intervenuto con una nota ufficiale, dichiarando che sta seguendo la vicenda «con particolare attenzione e con interlocuzioni al massimo livello». Brugnaro ha rimarcato che il Mose è «un’infrastruttura unica al mondo» e «un presidio di sicurezza che non può permettersi incertezze». Rivendicandoo il ruolo della sua amministrazione nel supportare il completamento dell’opera, ricordando il primo sollevamento in esercizio il 3 ottobre 2020, Brugnaro ha auspicato un confronto costruttivo tra governo, ministero, Ragioneria generale dello Stato, Autorità per la Laguna e imprese al fine di trovare soluzioni rapide. Ha ribadito che il Mose «non è una bandiera politica, ma un’opera di salvaguardia nazionale e un patrimonio dell’ingegneria italiana». Mentre il tempo stringe, la palla passa all’esecutivo, chiamato a evitare che il sistema di difesa più costoso e discusso d’Italia si trasformi in un colossale, e pericoloso, fermo immagine.

Il MOSE consiste in un progetto ideato e sviluppato con l’intento di proteggere Venezia dall’acqua alta. È composto da 4 barriere, costituite a loro volta da 78 “rettangoli” metallici con una larghezza che va dai 18 ai 29 metri, che si abbassano e si alzano dal fondo del mare per via di un meccanismo di immissione di aria compressa ogni qualvolta ce ne sia il bisogno. Il compito di progettare l’opera fu affidato ufficialmente nel 1980 a un gruppo di esperti, ma il primo prototipo ufficiale subì infatti un grosso rallentamento principalmente per due motivi: valutazioni negative sull’impatto ambientale – poi superate negli anni 2000 con una sentenza del Tribunale regionale amministrativo (Tar) del Veneto – e irregolarità nelle concessioni, con la Commissione Europea che aveva segnalato come l’appalto dei lavori fosse stato affidato al Consorzio Venezia nuova senza che ci fosse un regolare bando di gara pubblica. Scandali di questo tipo si sono verificati anche negli anni successivi – e hanno portato tra l’altro a 35 arresti tra politici locali e dirigenti del Consorzio per corruzione e frode fiscale -, tant’è che anche se i lavori sono cominciati nel 2003, ad oggi non si sono ancora totalmente conclusi. Il dato più aggiornato è il dossier della Camera del 18 febbraio 2025 dal titolo “Misure organizzative urgenti per fronteggiare situazioni di particolare emergenza, nonché per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, in cui si indica che, al 31 dicembre 2024, il MOSE risultava completato per il 89,5%. Ciò implica che, secondo tale rilevazione, mancherebbe circa il 10,5% delle opere per la sua definitiva realizzazione.

Tutti i costi ambientali delle Olimpiadi Milano-Cortina ’26

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Oltre 20mila m2 di bosco spariti e 500 larici secolari, assieme a un altro migliaio di piante, tagliati per far posto alla nuova pista da bob di Cortina. I larici che hanno resistito alla tempesta Vaia dell’autunno 2018 non sono sopravvissuti alle Olimpiadi invernali del 2026. Il progetto, che ha determinato una deforestazione vera e propria – gli alberi sono stati tagliati senza seguire i protocolli previsti da un’ordinaria pianificazione ambientale e senza che al loro posto ne nasceranno di nuovi – è stato approvato senza l’assoggettabilità a Valutazione d’impatto ambientale (VIA) e a Valuta...

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Giappone: ok a riattivazione della centrale nucleare più grande al mondo

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Nei prossimi mesi riaprirà la centrale nucleare di Kashiwazaki Kariwa, nella provincia giapponese di Niigata, la più potente al mondo, gestita dalla TEPCO, la stessa società coinvolta nel disastro di Fukushima del 2011. La riattivazione, decisa dal governatore su mandato del governo centrale, è stata approvata dall’assemblea provinciale. Secondo NHK, il primo dei sette reattori ripartirà il 20 gennaio e l’impianto potrebbe tornare pienamente operativo entro marzo 2026. Dopo Fukushima il Giappone aveva chiuso 54 reattori, riattivandone finora solo 14, aumentando la dipendenza da costose importazioni di gas e carbone.

La violenza della legalità (in difesa di Askatasuna)

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Lo sgombero di Askatasuna, a Torino, è stato raccontato come un atto dovuto. Il potere che ripristina la legalità, chiude una zona franca, rimette ordine. Giorgia Meloni continua a rivendicarlo: in uno Stato di diritto non ci devono essere eccezioni né spazi fuori dalle regole. Sembra una dichiarazione ovvia e politicamente neutra, di semplice buon senso. Ma non è così. Perché la legalità, così come viene rappresentata, non è un sinonimo di giustizia, ma semplice obbedienza a un ordine dato. E quando “ordine” diventa la parola chiave di un governo, la legalità smette di essere un mezzo e diventa un fine: non ciò che serve a proteggere i diritti, ma ciò che traccia il confine tra lecito e illecito in modo funzionale al potere.

Non è un’esclusiva della destra di governo. Negli ultimi anni tutte le forze politiche, con poche eccezioni, hanno contribuito a trasformare la legalità in un valore “in sé”, come se fosse sempre e comunque un bene. Ma la storia è piena di legalità ingiuste: leggi che hanno escluso, segregato, represso e criminalizzato. Il punto non è venerare la legge: il punto è perseguire la giustizia. E “legge” e “giustizia” non sono sinonimi, anzi alcune volte diventano contrari. Non è un caso che molti pensatori democratici hanno versato litri di inchiostro sul tema, anche quel noto violento dei centri sociali del Mahatma Gandhi lo affermava chiaramente: «Se la legge opprime, infrangerla è una risposta etica».

Askatasuna era una realtà scomoda da ben prima del cosiddetto assalto alla sede de La Stampa. Lo era come tutti quegli spazi collettivi, al di fuori della legge, agiscono per ideali di giustizia sociale. Nato ormai quasi 30 anni fa portando via spazio al nulla e alla polvere (l’immobile che occuparono è di proprietà comunale e giaceva in stato di totale abbandono dal lontano 1981), era diventato una presenza preziosa per tanti nel quartiere, specie per coloro che avevano poco. Askatasuna era un punto d’appoggio per campagne contro la speculazione e per vertenze sul territorio, un nodo per le mobilitazioni No Tav, ma anche un presidio di welfare dal basso: sport popolare, iniziative culturali, spazi di mutualismo, una rete di pratiche che intercetta bisogni reali del quartiere e li organizza fuori dai canali istituzionali. È questo, prima ancora delle barricate, a dar fastidio alle autorità: la capacità di fare comunità e di costruire potere sociale senza chiedere permesso. Non a caso, negli anni, su quell’esperienza è stata proiettata una narrazione punitiva arrivata, con la complicità della magistratura torinese, fino a contestazioni pesantissime e inconsistenti, come l’accusa di “associazione a delinquere” con cui venne inscenato un processo farlocco (e infatti finito nel nulla) contro alcuni suoi militanti, come se fossero una banda di rapinatori. 

E mentre lo Stato “ripristina la legge”, la maggioranza di governo agisce in Parlamento per renderla sempre più dura verso chiunque alzi la testa. Nuovi reati e procedure accelerate contro le occupazioni e le lotte studentesche, stretta su blocchi stradali e picchetti operai, norme che colpiscono le azioni dimostrative degli attivisti ambientali, pacchetti sicurezza che allargano l’area del penalmente rilevante attorno al dissenso organizzato. La legalità come arma, non per risolvere i problemi sociali, ma per colpire chiunque la contesti. Ma non è tutto. 

Poi c’è l’altra faccia di questa maggioranza, quella che improvvisamente sa diventare permissiva e garantista verso politici ed affaristi. Quella che approva l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, la riduzione di spazi di controllo, le riforme che rendono più difficile accertare responsabilità nei palazzi e nei consigli d’amministrazione: qui la severità si fa improvvisamente prudente, la mano pesante diventa leggera, e l’ansia di “punire” evapora. Non è un paradosso, ma il frutto un disegno politico coerente. Il risultato è davanti a noi: una nuova legalità che si costruisce pezzo dopo pezzo, spietata con chi si oppone, permissiva con chi occupa le stanze del potere politico ed economico. 

Se questa è la legalità, siete così sicuri che sia un valore da difendere sempre e comunque?

Lo Stato italiano dovrà versare a TIM un miliardo di euro

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Respingendo il ricorso del governo, la Cassazione ha condannando definitivamente lo Stato italiano a versare circa un miliardo di euro a TIM. I giudici hanno infatti bollato come illecita la richiesta, avanzata nel 1998 dallo Stato, del pagamento di un canone per l’utilizzo della rete telefonica. I soldi pagati da TIM non erano dovuti, dal momento che l’ex monopolista pubblico era già stato privatizzato. Nel 1998 era infatti quasi giunto a maturazione quel processo di privatizzazione delle società statali iniziato nel 1992 col discorso di Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro, sul panfilo Britannia.

Attentato al capo di Stato Maggiore a Mosca: cosa sappiamo

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Il tenente generale Fanil Sarvarov, capo del dipartimento di addestramento operativo dello Stato maggiore delle Forze armate russe, è morto nell’esplosione dell’auto su cui viaggiava a Mosca lunedì mattina. Il Comitato investigativo russo parla di un attentato mirato e non esclude il coinvolgimento dei servizi speciali ucraini. Si tratta del terzo omicidio di un alto ufficiale militare in un anno. L’azione viene letta come un segnale diretto al vertice politico-militare del Cremlino, in un momento particolarmente sensibile: poche ore prima, a Miami, si erano tenuti i nuovi colloqui informali tra Steve Witkoff, Kirill Dmitriev e Jared Kushner, per sondare un possibile spazio negoziale.

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità russe, l’esplosione è avvenuta in un quartiere residenziale della capitale, in via Yaseneva. La procura di Mosca, che ha assunto il controllo delle indagini, ha riferito che l’ordigno era stato collocato con un magnete al sottoscocca della Kia Sorento di Sarvarov, vicino al sedile del conducente. L’esplosione sarebbe avvenuta quando il conducente ha azionato il freno, alle 7 del mattino, ore locali. La deflagrazione è stata letale e non ha lasciato scampo alla vittima. Fanil Sarvarov, nato nel 1969 nella regione di Perm, era a capo della Direzione per l’addestramento operativo del ministero della Difesa russo. Formatosi nelle accademie militari, ha combattuto nel Caucaso, in Cecenia e in Siria. Nel 2024, Vladimir Putin lo aveva promosso generale luogotenente. Il suo nome compariva come obiettivo nel portale ucraino Mirotvorets, il sito web ucraino fondato nel 2014 che pubblica gli elenchi di persone considerate “nemiche dell’Ucraina” o ritenute responsabili di crimini contro la sicurezza nazionale di Kiev.

La portavoce del Comitato investigativo russo, Svetlana Petrenko, ha dichiarato che il Comitato Investigativo ha aperto un fascicolo per omicidio aggravato e traffico illegale di esplosivi. Gli investigatori stanno valutando diverse teorie sull’omicidio: «Una di queste è che l’attentato sia stato organizzato dalle agenzie di sicurezza ucraine», ha confermato Petrenko. L’esecuzione mirata, condotta con modalità che richiamano operazioni clandestine già viste in passato, lascia intendere, secondo gli inquirenti, che dietro l’attentato ci possano essere i servizi segreti ucraini. L’episodio si inserisce, infatti, in una lunga sequenza di operazioni di destabilizzazione attribuite all’intelligence ucraina su territorio russo dall’inizio della guerra e considerate dal Cremlino una sfida diretta alla sicurezza interna e alla stabilità politica del Paese. Nel giugno 2025, questa percezione si è rafforzata con l’operazione Spiderweb, un massiccio blitz di droni che ha colpito cinque basi aeree russe, danneggiando asset strategici dell’aviazione e mostrando una capacità di penetrazione senza precedenti. Nel dicembre 2025, la Russia ha dichiarato di aver abbattuto 130 droni ucraini in una notte, alcuni diretti verso Mosca, con la sospensione temporanea degli aeroporti. Episodi simili si sono ripetuti nel tempo. Già nel maggio 2023 il Cremlino denunciò ondate di droni sulla capitale, accusando Kiev di terrorismo e di voler colpire la popolazione.

Accanto agli attacchi a distanza, una serie di assassinii mirati ha seguito uno schema preciso: il 20 agosto 2022, la giornalista Darya Dugina morì nell’esplosione di un’autobomba vicino a Mosca, detonata sotto il SUV che guidava al posto del padre, il filosofo Aleksandr Dugin, in un attentato che le autorità russe attribuirono ai servizi segreti ucraini. Il 2 aprile 2023, il blogger militare russo Maxim Yuryevich Fomin, meglio conosciuto come Vladlen Tatarsky aveva perso la vita nella detonazione di una statuetta in un caffè di San Pietroburgo. A seguire, l’uccisione del generale Igor Kirillov avvenuta il 17 dicembre 2024 a causa dell’esplosione di un monopattino elettrico imbottito di tritolo parcheggiato all’ingresso della sua residenza a Mosca. Più recentemente, il 25 aprile 2025, il generale Iaroslav Moskalik, vice capo della Direzione generale operativa dello stato maggiore russo, è stato ucciso da un’autobomba a Balashikha, nell’Oblast’ di Mosca. A questi attentati, si sommano i colpi contro infrastrutture critiche, come impianti energetici e obiettivi logistici (primo tra tutti il sabotaggio del Nord Stream) e le operazioni marittime contro asset russi nel Mar Caspio, rivendicate da Kiev come parte della strategia per indebolire le risorse economiche che alimentano la guerra. Oggi, l’attentato a Sarvarov non colpisce solo l’immagine della sicurezza interna russa, ma rischia di allontanare ulteriormente la prospettiva di un cessate il fuoco negoziato, presentandosi come l’ennesimo tentativo di sabotaggio ai piani per una soluzione politica duratura.