venerdì 20 Marzo 2026
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Cortina ’26: la pista da bob costata 118 milioni di euro è già diventata inutilizzabile

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Tra il 10 e il 12 marzo, il Cortina Sliding Center “Eugenio Monti” avrebbe dovuto ospitare i prossimi campionati italiani di skeleton e slittino. La competizione, tuttavia, non andrà in scena. A dare la notizia, successivamente confermata dagli enti coinvolti, è stato il Corriere delle Alpi, che ha menzionato «incognite e problematiche» che hanno investito la pista da bob simbolo delle Olimpiadi invernali del 2026, costata oltre 118 milioni di euro di soldi pubblici. Gravi criticità sono infatti emerse all’alba del 25 febbraio, quando un verbale di sopralluogo ha rilevato danni alla struttura per oltre un milione di euro. A qualche giorno dalla chiusura dei Giochi Olimpici, la notizia ha definitivamente avvalorato i dubbi sulla tenuta dell’impianto – da tempo bersaglio di forti polemiche per costi e impatto ambientale – che in tanti temevano avrebbe potuto finire inutilizzato.

Un dettagliato rapporto di 45 pagine, redatto dai tecnici di Simico (la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026) subito dopo la conclusione dei Giochi sullo stato dell’infrastruttura, costata circa 120 milioni di euro e realizzata in tempi record, fotografa una situazione desolante. L’elenco dei danni riscontrati dagli autori del rapporto è molto lungo. Nello specifico, si va da manometri e tende di protezione della pista rotti a canaline e isolamenti danneggiati; non mancano poi tubi piegati, viti di fissaggio delle sponde allentate o del tutto assenti, ma anche scatole di derivazione divelte e quadri elettrici schiacciati. I tecnici hanno inoltre segnalato cavi elettrici lasciati volanti o addirittura tagliati, reti dei parapetti rovinate e danni a cartongessi e portoni. Non si tratta, come sottolineato da più parti, di un singolo guasto, ma di una serie di criticità diffuse che coinvolgono sia gli elementi strutturali sia quelli impiantistici. La struttura è stata trovata in condizioni definite di «quasi abbandono», con spazi lasciati «in assenza di qualsiasi pulizia, riordino o sistemazione del caso». Diversi locali, inclusa la fondamentale control room dell’edificio di arrivo, la quale custodisce apparecchiature dal valore di centinaia di migliaia di euro, sono stati rinvenuti aperti e non presidiati.

La complessa partita delle responsabilità vede ora coinvolte diverse realtà. L’impianto, dichiarato funzionante, era stato consegnato da Simico poco prima dell’evento a cinque cerchi all’amministrazione comunale di Cortina. Quest’ultima lo aveva poi affidato in gestione temporanea alla Fondazione Milano Cortina 2026 per i Giochi Olimpici, con l’impegno di riconsegnarlo in perfette condizioni entro il termine del mese di marzo. Interrogata sull’accaduto, la Fondazione ha risposto che il suo personale «sistemerà tutto nei tempi stabiliti». Gianluca Lorenzi, sindaco di Cortina, ha convocato un incontro urgente con Fondazione Milano Cortina, Simico e la direzione lavori della pista al fine di mettere mano a una verifica congiunta e quantificare correttamente i danni. Davanti alla stampa il primo cittadino ha voluto mostrare ottimismo, affermando di non avere dubbi sul fatto che «l’impianto verrà riconsegnato sistemato». A ogni modo, il sindaco ha confermato che la rassegna tricolore sarà annullata: «Avere i campionati italiani sarebbe stato bellissimo, soprattutto da un punto di vista della continuità: potevamo dare una dimostrazione tangibile del prosieguo. Ma oggi quello che dobbiamo fare è portare l’impianto al 100 per cento», ha dichiarato.

La posta da bob di Cortina ha rappresentato il caso più emblematico degli elevatissimi costi in termini economici, sociali e ambientali delle Olimpiadi. In fase di candidatura, nel 2019, l’impianto veniva indicato come già esistente, ipotizzando una semplice ristrutturazione a basso costo. La situazione è però degenerata quando due bandi per la costruzione di una nuova pista sono andati deserti nell’estate 2023, portando il CONI a valutare lo spostamento delle gare all’estero. Nonostante le proposte da Svizzera e Austria, i ministeri hanno insistito per una soluzione italiana, portando a un terzo bando a cui ha partecipato un’unica impresa. La nuova pista è così costata oltre 118 milioni di euro, cui si aggiungono milioni per demolizioni e opere accessorie, a fronte dei 47 milioni iniziali. A tutto ciò si è sommato l’onere della manutenzione annuale, stimata in oltre un milione, che ha riproposto una problematica già vissuta con l’impianto di Cesana Pariol, costato 110 milioni per Torino 2006, e ora in fase di parziale smantellamento.

[Crediti immagine di copertina: Giuseppe Giugliano/CONI]

Ecuador, sequestrato semisommergibile usato per narcotraffico

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L’esercito dell’Ecuador ha sequestrato una nave semisommergibile di 35 metri destinata al traffico di droga, trovata vicino all’isola di Santa Rosa, vicino al confine con la Colombia. Il mezzo era pronto per un lungo viaggio dei cartelli del narcotraffico, che spesso utilizzano sommergibili per trasportare droga fino in Europa. Durante l’operazione è stato scoperto anche un accampamento logistico dei cartelli, con sei motoscafi, sette motori fuoribordo e numerosi barili di carburante. Le truppe sono state attaccate da individui armati, ma non si registrano arresti né sequestri di droga sul luogo.

Tutte le guerre scatenate dagli Stati Uniti dal 1945 a oggi

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usa bombardamenti

Dal Giappone devastato dalle bombe atomiche nel 1945, ai raid sull’Iran di questi giorni, l’uso della forza aerea è stato uno degli strumenti centrali della politica militare degli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni.Secondo le ricostruzioni basate su archivi militari, studi storici e database come ACLED, l’aviazione statunitense ha condotto operazioni di bombardamento in decine di Paesi tra Asia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina, utilizzando prima l’aviazione, poi i missili e infine anche i droni. Dalla guerra fredda alla “guerra al terrorismo”, passando per le operazioni di “e...

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Milano, rientrato l’allarme bomba al Tribunale

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Al Palazzo di Giustizia di Milano sono in corso evacuazioni e verifiche da parte di Vigili del fuoco, Polizia e Carabinieri a seguito di un allarme bomba. Diverse telefonate anonime hanno avvertito la Questura circa la presenza di un ordigno senza fornire ulteriori dettagli. Al momento risultano chiuse al transito le vie intorno al Tribunale. Sospese tutte le attività.

Aggiornamento ore 17: dopo 7 ore di verifiche, Il Tribunale è stato riaperto. Nessun ordigno trovato.

 

Veneto: la protesta dei danneggiati da vaccino per avere un ambulatorio pubblico

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Ieri mattina, durante i lavori del Consiglio regionale del Veneto, si è svolto un presidio per chiedere la realizzazione di ambulatori specialistici pubblici finalizzati alla presa in carico delle persone che lamentano effetti avversi da vaccinazione anti-Covid-19. La mobilitazione, promossa nelle ultime settimane dal gruppo Szumski-Resistere Veneto, punta a ottenere un censimento sistematico dei casi, valutazioni cliniche multidisciplinari e percorsi terapeutici per almeno 1.500 cittadini che, secondo i dati raccolti dal movimento, starebbero ancora patendo effetti deleteri dopo l’inoculazione. La proposta, già presentata a gennaio, torna al centro del dibattito politico dopo che l’assessore alla Sanità Gino Gerosa aveva inizialmente mostrato apertura, salvo poi allontanarsi dall’Aula durante la discussione, come denunciato dal consigliere Riccardo Szumski.

Szumski, medico ed ex sindaco di Santa Lucia di Piave, Comune del trevigiano a due passi da Conegliano Veneto, ha ribadito la necessità di superare lo «scudo» che ha protetto i vaccini da adeguati controlli. «Sono a tutti gli effetti sono dei farmaci, e i farmaci vanno controllati. Non è stato fatto prima perché questi vaccini hanno avuto, grazie a una certa politica sconsiderata, una specie di scudo che non ha permesso neppure di fugare i dubbi. Ora è il momento di occuparci delle persone che sono state danneggiate dai vaccini. Credo che sia questa la priorità». Nello specifico, la mozione presentata dal suo gruppo impegna la giunta a definire «protocolli clinici regionali uniformi, fondati sulla letteratura scientifica internazionale e soggetti a periodico aggiornamento», dal momento che, affermano i promotori dell’iniziativa, «nessun cittadino può essere lasciato solo, né costretto a dimostrare in solitudine la legittimità della propria sofferenza».

A supportare l’iniziativa è stato Andrea Sillo, 47 anni, presidente dell’associazione Persone in cammino che riunisce i presunti danneggiati da vaccino. Sillo, costretto su una sedia a rotelle dopo una dose di Moderna, ha raccontato la sua esperienza con l’attuale sistema di sorveglianza regionale, il cosiddetto Canale Verde. «Ho passato quattro anni a fare visite, a ottenere referti e certificati di invalidità al cento per cento. Mi volevano far rifare quel calvario di accertamenti, anche invasivi, mentre occorre studiare, capire che cosa sia successo in noi danneggiati e cercare percorsi di cura appropriati». La risposta ricevuta dal centro di sorveglianza lo ha lasciato sconcertato, avendo liquidato la questione come «stress ed eccessiva preoccupazione per lo stato di salute in cui mi trovo». Sillo aveva già subito l’umiliazione di essere trattato da «complottista no-vax» e allontanato durante una presentazione del libro dell’ex ministro della Salute, Roberto Speranza.

A sostegno della necessità di un monitoraggio regionale, Szumski aveva precedentemente trasmesso all’assessore Gerosa un rapporto dell’Università di Firenze, curato da otto esperti, nel quale si contestano i dati diramati dalle agenzie ufficiali. Secondo i consiglieri, lo studio rivela che le istituzioni avrebbero divulgato informazioni caratterizzate da «errori di metodo, ambiguità e mancanza di trasparenza» e che il tasso di eventi avversi gravi sarebbe «di gran lunga superiore» rispetto a quello riportato dall’AIFA. Si parla, nello specifico, di 5.070 eventi avversi gravi ogni 100.000 dosi, valore che secondo l’analisi sarebbe 465 volte più alto di quello ufficiale. Secondo Resistere Veneto, l’assenza di strutture pubbliche dedicate crea disuguaglianze nell’accesso alle cure e ritardi diagnostici, scaricando il peso economico e psicologico sulle famiglie.

«Giace da gennaio in Consiglio regionale una mozione firmata dai consiglieri di Resistere Veneto, Riccardo Szumski e Davide Lovat, che chiede l’istituzione di ambulatori per danneggiati da vaccino Covid-19 – spiega a L’Indipendente la forza politica guidata da Szumski –. La mozione viene posticipata negli ordini del giorno dei lavori e la discussione non sarà portata in Consiglio prima di Pasqua: per sollecitare i consiglieri regionali, ieri la sede del Consiglio è stata presidiata da un gruppo di persone che lamenta danni da vaccino e che ha dato vita anche a un’associazione, “Persone in Cammino”. Szumski, che è anche medico, ha spiegato che Resistere Veneto è disposto anche a una lunga battaglia pur di avere risposte concrete dal sistema sanitario veneto».

Le surreali dichiarazioni di Meloni e dell’UE sulla guerra in Iran

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«Sono preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato — non in Parlamento mai ai microfoni di RTL — il conflitto in corso nel Golfo Persico. Come analogamente fatto in un’intervista di pochi giorni fa per la Mediaset, dove si era detta «preoccupata per il contesto generale», Meloni finisce con l’incolpare Putin per la crisi in Asia Occidentale, «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina». Non vengono invece scomodati Stati Uniti e Israele, autori dell’aggressione all’Iran che ha violato il diritto internazionale. L’Italia non è sola in questa particolare ricostruzione della vicenda. In una dichiarazione congiunta, Unione europea e Paesi del Golfo «hanno condannato fermamente gli ingiustificati attacchi iraniani».

La retorica del «c’è un aggressore e un aggredito» è ormai un ricordo lontano, almeno a sentire le parole dei leader europei e arabi. Di fronte all’attacco sferrato da Stati Uniti e Israele all’alba del 28 febbraio contro l’Iran, gli alleati si sono affrettati a fornire un’attenta copertura mediatica. In questa ricostruzione, a essere richiamato non è l’aggressore, ma l’aggredito, accusato a più riprese di «reagire in modo scomposto» e «minacciare la sicurezza regionale e globale» attraverso i contrattacchi a Israele e i Paesi arabi ospitanti basi militari USA. «L’Italia si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano», dice Giorgia Meloni, non menzionando chi ha fatto saltare i tavoli negoziali e attaccato la controparte. «In un momento nel quale vacilla il diritto internazionale noi non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche», continua la leader di Fratelli d’Italia, aggiungendo che a seguito del fallimento dell’accordo, «Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare senza il coinvolgimento dei partner europei». Aggettivi, condanne e prese di posizione sono tutte rivolte all’Iran, che per far rientrare la crisi deve fermare «i suoi attacchi nei confronti dei Paesi del Golfo che sono totalmente ingiustificati». A dividere il fardello della colpa, nella ricostruzione italiana, è la Russia di Putin, dal momento che l’attuale situazione in Asia Occidentale è «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina».

Ieri si è tenuta una riunione dei ministri degli esteri UE allargata ai Paesi del Golfo. «L’Iran sta esportando la guerra, sta cercando di estenderla al maggior numero possibile di Paesi per seminare il caos», ha dichiarato Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri. Le sue parole sono il metro della dichiarazione congiunta elaborata al termine del vertice telematico. «I ministri UE hanno condannato fermamente gli ingiustificabili attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo che minacciano la sicurezza regionale e globale. L’Iran è stato invitato a cessare immediatamente la sua condotta». Viene poi chiesto il rispetto del diritto internazionale e del diritto umanitario, senza mai citare Stati Uniti e Israele, fino al cortocircuito logico. I ministri hanno infatti «ricordato il diritto intrinseco dei Paesi del Golfo, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, di difendersi, individualmente e collettivamente, dagli attacchi armati dell’Iran». Un diritto che, nella ricostruzione europea, non appartiene a Teheran, bombardata dalla coalizione israelo-americana mentre era impegnata ai tavoli negoziali con Washington.

Kosovo, parlamento sciolto dopo lo stallo sull’elezione del presidente

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La presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, ha sciolto il Parlamento e convocato elezioni anticipate dopo il fallimento nell’elezione del nuovo capo dello Stato entro i termini costituzionali. Il Parlamento, composto da 120 seggi, non è riuscito a raggiungere il quorum necessario per eleggere il presidente entro la mezzanotte di giovedì. Il partito di governo Vetevendosje guidato dal premier Albin Kurti non ha ottenuto il sostegno dell’opposizione per il suo candidato, il ministro degli Esteri Glauk Konjufca. I partiti di minoranza chiedevano una figura condivisa. Il Kosovo aveva già votato anticipatamente il 28 dicembre dopo l’impasse seguita alle elezioni di febbraio 2025.

“L’aria pulita non è un privilegio”: Bogotà parte dai quartieri poveri per combattere l’inquinamento

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Per affrontare l’inquinamento atmosferico, la capitale della Colombia, ha deciso di partire dai quartieri più poveri e più esposti allo smog, lanciando proprio qui le prime zone urbane dedicate al miglioramento della qualità dell’aria. L’idea alla base del progetto è che respirare aria pulita non dovrebbe dipendere dal reddito o dalla circoscrizione in cui si vive.
La prima di queste aree si trova a Bosa, grande distretto nel sud della città, segnato da un alto tasso di povertà e vulnerabilità sociale, dove vivono oltre 700mila persone. È una zona attraversata da importanti corridoi di traffic...

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Lukashenko grazia 15 persone

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Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha graziato 15 persone incarcerate con accuse politiche. Il rilascio dei prigionieri segue un’analoga liberazione avvenuta lo scorso novembre, quando Lukashenko aveva rilasciato 123 persone, tra cui alcuni membri di spicco dell’opposizione. Essa avveniva nell’ambito dell’accordo con gli USA, che avevano spinto Lukashenko a liberare i propri dissidenti in cambio di una rimozione parziale delle sanzioni nel Paese.

In Spagna c’è l’unico governo europeo che, ripetutamente, dice no a USA e Israele

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Pedro Sanchez l’ha fatto di nuovo. Pochi giorni dopo le aggressioni militari degli Stati Uniti e di Israele all’Iran ha deciso di schierarsi apertamente contro Donald Trump e l’intero asse atlantista. In un discorso pronunciato nella mattinata di ieri, 4 marzo, il premier socialista ha rimarcato un messaggio chiaro, già annunciato nelle sue ultime apparizioni pubbliche: «la posizione del governo di Spagna si riassume in quattro parole, no alla guerra». Dimostrandosi ancora una volta l’unico governo europeo capace di non cedere alle decisioni dell’asse israelo-statunitense, la Spagna ha scelto di distinguersi dalla cieca ubbidienza degli altri esecutivi e ha messo in evidenza la necessità di restare ancorati alla diplomazia del diritto internazionale.

Tutto nasce dal rifiuto da parte del governo socialista di permettere l’utilizzo della base navale di Rota, situata nella provincia di Cadice, e della base aerea di Morón de la Frontera, nella provincia di Siviglia, alle forze armate statunitensi. Queste basi, secondo la Costituzione spagnola, sono il frutto di una concessione della Spagna agli Stati Uniti, ma per essere utilizzate necessitano di un’autorizzazione previa dell’esecutivo spagnolo. Il veto di Sánchez ha portato alle ire del tycoon, che, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, si è scagliato contro il governo socialista e ha minacciato di rompere le relazioni commerciali e imporre un embargo sul paese iberico, tutto davanti al silenzio del premier tedesco Friedrich Merz, unico rappresentante europeo presente in quel momento.

Le parole pronunciate da Pedro Sanchez fanno eco ad un contesto sociale e geopolitico che è parte della memoria collettiva del paese: ventitré anni fa una grande parte del popolo spagnolo scese in piazza per protestare contro l’appoggio militare offerto dal governo del premier Aznar in occasione dell’aggressione militare statunitense in Iraq. L’attuale premier, ieri, ha improntato il suo discorso sulle conseguenze della guerra voluta da George W. Bush nel 2003, allarmando sulle conseguenze, ancora ipotetiche, che questo nuovo conflitto potrebbe arrecare all’intera regione e al contesto economico europeo.

Non è la prima volta che Sanchez si sfila dagli interessi dell’alleanza bilaterale tra Stati Uniti d’America e Israele. Nel giugno del 2025 fece scalpore il rifiuto dell’esecutivo spagnolo di non adeguare la spesa militare del paese al 5% imposto da Donald Trump e Mark Rutte verso tutti i paesi NATO. In quell’occasione Sanchez, dopo aver scelto di incrementare nei primi mesi dello stesso anno il PIL sulla difesa al  2,1%, affermò di avere ottenuto un’eccezione da parte degli USA senza però evitare un primo, acceso, confronto con la dirigenza statunitense.

Più recentemente, il governo spagnolo si è rivelato essere una mosca bianca in Europa anche nel condannare l’aggressione statunitense ai danni del Venezuela, definita come una «violazione della legalità internazionale». In quell’occasione, Sanchez ha evitato di appoggiare apertamente il governo venezuelano (e oggi quello iraniano), ma ha rimarcato la necessità di rispettare le leggi della diplomazia internazionale.

Anche sul genocidio a Gaza la posizione del governo di Spagna ha provato a distinguersi dagli alleati europei. Nonostante una prima fase, durante la quale Sanchez reiterò il «diritto di Israele a difendersi», nel corso degli anni la sua posizione si è mossa verso una condanna netta dei crimini di guerra del governo Netanyahu. Il governo spagnolo è stato tra i primi stati europei a riconoscere lo stato palestinese dal 2023 (insieme a Norvegia e Irlanda) e nell’estate del 2025 ha annunciato una serie di misure per porre fine alla compravendita di armi e munizioni con lo stato di Israele.

Se la mediaticità delle dichiarazioni del premier spagnolo ha reso Sanchez il nuovo leader, de facto, di quella parte di sinistra europea che cerca di allontanarsi da Washington, non mancano le contraddizioni. Lo stesso pacchetto di misure che avrebbe segnato l’embargo alla compravendita armamentistica israeliana, dopo poco tempo risultò essere poco efficace e lontano dall’essere definito “totale”. Inoltre, solo pochi giorni dopo l’approvazione al Congresso dei Deputati spagnolo delle suddette misure, Sanchez prese parte alla firma a Il Cairo del piano di “pace” ordito da Trump per porre fine al genocidio a Gaza.

Inoltre, le prime dichiarazioni ufficiali del premier spagnolo in merito alle aggressioni statunitensi e israeliane contro l’Iran sono state pronunciate in occasione dell’inaugurazione del Mobile World Congress di Barcellona: secondo quanto denunciato dal collettivo catalano la Fira en la Mira, questo evento fieristico che tratta telefonia mobile e tecnologia all’avanguardia ospita trentasette aziende israeliane, nove delle quali direttamente interessate nello sviluppo di tecnologie militari per aziende di armi e governi, tra i quali spicca il ministero della Difesa israeliano.

Se il governo spagnolo al momento vive un momento particolarmente teso in politica interna, tra scandali di corruzione, instabilità politica e profonda incertezza riguardo il futuro prossimo del mandato legislativo, è necessario sottolineare che le varie dichiarazioni di Pedro Sanchez, per quanto spesso poco efficaci e probabilmente finalizzate ad un ritorno elettorale, risultano essere l’unico controcanto non bellicista in un contesto europeo ormai completamente assoggettato dagli interessi imperialisti degli Stati Uniti e Israele. Anche in ambito commerciale, la Spagna ha cercato di proseguire sulla propria strada, mantenendo una multilateralità che ha permesso a Sanchez di divenire uno tra i più rispettati interlocutori europei, ad esempio, con la Repubblica Popolare Cinese.