venerdì 23 Gennaio 2026
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Russia: attacco alle infrastrutture energetiche ucraine

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La Russia ha lanciato un ingente attacco missilistico contro le infrastrutture energetiche ucraine. Nell’attacco sono stati impiegati droni, e armi terrestri e navali a lungo raggio, tra cui il missile “Oreshnik”, che avrebbe raggiunto una velocità di 13.000 chilometri orari; il missile ha colpito uno dei maggiori impianti di stoccaggio ucraini, situato nella regione di Leopoli. Presi di mira anche siti di produzione di droni a Kiev. L’offensiva di oggi arriva in risposta a un attacco registratosi lo scorso 29 dicembre, che avrebbe preso di mira la residenza di Putin; l’Ucraina ha affermato di non avere attentato alla vita del presidente russo, rigettando le accuse.

Torino: a 20 giorni dallo sgombero l’area attorno Askatasuna è ancora territorio militare

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TORINO – Pochi minuti prima dell’uscita dei bambini da scuola, la zona pedonale si riempie di genitori e parenti in attesa. Sembrano quasi non fare più nemmeno caso alle decine di agenti che fanno su e giù per l’area, chiacchierando tra loro e guardandosi intorno con aria circospetta. Questa sembra essere diventata, almeno per il momento, la realtà del quartiere Vanchiglia, a quasi un mese dallo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’interno dell’edificio è ormai vuoto e semidistrutto, gli ingressi murati. Nella pace che regna nel quartiere in un pomeriggio qualunque di inizio anno, niente sembra giustificare effettivamente la massiccia presenza di forze dell’ordine.

Al mio arrivo, all’altezza del numero 47 di corso Regina sono almeno tre le camionette parcheggiate, più un camion idrante e alcune volanti della municipale. I jersey recintano ancora tutta la zona antistante il centro sociale. Altre camionette sono sparse intorno a tutto il perimetro di Askatasuna, inclusa l’area dove si trovano l’asilo nido e la scuola elementare. Tra le persone in attesa vi sono residenti del quartiere, ma anche persone che vengono da altre zone della città. Sono soprattutto queste ultime che commentano come la presenza degli agenti abbia «finalmente liberato l’area da spacciatori e brutta gente». Chi in Vanchiglia ci vive risponde con un sorriso a queste affermazioni. «Innanzitutto sappiamo tutti che questo è un problema che non viene da Askatasuna», mi dice un padre in attesa davanti alla scuola elementare. «E poi non è certo servito nemmeno a quello: chi spacciava in questa zona si è semplicemente spostato di qualche decina di metri, all’angolo con piazza Santa Giulia. Ma comunque non è infastidito dagli agenti, perché loro non sono qui per questo». E anche chi si mostra più critico nei confronti di Askatasuna non nasconde che, forse, tutto questo dispiegamento di forze dell’ordine è «un pochino esagerato».

Le scuole adiacenti al centro sociale sono state chiuse con due giorni di anticipo rispetto alle altre. La comunicazione è stata data ai genitori che si apprestavano a lasciare i figli a scuola la mattina stessa dello sgombero, il 18 dicembre. Da allora, nessuno ha potuto più accedervi, nemmeno per recuperare i lavoretti che i bimbi avevano fatto per Natale. Fino alla mattina del 7 gennaio, la zona pedonale di via Balbo è rimasta del tutto inaccessibile, sigillata dai jersey. Una volta riaperte le scuole, questi sono stati rimossi e sostituiti dalle camionette, che bloccano completamente il passaggio da entrambi gli accessi. Solamente la rabbia dei genitori, mi viene raccontato, le ha convinte a indietreggiare di qualche metro, in modo da nascondersi parzialmente alla vista dei bambini che entrano ed escono da scuola. «Ieri mattina gli agenti non volevano lasciar passare nemmeno i genitori. Ci permettevano giusto di andare a portare i bambini fino all’ingresso della scuola, ma poi dovevamo allontanarci» mi racconta un papà. «E non se ne capisce davvero la necessità, dal momento che dentro [ad Askatasuna, ndr] hanno spaccato tutto e murato gli ingressi».

Le camionette che presidiano la zona pedonale di via Balbo, dove affacciano il nido, la scuola elementare e il giardino di Askatasuna

I danni fatti dalla polizia all’interno del centro, infatti, sarebbero tanto gravi da non renderlo nemmeno più agibile. «Tubature e sanitari sono stati distrutti, le scale per scendere in cantina sono state distrutte, il laboratorio di arte, la palestra popolare, tutto distrutto. Gli ingressi sono stati murati, accedere non è più possibile» mi riferisce Stefano, attivista di Askatasuna. «Qualcosa siamo riusciti a recuperarlo prima di Natale, ma poca roba. Altre cose, tra le quali un generatore e soldi in contanti, sono sparite».

Nemmeno i bambini sono rimasti indifferenti a ciò che sta accadendo. «Si rendono conto di tutto», mi racconta una giovane madre all’uscita della scuola elementare. I suoi figli, dice, le hanno chiesto più volte chi fossero gli «uomini con le pistole» che girano intorno a scuola. «Io vivo qui», mi dice, «e posso dirti che la chiusura di Askatasuna è un problema per noi. Loro ci lasciavano usare i loro spazi, due volte a settimana organizzavano la merenda per i bambini. Ora stiamo facendo diverse riunioni di quartiere, per cercare di capire come recuperare la coesione che è venuta a mancare con la chiusura del centro».

Mentre i figli escono da scuola, infatti, alcuni genitori allestiscono un tavolo con cibo e bevande. Tra i bambini che corrono su e giù mangiando patatine e adulti infreddoliti che chiacchierano, passeggiano agenti a gruppi di due o tre. Ogni tanto qualcuno perde la pazienza e grida loro di allontanarsi. Su questo piccolo tratto di via pedonale, dove affacciano le due scuole e il giardino che Askatasuna condivideva con il nido (il cui accesso è al momento interdetto, anche ai bambini), sono stati allestiti bagni chimici per gli agenti. «Almeno non usano più i bagni del nido, come facevano quando le scuole erano chiuse», mi dice Ortensia, del Comitato Vanchiglia. «Ovviamente, niente di tutto questo era necessario». C’è di positivo, però, che questa situazione ha avvicinato molto i comitati di quartiere, che ora stanno cercando il modo di organizzarsi e collaborare. Non solo perché a bambini e genitori è stato sottratto uno spazio di aggregazione, mi spiega, ma anche per rivendicare il diritto di tutti i cittadini ad avere a disposizione spazi pubblici di incontro e discussione.

Pochi giorni fa, i comitati hanno inviato una lettera al prefetto e alle istituzioni, denunciando l’uso sproporzionato della forza e la militarizzazione in atto nel quartiere. La risposta è giunta dal segretario generale provinciale del sindacato di polizia FSP, che ha commentato come Askatasuna sia «la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo Stato» e che «ai bambini i genitori dovrebbero un giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto». All’interno di un bar vicino a via Balbo, molto frequentato dagli agenti, alcune madri leggono ad alta voce la lettera. La reazione è un misto di rabbia e ilarità. «Come può essere questa la risposta che viene data alle famiglie? Sarebbe questo, il bene che trionfa?» ci si chiede.

Con il passare del tempo, e il freddo che si fa sempre più intenso, le famiglie tornano a casa, ma le camionette rimangono al loro posto, aumentando anzi di numero. Qualcuno tra i genitori ha avanzato l’ipotesi che la militarizzazione proseguirà per un altro mese, ma nessuno ne ha la certezza. Nel frattempo, Askatasuna rilancia la mobilitazione e conferma gli appuntamenti per le prossime settimane, che culmineranno a gennaio nella grande manifestazione nazionale prevista per il 31. «Sappiamo che l’attacco contro di noi altro non è se non un tentativo di piegare il movimento per la Palestina, che in Italia sta diventando sempre più grande», mi dice Stefano, «ma non sarà certo questo a fermarci o a impedirci di continuare a scendere in piazza».

La Francia ha ufficialmente vietato i PFAS in cosmetici e abbigliamento

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Da gennaio 2026, in Francia non è più possibile vendere, importare o produrre cosmetici, indumenti e altri prodotti di uso quotidiano che contengano PFAS, le sostanze chimiche note per la loro capacità di resistere praticamente in eterno. Il divieto è l’effetto concreto di una legge approvata dal Parlamento francese nel febbraio 2025, dopo anni di allarmi scientifici e una mobilitazione pubblica che ha coinvolto oltre 140 mila cittadini. Con l’entrata in vigore del provvedimento, la Francia diventa tra i primi Paesi al mondo a colpire in modo diretto l’uso delle sostanze perfluoroalchiliche ne...

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La “nuova” Siria di al-Sharaa ha ricominciato ad attaccare i territori curdi

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Ad Aleppo, in Siria, è riesplosa la tensione tra milizie curde e governo centrale. Gli scontri sono iniziati lo scorso 5 gennaio, con il gruppo a guida curda delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’esercito che si sono accusati vicendevolmente di avere scagliato attacchi nelle reciproche postazioni. Tra ieri e oggi, 8 gennaio, gli scontri sono continuati, e circa 30.000 persone sono state evacuate dalla città, mentre l’esercito ha avviato una operazione militare per prendere il controllo dei quartieri a guida curda. Le SDF riportano di essere state accerchiate con almeno 80 mezzi pesanti, e di avere subito colpi di artiglieria e mortaio; mentre l’esercito assedia la città, la Turchia ha rilasciato una dichiarazione a sostegno del governo siriano, chiedendo alle forze curde di abbandonare le armi e minacciando un intervento diretto nel caso in cui Damasco chiedesse aiuto.

Non è chiaro cosa abbia fatto esplodere gli scontri ad Aleppo. La sera del 5 gennaio, l’agenzia di stampa siriana Sana ha riportato che droni delle SDF avrebbero preso di mira un posto di blocco della polizia militare situato vicino ai punti di controllo di Deir Hafer, a est della città. «L’Esercito Arabo Siriano risponderà a questa aggressione in modo appropriato», riporta un comunicato diffuso dal media. Analogamente, le SDF riportano di avere subito un attacco, accusando l’esercito di avere iniziato le violenze. Nelle ore che sono seguite, sono iniziati i primi combattimenti presso postazioni e avamposti dei due schieramenti. Il 6 gennaio, gli scontri sono diventati più violenti, coinvolgendo anche scuole e ospedali, e sono stati segnalati i primi morti e le prime evacuazioni dei residenti; le autorità siriane hanno ordinato la chiusura delle scuole e delle attività dell’aeroporto della città, e hanno concentrato gli attacchi nei quartieri di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh, a maggioranza curda. Ieri, infine, è stata lanciata l’operazione militare: il numero di morti ufficiale è arrivato a 7 persone, e quello dei feriti a 52; circa 30.000 persone sono state evacuate, ma il governo ha preparato alloggi per 142.000 persone; la città è stata assediata da mezzi pesanti e oggi l’esercito ha rilasciato diversi ordini di evacuazione.

Gli scontri ad Aleppo arrivano in un momento di tensione tra le SDF e il governo centrale. A marzo, la milizia a guida curda aveva siglato un accordo per entrare a far parte dell’esercito regolare, che tuttavia è saltato nei mesi successivi; non è noto il motivo esatto per cui l’accordo non è andato a buon fine, ma secondo la ricostruzione di analisti il contenzioso riguardava le modalità con cui le SDF avrebbero dovuto venire integrate nell’esercito, se come blocco unitario o con l’inquadramento dei singoli soldati. A ottobre, la tensione tra governo centrale e curdi è salita a causa della esclusione delle comunità curde – assieme a quelle delle donne e delle comunità druse – dalle prime elezioni legislative, e tra i diversi gruppi etnici locali è iniziata a sorgere la richiesta di una Siria multinazionale e federale, che tuttavia non ha portato alla nascita di un movimento di rivendicazione unificato. A complicare i rapporti tra curdi e governo centrale è l’incombente presenza turca, Paese con cui il governo al-Sharaa intrattiene un rapporto privilegiato; oggi stesso, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha soffiato sul fuoco, chiedendo apertamente ai curdi siriani di abbandonare le armi e mostrando aperto sostegno al governo.

Senato USA: no a nuovi attacchi in Venezuela

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Con 52 voti a favore e 47 contro, il Senato degli Stati Uniti ha avanzato una risoluzione che impedirebbe a Trump di intraprendere nuove azioni militari contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. La misura dovrà ora essere approvata dalla Camera. Il voto arriva a pochi giorni dal rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è stato portato negli USA, dove sta venendo processato per narcotraffico. Il Senato aveva già provato a bloccare azioni militari di Trump in Venezuela in occasione degli attacchi alle imbarcazioni lanciati negli scorsi mesi.

La controriforma permanente della scuola tra mercato e guerra (un libro di Luca Cangemi)

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Negli ultimi decenni la scuola è stata raccontata come un sistema inefficiente da riformare, un apparato da rendere competitivo, misurabile, performante. Raramente, però, è stata descritta per ciò che realmente è: un settore oggetto di scontro, tra conflitti politici, economici e ideologici. La controriforma permanente, saggio pubblicato di recente dall’editore MarxVentuno, rovescia questa prospettiva e legge le riforme scolastiche non come risposte neutre a problemi tecnici, ma come atti coerenti di una trasformazione strutturale che ha ridisegnato il senso stesso dell’istruzione pubblica.

Il volume, curato da Luca Cangemi, è un’opera collettiva che si colloca deliberatamente fuori dai confini della classica manualistica accademica e delle analisi istituzionali. Non nasce per offrire un bilancio delle riforme scolastiche, ma per leggerle come un processo storico coerente, lungo e stratificato, che ha progressivamente ridefinito il ruolo della scuola pubblica nella società italiana. Gli autori non parlano da una posizione neutra né omogenea: provengono dal mondo della scuola, della ricerca, del giornalismo, dell’attivismo culturale e sindacale, e condividono un punto di vista critico maturato dentro l’esperienza concreta dei conflitti educativi. Una pluralità di voci che cerca di restituire la complessità della scuola come spazio politico reale, attraversato da interessi divergenti, trasformazioni imposte e resistenze spesso invisibili.

È lo stesso Luca Cangemi, insegnante e saggista, ad aprire il libro con un contributo che rilegge gli avvenimenti degli ultimi anni alla luce di un disegno portato avanti sia dalla destra che dalla sinistra, descritta come complice o incapace di contrastare la deriva che sta impoverendo la base culturale su cui si regge un Paese, che dovrebbe formare i cittadini di domani. Secondo Cangemi tutto ha origine con i governi Amato prima e Ciampi poi, che iniziano ad operare tagli lineari alle risorse, a imporre una nuova gerarchizzazione e a creare le basi per quella che Cangemi descrive come «autonomia scolastica interpretata in senso manageriale». Provvedimenti che si concretizzeranno due anni più tardi con l’Ulivo e il ministro Luigi Berlinguer e vedono la realizzazione dell’autonomia scolastica, della legge di parità scolastica e la nascita dell’INVALSI, che diventeranno punti fermi del ministro successivo, la Moratti con il governo Berlusconi, che con la sua attività decreterà l’attacco al tempo scuola, il largo spazio ai poteri delle regioni, un’accentuazione del potere regolamentare del governo (che sarà ampiamente usato in seguito); in più, sottolinea l’autore, «viene dato largo spazio all’ideologia dell’impresa, e per la prima volta viene eliminato, in riferimento al termine “istruzione”, l’aggettivo “pubblica”». Il tutto in un’azione di continuità con la ministra Gelmini che, secondo Cangemi, porterà al «più grande ridimensionamento nella storia del sistema dell’istruzione in Italia: un brutale downsizing neoliberista applicato a una struttura che ogni mattina incrocia la vita di milioni di persone». Altro colpo da non sottovalutare è stato quello della riforma Renzi, passata alla storia come “Buona scuola”, però solo nel titolo. Se il M5S si limita ad abrogare alcune parti di questa legge, il problema odierno, con il ministro Valditara, è che «da un lato è un fedele continuatore della pluridecennale controriforma, dall’altro prova a trasformare il MIM nel vero centro ideologico della destra al potere». Tanto che, secondo Cangemi, «l’anticomunismo diventa ideologia ufficiale, con essa, chiaramente, si punta a sostituire l’antifascismo, rovesciando l’orizzonte storico della Repubblica, ma anche (ed esplicitamente) a sostanziare ideologicamente la lotta occidentale contro la Repubblica popolare Cinese». L’ultima riflessione è dedicata al momento attuale, al tentativo sempre più frequente di portare nelle scuole la retorica bellicista e militarista che si inserisce perfettamente nella narrazione dominante, quella che afferma che il riarmo è l’unico modo per ottenere la pace.

Gli altri contributi compongono un quadro corale che indaga la trasformazione della scuola italiana come processo politico di lunga durata.

Ferdinando Dubla affronta il nodo teorico del rapporto tra marxismo e pedagogia, opponendo alla scuola delle competenze una pedagogia fondata sull’emancipazione. La didattica formale e burocratica viene letta come strumento di selezione di classe, funzionale alla formazione di lavoro precario e flessibile. Riprendendo Gramsci e Freire, Dubla ricorda che «educare è giocare a ricostruirsi: ma è una ricostruzione che porta l’insieme a contribuire alla trasformazione sociale», e che l’educazione resta un terreno centrale del conflitto sociale. Lucia Capuana ricostruisce invece il lungo assedio neoliberista alla scuola pubblica, mostrando la continuità delle riforme dagli anni Ottanta a oggi. Autonomia, valutazione e aziendalizzazione non sono deviazioni occasionali, ma strumenti coerenti di uno svuotamento progressivo della funzione costituzionale dell’istruzione, sempre più subordinata al mercato e sempre meno orientata all’uguaglianza.

Rossella Latempa smonta il mito dell’oggettività dei test INVALSI, analizzandoli come dispositivi di governo. La standardizzazione della valutazione sottrae centralità al giudizio collegiale dei docenti e costruisce gerarchie tra studenti e scuole, alimentando una cultura della competizione e della punizione più che della conoscenza. Marina Boscaino concentra invece l’attenzione sull’autonomia differenziata, definendola una minaccia diretta al principio di uguaglianza. La frammentazione regionale del sistema scolastico rischia di istituzionalizzare diseguaglianze territoriali già profonde, colpendo in particolare il Mezzogiorno.

Antonio Mazzeo documenta l’avanzata del militarismo nella scuola italiana: PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), protocolli con le forze armate, presenza capillare dell’apparato militare. La scuola diventa così uno spazio strategico di normalizzazione della guerra e di costruzione del consenso. Francesco Cori analizza il precariato come elemento strutturale del sistema: non un’anomalia, ma un dispositivo che produce ricattabilità, frammentazione del corpo docente e indebolimento collettivo. Chiude il volume Pina La Villa, con una riflessione storico-culturale che mette sotto accusa l’idea stessa di istruzione prodotta dalle riforme recenti: una scuola sempre meno critica, che ha smarrito la propria funzione umanistica.

Stellantis: la produzione di auto in Italia al punto più basso dal 1955

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Nel 2025 la produzione italiana di Stellantis ha toccato il livello più basso degli ultimi settant’anni, scendendo sotto le 380.000 unità complessive e tornando ai volumi del 1955. Secondo il report della Fim-Cisl, infatti, gli stabilimenti nazionali del gruppo hanno chiuso l’anno con 379.706 veicoli prodotti, facendo registrare un calo del 20% rispetto al 2024. Le autovetture sono crollate a 213.706 unità (-24,5%), mentre i veicoli commerciali si sono attestati a 166.000 (-13,5%). Un dato che si scontra platealmente con l’obiettivo ministeriale di un milione di veicoli annunciato nel 2023 e che segna un dimezzamento della produzione rispetto a quella fase, in cui si superavano le 750.000 unità.

Il quadro che emerge è omogeneamente negativo: molti siti registrano perdite a doppia cifra. Melfi ha segnato il calo più marcato (-47,2%), Cassino è scesa a 19.364 unità (-27,9%), e Pomigliano ha chiuso il 2025 con 131.180 vetture (-21,9%). L’unico segno positivo proviene da Mirafiori (+16,5%), grazie all’avvio della Fiat 500 ibrida, che ha permesso di produrre 4.580 unità in poco più di un mese; tuttavia si tratta di volumi ancora modesti rispetto alle esigenze complessive del gruppo. I sindacati evidenziano le conseguenze sociali della contrazione. «Le produzioni si sono dimezzate rispetto al 2023, quando si attestavano a 751.384 veicoli, nonostante nei tavoli ministeriali fosse stato indicato l’obiettivo di 1 milione di unità. Questa flessione particolarmente significativa ha portato quasi la metà della forza lavoro del gruppo a essere interessata da ammortizzatori sociali», ricorda la Fim-Cisl. Senza il modesto recupero del quarto trimestre, legato anche al lancio della Nuova Jeep Compass a Melfi, il bilancio sarebbe stato ancora più drammatico; i veicoli commerciali hanno comunque contribuito a recuperare circa 10 punti percentuali nel periodo finale dell’anno.

La tenuta del 2026 passa dalla capacità degli stabilimenti di Pomigliano e Cassino di reggere l’entrata a regime dei nuovi modelli: il piano industriale presentato al governo prevede investimenti e piattaforme (tra cui la ‘Small’ per Pomigliano e la Stla Large per Cassino) che devono essere accelerati e rafforzati. «È necessario anticipare i tempi del nuovo piano industriale, servono investimenti e modelli», avverte il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano. Sul fronte finanziario, il titolo del gruppo ha risentito dei timori degli investitori e il mercato automobilistico interno è rimasto debole, con immatricolazioni in calo. Le speranze di ripresa dipendono ora dalla capacità del gruppo di trasformare i piani annunciati in ordini concreti e volumi sostenibili: se i numeri crescessero, «sarà possibile superare progressivamente la fase di cassa integrazione», osservano i sindacati, ma la condizione resta precaria e soggetta a molte variabili.

Lo scorso settembre, il gruppo Stellantis ha annunciato una serie di stop temporanei della produzione in sei stabilimenti strategici del continente. La decisione, motivata dalla necessità di adeguare la produzione a un mercato giudicato «difficile» e di gestire le scorte in un contesto di domanda stagnante, coinvolge impianti in Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia. Stellantis sta delocalizzando la produzione in Paesi africani come in Marocco e Algeria, dove conta di aumentare gli investimenti e assumere più personale. Nel frattempo, in Italia, negli ultimi quattro anni si è registrato un taglio di quasi diecimila posti di lavoro, con un costo di oltre 777 milioni di euro per incentivare le uscite volontarie. I dipendenti sono infatti crollati dalle 37.288 unità nel 2020 alle 27.632 nel 2024, con un saldo negativo di 9.656 lavoratori.

USA: restrizioni di visto a 23 Paesi africani

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Gli Stati Uniti hanno esteso le restrizioni di viaggio ad altri 23 Paesi africani. Nella lista compaiono ora Algeria, Angola, Benin, Botswana, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gibuti, Gabon, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Repubblica Centrafricana, Malawi, Mauritania, Namibia, Nigeria, Sao Tomé e Príncipe, Senegal, Tanzania, Togo, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Lo scorso 16 dicembre, Mali, Burkina Faso, Laos, Niger, Sierra Leone, Sud Sudan e Siria, erano stati oggetto di una analoga direttiva. I cittadini con documenti di viaggio rilasciati dall’Autorità nazionale palestinese, inoltre, non possono entrare nel Paese.

Gli USA si ritirano da decine di organizzazioni internazionali sulla governance globale

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La Casa Bianca ha formalizzato con un memorandum presidenziale il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, 31 delle quali appartenenti alle Nazioni Unite. L’elenco include agenzie, commissioni e organismi consultivi attivi su clima, lavoro, migrazioni, diritti e governance globale, giudicati dall’amministrazione Trump inefficaci o portatori di agende ideologiche «in contrasto con gli interessi nazionali». Il provvedimento dà attuazione alla revisione avviata dall’ordine esecutivo 14199 e incarica le agenzie federali di cessare partecipazione e finanziamenti, nei limiti consentiti dalla legge. Una scelta che segna un ulteriore strappo nel sistema multilaterale e ridisegna il perimetro dell’impegno americano sulla scena globale.

La decisione segue l’uscita da altri forum globali, incluso l’allontanamento dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il provvedimento firmato da Trump è, infatti, il culmine di una revisione iniziata con un precedente ordine esecutivo del 4 febbraio 2025, che chiedeva al Segretario di Stato di sottoporre a nuovo esame tre organismi ONU: il Consiglio per i diritti umani, l’UNESCO e l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA). Proprio Marco Rubio ha difeso il provvedimento del 7 gennaio parlando di una necessaria revisione dell’architettura multilaterale degli USA, sostenendo che molte organizzazioni siano inefficienti o perseguano agende contrarie alla politica interna statunitense. Secondo il memorandum ufficiale, gli USA si ritireranno dal trattato internazionale per il clima, l’Un Framework Convention on Climate Change, dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), dal Carbon Free Energy Compact, dall’Università delle Nazioni Unite, dall’International Cotton Advisory Committee, dall’International Tropical Timber Organization, dal Partnership for Atlantic Cooperation, dall’Istituto Panamericano di Geografia e Storia, dalla Federazione Internazionale dei Consigli e delle Agenzie per le Arti e la Cultura e dall’International Lead and Zinc Study Group.

La decisione di Washington ha innescato reazioni critiche sul piano internazionale, soprattutto da parte della Unione europea, dove le preoccupazioni si concentrano in primo luogo sul dossier climatico. Paesi alleati e rappresentanti degli organismi coinvolti temono un’ulteriore erosione della cooperazione multilaterale e l’accelerazione di un quadro geopolitico sempre più frammentato, con effetti diretti sui meccanismi di governance globale. Al centro del dibattito vi è il ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), architrave del sistema negoziale che ha portato agli accordi di Parigi del 2015 e alle attuali trattative sul clima. Il memorandum prevede inoltre l’uscita dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), l’organismo scientifico incaricato di valutare le evidenze sul riscaldamento globale, insieme ad altri enti di cooperazione ambientale. Secondo le voci critiche, la mossa rappresenta non solo un arretramento nella lotta ai “cambiamenti climatici”, ma anche un segnale politico che rischia di legittimare un disimpegno più ampio dal multilateralismo. L’elenco dei ritiri comprende inoltre organismi attivi nella promozione dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere e della democrazia, come UN Women, il Fondo ONU per la democrazia e la Freedom Online Coalition, oltre a strutture impegnate nella prevenzione dei conflitti. Rilevante anche il disimpegno da enti che operano nei settori dello sviluppo, del commercio internazionale e della gestione delle migrazioni.

La scelta di Washington si inserisce in un più ampio riposizionamento della politica estera americana verso un bilateralismo assertivo che privilegia gli accordi diretti rispetto agli impegni multilaterali. All’interno degli Stati Uniti, la mossa polarizzerà ulteriormente il dibattito interno sulla direzione della politica estera, tra sostenitori di un approccio isolazionista e figure che invocano una partecipazione più attiva alle strutture internazionali. In questo quadro si colloca anche, tra pochi giorni, il viaggio del presidente Donald Trump al World Economic Forum di Davos, dove la Casa Bianca intende riaffermare il proprio peso politico ed economico in una sede simbolo della governance globale, pur prendendone le distanze sul piano istituzionale. Un paradosso che segnala come il confronto internazionale non venga abbandonato, ma ridefinito secondo nuove regole e nuovi equilibri.

La neolingua applicata al Venezuela e l’eterna retorica coloniale

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Dopo aver fatto arrestare Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, Donald Trump ha dichiarato che «presto toccherà anche alla Colombia e al Messico». In particolare il Messico «deve darsi una regolata», parole che suonano come l’ordine di un padrone a un sottoposto non tanto intelligente. Dopodiché ha preso di mira la pacifica Groenlandia perché, a detta di Trump, gli Stati Uniti hanno bisogno delle riserve strategiche dell’isola artica, ricca di metalli rari; al diavolo cosa vogliono i suoi abitanti. Per ora si è offerto di comprare l’isola, ma la Casa Bianca avverte che non «è esclusa l’opzione militare». 

Da sempre gli Stati Uniti mirano a controllare i paesi ricchi di petrolio e materie prime; basti pensare a ciò che è accaduto in Iran, Iraq e Libia, rispettivamente la quarta, la quinta e la nona potenza mondiale per riserve petrolifere. E non a caso il Venezuela di Maduro è la prima potenza al mondo per riserve petrolifere. Le guerre statunitensi per esportare la democrazia e combattere il terrorismo hanno sempre una matrice economica. Ma adesso non è questa la cosa interessante. Le pseudo giustificazioni morali usate da Trump per legittimare il rapimento di Maduro non hanno nulla a che vedere con gli interessi economici del paese. Nascono dalla stessa matrice: non economica (o meglio non solo) e neanche politica ma culturale. 

Espressioni come «lotta al narcotraffico», «difesa della democrazia», «tutela dei diritti umani» funzionano perché nascono e si poggiano su una premessa psicologica ben precisa. Una premessa che precede Trump: l’idea che esista un soggetto storico e politico – l’Occidente – legittimato non solo a giudicare il comportamento degli altri Stati, ma anche a intervenire, correggere, punire quegli stessi Stati. Non importa quanto questo principio possa essere elastico e adattarsi in base agli interessi politici ed economici del momento, ed è su questo punto che vertono la maggior parte delle critiche, il principio alla base è dato quasi per scontato. L’intervento militare è un dovere morale verso popoli incapaci di governarsi. Ciò che questa dinamica rivela non è soltanto una strategia di potere ma una concezione del mondo

Ma da dove nasce tale concezione? Perché viene percepita come naturale? La risposta non risiede nelle singole crisi, ma in una visione del mondo dove l’Occidente si è auto attribuito il ruolo di controllore, mentre gli altri Stati sono l’inevitabile oggetto di tale controllo. Non soggetti politici pieni, ma entità da monitorare e raddrizzare. La sovranità nazionale non è un principio universale ma una concessione condizionata. 

Storicamente, questo schema è tutt’altro che nuovo. L’Impero britannico giustificava la propria espansione parlando di missione civilizzatrice; la Francia coloniale rivendicava il diritto e il compito di diffondere cultura e progresso nel globo; gli Stati Uniti hanno costruito gran parte della loro politica estera sulla convinzione di incarnare un modello universale positivo da diffondere. In una sorta di missione evangelica laica o di jihad tutta occidentale, una lotta (armata ovviamente) dove i buoni e onesti soldati statunitensi impugnano le armi per occidentalizzare il resto del mondo. 

Tale atteggiamento è purtroppo rintracciabile anche in molti classici della letteratura occidentale. In Cuore di tenebra di Joseph Conrad, ad esempio, la missione coloniale europea in Africa è giustificata come impresa civilizzatrice. Certo, Conrad ci mostra lo scarto tra questo «nobile fine» e la realtà concreta di tale missione che invece è fatta di sfruttamento e violenza. Ma la critica di Conrad nasce dalla distanza che separa il principio dalla sua attuazione e non è rivolta al principio in sé. Nel celebre Robinson Crusoe di Daniel Defoe la relazione tra Crusoe e Venerdì è costruita su una gerarchia che poggia una superiorità morale intrinseca. Crusoe non domina perché è più forte, ma perché è più razionale, più civile, più vicino a Dio. Impone la sua cultura e la sua fede  a Venerdì che in quanto selvaggio è bisognoso di essere salvato dalla propria barbarie. 

Il presidente Donald Trump pronuncia un discorso in conferenza stampa dopo l’operazione Absolute Resolve effettuata in Venezuela

Lo stesso accade nella Tempesta di Shakespeare dove il mago Prospero, dopo aver fatto naufragio su un isola, ne prende possesso, si autoproclama legislatore, educatore e giudice morale dei suoi abitanti. Il nativo dell’isola, Calibano, è costretto a servire Prospero che non si percepisce mai come usurpatore, ma come colui che ha portato ordine, cultura e razionalità. E quando Calibano per rovesciare Prospero si allea con Stefano e Trinculo, due personaggi caricaturali e grotteschi, la sua rivolta si trasforma subito in una farsa e viene delegittimata a priori.

Il fardello dell’uomo bianco, la celebre poesia di Kipling che fu il manifesto filosofico e ideologico dell’imperialismo britannico continua a pesare sulle spalle dell’umanità; non sulle spalle dell’uomo bianco certo, ma sulle spalle del resto del mondo. Quest’espressione è la traduzione letteraria di un principio politico: il dominio come responsabilità morale. Perché in fondo la maggior parte degli occidentali sono certi della superiorità dell’Occidente stesso.

Da qui nasce la convinzione, spesso implicita e raramente messa in discussione, che l’uomo occidentale, e di riflesso le strutture politiche che lo rappresentano, abbiano non solo il diritto ma il dovere di intervenire per risolvere i problemi del mondo. Ed ecco perché la retorica trumpiana continua a far presa su una buona parte dell’opinione pubblica. Il rapimento di Maduro, «l’occupazione» del Venezuela in attesa che compia, a detta di Trump, una transizione democratica s’inserisce in una visione del mondo ben consolidata. Una visione culturale ancor prima che politica.

Inoltre parlare di diritti umani, democrazia e sicurezza globale consente di spostare il discorso dal piano del potere a quello dell’etica, trasformando scelte politiche e strategiche in atti necessari, obbligati. L’intervento, anche se militare, non è più una violazione ma una responsabilità. Non un atto di forza ma una forma di tutela. Il neo-colonialismo non comporta più l’occupazione formale dei territori o l’amministrazione diretta delle colonie, ma si manifesta con un linguaggio apparentemente umanitario, nel quale l’uso della forza viene giustificato, normalizzato, e rivestito di fini etico-umanitari. 

Nella neo-lingua del colonialismo moderno la conquista diviene stabilizzazione, l’Occupazione diventa «esportazione della democrazia», e gli interessi economici prendono il nome di «sicurezza globale». Perfino la Groenlandia per difendere la propria autonomia deve fare i conti con il diktat della sicurezza globale. La Danimarca ha dichiarato in fretta e furia che, come membro della NATO e alleato storico degli Stati Uniti, è sempre stata pronta a collaborare per garantire la sicurezza globale e pertanto le dichiarazioni di Trump e le sue mire sulla Groenlandia sono inaccettabili.

Ma il principio per cui gli Stati Uniti siano gli unici e i soli a stabilire cosa minacci la sicurezza globale non viene scalfito né messo in discussione. In un  simile contesto appellarsi al diritto internazionale diventa quasi paradossale. Una farsa. Non soltanto perché la Palestina ha mostrato l’inutilità di organizzazioni come l’ONU e la Corte internazionale di giustizia; che dopo lunghe diatribe sulla parola genocidio e altrettanto lunghe consultazioni non hanno mutato di virgola con le loro risoluzioni e «condanne ufficiali» la situazione dei palestinesi. E non soltanto perché il diritto internazionale viene applicato in modo selettivo: le violazioni, infatti, sono intollerabili solo quando sono commesse da Stati nemici, mentre vengono relativizzate o ignorate quando provengono da alleati strategici. Ma anche se tralasciassimo la completa impotenza delle organizzazioni sovrannazionali e mettessimo da parte la strumentalizzazione che ne viene fatta, parlare di diritto internazionale in un mondo di stampo neo-coloniale è assurdo. Finché questa asimmetria non verrà riconosciuta e sanata, fino a quando non muterà l’atteggiamento culturale dell’Occidente, ogni appello alla legalità continuerà a suonare per quello che già è: ipocrisia condita di vuota retorica. Nulla più.