Nuovo record storico per il prezzo dell’oro, che domenica ha superato quota 5.000 dollari per oncia, spinto dalla crescente domanda di beni rifugio in un contesto di incertezza economica e politica. Nel gennaio 2024, l’oncia valeva poco più di 2.000 dollari. Secondo i dati di mercato, il metallo prezioso ha continuato la sua forte corsa, sostenuto da tensioni geopolitiche, timori sulla solidità dei mercati finanziari e un dollaro più debole, fattori che hanno rafforzato l’attrattiva dell’oro come investimento sicuro. La salita dei prezzi riflette anche l’aumento degli acquisti da parte di banche centrali e investitori istituzionali, oltre ai flussi record verso fondi legati all’oro.
In molte città degli Stati Uniti si sta allargando la rivolta contro l’ICE
«A un certo punto ce ne andremo. Abbiamo fatto, hanno fatto un lavoro fenomenale». Così, in un’intervista telefonica al Wall Street Journal, Donald Trump ha aperto all’ipotesi di ritirare l’ICE da Minneapolis, pur senza indicare la tempistica, mentre negli Stati Uniti è riesplosa la protesta, scatenata dall’uccisione dell’infermiere americano Alex Pretti da parte della US Border Patrol, durante una retata nel centro di Minneapolis. Testimonianze video e dichiarazioni di residenti contraddicono la ricostruzione ufficiale delle autorità, secondo cui l’uomo sarebbe stato armato e avrebbe minacciato gli agenti. Nonostante il gelo, piazze e strade da San Francisco a Los Angeles, da New York a Boston si sono riempite di cortei, cartelli e slogan che chiedono verità, trasparenza e responsabilità sull’uso della forza da parte della polizia federale. I titoli dei media evocano scenari di uno scontro interno all’America senza precedenti e ricostruiscono un clima da potenziale “guerra civile”.
Alex Pretti aveva 37 anni, lavorava in terapia intensiva e stava rientrando a casa quando si è imbattuto in un’operazione dell’ICE e della Border Patrol – la polizia di frontiera – nel centro di Minneapolis. Le autorità federali hanno subito sostenuto che l’infermiere si fosse avvicinato agli agenti armato di una pistola semiautomatica e che avesse opposto una violenta resistenza agli ordini di disarmo. Tuttavia, due testimoni oculari hanno giurato che Pretti non stava brandendo un’arma. Le immagini video analizzate dalla CNN e dal New York Times, mostrano l’infermiere con un telefono in mano, intento a filmare e ad assistere una donna caduta a terra. In quei momenti viene spruzzato con spray urticante, immobilizzato e raggiunto da una raffica di colpi – almeno dieci – mentre è già a terra.
Trump ha pubblicato su Truth la foto di una pistola appoggiata sul sedile di un’auto, sostenendo che fosse l’arma dell’uomo ucciso e definendola «carica e pronta a sparare». Il presidente ha così avallato la tesi del Dipartimento per la Sicurezza Interna, secondo cui Pretti era armato con una Sig Sauer P320. Il comandante della Border Patrol, Greg Bovino, e la segretaria della sicurezza interna, Kristi Noem, hanno parlato di legittima autodifesa. Il principale quotidiano del Minnesota, lo Star Tribune, però, contesta questa narrazione: Pretti non aveva precedenti penali ed era in possesso di regolare porto d’armi, ma non è stato dimostrato che l’arma mostrata sui social fosse davvero sua, inoltre lo stesso modello è in dotazione agli agenti federali e a molte polizie locali, alimentando i dubbi sull’origine della pistola. Un editoriale della testata avverte che il Minnesota è «su un pericoloso ciglio» e chiede che l’indagine non resti confinata «esclusivamente dietro i muri federali». I genitori di Alex Pretti denunciano le «bugie disgustose» dell’amministrazione Trump sul figlio, mentre il governatore Tim Walz chiede che indaghino le autorità locali: «Non ci si può fidare dello Stato federale», accusa, parlando di un’ICE che semina «caos e violenza». Trump ha scaricato la colpa della morte di «due cittadini americani» sui DEM, accusandoli non solo di collaborare con gli agenti federali, ma di incoraggiare «agitatori di sinistra a ostacolare illegalmente le loro operazioni per arrestare i peggiori dei peggiori».
Migliaia di persone si sono radunate domenica al Whittier Park di Minneapolis per una veglia commossa. L’evento, inizialmente nato come momento di raccoglimento, ha assunto rapidamente i toni di una manifestazione. A pochi giorni dall’uccisione di Renee Good, la morte di Pretti è diventata l’innesco di una protesta che si è rapidamente diffusa oltre i confini del Minnesota. Le contestazioni chiedono la fine delle retate, trasparenza sull’uccisione di Alex Pretti e una riforma delle politiche migratorie. Alle marce pacifiche, alle veglie e ai sit-in si sono affiancati scontri con le forze dell’ordine, uso di gas lacrimogeni e arresti, compresi quelli di cento leader religiosi cristiani, in preghiera, all’aeroporto internazionale di Saint Paul.
In questo clima, Trump ha aperto al Wall Street Journal all’ipotesi di un ritiro dell’ICE da Minneapolis. Una mossa letta come tattica: attenuare la pressione senza rinunciare alla linea dura sull’immigrazione. La Casa Bianca difende l’agenzia, ma riconosce che la contestazione è ormai nazionale. Il rischio è duplice: arretrare può sembrare una resa, insistere una provocazione. Minneapolis non è più un caso isolato: è il laboratorio di un conflitto che investe l’autorità dello Stato, i limiti della forza e l’idea stessa di legalità in America.
Tempesta negli USA: in 850mila senza elettricità e voli cancellati
Una violenta tempesta invernale ha paralizzato gran parte degli Stati Uniti orientali e meridionali, provocando blackout diffusi e gravi disagi al traffico aereo. Oltre 850.000 persone sono rimaste senza elettricità, con situazioni critiche in Tennessee, Mississippi, Texas e Louisiana, mentre altri stati colpiti includono Kentucky, Georgia, Virginia e Alabama. Neve, pioggia gelata e temperature estremamente rigide hanno aggravato l’emergenza. Sul fronte dei trasporti, più di 10.200 voli sono stati cancellati domenica, dopo i 4.000 già annullati sabato. L’aeroporto Ronald Reagan di Washington ha sospeso tutti i voli, evidenziando la portata eccezionale dell’ondata di maltempo.
Tirana, scontri tra polizia e manifestanti durante proteste anti-governo
Vicenza, il caso della discarica di rifiuti pericolosi arriva alla Commissione UE
Il progetto di un impianto per il trattamento di rifiuti sanitari pericolosi tra Montecchio Precalcino, Dueville e Villaverla, nel vicentino, approda a Bruxelles. La Commissione europea ha dichiarato infatti ammissibile la petizione del Comitato Tuteliamo la Salute che segnala possibili violazioni delle norme europee nel sito previsto vicino alle risorgive del fiume Bacchiglione, quindi parte del più grande sistema acquifero dell’Europa occidentale, da cui dipendono gli acquedotti di Padova e Vicenza. L’impianto per il trattamento di rifiuti sanitari pericolosi, in particolare a rischio infettivo, sarebbe inoltre a meno di due chilometri dal Bosco delle Risorgive di Dueville e dall’Oasi naturalistica di Villaverla.
Il progetto è stato presentato dal gruppo EcoEridania attraverso la controllata Silva Srl. Nella richiesta alla Regione Veneto per il rilascio del Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale, risalente a luglio 2024, l’azienda indica la volontà di realizzare una “piattaforma multifunzionale per il trattamento di rifiuti pericolosi e non e per la produzione di materie prime ed End of Waste per le fonderie”. L’impianto sarebbe finalizzato al trattamento di rifiuti sanitari per una potenzialità complessiva di 32.000 tonnellate annue e al recupero di sabbie di fonderia per 70.000 tonnellate annue, con annesso stoccaggio. È inoltre previsto l’accumulo temporaneo di rifiuti pericolosi e non, liquidi e solidi, con tempi di stoccaggio fino a 12 mesi prima del trasferimento verso altri centri di smaltimento. L’intervento comporterebbe una modifica dello stabilimento esistente di Montecchio Precalcino, esteso su circa 60.000 metri quadrati, di cui 40.000 già occupati dagli impianti di rigenerazione delle sabbie di fonderia, autorizzati nel dicembre 2012 alla sola lavorazione di tali materiali. Secondo la documentazione progettuale, nell’impianto verrebbero trattati rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo, compresi quelli provenienti da ambienti di isolamento ad alto rischio di trasmissione biologica aerea. Oltre a questi, sono previste numerose altre tipologie di rifiuti pericolosi: rifiuti agrochimici, rifiuti contenenti mercurio e altri metalli, rifiuti organici e inorganici, gas in contenitori a pressione, sostanze chimiche di laboratorio, medicinali citotossici e citostatici, tubi fluorescenti, vernici, inchiostri, adesivi e resine.
In opposizione a questo progetto, nel gennaio 2025 si è costituito il Comitato Tuteliamo la Salute, con l’obiettivo di tutelare il diritto alla salute dei cittadini e salvaguardare le matrici ambientali del territorio. Il Comitato ha ora reso noto che Bruxelles ha avviato l’analisi del progetto dopo aver accolto la petizione, inviata nell’agosto 2024 alla Commissione Europea, per segnalare possibili violazioni delle norme comunitarie. Le preoccupazioni riguardano in particolare il rischio di contaminazione delle falde in un’area altamente vulnerabile. Dueville è infatti priva di acquedotto e una parte significativa della popolazione utilizza pozzi privati ad uso idropotabile, i quali – così come segnalato dal Comune – “rimangono fortemente esposti a fenomeni di contaminazione in caso di incidentalità”. Criticità sono state evidenziate anche da numerosi enti coinvolti nel procedimento autorizzativo, come il Consiglio di Bacino dell’ambito Bacchiglione che ha espresso contrarietà ritenendo l’attività “non compatibile con il quadro ambientale esistente”. Il Comitato segnala inoltre la possibile presenza di PFAS, sostanze perfluoroalchiliche tossiche per l’uomo e persistenti nell’ambiente, che secondo gli attivisti non sarebbero state adeguatamente considerate nel progetto. Nel complesso, l’impianto potrebbe rappresentare un significativo peggioramento della qualità della vita dei residenti in un territorio già fortemente segnato. Recente è il caso, attenzionato dallo stesso Comitato, del rischio contaminazione PFAS conseguente ai lavori della Pedemontana Veneta, dal quale peraltro la popolazione è stata tenuta all’oscuro per mesi.
In attesa della decisione finale della Regione Veneto, il progetto resta quindi sospeso in un clima di forte attenzione pubblica. Con l’apertura del dossier a livello europeo, la vicenda assume ora una dimensione che supera i confini locali, ponendo al centro il delicato equilibrio tra gestione dei rifiuti, tutela delle risorse idriche e diritto alla salute.
Siria, esteso di 15 giorni cessate il fuoco tra esercito e curdi
È stato esteso di altri 15 giorni il cessate il fuoco tra esercito siriano e Forze Democratiche Siriane (SDF), inizialmente fissato a 4 giorni. Il governo siriano ha dichiarato che l’estensione sarebbe funzionale al trasferimento di circa 7 mila prigionieri dell’ISIS verso l’Iraq, dopo la fuga di 10 detenuti la settimana scorsa. Le parti si accusano reciprocamente di aver permesso le evasioni, così come di aver dato il via agli scontri armati, all’inizio di gennaio. Da allora, l’esercito siriano è riuscito a prendere il controllo di diverse zone curde.
Il clamoroso primato in classifica dei CSI, alla faccia di Elton John
Quanti album bisogna vendere per arrivare primi in classifica in Italia nel 2026? La risposta è: sorprendentemente pochi. In alcune settimane con poca concorrenza possono bastare meno di 8.000 unità per guardare tutti dall’alto. Si dice “unità”, non più dischi, perché da diversi anni è stato introdotto nel conteggio anche lo streaming. Il sistema, semplificando, prevede che un certo numero di ascolti sulle piattaforme digitali vengano convertiti e conteggiati come una copia venduta. Questo implica che le vendite effettive di CD e vinili possano essere molto inferiori rispetto al dato totale. In pratica oggi un artista può tranquillamente sedersi sul gradino più alto del podio vendendo appena 2.000 copie fisiche, compensando il resto con i click. Anche le certificazioni delle vendite si sono dovute adeguare: oggi bastano 25.000 unità per raggiungere il Disco d’Oro, mentre ne servono 50.000 per il Platino.
Nella prima settimana di settembre del 1997 i C.S.I. arrivarono al primo posto in classifica vendendo più di 30.000 copie fisiche in pochi giorni con il loro album Tabula Rasa Elettrificata, una cifra che oggi garantirebbe quasi istantaneamente un disco d’oro. Un traguardo clamoroso per il gruppo guidato da Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti che, dopo l’esperienza dei CCCP, avevano dato vita al nuovo progetto, Consorzio Suonatori Indipendenti, fondendosi con gli ex membri dei Litfiba Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, a cui si era aggiunto anche l’ex tecnico del suono Giorgio Canali. Il gruppo era in circolazione già da qualche anno e aveva già dato alle stampe due dischi, Ko de mondo e Linea Gotica, che erano subito diventati capisaldi del rock alternativo dell’epoca. Alternativo, appunto, non certo da classifica.
Nel 1997 invece succede quello che nessuno si aspettava. Zamboni e Ferretti partono per un viaggio in Mongolia e tornano con l’idea di fare un disco dalle forti sonorità etniche che raccontasse la fine del regime nei paesi dell’Est. Succede tutto il contrario: anziché un disco meditativo, nasce un’opera raffinata ma anche molto spigolosa e distorta, dove le chitarre elettriche dominano la scena soprattutto grazie a Giorgio Canali, che infatti in Mongolia non c’era andato
Anno di cambiamenti, il 1997, per il rock italiano. La musica cosiddetta alternativa, forte del successo del grunge, si stava guadagnando un posto anche nelle classifiche. Usciva il primo disco dei Subsonica, gli Afterhours pubblicavano Hai paura del buio e i Bluvertigo scalavano le vendite con Metallo non Metallo. Insomma, c’era un certo fermento. A dare la spinta decisiva arrivò anche MTV Italia, che giocò un ruolo decisivo nel diffondere l’immagine, spesso rimasticata, della nuova scena rock italiana. Da lì in avanti sarà tutto un fiorire di giovani band che registrano un videoclip e provano a fare il botto, forti dei loro piercing e dei loro pizzetti. Invece ci riuscirono i C.S.I, i meno giovanili di tutti. Prendendosi quello che gli spettava.
Il primo posto in classifica arrivò superando in un colpo solo gente come Ligabue, Andrea Bocelli, Pino Daniele, gli 883 e persino gli Oasis di Be Here Now. Un risultato talmente assurdo che all’inizio qualcuno non ci credette. Nei giorni successivi si parlò di un errore nel conteggio delle copie, causato dal codice a barre di Tabula Rasa Elettrificata, troppo simile a quello del singolo Candle in the Wind di Elton John, ristampato da poco dopo la morte di Lady Diana. Forse oggi qualcuno avrebbe urlato al complotto. Invece non c’era nessun errore, i C.S.I. erano davvero primi.

Nel giro di poche settimane l’album raggiunse le 100 mila copie vendute, una cifra per cui oggi ti farebbero direttamente presidente della Siae. Pochi mesi dopo i C.S.I. partirono in tour per una serie di concerti nei palazzetti, tutti regolarmente esauriti. Tabula Rasa Elettrificata sarà però l’ultimo album in studio dei C.S.I. che di lì a poco si scioglieranno. Ma forse non gliene importava granché, almeno a giudicare dal titolo della traccia che chiude il disco e che diede il nome al tour:
Oggi, a quasi trent’anni di distanza, i CSI tornano davvero. Una nuova tournée annunciata per l’estate 2026: sei date, tra fine agosto e metà settembre. La prima sarà a Marzabotto, un luogo che non è solo una tappa ma una dichiarazione d’intenti, un punto fermo nella storia della band e in quella della Resistenza italiana.

Non è nostalgia, o almeno non solo. È piuttosto la dimostrazione che certa musica non si esaurisce quando si scioglie una band o quando cala il silenzio discografico. Rimane lì, in silenzio, ma pronta a riaccendersi quando qualcuno decide che vale ancora la pena. Tabula rasa, sì. Ma elettrificata. E ancora una volta, necessaria.
Italia, i costi del riarmo lievitano ancora: altri 2,3 miliardi per gli scudi anti-missile
Appena una settimana fa, il ministero della Difesa aveva chiesto alle commissioni Difesa e Bilancio delle camere di approvare una spesa aggiuntiva di quasi 9 miliardi di euro per il solo sviluppo dei caccia di sesta generazione GCAP. Ora, i costi lievitano anche per l’acquisto delle nuove batterie missilistiche Samp/T New Generation, passando dai 3 miliardi di euro previsti nel 2021 agli attuali 5,34. L’aumento, secondo il documento inviato dalla Difesa al Parlamento, dipenderebbe da non meglio specificate «nuove esigenze operative della Difesa», e fa salire a 16,5 miliardi il costo complessivo dei 16 programmi di riarmo in approvazione dall’inizio di quest’anno.
Secondo il documento, visionato dall’Osservatorio Milex, il nuovo impegno di 2,34 miliardi aggiuntivi prevede una spesa di 637 milioni solamente nel prossimo triennio. Tuttavia, non è chiara la motivazione di una tale aumento. Secondo l’Osservatorio, è ipotizzabile che si tratti del lievitare dei costi di produzione o, verosimilmente, di un aumento delle scorte missilistiche. Nel caso dei caccia GCAP, il ministero aveva spiegato che il triplicare dei costi (originariamente di 6 miliardi, passati oggi a 18) dipende dalla rapida evoluzione del ramo dell’intelligenza artificiale e dall’approvvigionamento dei minerali critici. Nel documento, inoltre, non veniva escluso che la spesa potesse ulteriormente aumentare in futuro.
Il Samp/T NG è un sistema antiaereo e antimissile a medio raggio, in grado di intercettare missili anche balistici fino a 150 km di distanza e di rilevare una minaccia fino a 350 km, i cui primi esemplari sono stati consegnati all’Esercito italiano lo scorso 22 gennaio. A produrli è la Joint Venture EUROSAM, costituita da MBDA Italia, MBDA Francia e THALES, con utilizzo di tecnologie sviluppate anche dall’italiana Leonardo spa. Secondo quanto riportato da Milex, non vi sarebbe riferimento, nei documenti del ministero, all’acquisto di nuove batterie di Samp/T, quindi è presumibile che si tratti delle dieci batterie ordinate nel 2023 e 2024. Ogni batteria comprende sei camion lanciatori, ciascuno con quattro tubi di lancio e 24 missili Aster B1NT pronti al lancio (oltre a 48 missili di scorta), un camion radar Kronos (prodotto da Leonardo) e un camion centro di controllo, oltre a veicoli per la mobilità tattica e moduli di supporto logistico.
Mentre nel clima di isteria bellica globale e di corsa agli armamenti dei governi le risorse per welfare e Stato sociale vengono sempre più ridotte all’osso, gli investimenti nel settore degli armamenti stanno gonfiando le tasche degli azionisti. Le cifre, senza precedenti nell’ultimo decennio, ammontano ad almeno 5 miliardi per il 2025 per il solo settore della difesa europeo. La sola italiana Leonardo spa ha registrato, nei primi nove mesi del 2025, un +11,3% dei ricavi, corrispondenti a 13,4 miliardi di euro, un EBITA di 945 milioni (+18,9%) e un utile netto ordinario di 466 milioni (+28%); il portafoglio ordini è stato riportato a circa 47,3 miliardi, con una copertura produttiva superiore a due anni e mezzo. Sempre nel 2025 Leonardo ha staccato una cedola (a valere sul bilancio 2024) di 0,52 euro per azione. D’altronde, dei 36 miliardi di impegni finanziari pluriennali messi in campo dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, circa la metà sono destinati a programmi di riarmo.









