Il parlamento norvegese ha approvato un piano di acquisto da 2 miliardi di dollari rivolto all’acquisizione di artiglieria a lungo raggio. Lo scopo dichiarato del piano è quello di rafforzare la deterrenza del Paese contro la Russia nell’Artico. «Si tratta di armi che possono arrivare molto oltre le linee nemiche», ha dichiarato al parlamento il portavoce dell’opposizione in materia di difesa; «è un elemento decisivo nella guerra moderna». Il piano di preciso prevede l’acquisizione di 16 piattaforme di lancio. Non è ancora chiaro chi si sia assicurato il contratto di fornitura dell’attrezzatura; secondo fonti citate da quotidiani internazionali, il contratto potrebbe coinvolgere un’azienda sudcoreana.
Una frana sta facendo sprofondare la città di Niscemi: 1.500 abitanti sfollati
In una Sicilia messa a durissima prova dai danni del ciclone Harry, una frana di proporzioni macroscopiche sta lentamente divorando il territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, costringendo all’evacuazione circa 1.500 residenti e minacciando di isolare l’intera cittadina. Il movimento franoso, che si estende per un fronte di circa quattro chilometri nell’area del torrente Benefizio, ha causato cedimenti verticali fino a 25 metri, lasciando decine di abitazioni sull’orlo del precipizio. La situazione, definita drammatica dalle autorità, continua a peggiorare con nuovi smottamenti, mentre la protezione civile e le forze dell’ordine lavorano incessantemente per mettere in sicurezza la popolazione e valutare soluzioni per la viabilità ormai compromessa.
La frana, riattivatasi con violenza dopo un primo evento lo scorso 16 gennaio, interessa i quartieri di Sante Croci, Trappeto e via Popolo. Tre strade su quattro risultano impraticabili e sono state chiuse; moltissime case, negozi e uffici sono stati abbandonati. Nel frattempo, come comunicato dal portale ufficiale del Comune, è stato attivato l’ufficio di assistenza alla popolazione. «La situazione – ha spiegato il sindaco Massimiliano Conti – continua a peggiorare perché si sono registrati altri cedimenti. In nottata, si è verificato un taglio verticale di 25 metri». Il primo cittadino, coordinando il centro operativo comunale, ha dovuto disporre l’evacuazione preventiva di centinaia di persone, dichiarando inagibili a tempo indeterminato le loro abitazioni. La maggior parte degli sfollati ha trovato riparo da parenti e amici, mentre altri sono stati alloggiati con brandine nel palazzetto dello sport “Pio La Torre”, messo a disposizione dal Comune.
Le conseguenze sull’assetto urbano sono gravissime. Per precauzione, la cosiddetta zona rossa di sicurezza è stata allargata. Come spiegato dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci al termine di una riunione dell’Unità di crisi a Roma, la fascia di rispetto è passata da 100 a 150 metri, mentre la linea di frana ha raggiunto i quattro chilometri. Oltre al pericolo diretto per le abitazioni, Niscemi rischia l’isolamento. Le strade provinciali SP10 e SP12, fondamentali per i collegamenti verso la statale Gela-Catania, sono state interdette al transito a causa dei cedimenti, lasciando attiva solo la provinciale 11 per la direzione di Gela. Il presidente del Libero consorzio dei Comuni di Caltanissetta, Walter Tesauro, ha espresso vicinanza alla popolazione e assicurato che si attiverà «tutto ciò che rientra nelle competenze dell’Ente, in pieno coordinamento con le istituzioni regionali e locali, affinché l’emergenza possa essere affrontata con rapidità, responsabilità e concreta attenzione alle esigenze dei cittadini».
Nel frattempo, la vita della comunità è paralizzata. Tutte le scuole di ogni ordine e grado sono rimaste chiuse, mentre i tecnici comunali e regionali, supportati da rilievi con droni e sopralluoghi in elicottero, studiano l’evoluzione del fenomeno e la sua possibile correlazione con la frana di gennaio. Il sindaco Conti, in un appassionato appello via social, ha esortato i cittadini alla massima cautela: «È una frana drammatica, non voglio che qualcuno prenda sottogamba questo evento. Per fortuna non si sono registrati feriti ma solo danni a case e oggi. State a casa». E ancora: «Faremo di tutto intanto per mettere in sicurezza il territorio – ha detto – state a casa e seguite le indicazioni. le scuole resteranno chiuse. Vi invito a non superare il limite della zona transennata».
Gli esperti lanciano un allarme che va oltre l’emergenza immediata. Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società italiana di Geologia ambientale, ha spiegato che il dissesto «riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nell’anno 1997 causò ingenti danni». Secondo il geologo, il recente ciclone Harry – che ha lasciato vaste aree del Sud devastate, con una stima dei danni che ammonta a circa 2 miliardi di euro – e la frequenza con cui eventi meteo sempre più potenti si abbattono nell’area del Mediterraneo «impongono di guardare al futuro in maniera molto più attenta», rendendo necessarie «azioni strategiche di adattamento al cambiamento climatico molto rapide con priorità a quei territori che, per le proprie caratteristiche geologiche, sono storicamente esposti al dissesto e al rischio idrogeologico». La critica situazione di Niscemi diventa così il simbolo più emblematico della fragilità di un territorio sempre più martoriato.
Gli Stati Uniti stanno ammassando mezzi militari al largo dell’Iran
«L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». È il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, richiamato all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, è arrivato lunedì in Medio Oriente. Secondo fonti ufficiali di Washington, lo spostamento degli asset militari mira a «garantire la sicurezza regionale e proteggere le forze statunitensi», ma lascia aperta la possibilità di un’azione offensiva contro Teheran.
A inizio mese, il presidente americano Donald Trump sarebbe stato vicino ad autorizzare un attacco contro il regime iraniano dopo la repressione delle proteste. La scelta sarebbe stata sospesa, ma il rafforzamento militare nella regione è proseguito. Fonti della Casa Bianca, citate da Axios, confermano che l’opzione resta sul tavolo, anche se le rivolte interne sono ormai state in gran parte soffocate. Proprio Trump, di ritorno da Davos, aveva anticipato l’ingente dispiegamento di mezzi militari verso il Medio Oriente: «Abbiamo un’armata che si dirige in quella direzione, e forse non dovremo usarla», aveva sentenziato a bordo dell’Air Force One, sottolineando che la presenza serve principalmente a deterrenza e pressione contro l’Iran. La USS Abraham Lincoln trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, affiancati dagli E/A-18 Growler per la guerra elettronica e dagli E-2 Hawkeye per il controllo e l’allerta precoce. Oltre alla componente navale, il Pentagono ha redistribuito in Medio Oriente aerei da combattimento, forze di supporto logistico e sistemi avanzati di difesa, con F-15, F-16 e altre unità trasferite alle basi in Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La presenza degli F-15 segnala una capacità offensiva profonda: possono trasportare carichi pesanti e colpire a lunga distanza. Israele li ha già impiegati a giugno contro l’Iran insieme agli F-35, con questi ultimi incaricati di neutralizzare le difese aeree e aprire la strada agli attacchi successivi.
Da Teheran arriva un monito netto: il Paese è pronto a un nuovo conflitto con Israele e Stati Uniti in caso di attacco e i vertici militari iraniani promettono una risposta «totale e tale da suscitare rimpianto». Il portavoce del Ministero degli Esteri avverte che l’insicurezza che ne deriverebbe «travolgerebbe tutti». Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non consentiranno operazioni contro l’Iran dal proprio territorio, Israele morde il freno, delineando la prospettiva di un nuovo attacco, a soli sei mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Pur in assenza di segnali ufficiali sulle reali intenzioni di Washington, la stampa israeliana riferisce che l’ipotesi di un’azione militare americana contro Teheran resta concreta e che un dossier sui «preparativi per un attacco» sarebbe già sul tavolo del governo di Israele, i cui vertici si dicono pronti «a tutti gli scenari». In questo contesto si inseriscono anche gli avvertimenti dei gruppi filoiraniani in Iraq, Yemen e Libano. Gli Houthi nello Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq hanno indicato di essere pronti a riattivare attacchi, ad esempio contro navi commerciali nel Mar Rosso o installazioni statunitensi, se la tensione dovesse tradursi in un conflitto aperto.
Questa combinazione di minacce, movimenti armati e incertezza diplomatica sta creando uno dei momenti più delicati nelle relazioni tra Washington e Teheran degli ultimi anni, con implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lunedì sera, Trump ha affermato che la situazione con l’Iran è “in evoluzione”, aggiungendo che la diplomazia rimane sul tavolo: «Vogliono raggiungere un accordo. Lo so. Ci hanno contattato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha precisato il tycoon. In attesa delle prossime mosse, diversi analisti fanno notare che un “regime change” rischierebbe di innescare una guerra civile in un Paese da 92 milioni di abitanti, fortemente armato, ricco di risorse energetiche e incastonato tra aree esplosive: il Belucistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan dei talebani. Un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran rischierebbe, inoltre, di trasformarsi in una guerra di logoramento: eroderebbe la capacità di proiezione americana, già impegnata in operazioni come quella in Venezuela e sotto la pressione di sfide globali, potrebbe drenare risorse militari ed economiche, favorire il riequilibrio globale a favore della Cina e consolidare una resistenza internazionale all’egemonia statunitense.
Nigeria, attacco di milizie: 7 morti
Un gruppo di milizie armate ha lanciato un attacco su un convoglio di soldati nigeriani attivo nello Stato nordorientale del Borno, uccidendo 7 persone e rapendone 13, tra cui il loro comandante. Nessun gruppo ha reclamato l’attacco, ma secondo fonti di sicurezza sarebbe stato condotto da militanti del gruppo islamista di Boko Haram, vicino ad Al Qaeda. L’attacco arriva in una situazione tesa per la Nigeria: sempre oggi, l’esercito ha liberato 11 ostaggi rapiti nell’area di Kaduna, città situata nell’omonimo Stato centrosettentrionale. In generale, gli episodi di attacchi e rapimenti da parte di gruppi armati ai danni di militari e popolazione civile stanno aumentando.
Tempesta negli USA: 30 morti, ancora disagi nei trasporti
La violenta tempesta che sta colpendo gli USA, oltre a blackout diffusi e pesanti disagi, ha causato 30 morti. Circa due terzi del Paese sono interessati da temperature sotto lo zero, con Midwest, Sud e Nord-Est tra le aree più colpite. A New York almeno 8 persone sono state trovate morte all’aperto; due persone sono state investite da spazzaneve in Massachusetts e Ohio, alcuni adolescenti sono morti in incidenti con lo slittino in Arkansas e Texas e una persona è morta assiderata in Kansas. Le nevicate hanno paralizzato trasporti e scuole. Oltre 12mila i voli cancellati o in ritardo, più di 560mila utenze senza elettricità.
Grifone: dall’estinzione al ritorno nei cieli, la rinascita di una specie chiave
Il grifone si era estinto dall’Italia continentale circa 300-500 anni fa a causa di caccia, sfruttamento delle penne e cambiamenti nelle pratiche di allevamento. In Sicilia è scomparso all’inizio del ‘900 ed è sopravvissuto solo in Sardegna, dove però la popolazione era drasticamente diminuita negli anni ’90. Proprio in quegli anni sono stati avviati diversi progetti di reintroduzione e ad oggi si stima che sull’Appenino centrale ne volino tra i 300 e i 350 esemplari, in costante crescita grazie al progetto di Rewilding Appennines, con un lavoro di tutela durato anni e che viene portato avanti con cura e costanza. Ma anche in Sardegna stiamo assistendo al ritorno di questo gigante dei cieli, visto che, secondo l’ultimo censimento diffuso da Life Safe for Vultures, gli esemplari sarebbero oltre 500, in crescita del 20% rispetto al 2024. Sulle Alpi liguri invece sta tornando in modo naturale, grazie a un processo naturale di ricolonizzazione, favorito dai progetti di reintroduzione avviati in Francia. Gli altri due progetti di reintroduzione invece sono Sicilia (Parco dei Nebrodi) e Calabria (Parco del Pollino).
Il ritorno del grifone nei cieli italiani non è solo un’ottima notizia di per sé, lo è anche per ciò che può mostrare a chi, come lui che è in grado di individuare una carcassa a chilometri di distanza, è capace di vedere oltre. Questo gigante di cieli, che in volo è tra i più grandi uccelli europei con una maestosa apertura alare che può arrivare a 3 metri, è infatti considerato un “termometro ecologico” perché è un indicatore di ecosistemi in salute: dove scompaiono il pascolo tradizionale e l’allevamento estensivo, il grifone non trova più spazio.
La particolarità di questo maestoso volatile è che si tratta di un “necrofago obbligato”, che si ciba esclusivamente di carcasse. Questo ruolo ecologico è ricoperto da due famiglie di uccelli evolutivamente distanti (avvoltoi del Vecchio Mondo e condor del Nuovo Mondo), che dal punto di vista scientifico rappresentano un esempio di “convergenza evolutiva”. Accade quando due specie molto lontane tra loro, che però vivono in contesti simili e affrontando le stesse problematiche, finiscono per essere molto simili da un punto di vista morfologico.
È un animale di grandi dimensioni (8-10 kg di peso, quasi 3 metri di apertura alare) che utilizza un “volo veleggiato”, sfruttando correnti termiche e ascensionali per percorrere lunghe distanze, anche decine i chilometri, senza sbattere le ali e con minimo dispendio energetico. È una specie sociale che comunica sia con vocalizzazioni sia attraverso il volo, ad esempio per segnalare la presenza di una carcassa. Inoltre sono “spazzini” estremamente efficienti: individuano e consumano le carcasse molto rapidamente, riducendo la diffusione di potenziali patologie e aiutando a tenere sotto controllo le popolazioni di “necrofagi facoltativi” (lupi, volpi, cinghiali), visto che competono per la stessa risorsa. In India, negli anni ‘90, l’uso veterinario del diclofenac ha causato il crollo di circa il 95% delle popolazioni di avvoltoi: la loro scomparsa ha favorito l’aumento di cani rinselvatichiti e la diffusione di malattie, tra cui la rabbia, mostrando il ruolo cruciale dei necrofagi nel controllo sanitario degli ecosistemi.
“In Appennino nel ’94 l’allora Corpo Forestale dello Stato, adesso Carabinieri Forestali, iniziò un progetto di reintroduzione con 93 grifoni in tutto, provenienti dalla Spagna, che sono stati portati qua”, racconta Nicolò Borgianni, che coordina le attività che riguardano gli avvoltoi per Rewilding Apennines. “Dopo un periodo passato nelle voliere che si trovano nella zona di Magliano dei Marsi, sono stati poi rilasciati con una tecnica che si chiama soft release: dopo un primo periodo di adattamento, le porte delle voliere vengono aperte per consentire agli animali, quando sono pronti, di tornare in libertà”. In poco più di 30 anni “la popolazione fortunatamente è cresciuta e ha raggiunto i circa 300-350 individui attualmente stimati, divisi in sei colonie riproduttive che stanno più o meno tutte intorno alla Piana del Fucino”.
Rewilding Appenines collabora con i Carabinieri forestali per le attività di monitoraggio e ricerca scientifica. La cattura rappresenta, per così dire, l’inizio di tutto: “Avviene ogni anno tra ottobre e dicembre, al termine della stagione riproduttiva, quando i giovani si sono già involati e prima dell’avvio del ciclo successivo, così da ridurre al minimo il disturbo”, spiega Nicolò. Le operazioni si svolgono presso le voliere dei Carabinieri Forestali e la cattura serve principalmente al monitoraggio. “I grifoni vengono marcati con anelli della rete Euring e colorati, che permettono l’identificazione individuale, la determinazione dell’età e del sesso (tramite analisi genetica) e lo studio della struttura demografica della popolazione. Su alcuni individui vengono inoltre installati GPS solari, leggeri e di lunga durata, utili per seguire gli spostamenti, studiare il comportamento e individuare rapidamente ferimenti o avvelenamenti, consentendo interventi tempestivi”.
Il ritorno del grifone nei cieli italiani racconta una storia più ampia: quella di ecosistemi che, se messi nelle condizioni giuste, sanno rigenerarsi. È la dimostrazione che tutela, conoscenza scientifica e pratiche tradizionali possono convivere, restituendo spazio a specie chiave e ai delicati equilibri di cui fanno parte.











