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USA, la Corte Suprema boccia Trump sui limiti allo ius soli

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto con sei voti contro tre il tentativo del presidente Donald Trump di limitare la cittadinanza automatica per nascita, infliggendo una dura sconfitta alla sua agenda sull’immigrazione. I giudici hanno confermato che il 14° emendamento garantisce la cittadinanza ai nati sul suolo americano. La decisione annulla l’ordine esecutivo con cui Trump voleva escludere i figli di immigrati irregolari o con permesso temporaneo dal diritto alla cittadinanza. Confermata invece la stretta dell’amministrazione Trump sulle atlete transgender, a cui è stato impedito di partecipare alle competizioni sportive femminili.

Cosa sappiamo davvero sui numeri dell’ondata di calore

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Dal 20 giugno, un’ondata di calore particolarmente intensa sta interessando gran parte dell’Europa, facendo segnare nuovi record di temperatura in numerosi Paesi e mettendo sotto pressione sanità, reti elettriche e infrastrutture. A Parigi, il termometro ha raggiunto i 40,9 °C; in Germania sono stati registrati nuovi primati di giugno, mentre Regno Unito, Svizzera, Polonia e Repubblica Ceca hanno aggiornato diversi record storici. In Italia, il Ministero della Salute ha esteso il bollino rosso da 18 fino a 25 città (su 27 monitorate), con temperature percepite prossime ai 40 °C nei principali centri urbani e notti tropicali, in cui in diverse città le minime non sono scese sotto i 25 °C, con punte vicine ai 27 °C. La portata dell’evento è chiara, mentre lo è meno quella delle conseguenze in termini di vittime. Se i numeri delle stime epidemiologiche si sono infatti spesso guadagnati i titoli delle prime pagine, il numero dei decessi accertati potrebbe differire in maniera netta.

Nelle ultime ore, il dibattito si è concentrato soprattutto sul dato dei “1.300 morti” in una settimana per il caldo, definito il “killer silenzioso”, rilanciato da numerose testate come se si trattasse di un bilancio definitivo. In realtà, il numero diffuso su X dal direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus si riferisce ai cosiddetti “decessi in eccesso” (“excess deaths”) registrati in Europa dal 21 giugno. La precisazione è fondamentale: non si tratta di 1.300 certificati di morte nei quali il caldo figura come causa diretta, bensì di una stima epidemiologica ottenuta confrontando il numero complessivo dei decessi osservati con quello statisticamente atteso nello stesso periodo. Si tratta di un metodo consolidato per valutare l’impatto di eventi sanitari su vasta scala, ma che non coincide con il conteggio clinico delle vittime direttamente attribuite alle alte temperature. Lo stesso criterio viene adottato in Francia da Santé Publique France, che ha stimato circa 1.000 decessi in eccesso tra il 24 e il 28 giugno, sottolineando, però, che si tratta di dati preliminari, ancora da consolidare, riguardanti prevalentemente persone oltre i 65 anni. Analogamente, la Spagna utilizza il sistema MoMo dell’Instituto de Salud Carlos III, che elabora quotidianamente la mortalità attesa e quella osservata, stimando un eccesso di decessi durante gli episodi di caldo, senza attribuire automaticamente ogni morte alle alte temperature.

Distinguere tra decessi accertati e stime è essenziale. Il caldo estremo rappresenta un rischio reale, ma trasformare automaticamente le elaborazioni epidemiologiche in un bilancio definitivo delle vittime è fuorviante e può generare allarmismo. Lo ha spiegato chiaramente Maria Rosaria Campitiello, capo del dipartimento Prevenzione del ministero della Salute, commentando la dichiarazione di Hans Kluge, direttore regionale dell’OMS in Europa. Al suo interno, Kluge specificava che in Italia sono già stati registrati cinque decessi in 24 ore, dato che il ministero della Salute ha poi smentito: «i nostri dati sono ‘just in time‘, partono da dati reali che ci vengono comunicati dai Comuni e ad oggi non abbiamo ancora nessun picco da evidenziare», ha dichiarato Campitiello, specificando che invece i dati dell’OMS sono elaborati su proiezioni statistiche.

In Francia le autorità hanno confermato decine di morti direttamente collegate all’ondata di calore o ai suoi effetti immediati, tra cui almeno 48 persone annegate nel tentativo di trovare refrigerio e due bambini morti dopo essere stati lasciati in automobile sotto il sole; episodi che rientrano, però, in una casistica diversa rispetto alla mortalità da stress termico. In Spagna, sono stati segnalati almeno due decessi per colpo di calore fra persone anziane durante i giorni con temperature superiori ai 40 °C. Oltre ai decessi, l’ondata di calore sta producendo effetti tangibili in tutta Europa: migliaia di accessi ai pronto soccorso, ricoveri per disidratazione e colpi di calore, scuole chiuse in Francia, rallentamenti ferroviari per la deformazione dei binari in Germania e Svezia, cali nella produzione di alcune centrali nucleari e forti pressioni sulle reti elettriche per l’aumento dei consumi. In Italia, a Torino, negli ultimi dieci giorni si sono inoltre susseguiti ripetuti blackout che hanno interessato diversi quartieri della città.

Anche le grandi ondate di calore del passato sono state ricostruite soprattutto attraverso questo tipo di analisi: l’estate del 2003, è stata successivamente stimata in circa 72.000 morti in eccesso a livello europeo; quella del 2022 in circa 61.000, mentre uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Medicine ha stimato oltre 47.000 decessi correlati al caldo nel solo 2023. Nessuno di questi numeri deriva dal conteggio diretto dei certificati di morte, ma da elaborazioni epidemiologiche consolidate. Proprio per questo, in presenza di un’ondata di calore ancora in corso, sarebbe opportuno evitare sia di minimizzare sia di alimentare una narrazione emergenziale. Le temperature sono dati oggettivi, i decessi certificati sono casi clinicamente accertati, mentre l’eccesso di mortalità è una stima statistica utile a misurare l’impatto complessivo dell’ondata di calore, ma non coincide con il numero delle persone certamente morte a causa del caldo. Il caldo estremo rappresenta un rischio reale, ma raccontarne gli effetti con rigore significa distinguere tra ciò che è stato accertato e ciò che, legittimamente, rimane ancora una stima.

Non ci resta che Crozza: come e perché le satira è morta in Italia

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Basta accendere la televisione, scorrere i social o assistere a uno spettacolo per accorgersi di una cosa: non si è mai scherzato così tanto e, allo stesso tempo, non si è mai fatto così poca satira. Si ride continuamente, ma di che cosa? Delle relazioni sentimentali, dei tic quotidiani, delle differenze tra uomini e donne, tra chi vive al Nord e chi è del Sud. Si ride di tutto, purché non si rida davvero del potere. O meglio: è sopravvissuta la caricatura, lo sfottò, il meme. Ma la satira nel suo significato più profondo sembra essere scomparsa.

Dove sono finite le caricature dei burocrati che parlano per ore senza dire nulla, dei leader occidentali che parlano di pace mentre aumentano le spese militari,  dei guru dell’economia che da trent’anni promettono prosperità e producono precarietà? Dov’è la satira che mette alla berlina il culto dell’esperto infallibile? O i giganti della Silicon Valley che predicano inclusione e democrazia mentre accumulano una quantità di dati e di potere che nessun sovrano del passato avrebbe mai potuto sognare? E ancora: dove sono gli autori capaci di prendere in giro il nuovo linguaggio del bellicismo elegante, quello che trasforma l’aumento delle spese militari in «difesa dei valori» e le armi in «strumenti di pace»?

Non appena il bersaglio diventa il potere vero, la grande politica europea, le lobby economiche, la retorica della guerra, il conformismo mediatico, improvvisamente la voglia di fare satira si raffredda. Abbiamo una classe dirigente che comunica attraverso slogan, guerre raccontate come operazioni chirurgiche, crisi economiche ribattezzate opportunità, e se la satira fosse ancora viva, avrebbe davanti a sé un banchetto sterminato. E invece troppo spesso preferisce rifugiarsi nelle disavventure sentimentali e nelle nevrosi individuali. Tutto legittimo, per carità. Ma allora sorge spontanea la domanda: perché oggi quasi nessun artista vuole più fare satira? Che cos’è successo a uno dei linguaggi più antichi della democrazia?

Maurizio Crozza interpreta una caricatura satirica di Silvio Berlusconi durante il programma Fratelli di Crozza

Per capire la posta in gioco bisogna innanzitutto liberarsi di un equivoco. Oggi tendiamo a confondere la satira con la comicità o con l’insulto. Ma la satira non nasce per far ridere, anche se spesso provoca il riso. E non consiste nemmeno nell’essere politicamente scorretti. La sua funzione è molto più antica e molto più importante. Le prime grandi opere satiriche nascono nella Grecia Antica. Le commedie di Aristofane non erano semplici spettacoli. Erano interventi politici a tutti gli effetti. Ne I Cavalieri demoliva la figura di Cleone, uno degli uomini più potenti di Atene; nella Lisistrata ridicolizzava la guerra mostrando le donne che, stanche dell’eterna follia degli uomini, decidevano di scioperare e non fare più l’amore pur di costringerli a deporre le armi. Ogni epoca, in effetti, continuò a produrre i propri autori satirici. Nel Medioevo vi era ad esempio la figura del buffone di corte. A prima vista potrebbe sembrare soltanto un intrattenitore. In realtà il buffone svolgeva una funzione delicatissima. Era spesso l’unico autorizzato a dire al re ciò che nessun ministro, consigliere o generale avrebbe mai osato pronunciare. Poteva prendere in giro il sovrano, ridicolizzarne i difetti, metterne in luce le contraddizioni. Il riso diventava così uno spazio di libertà all’interno di una società rigidamente gerarchica.

Chi tra voi non ricorda il celebre libro di Aristotele sul riso che muove la trama del Nome della Rosa di Umberto Eco? Per impedire che questo libro venga ritrovato, si mente, si uccide, si commettono una serie di raccapriccianti omicidi uno dietro l’altro. Perché tanto zelo, perché tanta ferocia? Perché la risata non è soltanto terapeutica, la risata è sovversiva: fa crollare i sistemi, abbatte gli idoli, se ne frega dei dogmi e delle istituzioni. Chi ride non s’inchina a nulla, non teme nessuno. Quando Montaigne scrive che per quanto sia alto il trono su cui siede un re, si siede sempre sul proprio culo, vi sta dicendo che nessun uomo, per quanto alto sia il suo grado, deve essere preso troppo sul serio.

«Una vera letteratura» scriveva Evgenij Zamjatin, il precursore russo di Orwell, «ci può essere soltanto laddove la fanno non dei funzionari diligenti e benpensanti, ma dei folli, degli asceti, dei ribelli, degli scettici. E se lo scrittore deve essere assennato, se deve essere cattolicamente ortodosso, se deve essere utile, se non può fustigare tutti se non può sorridere di tutto, allora non è letteratura ma intrattenimento che oggi si legge e domani servirà per avvolgere il sapone del bucato».

La satira cioè nasce per compiere un’operazione precisa: spogliare il potere della sua aura di sacralità. Ogni forma di potere, religioso, politico, economico o culturale, ha infatti bisogno di apparire autorevole. Vive di simboli, di linguaggi solenni, di formule che ne rafforzano continuamente il prestigio. Governare non significa soltanto amministrare, significa anche convincere gli altri che quella determinata autorità meriti rispetto, obbedienza, perfino ammirazione. La satira interviene esattamente in questo punto. Non confuta il potere. Fa qualcosa d’infinitamente più pericoloso: lo ridicolizza. Perché il potere può sopportare le manifestazioni, gli articoli indignati, perfino le critiche. Ciò che non sopporta davvero è il ridicolo. Nel momento in cui diventa una caricatura, perde una parte della propria forza. Una volta che l’autorità viene spogliata della sua solennità e mostrata nella sua nudità, è molto difficile restituirle quell’aura di invincibilità che aveva prima.

Non è un caso che la storia della satira coincide quasi perfettamente con la storia del potere stesso. Ogni volta che è esistita un’autorità sufficientemente forte da pretendere obbedienza, è comparso qualcuno disposto a metterne in ridicolo le contraddizioni.  È questo il motivo per cui la satira ha sempre rappresentato uno degli strumenti più efficaci di controllo democratico. La satira non è soltanto una forma d’arte. È anche, e forse prima ancora, una forma di giornalismo. Non nel senso tradizionale del termine. Il giornalismo racconta i fatti; la satira racconta il significato dei fatti. Il primo informa, la seconda interpreta. È per questo che la satira arriva prima. Non perché inventi notizie, ma perché coglie quei meccanismi di potere che le versioni ufficiali cercano disperatamente di rendere invisibili.

E forse è proprio qui che bisogna cercare la ragione della sua progressiva scomparsa. Perché se la satira svolge una funzione così preziosa, oggi è diventata tanto rara? Dove sono finiti quei comici che trasformavano il palco in una tribuna civile? Gli ultimi grandi interpreti italiani di questa tradizione, penso a Paolo Rossi, o al Beppe Grillo della stagione teatrale, quando ancora non aveva scelto la politica, avevano tutti una caratteristica comune: utilizzavano la risata come uno strumento d’indagine. Il bersaglio non era il personaggio eccentrico o il tormentone del momento, ma il potere. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui oggi una satira di quel tipo è diventata sempre più difficile da trovare.

Il comico e politico italiano Beppe Grillo

Oggi gli artisti dipendono dalle televisioni, dagli sponsor, dalle piattaforme La satira però vive di conflitto. E il conflitto costa. Costa follower, contratti. Costa visibilità. La satira, quella vera, disturba. Fa perdere simpatie, contratti, inviti televisivi, consenso. È molto più semplice e redditizio prendere in giro il cittadino qualunque o il vicino di casa anziché colpire davvero chi detiene il potere.

E forse è proprio questo il segno più inquietante del nostro tempo. Perché una società che smette di ridicolizzare il potere è una società che, lentamente, ricomincia ad averne paura. La satira invece ci ricorda tutti gli esseri umani possono, e soprattutto devono, essere messi in discussione. Una società senza satira non è semplicemente una società meno divertente. È una società che perde uno dei suoi strumenti di autocorrezione. 

PNRR: la Danimarca è il primo Paese UE a completare le riforme

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La Danimarca è il primo Paese a completare le riforme previste dal proprio Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), sviluppato nell’ambito del NextGenerationEU. La Commissione europea ha dato il via libera all’erogazione della quinta e ultima tranche (pari a 359 milioni di euro) di fondi alla Danimarca, che ha portato a termine tutti i progetti previsti dal programma. La scadenza era fissata alla fine di agosto.

Perù, la figlia dell’ex dittatore Fujimori sarà la nuova presidente

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La telenovela peruviana sulle elezioni presidenziali volge al termine. Ci sono volute più di tre settimane per completare lo scrutinio, segnato da un costante testa a testa tra i due candidati arrivati al ballotaggio: il progressista Roberto Sánchez e Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto nonché volto della destra conservatrice peruviana. La commissione elettorale ha confermato la vittoria di Fujimori, capace di attrarre più di 9,22 milioni di voti, pari al 50,1% del totale. Il suo avversario si è “fermato” al 49,9%, con 9,17 milioni di consensi registrati alle urne. Non sono mancati le polemiche e i ricorsi, tutti respinti dalle autorità elettorali che hanno proclamato Keiko Fujimori nuova presidente del Perù. Riceverà le credenziali il prossimo 15 luglio, insediandosi alla Casa di Pizarro entro la fine del mese.

È arrivata la certezza: a 26 anni dall’ultima volta, una Fujimori guiderà il Perù. Con Alberto, detto El Chino, il Paese si era lasciato alle spalle una parentesi dittatoriale durata 10 anni e segnata da sparizioni, esecuzioni extragiudiziali e sterilizzazioni di massa. Dal punto di vista economico, Alberto Fujimori trasformò il Perù in un laboratorio neoliberista, facendo sprofondare la classe lavoratrice in una condizione di povertà e miseria. Un quarto di secolo dopo, il sentimento del «Fujimori nunca más» è stato abbandonato dal 50,1% del popolo peruviano, che ha scelto di riporre la propria fiducia in Keiko Fujimori. Il suo trionfo è stato certificato ieri dalla commissione elettorale, dopo 22 giorni di scrutinio. A ribaltare l’esito del voto nazionale — dove Roberto Sánchez ha superato l’avversaria di 32mila voti — è stata la circoscrizione Estero. Qui, dei 309mila voti espressi, Keiko Fujimori ne ha attratti ben 195mila, 82mila in più rispetto a Sánchez.

Keiko Fujimori guida il partito Forza Popolare, il cui programma si ispira alla presidenza del Chino e alla sua eredità politica: neoliberismo sul piano economico e conservatorismo su quello sociale. Lotta al crimine, investimenti privati e sviluppo tecnologico sono state le parole d’ordine della campagna elettorale di Fujimori, che tra le varie idee propone di applicare l’intelligenza artificiale a servizio dell’ordine pubblico.

La svolta a destra del Perù si inserisce in un più ampio quadro di trasformazione politica del continente latinoamericano, congeniale a Washington e alle sue mire sul “cortile di casa”. I recenti trionfi di Abelardo de la Espriella in Colombia e di Keiko Fujimori in Perù si aggiungono a quelli di Javier Milei in Argentina e Nayib Bukele a El Salvador.

Keiko Fujimori è la prima donna a essere presidente del Perù. Il Paese, nell’ultimo decennio, ha visto susseguirsi ben 10 inquilini alla Casa di Pizarro, segno dell’alta ingovernabilità che permea lo scenario politico nazionale. A ciò si aggiunge la polarizzazione sociale, manifestatasi alle ultime tornate elettorali con testa a testa serrati. Prima del trionfo, Keiko Fujimori si era presentata 4 volte alla corsa presidenziale, mancando sempre di poco la meta. Oggi arriva alla guida di Lima dopo aver affrontato diversi processi, poi annullati, per corruzione e finanziamenti illeciti. Di fronte troverà un Paese spaccato, che almeno in parte sembra aver voltato le spalle al proprio passato.

Epstein Files: un giudice ordina di rimuovere gli omissis dal testo

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Il giudice federale Emmet Sullivan ha ordinato al Dipartimento di Giustizia statunitense di rimuovere gli omissis da documenti chiave degli Epstein Files entro il 2 luglio 2026, oppure di spiegare legalmente e nel dettaglio il motivo per cui devono rimanere segreti. Mentre la magistratura chiede conto delle parti cancellate e rimette in discussione la gestione di migliaia di pagine diffuse negli ultimi mesi, il Congresso torna a occuparsi di un altro nodo rimasto irrisolto: i rapporti fra Epstein e il miliardario Leon Black, fondatore di Apollo Global Management, convocato nuovamente dopo essersi rifiutato di rispondere a una serie di domande sui presunti accordi di riservatezza stipulati con alcune donne. Secondo un’indagine interna di Apollo, tra il 2012 e il 2017, Leon Black pagò a Jeffrey Epstein circa 170 milioni di dollari per consulenze di pianificazione fiscale e successoria, diventandone il principale cliente dopo la condanna del 2008.

L’ordinanza nasce dalla causa promossa dalla giornalista Katie Phang nell’ambito del Freedom of Information Act (FOIA), la legge americana che consente ai cittadini di ottenere documenti detenuti dalle agenzie federali. Secondo la ricorrente, il Dipartimento di Giustizia avrebbe applicato gli omissis in maniera eccessivamente estensiva, impedendo di comprendere la reale portata delle indagini. Sullivan non ha stabilito che quei documenti debbano essere pubblicati integralmente, ma ha contestato il modo in cui il governo ha motivato le cancellature. Nella sua ordinanza osserva che il Dipartimento dovrà spiegare con precisione perché ogni singola informazione debba restare nascosta, non limitandosi a invocare genericamente esigenze investigative o di tutela della privacy. Fra il materiale contestato figurano gli omissis sui mittenti e destinatari di almeno otto e-mail con Epstein relative a un presunto «video di tortura» e ad abusi su minori, i nomi di possibili complici contenuti in una bozza d’incriminazione, le note degli interrogatori dell’FBI sulla denuncia di violenza sessuale presentata contro Donald Trump, i documenti in lingua straniera finora esclusi e un elenco dettagliato di tutte le informazioni oscurate. Il Dipartimento di Giustizia ha già annunciato l’intenzione di impugnare la decisione, sostenendo che la divulgazione potrebbe compromettere interessi tutelati dalla legge.

Mentre Sullivan chiede conto degli omissis, a Washington il nome che torna al centro dell’attenzione è quello di Leon Black, audito il 26 giugno a porte chiuse. Fondatore di Apollo Global Management e per anni considerato uno dei più potenti investitori di Wall Street, Black intrattenne rapporti economici con Epstein anche dopo la prima condanna del finanziere nel 2008 per reati sessuali. Quando quei rapporti divennero pubblici, Apollo incaricò lo studio legale Dechert di svolgere un’indagine indipendente. Il rapporto concluse che fra il 2012 e il 2017 Black aveva versato a Epstein circa 170 milioni di dollari per consulenze fiscali, patrimoniali e successorie. Una cifra enorme, difficilmente spiegabile con normali prestazioni professionali, che provocò una rivolta degli investitori e portò alle dimissioni di Black dalla guida di Apollo nel 2021. «Non ero a conoscenza di questa attività nefasta fino a quando Epstein non è stato accusato di traffico di esseri umani nel luglio 2019», si è giustificato il miliardario, che però si è contraddetto, ammettendo di essere a conoscenza del fatto che Epstein si fosse dichiarato colpevole nel 2008 di reati statali relativi alla prostituzione minorile. Davanti alla Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti, Black ha ribadito di non avere mai avuto rapporti sessuali con minori, né di avere pagato Epstein per procurargli donne, tuttavia, se n’è andato dopo essere stato interrogato sugli accordi di riservatezza che potrebbe aver sottoscritto. Tre donne hanno citato in giudizio Black per presunti abusi sessuali, accuse che Black ha ripetutamente negato: una delle cause è stata archiviata, una è stata ritirata e una è ancora pendente.

I parlamentari non sembrano intenzionati a chiudere qui la questione. Il presidente della Commissione, il repubblicano James Comer, ha accusato Black di essersi rifiutato di rispondere a numerose «domande fondamentali» e, per questo motivo, la Commissione ha approvato due mandati di comparizione coatta (subpoenas). Black è obbligato per legge a consegnare tutti i testi dei non-disclosure agreements (NDA) stipulati in passato e a ripresentarsi di nuovo tra tre settimane per una testimonianza questa volta pubblica e sotto giuramento. Il nodo non riguarda soltanto l’esistenza di questi accordi, ma anche un’eventuale partecipazione di Epstein alla loro predisposizione e negoziazione. Il sostegno bipartisan alle subpoena dimostra che, a quasi sette anni dalla morte di Epstein, il Congresso ritiene tutt’altro che chiusa la vicenda.

Palantir perde contro l’informazione (svizzera)

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Il colosso statunitense dei dati Palantir ha deciso di accettare la sentenza del Tribunale commerciale di Zurigo nel contenzioso contro il magazine svizzero Republik, rinunciando a qualsiasi ricorso dopo che la Corte ha respinto quasi integralmente la richiesta di una vasta rettifica in 23 punti. La vicenda nasce da un’inchiesta critica sul modello di business e sulle pratiche dell’azienda,che utilizza sistemi di analisi basati su algoritmi non trasparenti, elemento che secondo esperti solleva rischi per l’uso in ambito di sicurezza e intelligence. La decisione è stata salutata da Reporter Senza Frontiere come un importante segnale a tutela della libertà di stampa.

Un rapporto europeo dettaglia il pessimo stato di salute del giornalismo italiano

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L’Italia si conferma in una posizione critica per quanto riguarda la libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione, con un punteggio di rischio medio-alto (51%) che la colloca al 15esimo posto su 27 Paesi europei, sopra la media UE del 49%. Ad attestarlo è il rapporto Media Pluralism Monitor 2026, realizzato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom, che svolge attività di ricerca, monitoraggio e analisi delle politiche pubbliche. Il report sottolinea come il nostro Paese sia considerato allo stesso livello di Repubblica Ceca, Polonia e Croazia, mentre le situazioni di Ungheria, Malta e Cipro risultano le peggiori, ritenute ad alto rischio. Le preoccupazioni sull’Italia riguardano in particolare la mancata applicazione della direttiva contro le querele temerarie, l’opacità nelle nomine della governance RAI e la mancata introduzione di una legge sul conflitto d’interessi.

L’ambito che desta le maggiori preoccupazioni è quello della pluralità del mercato. Secondo il rapporto, la concentrazione della proprietà dei media, la difficoltà di accedere alle informazioni sui titolari effettivi delle aziende editoriali e la crescente dipendenza dalle grandi piattaforme digitali rappresentano fattori che compromettono il pluralismo dell’informazione. Alla crisi strutturale della stampa tradizionale si affianca una progressiva erosione della sostenibilità economica del settore, mentre resta assai delicata la questione dell’indipendenza politica dell’informazione. Gli autori del rapporto rilevano che il sistema di governance della Rai non è stato adeguato ai principi previsti dall’European Media Freedom Act e che lo stallo sulla nomina del presidente dell’azienda e sul funzionamento della Commissione parlamentare di vigilanza si è protratto per tutto il 2025. Nell’ambito della protezione fondamentale (rischio 45%), il rapporto segnala il deterioramento della professione giornalistica, con un «clima intimidatorio che favorisce l’autocensura». Le cause sono da ricercare nella precarietà contrattuale, nelle basse retribuzioni per i freelance e nell’abuso di querele temerarie (SLAPP). L’inclusione sociale (rischio 43%) mostra gravi lacune nella parità di genere (rischio alto, 83%), con le donne fortemente sottorappresentate nei ruoli decisionali e apicali delle testate.

Altro nodo irrisolto riguarda il tema del conflitto di interessi. Secondo gli autori, la normativa vigente non è stata aggiornata e continua a risultare inadeguata nel prevenire efficacemente le sovrapposizioni tra potere politico e controllo dei mezzi di informazione. Il quadro legislativo, fermo a disposizioni ormai datate, non riesce infatti ad affrontare in modo soddisfacente i casi di controllo indiretto dei media né a limitare l’influenza esercitata da soggetti che, pur ricoprendo incarichi politici o mantenendo un ruolo nella vita pubblica, conservano interessi nel settore della comunicazione. Nel documento si citano casi emblematici che da anni caratterizzano il panorama italiano: il più noto è quello del gruppo Mediaset (oggi MFE), la cui proprietà e gestione sono nelle mani degli eredi di Silvio Berlusconi, i quali, pur non essendo formalmente attivi in politica, esercitano un ruolo informale ma determinante in Forza Italia; un altro caso segnalato è quello del gruppo Tosinvest, che controlla diversi quotidiani nazionali come Libero, Il Tempo e Il Giornale, ed è a sua volta controllato da Antonio Angelucci, deputato della coalizione di centro-destra dal 2008. Il problema si estende anche al livello locale, come nel caso di Michl Ebner, membro della Südtiroler Volkspartei, che è allo stesso tempo editore del gruppo Athesia, che controlla i principali giornali del Trentino-Alto Adige.

Il rapporto si chiude con una lista di raccomandazioni al governo italiano, cui si chiede di «approvare una riforma complessiva della diffamazione e un quadro normativo per contrastare le querele temerarie», «potenziare la tutela dei whistleblower e delle fonti giornalistiche, vietando esplicitamente l’uso di tecnologie di sorveglianza intrusiva (spyware)» e «riformare i regimi di sostegno pubblico per favorire il giornalismo indipendente e garantire accordi trasparenti e inclusivi per l’uso dei contenuti protetti da copyright da parte delle piattaforme digitali». L’Agcom «deve garantire l’accesso pubblico ai dati sui titolari effettivi dei media e aggiornare il sistema anti-concentrazione includendo criteri che tutelino l’indipendenza editoriale». Sul fronte del conflitto di interessi, si raccomanda «una riforma della normativa che affronti i casi di controllo indiretto e riguardi anche gli attori politici e non solo di governo». Per il sostegno pubblico, «i criteri di distribuzione dei contributi diretti devono essere migliorati con obblighi di rendicontazione, mentre i sostegni indiretti devono essere pianificati a lungo termine per garantire stabilità».

Proprio il tema dei finanziamenti pubblici diretti all’editoria è ritornato centrale negli ultimi mesi, con l’associazione Schierarsi che a fine aprile ha lanciato una campagna di raccolta firme per promuovere un referendum abrogativo mirato a cancellarli. Nel 2024 la quota dei finanziamenti diretti ha raggiunto i 104,8 milioni di euro (rispetto ai 95,6 del 2023), a favore di 153 testate che figurano come cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro e Fondazioni. I giornali che ricevono i finanziamenti più ingenti sono il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten (6,1 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni) e Avvenire (5,5 milioni). Anche testate nazionali come Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (2 milioni) beneficiano di somme rilevanti. L’obiettivo è raccogliere entro il 26 luglio le 500mila sottoscrizioni necessarie per portare gli italiani alle urne. Ad oggi sono state raccolte oltre 260mila firme.

Attentato a Sigfrido Ranucci: arrestati 4 presunti esecutori

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Quattro persone sono state arrestate nell’inchiesta sull’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione di Pomezia. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, gli indagati sarebbero gli esecutori materiali dell’attacco, compiuto con “gelatina da cava”, esplosivo ad alto potenziale distruttivo, su mandato di persone ancora ignote in cambio di denaro. Le indagini, basate su videosorveglianza, tabulati telefonici e rilievi tecnici, hanno ricostruito la preparazione dell’azione e fatto emergere ripetuti tentativi di depistaggio. Sono inoltre scattate perquisizioni nei confronti di altri indagati che potrebbero aver fornito l’esplosivo o garantito supporto logistico. Si punta ora a identificare i mandanti.

USA: condanne fino a 100 anni di carcere agli “antifa” che hanno attaccato l’ICE

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Un secolo di carcere. È questa la condanna, che equivale di fatto a un fine pena mai, inflitta a Benjamin Song, ex marine e attivista, ritenuto a capo del gruppo che il 4 luglio 2025 ha inscenato una dura protesta contro le politiche detentive statunitensi presso il centro per immigrati “Prairieland” di Alvarado, in Texas, gestito dall’ICE. Ma la sentenza del tribunale texano non si limita a colpire Song: si abbatte con una furia esemplare e collettiva su tutti gli imputati. Pene dai 50 ai 70 anni sono state comminate ad altri sei attivisti, mentre un uomo, fisicamente assente dal luogo della protesta, è stato condannato a 30 anni di reclusione per complicità in reati minori. Questi numeri, più che a un’aula di giustizia di un Paese democratico, rimandano a un apparato repressivo che intende usare il diritto penale come arma di deterrenza alle proteste, anche quelle più forti (da ricordare che lo stesso Trump ha fomentato una folla per assaltare il Campidoglio). Un avvertimento contro ogni forma di attivismo che osi sfidare lo status quo.

Come riportato da BBC, secondo la difesa, la mobilitazione del 4 luglio dello scorso anno era nata con intenti pacifici per denunciare le disumane condizioni in cui i migranti vengono rinchiusi nei centri di detenzione. L’azione si è poi radicalizzata dopo che i manifestanti hanno imbrattato i muri della struttura, danneggiato alcune telecamere di sorveglianza e lanciato fuochi d’artificio. A quel punto, infatti, è partito il lancio di lacrimogeni così come il manganello che ha creato un grande parapiglia. Nel caos che si era creato, Song ha ferito un poliziotto sparando con una pistola. L’uomo si è difeso dicendo che ha aperto il fuoco poiché avrebbe visto il poliziotto che stava estraendo l’arma per sparare verso un manifestante. Tentato omicidio è una delle accuse, insieme ad altre minori, che hanno portato alla pena di cento anni di carcere. Senz’altro un reato grave ma con una condanna sproporzionata, inflitta evidentemente per dare un segnale forte, dando seguito alla decisione di Trump di designare Antifa come organizzazione terroristica. E lo si capisce ancor di più dalle condanne inflitte agli altri attivisti processati. 

Ciò che emerge con prepotenza da questa sentenza è la totale asimmetria tra i fatti contestati alla maggior parte degli imputati e le pene inflitte. Se l’atto di ferire un agente comporta inevitabilmente conseguenze penali severe, condannare delle persone a 50 o 70 anni di reclusione per aver lanciato petardi o vernice sui muri, rappresenta una forzatura giuridica impressionante. Ancor più inquietante è l’entità della condanna a Daniel Rolando Sanchez-Estrada, il quale neanche era presente durante gli scontri di Alvarado: trent’anni di carcere, solo per aver fornito “supporto”. Altre otto persone, che si sono dichiarate colpevoli per aver fornito supporto materiale a coloro che sono stati considerati come “terroristi”, verranno condannate nei prossimi giorni. 

«Le sentenze emesse oggi chiariscono che i terroristi Antifa che attaccano le forze dell’ordine e le strutture federali affronteranno una giustizia rapida e senza compromessi», ha detto il procuratore generale degli Stati Uniti, Todd Blanche. La difesa ha provato a smontare la narrazione dell’accusa, ribadendo l’assenza di qualsiasi rete eversiva strutturata e riportando il fulcro della questione sulle motivazioni umanitarie della mobilitazione: la difesa degli ultimi, stritolati da un apparato di detenzione e deportazione che spesso lucra sulle vite umane (molti di questi centri sono gestiti da corporazioni private). Tuttavia, il tribunale ha scelto la linea dura, preferendo assecondare la narrazione securitaria e la caccia alle streghe.

Quando si arriva ad infliggere condanne così esemplari, lo Stato non sta amministrando la giustizia: sta inviando un messaggio. In un’epoca in cui le dinamiche di gestione dei confini e dei flussi migratori si fanno sempre più militarizzate, colpire con pene da terroristi internazionali chi difende i migranti serve a tracciare una linea rossa invalicabile. Il Texas ha deciso di fare da apripista: chi tocca la macchina statale della repressione verrà annientato. Una deriva che rappresenta un campanello d’allarme per i diritti di tutti.