La Grecia è stata colpita da una forte ondata di maltempo, con piogge intense e venti violenti che hanno interessato gran parte del Paese. Ad Astros, nel Peloponneso orientale, un ufficiale della guardia costiera è morto travolto da un’onda. A Glyfada, vicino ad Atene, una donna ha perso la vita dopo essere stata investita da un’auto spinta dalle acque dell’alluvione. In alcune zone le raffiche hanno superato i 100 chilometri orari, bloccando i traghetti e causando la chiusura delle scuole. Le autorità hanno invitato a limitare gli spostamenti, mentre il premier Kyriakos Mitsotakis ha rinviato un viaggio all’estero.
Nuova Zelanda: frana su un campeggio, molti dispersi
Una frana ha travolto un campeggio a Mount Maunganui, in Nuova Zelanda. Secondo la polizia locale, il distacco di terreno, causa dalle piogge torrenziali, ha colpito il campeggio Beachside, seppellendo persone e lasciando diversi dispersi, tra cui alcuni bambini. Le squadre di soccorso lavorano per trovare i sopravvissuti tra le macerie, con elicotteri e personale di emergenza impegnati nelle ricerche. Testimoni e soccorritori hanno confermato di aver sentito voci sotto le macerie. Il ministro per le emergenze ha definito la situazione “molto difficile e in evoluzione”, mentre continua l’allerta per piogge.
Il Parlamento Europeo ha bloccato l’accordo UE-Mercosur
Con solo dieci voti di scarto (334 sì, 324 no e 11 astensioni), il Parlamento europeo ha approvato la richiesta, presentata da un gruppo di eurodeputati di Sinistra, Verdi e parte dei Liberali, di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione Europea l’accordo commerciale tra UE e Mercosur per verificarne la compatibilità con i Trattati europei. La decisione blocca di fatto la ratifica definitiva dell’intesa – firmata lo scorso 17 gennaio dopo oltre 25 anni di negoziati – e potrebbe ritardarne l’entrata in vigore anche per mesi, in attesa del parere dei giudici di Lussemburgo. Il cancelliere tedesco Merz ha chiesto di applicare l’accordo in via provvisoria, con voto a maggioranza qualificata in Consiglio, suscitando le proteste di The Left che parla di “scandalo democratico”. La Commissione UE ha espresso rammarico per la decisione, sostenendo che le questioni sollevate sono già state affrontate. Davanti alla sede del Parlamento europeo di Strasburgo gli agricoltori hanno accolto con gioia la decisione.
Ora, spiega il Parlamento, il testo passerà all’esame della Corte di Giustizia UE, mentre l’Eurocamera continuerà l’esame dei testi in attesa del parere dei giudici della Corte – per il quale ci potrebbero volere dei mesi. Dopo che questo sarà arrivato, il Parlamento voterà per decidere se concedere o meno il consenso all’accordo. «La Commissione Europea si rammarica per la decisione del Parlamento Europeo» ha detto il portavoce Olof Gill alla stampa, definendo «non giustificate» le questioni sollevate nella mozione in quanto «già affrontate in modo dettagliato» dalla Commissione. Lo scorso finesettimana, la presidente della Commissione era volata in Paraguay dove, il 17 gennaio, aveva già firmato l’intesa insieme ai partner sudamericani.
L’accordo di libero scambio con alcuni Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) aveva ricevuto il via libera dell’Unione Europea ai primi di gennaio grazie al voto decisivo dell’Italia. Tra le misure principali vi è la rimozione del 91% dei dazi sulle merci europee verso i Paesi del Mercosur e il 92% di quelli in direzione opposta, con un risparmio per le aziende UE che dovrebbe aggirarsi intorno ai 4 miliardi di euro all’anno. L’accordo aveva diviso profondamente la politica, con l’Italia indecisa fino all’ultimo sul voto, e messo in allarme le organizzazioni agricole: per Confagricoltura l’accordo «nella sua forma attuale rischia di consolidare un’evidente asimmetria», mentre Copagri chiede di «vigilare sulle possibili perturbazioni di mercato». A fare da sfondo, le proteste degli agricoltori, che proseguono da mesi e che fino a ieri hanno manifestato all’esterno della sede del Parlamento UE a Strasburgo. Per molti di questi, infatti, l’accordo potrebbe aprire a una concorrenza sleale, con l’importazione sul mercato europeo di prodotti quali carne, cereali, zucchero e soia prodotti con standard meno rigorosi (e quindi con possibili conseguenze sulla sicurezza alimentare) che potrebbero giungere a costi più bassi nel mercato UE. Secondo i sindacati, di fatto, l’intesa penalizza i produttori europei, che devono seguire norme severe, favorendo Paesi esteri con politiche più permissive.
Ecuador, dazi del 30% sulla Colombia
L’Ecuador ha annunciato che imporrà una tariffa del 30% sulle merci provenienti dalla Colombia a partire dal 1° febbraio. A dare la notizia è il presidente del Paese, Daniel Noboa, che ha motivato la misura menzionando il deficit commerciale con la Colombia e accusando Bogotà di non stare cooperando abbastanza nella lotta al narcotraffico presso il confine condiviso. «Questa misura rimarrà in vigore finché non ci sarà un impegno concreto per contrastare congiuntamente il narcotraffico e l’attività mineraria illegale al confine con la stessa serietà e determinazione che l’Ecuador sta attualmente dimostrando», ha dichiarato Noboa su X.
La truffa del Board per Gaza: molti Paesi rifiutano l’invito di Trump
Il tentativo del presidente degli Stati Uniti di demolire l’ONU per creare al suo posto una organizzazione elitaria guidata da politici e miliardari accuratamente selezionati dallo stesso Trump sta passando in secondo piano sui media, ma dal mondo della politica iniziano ad arrivare le prime risposte. La firma ufficiale della costituzione del Board of Peace dovrebbe arrivare domani, 22 gennaio, durante il vertice del World Economic Forum a Davos; per ora, pare che almeno 9 Paesi abbiano accettato di far parte del gruppo, tra i quali spiccano i nomi di Bielorussia e Israele. L’UE, invece, è divisa: Francia e Germania hanno già rifiutato la propria adesione alla novella ONU monocratica, mentre diversi altri Paesi non si sono ancora espressi sull’argomento. Meloni, invece, sembra tentennare, e dopo una prima apertura all’iniziativa sarebbe ormai vicina a declinare l’offerta del proprio alleato.
Dalle ricostruzioni dei media, per ora, i Paesi ad avere accettato di entrare a far parte del Board of Peace sono Albania, Argentina, Azerbaijan, Bielorussia, Israele, Kazakistan, Ungheria, Uzbekistan, e Vietnam; è noto inoltre che l’invito è pervenuto ad altri 40 Paesi tra cui Russia, Ucraina, e Turchia, e che lo stesso ministro degli Esteri turco farà parte del comitato esecutivo della prima missione del Corpo, quella relativa a Gaza. La presenza turca nel Board of Peace per Gaza e la sua possibile adesione al Corpo hanno già scatenato le prime lamentele da parte di Israele, così come Zelensky ha mostrato dubbi sugli inviti a Lukashenko e Putin. Va sottolineato che il testo della carta di fondazione del Board of Peace specifica che nel caso di conflitti tra due Paesi membri del Corpo, «il Presidente è l’autorità finale per quanto riguarda il significato, l’interpretazione e l’applicazione della presente Carta»; insomma, l’ultima parola su come gestire ipotetiche crisi interne spetterebbe a Trump.
In Europa sono arrivati inviti tanto ai singoli Paesi quanto all’UE come blocco. Il ministro degli esteri del Belgio ha criticato l’iniziativa, giudicandola un tentativo per sostituire l’ONU, mentre Francia, Germania, Norvegia Regno Unito e Svezia hanno declinato la proposta. Il rifiuto più pesante da digerire per Trump è stato senza dubbio quello di Macron, con cui, negli ultimi giorni, i rapporti si stanno incrinando. Tutto è iniziato con la decisione di Trump di aumentare i dazi sui Paesi che avevano mandato i propri soldati in Groenlandia come implicita risposta alle pretese territoriali del magnate sull’isola; Macron ha criticato duramente la scelta del proprio omologo, parlando di potenziali aperture verso la Cina, e minacciando la richiesta di utilizzo dello strumento anti-coercizione dell’UE, il cosiddetto “bazooka commerciale”. La risposta di Trump alle dichiarazioni di Macron e al suo rifiuto di entrare a far parte del Board of Peace è stata immediata: «Dazi del 200% sul vino francese» in caso di mancata adesione.
Sempre nel Vecchio Continente, diversi Paesi, e la stessa UE come organizzazione, hanno affermato di stare valutando la proposta. In ogni caso, nella maggior parte degli Stati, tra cui la stessa Italia, l’adesione a una nuova organizzazione internazionale dovrebbe passare al vaglio del Parlamento; senza considerare che – almeno per Roma – la stessa struttura del Corpo così come delineato nella carta fondativa entrerebbe in conflitto con le norme della Costituzione. Meloni stessa sembra esserne consapevole, tanto che dopo una prima dichiarazione di apertura verso l’iniziativa, le ricostruzioni mediatiche uscite nelle ultime ore stanno mettendo in risalto le riserve che la prima ministra avrebbe su una possibile adesione dell’Italia al Corpo, suggerendo che un suo rifiuto sarebbe ormai alle porte. La premier è inoltre ancora indecisa se presenziare al vertice di Davos. L’ordinamento della Repubblica è chiaro: l’Articolo 11 sancisce che l’Italia «promuove e favorisce» le organizzazioni internazionali volte ad «assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni», ma solo «in condizioni di parità con gli altri Stati»; il Board of Peace violerebbe apertamente questo ultimo punto.
Il Corpo di Pace doveva inizialmente essere un’organizzazione terza volta a garantire il rispetto dei punti del cessate il fuoco a Gaza, ma si è trasformato in ben altro: la carta fondativa dell’organizzazione delinea quella che si configura come un aperto tentativo di smantellare le istituzioni internazionali per crearne una nuova di zecca, formata da capi di Stato selezionati ed élite miliardarie, e presieduta a vita da Donald J. Trump; Trump in quanto sé stesso, e non come presidente degli Stati Uniti, che si riserverebbe poteri decisionali esclusivi, diritti di nomina ed esclusione dei membri, e poteri di veto inappellabili.
Il diritto al profitto davanti a tutto: la sentenza del TAR contro Bologna zona 30
A Bologna il Tar annulla il limite dei 30 km/h in città. Perché? Perché danneggerebbe il lavoro dei tassisti. Per la precisione, di un tassista. È stato alla fine un solo appartenente alla categoria (in principio erano due) a presentare ricorso, sostenuto politicamente da Fratelli d’Italia, portando il tribunale amministrativo a scardinare uno dei pilastri della giunta guidata dal sindaco Matteo Lepore. Il provvedimento era entrato in vigore nel gennaio 2024 e stabiliva una vasta rete di strade del centro cittadino nelle quali le automobili dovevano rispettare il limite di velocità di 30 km orari. Una decisione che aveva inizialmente suscitato la perplessità di molti bolognesi, nonché le critiche dei partiti di centro-destra, ma che nel medio periodo stava producendo gli effetti dichiarati, soprattutto sul piano della sicurezza stradale.
Nel 2024, primo anno pieno di applicazione, i pedoni morti per incidenti stradali sulle strade urbane di Bologna sono stati zero: un dato senza precedenti nella storia recente della città. Nel primo semestre del 2025 il numero è salito a quattro, pur confermando un calo complessivo degli incidenti e della loro gravità. Non solo: è stata anche riscontrata una riduzione dell’inquinamento, con livelli di biossido di azoto nell’aria inferiori alla media degli anni precedenti. Dati che non hanno però fermato le proteste del tassista, che si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale sulla base di un presunto danno economico subito a causa del rallentamento della circolazione, che lo avrebbe costretto a effettuare meno corse. L’interesse personale messo dinnanzi a quello collettivo, almeno nelle premesse del ricorso.
Alla fine l’appello è stato accolto e il Tar ha annullato Città 30. Ma è qui che emerge un elemento cruciale: nelle motivazioni della sentenza non viene mai dimostrato né quantificato il presunto mancato guadagno del tassista. La decisione si fonda invece su una serie di rilievi tecnici e procedurali che, secondo i giudici, renderebbero illegittima l’adozione generalizzata del limite dei 30 km orari. Nella sentenza i giudici, pur riconoscendo «i positivi e desiderabili effetti della riduzione degli incidenti», hanno stabilito che il Comune ha operato un “eccesso di potere”, trasformando un’eccezione (il limite dei 30 km orari) in una regola generalizzata. Per abbassare il limite, il Comune avrebbe dovuto dimostrare la presenza di almeno un caso specifico di pericolo per ogni strada, come ad esempio la vicinanza a una scuola o il restringimento della carreggiata. Non viene quindi messo in discussione il principio della riduzione della velocità in sé, né i suoi effetti sulla sicurezza o sull’ambiente, ma la modalità con cui la misura è stata introdotta.
Una decisione che si è inevitabilmente tradotta in materiale per la campagna elettorale permanente. «Bene lo stop a Città 30», ha scritto il ministro ai Trasporti Salvini sui social, mentre l’europarlamentare bolognese di Fratelli d’Italia, Stefano Cavedagna, ha parlato di «una sentenza che smaschera una scelta ideologica della giunta, imposta senza ascolto e senza buon senso».
In realtà, di ideologico nella sentenza c’è ben poco. Il tribunale ha contestato solo il carattere tecnico con cui è stato applicato il limite di velocità, senza entrare nel merito della bontà o meno del provvedimento, riconoscendone anzi in parte l’efficacia. Nella sentenza viene scritto che l’amministrazione «può riesercitare la funzione pianificatoria e di disciplina dei limiti di velocità», ma dovrà muoversi «nel rispetto della norma agendi scaturente dalla presente sentenza e del quadro normativo».
Una soluzione che sembra voler percorrere anche il sindaco Lepore, che in conferenza stampa ha annunciato che il Comune non farà ricorso contro la sentenza del tribunale, ma che «preparerà nuove ordinanze più motivate, così come richiesto dal Tar». Nel frattempo, però, tutte le strade in cui era stato imposto il limite dei 30 km orari prima del 31 dicembre 2023 torneranno a 50 km orari.
Davanti ai giornalisti Lepore ha rivendicato la bontà della sua Città 30, senza risparmiare critiche al governo: «In due anni – ha spiegato il sindaco – abbiamo ridotto del 43% i morti, del 7% i feriti e del 12% gli incidenti stradali, per un risparmio stimato per la nostra comunità di 66 milioni, secondo i parametri del ministero dei Trasporti. A noi non interessa litigare con Salvini, con Bignami, con i tassisti o con l’Avvocatura dello Stato: a noi interessa portare avanti il nostro progetto, anche perché la sentenza è molto chiara e conferma la possibilità per i Comuni di pianificare i limiti».
Si arricchisce così di un nuovo capitolo una vicenda che da tempo fa discutere i cittadini bolognesi e non solo e li divide tra favorevoli e contrari alla misura. I motivi di scontro non sono mancati nei mesi, tra chi giudicava il procedimento un inutile rallentamento del traffico e chi ribatteva che si tratta di una misura in linea con quelle in vigore da anni in molte città europee e sui cui ci sono dati ormai solidi in merito ai risultati positivi per tutti in termini ambientali e di riduzione degli incidenti gravi. Una diatriba che, su L’Indipendente avevamo riassunto basandoci sui dati esistenti in un approfondimento.
Da questo punto di vista, i giudici del Tar non hanno aggiunto niente e nemmeno hanno puntato a farlo, limitandosi a porre un precedente decisamente controverso: quello per cui il profitto di una singola persona possa prevalere sull’interesse generale.
Israele bombarda un auto a Gaza: 5 uccisi, di cui 3 reporter
L’esercito dello Stato ebraico ha lanciato un attacco contro un’automobile che stava viaggiando nel centro della Striscia di Gaza, uccidendo 5 persone, tra cui 3 reporter. A dare la notizia sono diversi media palestinesi e l’agenzia di stampa AFP, che ha precisato che in passato uno degli operatori mediatici uccisi avrebbe lavorato per l’agenzia in qualità di freelance. Gli stessi ufficiali dell’esercito israeliano hanno confermato l’attacco, affermando che dei sospettati avrebbero utilizzato «droni di Hamas»; dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza 100 giorni fa, Israele ha ucciso almeno 483 persone in 1.300 episodi di violazione dell’accordo.









