mercoledì 28 Gennaio 2026
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Thailandia, deraglia un treno, 32 morti

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Un treno è deragliato nel nord-est della Thailandia uccidendo almeno 32 persone e ferendone 66. L’incidente è avvenuto nella provincia di Nakhon Ratchasima, nel distretto di Sikhio, a circa 200 chilometri a nordovest della capitale Bangkok. Il ministro dei trasporti thailandese ha dichiarato che a bordo del treno erano presenti 195 persone e che sono ancora in corso le indagini sull’accaduto. Dalle prime ricostruzioni, sembra che una gru impiegata in un cantiere ferroviario sia caduta su una delle due carrozze mentre il treno stava transitando, facendolo deragliare e causando un breve incendio.

Obbligo di identità digitale, dopo le proteste il Regno Unito cambia idea

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Dopo aver trasformato il tema in una delle sue principali battaglie politiche, il governo del Regno Unito guidato da Keir Starmer ha fatto marcia indietro sull’ipotesi di rendere obbligatoria un identità digitale per tutti i lavoratori. In seguito alle forti proteste dei cittadini e alle opposizioni di diverse parti politiche, la cosiddetta “Brit card” si apre dunque a una nuova interpretazione: il documento sarà erogato solo su base volontaria e ai lavoratori sarà sufficiente digitalizzare un documento di identità già in loro possesso. Annunciata il 26 settembre, l’iniziativa era stata subito presentata come uno strumento per contrastare l’immigrazione illegale. “L’identificativo digitale rappresenta un’enorme opportunità per il Regno Unito”, aveva dichiarato allora il Primo Ministro Starmer. “Renderà più difficile lavorare illegalmente in questo Paese, contribuendo così a rafforzare la sicurezza dei confini”. Nel giro di poche settimane, però, il sostegno pubblico all’establishment è precipitato: dal 53% registrato a giugno è sceso a un ben più modesto 31% in ottobre.

Ufficialmente, il Partito Laburista evita accuratamente di definire il cambio di rotta come una vera e propria retromarcia, preferendo parlare di un semplice aggiustamento in vista di una consultazione pubblica, la quale dovrebbe essere avviata “a breve”. In un commento al The Times, una fonte governativa offre però una lettura più pragmatica: “compiere un passo indietro sull’obbligatorietà aiuterà a disinnescare i principali punti di attrito. Non vogliamo correre il rischio che un sessantacinquenne di un’area rurale si ritrovi impossibilitato a lavorare solo perché non ha installato il documento digitale sul proprio telefono”.

Gli abitanti del Regno Unito si sono visti imporre l’obbligo di possesso di documenti d’identità con il National Registration Act del 1939, varato in piena Seconda Guerra Mondiale. La norma, tuttavia, è decaduta nel 1952 e già allora non mancavano alcuni coriacei detrattori. Nel 2006, nel pieno della “guerra al terrore”, anche il governo Blair tentò di introdurre carte d’identità contenenti dati biometrici, tuttavia la forte opposizione politica e popolare fece naufragare il progetto ancor prima che potesse decollare.

La storia, dunque, sembra ripetersi. In risposta all’introduzione dell’identificativo digitale è stata lanciata una petizione parlamentare che ha raccolto circa tre milioni di firme, mentre da ogni fronte si moltiplicano le contestazioni guidate da gruppi che temono un indebolimento delle libertà civili e il rafforzamento di una sorveglianza statale dai tratti apertamente discriminatori. Secondo un funzionario governativo interpellato da The Guardian, la decisione di Starmer di ammorbidire la propria posizione nasce proprio dal diffuso malcontento e dalla necessità di stemperare le tensioni. O, per usare le sue parole, dalla volontà di mettere a tacere “queste assurdità complottiste sul controllo Statale”.

 

Due petroliere greche sono state colpite nel Mar Nero

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Prosegue la guerra ibrida nella regione del Caucaso, dove ieri due petroliere sono state attaccate da droni nel Mar Nero. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, entrambe le imbarcazioni erano dirette allo scalo di Yuzhnaya Ozereyevka, in Russia, ultima tappa dell’oleodotto Caspian Pipeline, che trasporta circa l’80 per cento del petrolio esportato dal Kazakistan e gestito dal Caspian Pipeline Consortium (CPC). Le navi erano in attesa di caricare petrolio proveniente dai grandi giacimenti di Tengizchevroil e Karachaganak in kazakistan. Si tratta di siti produttivi gestiti da consorzi internazionali che coinvolgono compagnie statunitensi, italiane, russe e kazake. In base a quanto riferito dall’ufficio stampa del Ministero dell’Energia del Kazakistan, le petroliere Matilda e Delta Harmony battevano rispettivamente bandiera di Malta e Liberia e sono entrambe gestite da compagnie greche. Secondo il ministero «nessun membro dell’equipaggio è rimasto ferito».

Secondo quanto trapelato, i danni alle imbarcazioni sarebbero stati di lieve entità: sulla Matilda, gestita dalla compagnia greca Thenamaris, sarebbe scoppiato un incendio che però è stato subito domato senza danni significativi e senza feriti. La nave sarebbe stata colpita da due droni mentre era in attesa in condizioni di zavorra a 30 miglia (48 km) dagli ormeggi della CPC. La Delta Harmony, invece – gestita dalla compagnia greca Delta Tankers – sarebbe stata colpita da un proiettile e anche in questo caso non si sono registrati gravi problemi. Il governo ucraino e il CPC non hanno rilasciato dichiarazioni sull’accaduto, ma i principali sospetti ricadono al momento sull’Ucraina, che aveva già colpito l’infrastruttura due volte in passato. Tra gli azionisti dell’oleodotto, lungo 1500 chilometri figurano, infatti, la compagnia petrolifera statale del Kazakistan KazMunayGas, le unità dei giganti petroliferi statunitensi Chevron e Exxon Mobile, ma soprattutto le compagnie russe Transneft e Rosneft che detengono rispettivamente il 24% e il 7,5% delle quote azionarie. Anche l’italiana ENI partecipa al consorzio con il 2% delle quote. L’attacco dei droni penalizza soprattutto gli introiti di queste società che non hanno la possibilità di fare uscire il greggio dal bacino del Mar Nero.

Anche i due maggiori giacimenti del Kazakistan, Tengizchevroil e Karachaganak, strategicamente importanti per le esportazioni energetiche, sono gestiti da joint venture internazionali: il primo comprende le società Chevron (Stati Uniti), KazMunayGas (Kazakistan), ExxonMobil (Stati Uniti), Lukoil (Russia) ed Eni (Italia) come azionisti principali e produce milioni di barili di petrolio all’anno. Il secondo, invece, partecipato da aziende come Eni, Chevron, BG Group e KazMunayGas, è uno dei più grandi giacimenti di gas e condensati della regione. Entrambi i giacimenti sono fondamentali per la sicurezza energetica della regione e per il flusso costante di petrolio e gas verso i mercati internazionali, attraverso il gasdotto CPC.

Già negli scorsi mesi, si sono registrati degli attacchi al terminal di Yuzhnaya Ozereyevka, situato nei pressi del porto di Novorossiysk, in Russia. Il 29 novembre scorso, infatti, un drone ucraino aveva colpito uno dei tre ormeggi principali della CPC, secondo Reuters, e il ministero dell’energia del Kazakistan ha dichiarato che la struttura continua a esportare petrolio tramite un unico ormeggio. Non è un caso, dunque, che la produzione di gas e petrolio in Kazakistan sia crollata del 35% tra il primo e il 12 gennaio rispetto alla media di dicembre, proprio a causa delle limitazioni all’esportazione tramite il terminale russo. Nel frattempo, secondo fonti del settore, i costi dell’assicurazione di guerra per le navi dirette al Mar Nero sono quasi raddoppiati in seguito agli attacchi.

La centralità del Caucaso e dell’Asia centrale dal punto di vista energetico e geopolitico spiega il crescendo di tensioni che si verificano nell’area in un momento di forte turbolenza internazionale. Sebbene, infatti, la responsabilità degli attacchi non sia ancora attribuibile a attori geopolitici precisi, la vicenda si inserisce nel contesto della guerra tra Russia e Ucraina, confermando come la pace – o quantomeno la cessazione delle ostilità – sia ancora lontana, nonostante i tentativi in tal senso dell’amministrazione americana.

 

Giorgetti replica il modello DOGE: funzionari assunti per tagliare le spese

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Assumere specialisti per tagliare le spese. È questa la nuova idea del governo per imporre le politiche di austerità, che replica il modello del “DOGE” di Elon Musk degli Stati Uniti. Il Dicastero dell’Economia, capitanato da Giancarlo Giorgetti, ha pubblicato un bando per l’assunzione di 294 funzionari per razionalizzare e aiutare il governo a gestire la revisione della spesa pubblica. L’operazione arriva in un contesto di forti tagli, che ha coinvolto tutti i settori a eccezione di quello della difesa. La legge di Bilancio del 2026 ha inoltre imposto una serie di aggiustamenti dal valore di oltre 10 miliardi di euro per il prossimo triennio.

Per la prima volta, il governo italiano mira non solo a imporre tagli lineari, ma a generare competenze interne dedicate all’analisi e alla riduzione dei costi, in un modello che richiama – per intenti e spirito – il Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE), organismo nato sotto l’egida di Elon Musk, con l’obiettivo – poi fallito – di snellire la burocrazia, ridurre gli sprechi pubblici e aumentare l’efficienza tecnologica e amministrativa. Il DOGE incarna un principio cui Giorgetti sembra guardare come fonte di ispirazione: l’inserimento di competenze specifiche direttamente all’interno delle amministrazioni per affrontare problemi sistemici di spesa pubblica. Il concorso, “per titoli ed esami”, prevede infatti 33 posti nell’Area delle elevate professionalità – figure apicali con competenze avanzate in ambito economico, giuridico, statistico e gestionale – e 261 posti nell’Area dei funzionari. Le professionalità richieste includono esperti in analisi dei bilanci pubblici, valutazione delle politiche, auditing, gestione finanziaria e controllo della spesa. Il bando chiarisce che le nuove assunzioni serviranno a potenziare le strutture centrali del MEF impegnate nella programmazione economica, nel monitoraggio dei conti e nella spending review. Per le posizioni più alte, la retribuzione può arrivare fino a 100 mila euro annui: un segnale della centralità strategica attribuita a queste figure chiamate a incidere sulle scelte strutturali della macchina statale.

L’operazione si colloca in un contesto di forte compressione delle risorse. La legge di Bilancio 2026 impone aggiustamenti per oltre 10 miliardi di euro nel triennio, con tagli che coinvolgono quasi tutti i comparti della pubblica amministrazione. I ministeri sono chiamati a ridurre spese per beni e servizi, consulenze, costi operativi. La Ragioneria Generale dello Stato ha delineato decine di misure che gli enti pubblici devono osservare, coinvolgendo anche comuni, province e città metropolitane nel percorso di risanamento dei conti. Giorgetti, protagonista di queste operazioni di controllo della spesa, ha più volte sollecitato le amministrazioni centrali a individuare tagli reali e sostenibili, minacciando sanzioni o interventi diretti laddove i ministeri non presentassero proposte concrete. La proposta dei super funzionari assume una doppia valenza: da un lato si presenta come strumento operativo per coadiuvare le amministrazioni interne nel processo di spending review; dall’altro riflette la difficoltà, anche a livello politico, di ottenere risultati rapidi in un sistema caratterizzato da complessità e resistenze burocratiche. La spesa pubblica italiana, infatti, è da tempo soggetta ad analisi sulla sua efficienza e, in questo quadro, i nuovi funzionari diventano lo strumento per trasformare l’austerità da imposizione esterna a processo permanente interno all’amministrazione.

Resta aperta la questione politica e istituzionale. Senza un quadro normativo chiaro che definisca poteri, autonomia e perimetro d’intervento di queste figure, il rischio è duplice: creare nuova burocrazia o trasformare l’operazione in una distribuzione discrezionale di incarichi ben retribuiti. La scommessa del governo è costruire una spending review permanente e interna alla macchina pubblica, ma il precedente americano invita alla cautela. Il DOGE, nato per snellire la macchina federale statunitense, è stato sciolto nell’autunno 2025 con mesi di anticipo: i risparmi promessi non si sono materializzati e molte funzioni sono state riassorbite dall’Ufficio per la Gestione del Personale, riportando l’efficienza sotto il controllo della burocrazia tradizionale. Il rischio è che anche l’iniziativa del MEF segua lo stesso destino: un corpo speciale pensato per riformare l’apparato che finisce inglobato dall’apparato stesso. Senza autonomia reale e potere d’intervento, i nuovi funzionari potrebbero diventare osservatori senza leva, aggiungendo un ulteriore strato amministrativo a un sistema già saturo.

Giappone, la premier programma elezioni anticipate

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La prima ministra del Giappone Sanae Takaichi ha reso noto ai dirigenti della coalizione di governo che scioglierà la camera bassa del Parlamento per indire elezioni anticipate. A dare la notizia sono i segretari dei partiti dell’esecutivo, tra cui il segretario del Partito Liberale, il partito della premier. La notizia arriva in un momento di incertezza per il Paese; Takaichi ha preso l’incarico circa tre mesi fa, dopo le dimissioni del premier Shigeru Ishiba, arrivate lo scorso settembre. Lo scioglimento delle camere dovrebbe arrivare la prossima settimana, e le elezioni potrebbero tenersi a inizio febbraio.

La tutela prima del profitto: la valle cilena che ha detto “no” al turismo di massa

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Cochamó Cile valle Patagonia

Negli ultimi anni la parola “sostenibile” è diventata una formula magica capace di giustificare quasi tutto, soprattutto nel turismo. Anche nei luoghi più remoti del pianeta, l’aumento dei visitatori viene spesso presentato come inevitabile, se non addirittura necessario, perché il punto di partenza è sempre economico. In Patagonia, però, una valle ha scelto di muoversi in direzione opposta.

La valle di Cochamó, nel sud del Cile, è uno degli ecosistemi temperati più preziosi del continente. Foreste pluviali fredde, specie endemiche, corsi d’acqua ancora integri. Negli ultimi dieci anni l’area è diventata sempre più popolare tra escursionisti e climber internazionali, complice anche la sua promozione informale come “Yosemite cileno” su guide e social network.

Secondo le autorità locali e le organizzazioni che operano nella zona, l’aumento dei visitatori ha prodotto pressioni ambientali crescenti: sentieri erosi, campeggi non regolamentati, accumulo di rifiuti, disturbo alla fauna e difficoltà di controllo su un territorio vasto e fragile. Dinamiche già viste in molte aree naturali trasformate in destinazioni turistiche, dove la crescita dei flussi ha superato la capacità di controllo del territorio.

La svolta è arrivata grazie a una raccolta fondi che, grazie a una campagna internazionale messa in campo dalla ONG Puelo Patagonia, ha permesso di acquistare 133mila ettari di terreno nella valle per 63 milioni di dollari, sottraendoli a possibili sviluppi turistici e immobiliari. «Il nostro obiettivo era trasformare le minacce in opportunità», ha affermato José Claro, presidente della ONG, come riportato dal The Guardian. Ma la vera notizia non è l’acquisto in sé: è ciò che è venuto dopo.

I promotori del progetto, in collaborazione con comunità locali e organizzazioni per la conservazione, hanno trasferito la proprietà all’organizzazione cilena non profit Fundación Conserva Puchegüín, lo scorso 9 dicembre. Il modello scelto è radicale: protezione rigorosa del territorio e nessuna promessa di “valorizzazione” turistica nel senso tradizionale del termine. In altre parole, la valle non doveva diventare più redditizia, ma più tutelata.

Sono previsti tetti massimi di visitatori (15mila l’anno), controlli sugli accessi, infrastrutture ridotte al minimo indispensabile e una governance che privilegia la tutela degli ecosistemi rispetto alla crescita economica a breve termine con regole che prevedono ad esempio l’obbligo per i turisti di riportare con sé tutti i rifiuti prodotti o i divieti di fuochi e taglio della vegetazione.

«Abbiamo salvato Cochamó, abbiamo fatto la storia», è il messaggio della Fondazione che racconta di aver già ricevuto 2mila candidature per il programma di volontariato rurale, che mira a supportare le famiglie che vivono nelle zone più isolate, mentre il fiume Puelo è stato dichiarato “riserva idrica” e iniziano i monitoraggi dei selvatici, come avvenuto con la presenza di una sotto-popolazione di cervo huemul, la più settentrionale della Patagonia cilena. Inoltre spiegano che: «Dei suoi 133mila ettari, circa 20mila saranno destinati ad attività multifunzionali come l’allevamento, l’agricoltura su piccola scala e il turismo naturalistico, mentre oltre 110mila saranno sottoposti a rigorosa tutela di ecosistemi come le foreste di larici e gli habitat di specie in via di estinzione».

Il caso di Cochamó rompe una narrazione ormai dominante: quella secondo cui il turismo, se definito “eco” o “responsabile”, sia sempre una forma di tutela. Qui avviene l’opposto. Il turismo viene riconosciuto per ciò che è: una pressione ambientale, che può diventare insostenibile anche quando motivata da buone intenzioni. Limitare gli accessi o rinunciare a nuovi servizi e infrastrutture significa accettare una rinuncia economica immediata. Ma vuol dire anche evitare un danno irreversibile. Secondo numerosi studi sulla gestione delle aree naturali protette, la perdita di integrità ecologica è spesso più rapida della capacità di recupero, soprattutto in ecosistemi forestali complessi.

Cochamó non è un modello facilmente esportabile, né una storia edificante nel senso classico. È una scelta politica e culturale che solleva una domanda centrale: esistono territori che devono rimanere fuori dalla logica della crescita turistica per poter essere preservati?

In un contesto globale in cui anche la crisi climatica viene spesso trasformata in opportunità di mercato, la valle cilena introduce un concetto sempre più raro: il limite. Non come fallimento, ma come condizione necessaria per la sopravvivenza degli ecosistemi. Forse è proprio questo l’aspetto più radicale della storia di Cochamó: dimostrare che, in alcuni casi, proteggere davvero significa rinunciare.

Referendum giustizia, il TAR boccia il ricorso

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Il TAR del Lazio ha respinto la richiesta di sospensione cautelare urgente della deliberazione del Consiglio dei Ministri del 12 gennaio che ha fissato domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 come date per il referendum popolare confermativo sulla riforma della giustizia costituzionale. La decisione è stata assunta con un decreto monocratico nel corso del ricorso presentato dal Comitato promotore della raccolta firme popolari per il referendum sulla Giustizia, che contestava la tempestività dell’atto del governo e chiedeva di bloccarne l’efficacia in via cautelare. Il tribunale amministrativo ha giudicato infondato il motivo per sospendere l’atto e non ha dunque fermato la consultazione referendaria già calendarizzata per marzo.

Davos nell’era Trump: il Forum delle élite alla prova dell’agenda MAGA

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Mentre la neve ricopre le Alpi svizzere e il World Economic Forum si prepara, da lunedì, ad accogliere quasi tremila partecipanti da 130 Paesi, compresi 65 Capi di Stato e di governo, Davos entra in una fase di rottura. È lo stesso presidente del WEF, Børge Brende, a definirlo «il contesto geopolitico più complesso dal 1945», annunciando una partecipazione senza precedenti: «Sei leader su sette del G7». La 56° edizione del “salotto buono” della politica e della finanza internazionale, la prima dopo l’uscita di scena di Klaus Schwab, si confronta con l’impronta dirompente dell’amministrazione Trump. Il presidente americano torna al centro della scena, pronto a spostare l’asse del dialogo globale verso un’agenda parallela, dominata interamente da Washington. A margine del Forum, dovrebbe debuttare il Board of Peace per Gaza di cui farebbe parte anche l’Italia, la cui premier Giorgia Meloni potrebbe volare in Svizzera, ma senza ancora conferme ufficiali.

Trump è atteso a Davos alla guida della più imponente delegazione americana di sempre. Saranno presenti il segretario di Stato Marco Rubio, quello del Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello dell’Energia Chris Wright, Steve Witkoff, coinvolto nei negoziati su Ucraina e Gaza, e Jared Kushner, il finanziere genero di Donald Trump. Questo dispiegamento di forze non è solo numerico: la presenza di Washington spinge il vertice verso dossier geopolitici densi e controversi, spostando l’attenzione dalle tradizionali questioni economiche e climatiche a temi quali sicurezza internazionale, immigrazione, guerra in Ucraina e assetti post-conflitto. Secondo il Global Risks Report del Forum, presentato a Davos poco prima dell’apertura ufficiale, lo “scontro geoeconomico” tra grandi potenze è ora considerato il rischio principale per l’economia globale, mentre conflitti armati, frammentazione sociale e dazi spingono gli esperti a prevedere “anni di turbolenze” con prospettive di instabilità e turbolenze nei prossimi due anni. L’“onda MAGA”, volta a scardinare l’ordine economico globale di Davos, ha già scompaginato e monopolizzato l’agenda ufficiale, prevedendo incontri bilaterali e sessioni ristrette che ruotano attorno a Trump e alle sue iniziative. In questa cornice, la sua politica “America First” incarna una visione contrapposta alle basi tradizionali del Forum e al Grande Reset di Schwab: dazi e protezionismo commerciale, approcci divergenti alle alleanze strategiche, una retorica che privilegia il primato nazionale sulla cooperazione internazionale, una nuova ondata di neoimperialismo a stelle e a strisce. Il contrasto con il cuore del WEF è palpabile, e molte delegazioni europee si preparano a confrontarsi con la delegazione USA, rendendo il Forum più che “Uno spirito di dialogo”, qual è il titolo di questa edizione, un terreno di scontro.

Tra i dossier più sensibili che segneranno la presenza di Trump a Davos c’è la formalizzazione del “Board of Peace” per Gaza, un organismo internazionale destinato a supervisionare la transizione politica e la ricostruzione nella Striscia di Gaza dopo il conflitto. Previsto come parte della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, il Board of Peace dovrebbe comprendere circa 15 nazioni, tra cui Regno Unito, Germania, Francia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Turchia, nonché organismi finanziari internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. L’Italia – secondo fonti diplomatiche e indiscrezioni di stampa – è stata invitata a partecipare al Board, con la possibile presenza della premier Giorgia Meloni a Davos. La questione si configura come un banco di prova: la responsabilità di contribuire alla governance e alla ricostruzione di un territorio devastato dal conflitto, in un quadro in cui la sovranità e la rappresentanza palestinese sono ancora oggetto di contesa.

Il World Economic Forum rischia così di trasformarsi nel palcoscenico di Trump: il luogo in cui si ridefiniscono rapporti di forza, priorità globali e persino la funzione stessa del Forum di Davos. L’edizione 2026 si presenta come l’epicentro di una fase storica segnata da fratture e rinegoziazioni dell’ordine internazionale. Da un lato, l’egemonia statunitense trova nuovi spazi di influenza; dall’altro, l’architettura multilaterale fondata su regole e mediazioni tecnocratiche, cara alle élite globaliste, viene messa in crisi da una competizione sempre più aspra tra potenze. Per l’Europa e per l’Italia la sfida è sottile: restare nel perimetro della cooperazione senza rinunciare ai propri interessi, cercando soluzioni credibili alle crisi che vanno dal Medio Oriente all’Ucraina, dalla governance economica alla tenuta degli scambi internazionali, evitando al tempo stesso di scivolare ai margini di uno scacchiere geopolitico sempre più dominato dalle grandi potenze.

È morta Valeria Fedeli, ex ministra dell’Istruzione

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Lutto nel mondo della politica. Valeria Fedeli, ex ministra dell’Istruzione e vicepresidente del Senato, è morta all’età di 76 anni. Sindacalista di lungo corso e figura di spicco del Partito Democratico, Fedeli ha guidato il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca nel governo Gentiloni dal 2016 al 2018, dopo una carriera iniziata nella CGIL e in politica eletta al Senato dal 2013. La sua attività è stata segnata dall’impegno per la scuola, i diritti delle donne e la parità di genere. Il cordoglio è arrivato da esponenti di vari schieramenti, tra cui la premier Giorgia Meloni e l’ex presidente del Consiglio Gentiloni.

Iran, dalla padella alla brace? Trump promette: “continuate la protesta, stiamo arrivando”

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«Patrioti iraniani, continuate a protestare – prendete il controllo delle vostre istituzioni! (…) L’aiuto è in arrivo»: così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha espresso la propria solidarietà al popolo iraniano e incitato la rivolta attraverso il proprio social Truth. Un messaggio che, più che un interesse filantropico e un «desiderio di libertà» per il popolo iraniano, mostra tutto l’interesse degli Stati Uniti per la destabilizzazione di un Paese che è il terzo al mondo per le scorte di petrolio e il cui regime è apertamente ostile agli Stati Uniti. Mentre i cittadini iraniani da settimane scendono in piazza per rivendicare i propri diritti a costo della propria vita – le informazioni, non verificabili con assoluta certezza, parlano di migliaia di vittime -, gli Stati Uniti cercano ancora una volta il modo di orientare a proprio vantaggio la situazione, perseguendo i propri interessi e la propria politica imperialista.

Nel suo post, Trump ha dichiarato anche di aver cancellato tutti gli incontri con i rappresentanti iraniani «fino a che le insensate uccisioni di coloro che protestano non finiranno». Ha anche rilanciato lo slogan coniato lo scorso anno, che richiama quello del proprio partito: MIGA, ovvero Make Iran Great Again (“rendiamo l’Iran di nuovo grande”). Eppure, non specifica quale tipo di «aiuto» riceverà il popolo iraniano, nè con quali tempistiche. Alle richieste dei giornalisti in merito, si è limitato a dichiarare: «dovete capirlo da soli». «L’Iran è nei miei pensieri», ha detto ai giornalisti il presidente, «il numero di morti sembra significativo, ma non lo sappiamo con certezza». Toni del tutto simili a quelli impiegati durante il tentato golpe in Venezuela, quando il presidente dichiarava che «non possiamo correre il rischio che qualcun altro prenda il controllo del Venezuela senza avere a cuore il bene del popolo venezuelano. Ne abbiamo avuti decenni. Non permetteremo che ciò accada». Salvo ammettere, subito dopo aver “ripristinato la democrazia” nel Paese, che l’interesse principale di Washington era accedere alle scorte di petrolio di Caracas. E come in Venezuela, «idealmente vorremmo vedere la democrazia in Iran», ha spiegato Trump ai giornalisti, «non vogliamo vedere persone uccise e vogliamo un po’ di libertà per queste persone, che hanno vissuto l’inferno per tanto tempo».

L’Iran rimane, in Medio Oriente, uno degli ultimi Paesi esplicitamente avversi a Washington (e Israele, alleato di cemento degli USA). La tensione tra i due Paesi è in ascesa almeno dal 2017, quando Trump ritirò gli USA dall’accordo sul nucleare siglato con l’Iran nel 2015 e reintrodusse sanzioni economiche contro Teheran. Nel 2025, le menzogne fabbricate per decenni da Washington e Tel Aviv sul nucleare iraniano hanno fornito il pretesto ottimale per Israele per entrare in guerra contro Teheran nella cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, alla quale gli USA si sono uniti a fianco del proprio alleato. E anche nel contesto delle proteste in atto in queste settimane, le autorità iraniane hanno accusato gli Stati Uniti di star soffiando sul fuoco della rivolta nel Paese. Nel frattempo, nella serata di ieri, il Dipartimento di Stato americano ha invitato tutti i propri cittadini ad abbandonare il Paese, consigliando di valutare gli spostamenti via terra verso la Turchia o l’Armenia. Una messaggio simile è stato diffuso anche dal Canada.

In Iran, intanto, le proteste infuriano e le uccisioni dei cittadini da parte delle autorità sembrano proseguire senza sosta, ma è al momento impossibile accedere a informazioni certe e verificate. Se domenica mattina (11 gennaio) si parlava di oltre un centinaio di manifestanti uccisi, nel giro di tre giorni appena l’escalation dei numeri è esplosa, con il sito Iran Intl che riportava ieri 12 mila vittime e definiva quello attuale «il più grande massacro della storia contemporanea del Paese». Tra le sue fonti citate per il conteggio ve sono alcune vicine al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e all’ufficio presidenziale, alcune interne al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, oltre a testimoni oculari, famiglie delle vittime e report di centri medici e sul campo. Reuters, citando un ufficiale iraniano, riporta invece che sono duemila le persone uccise.