Il Comune di Rimini ha avviato il percorso che porterà alla nascita della prima Comunità Energetica Rinnovabile (CER) cittadina, un sistema che consente a cittadini, imprese ed enti locali di produrre e condividere energia da fonti rinnovabili, riducendo i costi e redistribuendo i benefici sul territorio. Con particolare attenzione alle famiglie più fragili e al tessuto produttivo locale. Il progetto è già operativo sul piano organizzativo e infrastrutturale e si presenta come uno dei più strutturati a livello urbano in Italia.
A differenza di molte esperienze ancora in fase sperimentale, la C...
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A pochi giorni dall’uccisione di un 28enne marocchino, colpito da un poliziotto in borghese ora indagato per omicidio volontario, Rogoredo torna al centro della cronaca nera con un nuovo intervento armato delle forze dell’ordine. Domenica, a Milano, un uomo ha sottratto una pistola a una guardia giurata e, durante la fuga tra via Caviglia e via Cassinis, ha sparato contro la polizia. Gli agenti hanno risposto al fuoco, ferendolo gravemente. Il sospetto è stato soccorso e ricoverato in ospedale in codice rosso, mentre l’arma è stata recuperata. Le indagini sono in corso per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.
«Le cose in America stanno diventando infernali. Abbiamo un presidente infernale e un consiglio di sicurezza infernale, quindi ho deciso di intitolare il mio nuovo album Jazz from Hell». Queste le parole con cui un celebre musicista ha presentato alla stampa il suo nuovo disco, interamente eseguito da una macchina che ha sostituito tutti i musicisti nell’esecuzione dei brani. Sembra che si parli di Trump e dell’intelligenza artificiale, e invece siamo nel 1986. L’artista in questione era Frank Zappa che, dopo essersela presa con l’allora presidente Ronald Reagan, annunciava l’addio alla sua band e l’uscita di un disco interamente realizzato con un computer di ultima generazione: il Synclavier.
Nel 1986 Zappa era stanco dei limiti umani. Aveva guidato decine di formazioni, sottoponendo i musicisti a prove estenuanti affinché ogni nota delle sue, spesso deliranti, composizioni, fosse eseguita con precisione assoluta. Ma non era mai pienamente soddisfatto. Il computer divenne così la soluzione: «Il vantaggio principale del Synclavier è che posso immaginare ritmi che gli esseri umani hanno difficoltà persino a contemplare, figuriamoci a eseguire… Perché sottoporre un musicista a quella tortura quando puoi semplicemente digitare tutto e ottenere un risultato matematicamente esatto?».
Niente di così nuovo, in verità. Nel 1914 Stravinskij vide per la prima volta a Londra una pianola meccanica e pensò subito di usarla per rimpiazzare i musicisti. Dopo di lui, tanti altri avrebbero usato la tecnologia per sopperire ai limiti umani. Nel caso di Jazz From Hell, tuttavia, era la prima volta che la versione ancora primordiale di un computer veniva usata per creare melodie e composizioni così complesse.
Complesse o deliranti, a seconda dei punti di vista:
Immaginare il Synclavier come un computer moderno con schermo e tastiera potrebbe essere fuorviante. Lo strumento con cui Zappa compose il disco assomigliava molto di più a un armadio: un pesante mobile in legno dal quale spuntavano leve, fili e schede, collegato a un terminale che mostrava righe di codice e parametri numerici. Invece di “suonare” nel senso classico del termine, Zappa passò ore a inserire i dati nota per nota, battuta per battuta, utilizzando un linguaggio di programmazione. Un lavoro maniacale che però gli permise di controllare l’esecuzione con una precisione che nessun orecchio umano avrebbe potuto mai raggiungere. In un certo senso, il Synclavier fu per Zappa il musicista definitivo. Un lavoratore instancabile dalla precisione assoluta che, sempre per citare il maestro: «non arriva in ritardo alle prove, non si droga e non ha problemi di ego».
Il Synclavier utilizzato da Frank Zappa per il suo Jazz From Hell
Non il miglior disco di Frank Zappa, bisogna ammetterlo. Anche se riuscì comunque nel capolavoro di ottenere il bollino con cui la censura americana segnalava i testi espliciti (Parental Advisory: Explicit Content), nonostante l’album fosse interamente strumentale.
Stacco. Salto nel presente.
Pochi giorni fa una canzone di enorme successo è stata esclusa dalla classifica ufficiale svedese dopo che si è scoperto che era stata creata con l’Intelligenza Artificiale. Il brano si intitola I Know, You’re Not Mine ed è “cantato” da un certo “Jacob”. Le virgolette non sono casuali.
La canzone aveva superato i 5 milioni di streaming nel mondo e aveva raggiunto il primo posto nella classifica svedese di Spotify, prima che l’ente nazionale per il commercio musicale (IFPI) decidesse di farla sparire dalla lista dei brani più venduti. L’intervento dell’IFPI è arrivato dopo l’indagine di un giornalista investigativo, Emanuel Karlsten, che ha scoperto come il brano fosse stato registrato a nome di un imprenditore danese chiamato Stellar e accreditato a due dipendenti del reparto AI della sua azienda. Jacob, in sostanza, non esiste.
«La voce dell’artista Jacob e parti della musica sono generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale come strumento nel nostro processo creativo – ha spiegato Stellar – Siamo professionisti della musica che hanno investito molto tempo, energia e dedizione nella scrittura e nella produzione di questa uscita, guidati da una chiara visione artistica». Una posizione che, tutto sommato, non è troppo distante da quella sostenuta da Frank Zappa nel lontano 1986. Con una differenza non proprio trascurabile: allora nessuno aveva avuto nulla da ridire sulla genuinità delle sue creazioni al computer.
Certo, una distinzione andrebbe fatta. Jazz From Hell, del musicista Frank Zappa, era, pur con tutti i suoi limiti, un tentativo di spingersi oltre i livelli standard e di creare qualcosa di nuovo al fine di raggiungere un livello compositivo superiore. I Know, You’re Not Mine, parto della visione artistica denominata “Jacob”, è invece quanto di più mediocre si possa chiedere a una canzone folk: banale, innocua e perfettamente dimenticabile.
Il Synclavier di Frank Zappa superava le capacità umane. L’Intelligenza Artificiale, in questo caso, sembra piuttosto rivederle al ribasso. Ma il punto non è la tecnologia in sé. Il fatto che questa canzone abbia raggiunto i vertici delle classifiche non solleva tanti dubbi sulla capacità dell’AI di fare musica, quanto piuttosto sul nostro gusto come ascoltatori. O perlomeno come ascoltatori svedesi.
Ambulanze, camion di aiuti umanitari e mezzi pesanti hanno attraversato domenica il valico di Rafah dal lato egiziano verso la Striscia di Gaza, nell’ambito di una riapertura parziale del confine decisa da Israele per prove tecniche. La riattivazione del valico ha carattere sperimentale e serve a testare i meccanismi concordati per il transito di merci e soccorsi, in attesa dell’avvio ufficiale del passaggio a partire dal 2 febbraio. Il movimento dei civili palestinesi non è ancora autorizzato e potrebbe iniziare nei prossimi giorni.
Esattamente un anno fa, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) condannava l’Italia per non aver tutelato il diritto alla vita dei suoi cittadini. La CEDU, con una sentenza storica, ha certificato l’abbandono istituzionale nei confronti degli abitanti della Terra dei Fuochi. Contestualmente, i giudici europei hanno imposto allo Stato italiano di mettere in campo, nel giro di due anni, una strategia volta alla bonifica di un’area comprendente 90 comuni campani, con l’obiettivo di salvaguardare la salute di quasi 3 milioni di persone. Al primo giro di boa, l’azione istituzionale risulta non essere decollata del tutto, tra interventi limitati e risorse insufficienti, come certificato dal Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo, nato a luglio a seguito della sentenza CEDU, si è posto a guida del fermento dal basso che anima la società civile campana, a cui i giudici europei hanno riservato un ruolo centrale, affidando loro il monitoraggio dell’esecuzione della sentenza.
Le colpe dell’Italia e la sentenza CEDU
Negli anni ’80, il sodalizio tra classe imprenditoriale, massoneria, politica e camorra trasformò l’area della Campania felix in Malaterra, sversando milioni di tonnellate di rifiuti ovunque fosse possibile: corsi d’acqua, terreni, strade. I rifiuti venivano poi dati alle fiamme, moltiplicando i tassi di inquinamento. Per indicare tale schema di distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente è stato scelto il termine biocidio.
Per i primi anni, il fenomeno criminale è andato avanti a fari spenti, all’ombra dell’interesse mediatico. Poi si sono susseguite le prime confessioni dei pentiti (Carmine Schiavone su tutti), gli studi scientifici e rilevazioni varie. Come riportato dalla sentenza n. 51567/14 del 2025 della CEDU, le autorità erano a conoscenza dello sversamento illegale dei rifiuti almeno dal 1988 ma le risposte sono tardate ad arrivare.
Nel corso degli anni, sia i governi sia gli enti locali non hanno messo in campo una strategia efficace, esponendo circa 3 milioni di persone a inquinamento ambientale e dunque a elevati rischi per la salute. Nello specifico, la CEDU — l’organo che giudica il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo — ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 2 del trattato, relativo al diritto alla vita. I giudici europei hanno così messo nero su bianco una verità che gli abitanti della Terra dei Fuochi conoscevano da anni, perché vissuta sulla propria pelle, tra malattie e morti premature. La sentenza ha, in altre parole, coronato la lotta dei cittadini contro il negazionismo e le accuse di allarmismo.
Preso atto dell’inerzia italiana, la CEDU ha disposto diverse misure vincolanti, come la bonifica del territorio, il monitoraggio costante e indipendente, la trasparenza sulle informazioni ambientali e sanitarie. Per adeguarsi alle prescrizioni, sono stati dati all’Italia due anni di tempo, a partire da maggio 2025, quando la sentenza del 30 gennaio è diventata definitiva. A un anno di distanza dall’intervento dei giudici europei è possibile tracciare un primo bilancio — non troppo confortante — della risposta messa in campo dalle istituzioni nella Terra dei Fuochi.
La Terra dei Fuochi un anno dopo
«Il bilancio non sta a 0 ma a -1. Serve un deciso cambio di rotta per adeguarci alla sentenza europea», dice Raniero Madonna, membro del Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo ha organizzato a Napoli una conferenza stampa per fare il punto della situazione a un anno esatto dall’intervento della CEDU. Nella stessa giornata è stato lanciato il Forum civico che, proprio come il comitato, avrà il compito di vegliare sull’attuazione della sentenza, facendo da raccordo tra società civile e istituzioni, a partire dal livello più prossimo, quello locale. Il forum continuerà dunque il lavoro condotto dal comitato (e dalle tante associazioni che lo hanno preceduto) con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni di roghi e sversamenti, così come delle criticità sul territorio, monitorando lo stato delle bonifiche. A ciò si affianca l’elaborazione di proposte volte alla cura e alla rigenerazione di un’area vasta 1076 km², comprendente 90 comuni campani.
Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, i cittadini riunitisi nel Comitato per la dignità e per la vita hanno ribadito le responsabilità delle istituzioni verso il fenomeno Terra dei Fuochi. Sono state poi contestate tanto l’inerzia storica quanto le risposte recenti, a partire dal commissariamento. Poco dopo la sentenza CEDU, il governo Meloni ha infatti nominato il generale Giuseppe Vadalà commissario straordinario per la bonifica della Terra dei Fuochi. Il comitato ha riconosciuto a Vadalà l’impegno nella mappatura dei siti contaminati così come per la rimozione superficiale dei rifiuti (pari a 1700 tonnellate sulle 2700 previste). Tali operazioni hanno impegnato quasi la metà degli appena 60 milioni di euro stanziati dal governo, 45 provenienti dal Ministero dell’Ambiente e 15 previsti dal decreto-legge n. 116/2025 approvato ad agosto. Nei prossimi mesi, buona parte dei fondi rimanenti (circa 23 milioni) dovrebbero essere assegnati per completare la rimozione dei rifiuti in superficie, all’interno dei siti mappati.
Le cifre in ballo, però, sono ben più alte. Secondo le stime prodotte da Vadalà, infatti, servirebbero almeno 2,5 miliardi di euro soltanto per completare la bonifica di 81 siti di competenza pubblica, attraverso interventi spalmati su 10 anni. 14 di questi 81 siti sono aree di interesse primario, ma lo stato complessivo dell’avanzamento degli interventi di bonifica è fermo al 35%. Su 826 ettari di terreno analizzati, 110 sono stati dichiarati inidonei alla coltivazione e dunque interdetti.
Pur riconoscendo l’impegno del commissario Vadalà, che ha elaborato mensilmente dei rapporti sulle attività svolte, il Comitato per la dignità e per la vita rigetta la narrazione emergenziale che accompagna il commissariamento. I cittadini puntano piuttosto sulla gestione del fenomeno attraverso gli organi democratici ordinari. A Palazzo Chigi, così come per enti locali e agenzie specializzate – gli abitanti chiedono comunque un netto cambio di passo.
L’organizzazione in comitati e forum permette ai singoli di ottenere maggiore forza contrattuale, al fine di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, da assolvere in proprio e, almeno per un altro anno, in sinergia col commissario straordinario. Il comitato denuncia carenze su entrambe i profili; ai vari comuni della Terra dei Fuochi è stato chiesto di prendere formalmente atto dell’intervento giudiziario europeo, agendo così per la tutela effettiva del diritto alla vita. «In questo quadro, procedimenti autorizzativi relativi a nuovi impianti e il persistente ricorso alla combustione dolosa come forma sistemica di smaltimento illegale stanno determinando forti preoccupazioni e mobilitazioni civiche in diverse aree del territorio, tra cui l’area industriale di Aversa e, in modo particolarmente critico, l’agro caleno», scrivono i cittadini. Pur non avendo ancora dati definitivi sui roghi verificatisi nel 2025, è certa la loro persistenza, tanto da essere una costante nella vita di milioni di persone. In diversi casi, a bruciare sono gli impianti deputati allo smaltimento rifiuti. Quest’estate gli incendi di Teano e Pastorano sono risultati tra i più devastanti, con migliaia di tonnellate di rifiuti in fiamme e diossine sprigionate nell’aria.
Nella lettera inviata ai comuni, i cittadini riprendono i passaggi della sentenza CEDU, pretendendo «sorveglianza sanitaria delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare di quella pediatrica». «La piena attuazione di tale sorveglianza — continuano — richiede che i dati ambientali e sanitari siano resi disponibili in modo trasparente, accessibile e verificabile, attraverso strumenti di accesso pubblico».
La via tracciata dalla CEDU e rivendicata dai cittadini è quella di una collaborazione multilivello tra autorità e società civile. A tal proposito, un segnale incoraggiante proviene da Caserta, dove a ottobre è stata attivata la Conferenza dei servizi, quale «sede di confronto e coordinamento tra enti locali e territoriali, istituzioni sanitarie, tecnico-amministrative e soggetti portatori di interessi civici qualificati».
L’interfaccia continua tra cittadini e istituzioni, intuita dalla CEDU, è un primo passo per ricomporre il danno decennale causato agli abitanti della Terra dei Fuochi. «Qui non ci sono vittime — dice Enzo Tosti, storico volto delle lotte ambientaliste campane – ma persone che rivendicano sulla propria terra diritti che nessuno può più mettere in discussione». Per farlo, la logica dell’emergenzialità deve cedere il passo a quella della gestione globale, che metta insieme cura, sostenibilità ambientale, opportunità sociali e lavorative.
«Sulla base di una risoluzione dell’Assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione UE contro i pasdaran sono considerati terroristi». Con questa motivazione Teheran ha dichiarato ufficialmente “terroristi” gli eserciti europei, in risposta alla designazione delle Guardie della Rivoluzione islamica come organizzazione terroristica da parte dell’Unione europea. La misura era stata anticipata dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, che aveva accusato Bruxelles di agire “obbedendo ciecamente” a Stati Uniti e Israele. L’annuncio è arrivato dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, che ha spiegato come la decisione si basi su una risoluzione parlamentare e sull’articolo 7 della legge iraniana sulle contromisure.
Trent’anni dopo, resta solo la bestiale e sgrammaticata verità del “mascellone” Fabio Savi, il carrozziere che passava più tempo al poligono di tiro o a correre dietro alle sottane di qualche sposa che a verniciare lamiere. «Cosa c’è dietro la Uno bianca? Dietro la Uno bianca c’è soltanto i fanali, il paraurti e la targa». Trent’anni dopo, sono emblematiche le fotografie in bianconero con quella faccia un po’ da “pataca”, come dicono nella Romagna dove viveva. Gli occhi bovini dietro a lenti spesse, per nulla gentili: il “lungo” del trio di fratelli della morte. Con lui Alberto, detto Luca, qu...
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Proseguono gli attacchi contro l’Ucraina nonostante l’appello del presidente USA Donald Trump a Vladimir Putin per una pausa durante i giorni di gelo. Due persone sono morte nella notte a Dnipro, nell’Ucraina orientale, in seguito a un attacco con drone russo contro un’abitazione privata. Lo ha reso noto su Telegram Oleksandr Ganja, capo dell’amministrazione regionale di Dnipropetrovsk, precisando che le vittime sono un uomo e una donna. Nell’impatto sono stati distrutti anche altri due edifici. Dal lato russo, le forze di difesa aerea hanno riferito di aver intercettato e abbattuto 21 droni ucraini in diverse regioni durante la notte.
TORINO – È una vera e propria marea umana quella che ha invaso Torino nella giornata di oggi. Almeno in 50 mila, secondo gli organizzatori (15 mila per la questura), hanno raggiunto Torino da tutta Italia e dall’estero per scendere in piazza accanto ad Askatasuna, il centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre. Sono oltre 200 le realtà che hanno aderito, da centri sociali a ONG a parte del mondo della politica, fino a collettivi come il sardo A Foras, il Movimento No TAV, Fridays For Future, ANPI, ARCI, Thousand Madleens e molti altri. Ad accoglierle vi è era un fitto schieramento di agenti – almeno un migliaio, secondo quanto riferito da alcuni organi stampa. Dopo aver attraversato le vie della città, il corteo ha deviato verso corso Regina, dirigendosi verso il civico 47, dove ha sede l’edificio che è stato sgomberato. Qui, sono iniziati violenti scontri tra una parte del corteo e la polizia, con un fitto scambio di lacrimogeni e bombe carta e feriti da entrambe le parti.
Qualcuno porta un cartello, qualcuno tiene per mano dei bambini, c’è anche chi spinge un carrello con acqua, panini, vino e birra. Le bandiere che colorano le strade della città sono tante e sono diverse, ma portano tutte messaggi simili: basta con gli assalti agli spazi di aggregazione, basta con la politica della guerra, basta con il riarmo. Sono migliaia le persone che, nella giornata di oggi, hanno sfidato il governo e la sua retorica repressiva per presentarsi nel capoluogo torinese e sfilare con Askatasuna, dimostrando che, dove le istituzioni chiudono porte e dialogo, la società può ancora trovare solidarietà tra le proprie file. La solidarietà ha scavalcato persino i confini nazionali e portato nel capoluogo torinese solidali dalla Francia e da altre parti d’Europa.
Tre gli spezzoni del corteo che sono partiti nel primo pomeriggio da diversi punti del centro per poi incontrarsi in piazza Vittorio e percorrere l’ultimo tratto insieme verso il quartiere di Vanchiglia, militarizzato da oltre un mese. Dallo sgombero del centro sociale, infatti, camionette, concertina e decine di agenti presidiano la zona, in particolare l’area attorno all’ex sede del centro sociale, situata in corso Regina 47 – del tutto noncuranti del disagio arrecato ai residenti. Il corteo, oltre ad esprimere sostegno al centro sociale sgomberato, era volto a maninfestare il totale disaccordo della società civile con le politiche repressive del governo e con il riarmo, oltre a ribadire a gran voce il sostegno per la Palestina e chiedere la fine del genocidio. Sin dalle prime ore di questa mattina, i controlli di polizia sono stati numerosissimi, con posti di blocco disposti lungo tutto il tratto autostradale verso Torino e ai caselli. Numerosi attivisti hanno segnalato anche, in diverse parti della città, la presenza di agenti della DIGOS che hanno identificato le persone a piedi. Non solo: sono stati disposti controlli preventivi anche ai valichi del Frejus e del Monginevro, nonchè al trasporto ferroviario e persino a quello aeroportuale. In tutto, sono 747 le persone identificate prima ancora che la manifestazione cominciasse, con 236 veicoli e 4 aerei controllati, 24 i fogli di via obbligatori distribuiti, con divieto di rientro a Torino per periodi variabili da 1 a 3 anni, e 10 gli avvisi orali, oltre a 7 daspi urbani (detti DACUR).
Dopo aver sfilato per le vie attorno al centro città, il corteo si è diretto verso la sede di corso Regina 47, presidiato da decine di camionette e agenti in tenuta antisommossa, oltre che da camion-idrante e un elicottero che per diverse ore ha sorvolato il centro. Ne sono seguiti scontri durissimi tra una parte degli attivisti e la polizia, che si sono protratti tra le sei e le otto di sera. Al lancio di bombe carta e fuochi d’artificio è seguita una fitta pioggia di lacrimogeni e il getto degli idranti, mentre alcuni manifestanti sono stati picchiati con manganelli. Alcuni attivisti sono riusciti a dare fuoco a una camionetta della polizia e a creare delle barricate in mezzo a corso Regina con cassonetti dei rifiuti e cassonetti della spesa, prima di essere dispersi tra via Rossini e le strade circostanti.
Come sempre, tanto è bastato per catalizzare l’attenzione della politica. Dimenticandosi delle 50 mila persone accorse da tutta Italia per protestare contro il suo governo, Giorgia Meloni ha immediatamente provveduto a condannare quanto avvenuto in città, definendolo “grave e inaccettabile”. “Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze” ha commentato, dimenticando che la realtà dei fatti è ben diversa: al momento dell’operazione di polizia di dicembre, l’Askatasuna era un centro occupato legalmente da un movimento che pagava l’affitto al Comune e che aveva pagato di tasca propria i lavori di riqualificazione e ristrutturazione. Soldi andati del tutto in fumo, dopo che la polizia ha distrutto l’interno della struttura rendendo vani mesi di lavori e impegno comune. Anche questo ha contribuito a fomentare la rabbia della piazza: l’azione muscolare di un governo il cui chiaro obiettivo è quello di silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione efficace – e quindi scomoda. D’altronde, sul profilo X della presidente del Consiglio, accanto al video del poliziotto malmenato da un piccolo gruppo di attivisti non trovano spazio le immagini dei poliziotti che manganellano manifestanti inermi in terra.
«Gli utenti possono dichiararsi sionisti orgogliosi, ma usare il termine in senso negativo è un incitamento all’odio e gli account vengono bannati». Con queste parole, il nuovo CEO statunitense di TikTok USA, già responsabile delle operazioni e delle politiche di trust and safety della piattaforma, Adam Presser, ha dichiarato durante un intervento al Congresso Ebraico Mondiale che la nuova policy del social designa la parola “sionista” come “incitamento all’odio”. «Nel corso del 2024, abbiamo triplicato il numero di account che abbiamo bannato per attività d’odio», ha aggiunto Presser. Non si ...
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