mercoledì 28 Settembre 2022

Israele impone il controllo sulle relazioni amorose tra stranieri e palestinesi

Secondo le nuove regole stabilite dal governo israeliano, i cittadini stranieri in Cisgiordania dovranno informare entro trenta giorni il Ministero della Difesa israeliano in caso di interesse amoroso verso una persona dalla cittadinanza palestinese. Se poi il rapporto dovesse evolvere in un matrimonio, la coppia interessata dovrebbe andarsene entro 27 mesi dal Paese per un periodo “di riflessione” di almeno mezzo anno. Queste norme sono entrate in vigore lunedì 5 settembre, e riguardano tutti quei cittadini che vivono in Cisgiordania per un periodo di tempo prolungato, spesso per volontariato o per lavoro. Le disposizioni – senza pari in nessun Paese considerato civile al mondo – sono state prescritte, come dichiarano le autorità israeliane, per motivi di sicurezza.

I provvedimenti fanno parte di una serie di norme stabilite dal Cogat, il dipartimento delle forze armate israeliane responsabile per gli affari civili nei Territori palestinesi occupati, e hanno l’obiettivo di regolamentare la vita degli stranieri in Cisgiordania, tra cui i loro rapporti interculturali. Le regole erano pronte dallo scorso febbraio ma numerosi ricorsi e petizioni le hanno tenute in sospeso fino a ieri. Le nuove disposizioni non si applicano a coloro che visitano Israele e le parti della Cisgiordania controllate dai palestinesi, né agli insediamenti ebraici, di cui l’ingresso è gestito dalle autorità israeliane per l’immigrazione.

Le norme sono esposte in un lungo documento, la cosiddetta «Procedura per l’ingresso e il soggiorno degli stranieri nell’area di Giudea e Samaria» (dove Giudea e Samaria è il nome biblico che Israele usa per definire la Cisgiordania palestinese), composto da 97 pagine. Le restrizioni non interessano solo le relazioni amorose ma colpiscono, attraverso importanti limitazioni sulla durata dei visti e delle loro estensioni, aziende, uomini d’affari, programmi di aggiornamento professionale nella sanità, organizzazioni umanitarie e numerosi altri settori. L’intento è quello di contenere la permanenza degli stranieri in Cisgiordania permettendo loro di restare, di fatto, solo per brevi periodi. A esplicitare gli obiettivi è lo stesso documento, che ha lo scopo di definire “i livelli di autorità e le modalità di trattamento delle domande degli stranieri che desiderano entrare nell’area di Giudea e Samaria”. Alla base giuridica della «Procedura per l’ingresso e il soggiorno degli stranieri nell’area di Giudea e Samaria» ci sarebbero gli accordi di pace provvisori raggiunti negli anni ’90, secondo i quali è richiesta l’approvazione israeliana per concedere la residenza ai coniugi e ai figli dei residenti palestinesi in Cisgiordania e a Gaza e per approvare i permessi di visita.

L’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e organismo di rappresentanza del popolo palestinese, ha risposto a tali norme affermando che queste introducono “regolamenti di apartheid che impongono una realtà di uno Stato e due sistemi diversi”. L’associazione Right to Enter, poi, ha parlato di “pratiche discriminatorie, crudeli e arbitrarie da parte delle autorità israeliane” che causano “immense difficoltà umanitarie” ai coniugi stranieri, forzatamente separati dalle loro famiglie in Cisgiordania. Oltretutto, alcune categorie di visite ai parenti non sono ancora state elencate, come ad esempio quelle a fratelli, nonni e nipoti. Le nuove regole, poi, specificano che i cittadini stranieri che arrivano con un permesso per la sola Cisgiordania sono obbligati a viaggiare per via terrestre e possono utilizzare l’aeroporto israeliano Ben Gurion solo in casi eccezionali.

La Procedura colpisce anche gli studenti stranieri ed Erasmus: le università in Cisgiordania possono ospitare un massimo di 150 visti per gli studenti stranieri e 100 per i docenti, mentre l’ambiente accademico israeliano non subirà alcun limite. Nel 2020, solo nell’ambito del programma Erasmus+, 366 persone tra studenti e personale europeo dell’istruzione superiore avevano frequentato un istituto palestinese. In Israele, invece, si sono recati nello stesso anno 1.671 studenti europei. La Commissione europea si è detta «preoccupata» per le restrizioni che le nuove procedure causeranno allo svolgimento del programma universitario Erasmus+, ma un suo qualsiasi intervento è ritenuto improbabile. “Dal momento che Israele stesso trae grandi benefici dal programma Erasmus+, la Commissione ritiene che esso debba facilitare e non ostacolare l’accesso degli studenti alle università palestinesi”, ha dichiarato la commissaria europea Mariya Gabriel.

Secondo Jessica Montell, direttore esecutivo dell’organizzazione non governativa israeliana HaMoked, che ha presentato una petizione all’Alta Corte israeliana contro le Procedura, «si tratta di ingegneria demografica della società palestinese e di isolamento della società palestinese dal mondo esterno». Le norme «rendono molto più difficile per le persone venire a lavorare nelle istituzioni palestinesi, fare volontariato, investire, insegnare e studiare».

[di Sara Tonini]

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