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Lo studio su cui Pfizer si basa per chiedere la 3a dose è stato fatto su sole 23 persone

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Nei giorni scorsi i media italiani hanno riportato uno studio della Pfizer secondo cui la somministrazione di una terza dose del vaccino anti Covid sarebbe in grado di aumentare fortemente la protezione contro la variante Delta. Nello specifico, nei soggetti di età compresa tra i 18 ed i 55 anni essa permetterebbe di avere un livello di anticorpi 5 volte maggiore rispetto a quello che si ottiene sottoponendosi a 2 dosi, mentre negli individui tra i 65 e gli 85 anni i titoli anticorpali aumenterebbero di 11 volte.

Tuttavia, seppur tali risultati siano realmente stati forniti dall’azienda farmaceutica statunitense, i quotidiani mainstream hanno omesso un dato fondamentale contenuto nello studio: consultandolo infatti si legge (a pagina 27) che esso è stato effettuato nei confronti di sole 23 persone. Precisamente, 11 soggetti rientranti nella fascia di età 18-55 anni ed altri 12 in quella 65-85. Alla luce di ciò, è chiaro che si tratta di un semplice studio aziendale, al quale non ci si può affidare così come lo si fa nei confronti delle ricerche scientifiche vere e proprie. Esso infatti non rispetta minimamente i requisiti necessari per essere denominato in tal modo: basterà ricordare che in questo caso non si ha a che fare con una ricerca indipendente, e inoltre lo studio non è stato sottoposto alla revisione paritaria, ossia la valutazione critica che un lavoro scientifico riceve da parte di specialisti aventi competenze analoghe a quelle di chi lo ha effettuato, i quali stabiliscono se esso è idoneo alla pubblicazione.

Nonostante tutto ciò, però, Pfizer nelle scorse settimane aveva annunciato di voler chiedere alle autorità regolatorie l’autorizzazione per la terza dose del siero. Tuttavia, secondo quanto riportato dai media statunitensi, le autorità sanitarie degli Usa non erano molto favorevoli a tale ipotesi. Ed anche l’Ema non sembrava ben disposta: fonti dell’Agenzia europea per i medicinali avevano infatti dichiarato che fosse presto per «confermare la necessità di una ulteriore dose di richiamo» ma che, ad ogni modo, sarebbero stati «esaminati rapidamente questi dati non appena disponibili». Eppure recentemente il portavoce della Commissione Europea per la Salute, Stefan de Keersmaecker, ha affermato: «Siamo consapevoli del fatto che potrebbe essere necessario un booster di vaccino», ovvero una terza dose. «È anche per questo che abbiamo concluso un terzo contratto con BioNTech/Pfizer, annunciato qualche tempo fa, che prenota 1,8 miliardi di dosi». Dichiarazioni alquanto contrastanti con la mancanza di certezza circa la necessità e l’efficacia della terza dose.

Detto questo, vi sono alcuni Paesi che hanno anche già dato il via libera all’utilizzo della stessa nonostante, come detto, i dati siano scarni e lo studio in questione non sia una ricerca scientifica. In Israele, infatti, sono iniziate le somministrazioni: dalla giornata di domenica gli over 60 già vaccinati (sottopostisi alla seconda dose da più di 5 mesi) hanno iniziato a ricevere la terza iniezione. La Germania invece, come annunciato dal ministero della Salute tedesco, a partire da settembre metterà a disposizione degli anziani e delle persone a rischio una terza dose del vaccino Pfizer o Moderna, che sarà offerta anche a chi ha ricevuto il vaccino Astrazeneca o il Johnson&Johnson. Infine, pure nel Regno Unito si potrebbe procedere in maniera simile, e seppur ancora non vi sia un annuncio ufficiale, i media locali sottolineano come il Paese sia pronto a procedere in tal senso: secondo il quotidiano Telegraph da settembre 32 milioni di cittadini si sottoporranno alla terza dose.

[di Raffaele De Luca]

Almeno 40 civili morti nei combattimenti in Afghanistan

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In Afghanistan, almeno 40 civili hanno perso la vita ed altri 118 sono rimasti feriti nelle ultime 24 ore. Il tutto a causa dei combattimenti tra talebani e forze afgane nella città assediata di Lashkar Gah, situata nel sud del Paese. La notizia è stata divulgata nella giornata di oggi, tramite un tweet, dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan.

Bologna, 90 operai licenziati con un messaggio su WhatsApp

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Logista, leader nella distribuzione del tabacco in Italia, ha scelto di chiudere il sito di Bologna. Per avvisare i propri dipendenti della scelta presa, la multinazionale monopolista della distribuzione del tabacco ha “semplicemente” inviato, a circa novanta lavoratori, un messaggio WhatsApp. Il suddetto messaggio è il seguente: «Da lunedì 2 agosto lei sarà dispensato dall’attività lavorativa. Cordiali Saluti». Nella serata di sabato 31 luglio, sessantacinque addetti al magazzino di Logista hanno scoperto di essere stati licenziati, guardando le notifiche sul loro smartphone. Oltre agli addetti al magazzino, il “licenziamento telefonico” ha riguardato anche il personale delle pulizie, gli addetti alla vigilanza e il personale impiegatizio diretto. In questo modo, si arriva a circa novanta persone che hanno inaspettatamente perso il lavoro. Nessun preavviso per i dipendenti, molti dei quali si trovavano – finalmente – in ferie. Perché durante la pandemia, Logista Italia SpA non ha subito alcuno stop. Anzi, in quanto attività essenziale, i tabacchi hanno potuto evitare la forzata pausa che, invece, ha travolto moltissimi altri settori. Al sindacato è stata inviata una mail lo stesso giorno del messaggio WhatsApp, ma qualche ora prima, nel pomeriggio.

Il sindacato Sicobas esplica i motivi della scelta presa dalla multinazionale, motivi che non riguardano una crisi. «Il problema del sito di Bologna non è certo un problema di produttività, ma di costo del lavoro», sottolinea Sicobas. Logista Italia SpA avrebbe preso una scelta indubbiamente premeditata, rimasta in sordina fino a sabato 31 luglio. La scelta è quella di spostare l’attività non all’estero, bensì in zone dell’Italia dove il costo del lavoro possa essere più basso. È dal 2013 che Sicobas e i dipendenti hanno scelto di organizzarsi col fine di migliorare la loro situazione lavorativa. Anni dopo l’ottenimento di determinate richieste volte al rispetto dei diritti e al miglioramento delle condizioni economiche, la multinazionale ha ora scelto di aprire nuove sedi in luoghi che – ancora – mancano di tali incrementi. Dalla giornata di lunedì 3 luglio i lavoratori si sono organizzati per presidiare l’Interporto di Bologna, così da mostrare la loro indignazione e lottare per il loro posto di lavoro.

Un licenziamento di questo tipo è conseguenza diretta della revoca del blocco licenziamenti che ha dato il via a un domino di congedi. Le scelte di Draghi sono state appoggiate e sostenute anche dall’Unione Europea che segue la “filosofia”: se non si può proteggere tutti non si deve proteggere nessuno. La proroga disposta dal Decreto sostegni bis al blocco dei licenziamenti, varato dal Governo Conte con il fine di evitare che migliaia di lavoratori subissero le conseguenze negative della crisi economica verificatosi con la pandemia, è scaduto il 30 giugno. Solo due giorni dopo, in Brianza, i dipendenti della Gianetti Ruote (nata nel 1880) senza alcun preavviso, hanno ricevuto una mail: «chiusura dello stabilimento», quindi l’avvio della procedura di licenziamento per ben 152 dipendenti. Poi, 442 lavoratori della Gkn Driveline di Firenze, sono stati licenziati in data 9 luglio. È stata in seguito la volta dell’ex Embraco di Riva di Chieri in Piemonte, dove 400 persone hanno perso il posto di lavoro. Successivamente, la multinazionale che si occupa di elettrodomestici, la Whirlpool, ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per 327 dipendenti della sede di Napoli. Un triste modello partito dal 30 giugno e che sembra ripetersi a iosa, lasciando migliaia di persone senza un posto di lavoro, con avvisi all’ultimo minuto, mortificate e con intere famiglie da mantenere, in un momento di grave crisi.

[di Francesca Naima]

Nel mondo 2 città sono già diventate invivibili a causa del riscaldamento globale

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Il riscaldamento globale è reale: due città hanno raggiunto picchi di temperatura talmente alti da divenire invivibili per l’essere umano. Si tratta di Jacobabad, in Pakistan e, di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. Luoghi già caratterizzati da un caldo torrido, hanno ora superato la soglia dei 52 gradi centigradi; una temperatura ritenuta letteralmente insopportabile per l’essere umano. Jacobadad è situata nella provincia del Sindh, in Pakistan, e conta duecentomila abitanti. Tra questi, solo una piccola élite può permettersi sistemi di aria condizionata in casa. Infatti, i ricoveri per problemi causati da una temperatura incompatibile con l’uomo sono sempre più frequenti. Ad aggravare la situazione, poi, i continui blackout cittadini. Jacobadad si trova in corrispondenza del Tropico del Cancro e al momento del solstizio d’estate, la città pakistana viene  perpendicolarmente colpita dai raggi del sole e a ciò si aggiunge l’aria umida proveniente dal mar Arabico. La coesistenza di calore e umidità hanno reso Jacobadad uno dei due luoghi sulla terra ad aver superato ufficialmente la soglia più calda, impossibile da sopportare per il corpo umano. L’altro luogo nel mondo con una temperatura oltre i 52 gradi è Ras Al Khaimah, capitale dell’omonimo Emirato. Ras Al Khaimah è la sesta città più grande degli Emirati Arabi Uniti ed è ora caratterizzata da violenti temporali. La pioggia in procinto di cadere non è però naturale, bensì artificiale, e viene utilizzata proprio per combattere l’ondata di caldo. Non è, questo, il primo caso del cosiddetto cloud seedinggià utlizzato in altre città degli Emirati Arabi Uniti, ma anche in Cina.

Il calore raggiunto nelle due città è a tutti gli effetti impossibile da sopportare per il corpo umano. Biologicamente, gli esseri umani non possono convivere con temperature superiori ai 52 gradi centigradi. Perché? Il motivo è legato alla capacità di termoregolazione del corpo: l’essere umano è in realtà in grado di resistere fino a una temperatura esterna di ben 120 gradi, se per un periodo di tempo molto limitato. Il tutto, a condizione che ci sia modo, per il sudore, di evaporare. Nel momento della sudorazione la pelle si raffredda e la temperatura interna rimane stabile, quindi il corpo perde calore. Se però l’umidità è troppo alta, il processo descritto non può avvenire e la temperatura corporea si alza fino a causare problemi molto gravi. È esattamente quel che sta accadendo a Jacobadad e Ras Al Khaimah, per ora. È infatti solo l’inizio di un’inospitalità che si prospetta sempre più apocalittica. Tom Matthews, esperto di cambiamento climatico, ha pubblicato uno studio con il suo team a riguardo, pubblicato lo scorso anno nella rivista Science Advances. Dallo studio pubblicato emerge che anche in parti dell’India costiera orientale, del Pakistan e dell’India nord-occidentale sono stati registrati preoccupanti picchi di caldo. In India e in Pakistan, ne 2015, sono stati più di quattromila i morti causati da due gravi ondate di calore. Anche altre zone del mondo hanno conosciuto una temperatura sempre più alta: il Golfo di California, il Golfo del Messico, l’Oregon, Washington. Recentemente, anche la città Lytton, in Canada, sono state raggiunte temperature preoccupanti, tanto che diversi residenti hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, a causa degli incendi dettati dal troppo caldo.

La situazione climatica e l’ospitalità o meno di un luogo, condizionano da sempre le scelte di vita e lo sviluppo delle società umane. Una delle svariate conseguenze del riscaldamento globale sulle comunità umane è infatti la scelta di migrare in cerca di territori più ospitali, che danno vita ai cosiddetti migranti climatici. Le conseguenze umane dei cambiamenti climatici sono state approfondite da una ricerca intitolata Groundswell : Preparing for Internal Climate Migration. Nei prossimi anni, il clima cambierà come mai prima d’ora, causando l’aumento di temperatura, periodi di siccità, alluvioni ed altri eventi estremi. In molti si ritroveranno costretti ad abbandonare i territori diventati rischiosi e inospitali, modificando radicalmente la distribuzione geografica della popolazione. Vere e proprie migrazioni di massa caratterizzeranno gli anni a venire; migrazioni che, in realtà, hanno già avuto inizio.

[di Francesca Naima]

Covid: vendita illegale di farmaci, 95 siti web oscurati dai Nas

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95 siti web collocati su server esteri sono stati oscurati dai Carabinieri del Nas. Si tratta di un’operazione effettuata tra giugno e luglio, dalla quale si è appreso che all’interno di questi siti venivano promossi e offerti, anche in lingua italiana, diversi tipi di farmaci correlati anche all’emergenza pandemica da Covid-19, tra cui: l’antibiotico azitromicina, gli antivirali remdesivir e ribavirin, gli antimalarici clorochina e idrossiclorochina e l’antinfiammatorio colchicina. Salgono dunque a 241 i provvedimenti a cui fino ad ora hanno dato esecuzione i Nas nel 2021, di cui 209 sono collegati alla pandemia.

Niger: almeno 15 soldati uccisi in un agguato

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Almeno 15 soldati sono rimasti uccisi in un agguato, presumibilmente di matrice jihadista, nel Sud-Ovest del Niger, lo ha reso noto il ministro della Difesa del Paese africano. Il bilancio è destinato ad aggravarsi visto che nel convoglio militare, attaccato con colpi di fucile ed esplosivo, vi sono altri 6 feriti e 7 dispersi. La notizia è tanto più rilevante in Italia, visto che il nostro Paese ha pianificato l’apertura di una base militare in Niger, per affiancare la Francia e il governo locale nella battaglia contro i gruppi jihadisti (in particolare contro il gruppo Stato Islamico del Grande Sahara) che si stanno dimostrando sempre più forti.

Un attacco hacker tiene in scacco le vaccinazioni del Lazio

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“O la borsa o la vita”: questo è di fatto il tono che che assume l’attacco hacker che sabato notte ha colpito il sito web della regione Lazio e il suo Centro Elaborazione Dati (Ced), cosa che a sua volta è finita con l’intaccare anche il portale dedicato alle prenotazioni dei vaccini contro SARS-CoV-2.

A causare disagi è un ransomware, una tipologia di virus che blocca i sistemi informatici delle vittime, così che queste siano eventualmente obbligate a pagare un lauto riscatto versando nelle tasche dei cybercriminali criptovalute non tracciabili. L’unico modo per non cedere al ricatto sarebbe quello di reimpostare i macchinari a un periodo precedente all’infezione, ma sembra che in regione abbiano qualche problema ad assicurarsi che il virus in questione non si rifaccia immediatamente vivo.

Nicola Zingaretti, presidente della regione, nega categoricamente che sia stata formalizzata una richiesta di pagamento, o, per meglio dire, nega che l’Amministrazione sia stata raggiunta direttamente dai malfattori. Una verità zoppicante, visto che il virus stesso rimanda a un sito internet in cui gli hacker chiedono di essere contattati. La regione Lazio, in ogni caso, pare non abbia aperto alcun canale di trattative.

Zingaretti non ha comunque mancato di etichettare l’offensiva come un attacco «molto potente e molto invasivo», spingendosi a definirlo un «attacco terroristico» mentre l’Assessore alla Sanità e Integrazione Sociosanitaria, Alessio D’Amato, che lo ha addirittura definito «senza precedenti». I fatti che stanno emergendo raccontano un panorama meno iperbolico, quasi banale: il profilo di un amministratore di Rete sarebbe stato violato attraverso strategie criminali perpetrate su larga scala, senza che l’infiltrazione in questione sia stata guidata da qualsivoglia preparazione profonda o ideologia. Nessun attacco “no-vax”, per intendersi, anche perché sembra che il tutto sia stato orchestrato al di fuori dei confini nazionali.

Di positivo c’è che sia D’Amato che Zingaretti ribadiscono che i dati personali e finanziari siano al sicuro, tanto più quelli dei politici e delle figure pubbliche che sono andate a vaccinarsi in quel del Lazio. Allo stesso tempo bisogna ricordare che le infrastrutture pubbliche, soprattutto quelle ospedaliere, siano il bersaglio privilegiato di questo genere di strategie, se non altro perché proprio questo genere di risorse pubbliche sono spesso gravate da sistemi di difesa obsoleti pur fornendo servizi che si dimostrano essenziali al funzionamento e alla sopravvivenza delle comunità.

L’assalto al Ced non è un’anomalia, ma una nuova norma che piuttosto dev’essere inquadrata come una prova del fuoco utile a valutare quanto lo Stato italiano sia in grado di concretizzare la Direttiva europea NIS per la sicurezza delle Reti, nonché il perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, recenti protocolli di tutela informatica che sono stati pensati appositamente per risolvere e gestire questo genere di evenienze.

Ora come ora i risultati non sembrano ottimi, soprattutto se si dimostrassero vere le indiscrezioni pubblicate dal quotidiano Repubblica, il quale sostiene che il Lazio stia chiedendo assistenza logistica agli USA, un Paese che negli ultimi mesi è stato martoriato da virus di ogni tipo e le cui aziende hanno preso l’abitudine di accomodare con regolarità le richieste dei criminali.

[di Walter Ferri]

Contro il green pass manifestazioni in tutta Europa

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Questo fine settimana in diversi Paesi europei i cittadini sono scesi in piazza per manifestare contro il green pass: tra questi c’è l’Italia, dove per il secondo sabato di seguito le persone hanno protestato contro il lasciapassare sanitario, che dal 6 agosto sarà obbligatorio per svolgere vari tipi di attività. In più di 80 città, da Nord a Sud, centinaia di migliaia di italiani a partire dalle ore 18:00 hanno espresso il loro dissenso nei confronti della politica sanitaria e si sono schierati a favore della libertà di scelta: non si è trattato di mobilitazioni organizzate da partiti politici, bensì di proteste iniziate spontaneamente dal basso, alle quali hanno preso parte indistintamente cittadini di qualsiasi estrazione sociale e fede politica. La manifestazione più partecipata è stata senza dubbio quella di Milano, dove 10mila persone hanno contestato le scelte del governo al grido di «no green pass». Nello specifico essa è cominciata in piazza Fontana, e successivamente i contestatori hanno sfilato verso la vicina piazza del Duomo.

Anche a Roma migliaia di cittadini sono tornati a riunirsi in Piazza del Popolo ed hanno criticato fortemente, tra le altre cose, il discorso recentemente fatto dal Presidente del Consiglio Mario Draghi, che stando ai dati ed alle evidenze scientifiche si è rivelato pieno di fake news. Inoltre i manifestanti hanno ricordato il medico Giuseppe De Donno, che nella scorsa settimana ha perso la vita, urlando il suo nome ed inginocchiandosi in suo onore. Merita di essere menzionata, poi, anche la protesta di Torino, dove migliaia di persone hanno preso parte al corteo contro il green pass nonostante la pioggia ed hanno rivendicato i propri diritti al grido di «libertà».

Detto ciò, il nostro Paese non è l’unico in cui si sono tenute proteste del genere. In tal senso, per il terzo weekend consecutivo in Francia i cittadini sono scesi in piazza contro il pass sanitario: il Parlamento ha infatti approvato questa settimana una nuova legge con cui sono state rese obbligatorie le vaccinazioni per alcune categorie di lavoratori ed è stato esteso l’obbligo di munirsi del lasciapassare. Secondo le stime delle autorità (notoriamente al ribasso) alle mobilitazioni hanno preso parte più di 200.000 individui, un numero maggiore di quello registrato nelle scorse settimane. Non sono mancati, però, momenti di tensione con le forze dell’ordine, ed a livello nazionale la polizia ha arrestato 72 persone di cui 26 solo a Parigi, dove si è svolta una grande manifestazione.

In Germania nonostante i divieti imposti dalle autorità, che non hanno autorizzato decine di manifestazioni previste per questo fine settimana, le proteste hanno avuto luogo. I media locali hanno parlato di migliaia di persone che domenica sono scese in piazza a Berlino per contestare le misure anti Covid: infatti, seppur molte di esse siano state allentate a maggio, alcune attività richiedono all’individuo la prova dell’avvenuta vaccinazione o della negatività al virus o, ancora, della guarigione dal Covid. Durante le proteste vi sono stati scontri con la polizia, che ha cercato di impedire alle persone di manifestare, e quasi 600 di loro sono state arrestate dagli agenti.

Infine, anche in Olanda i cittadini hanno fatto sentire la loro voce: sempre nella giornata di domenica in migliaia hanno espresso il loro dissenso contro le misure anti coronavirus marciando nelle strade di Amsterdam.

[di Raffaele De Luca]

Incendi in Turchia: almeno 8 morti

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In Turchia, si è aggravato il bilancio delle vittime causate dagli incendi che si stanno verificando da mercoledì 28 luglio. Il numero dei morti, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa turca Dha, è infatti salito ad 8 in seguito al ritrovamento dei corpi di una coppia turco-tedesca in una casa a Manavgat, in provincia di Antalya. A tal proposito, gli incendi sono ancora presenti ad Antalya e Muğlain, dove le persone sono scappate a bordo di barche.

Fascisti, servizi, P2 e Stato: sulla strage di Bologna in realtà sappiamo molte cose

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Sono trascorsi 41 anni dall’attentato alla stazione di Bologna in cui persero la vita 85 persone e 200 furono ferite, la strage terroristica più efferata compiuta in Italia dal dopoguerra ad oggi.
Nonostante i numerosi tentativi di depistaggio delle indagini e le campagne mediatiche condotte per confondere le idee all’opinione pubblica, che inevitabilmente negli anni passati erano promosse nei giorni precedenti la commemorazione delle vittime, i più recenti sviluppi processuali fanno ben sperare per ottenere una verità più ampia su quanto accaduto quel tragico 2 agosto.
Come noto, alle condann...

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