Almeno quattro palestinesi sono stati uccisi all’interno del campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata. Ad ucciderli le forze armate israeliane in uno scontro a fuoco avvenuto all’alba. Al momento mancano ricostruzioni imparziali sull’accaduto, secondo quanto riportato dal governo israeliano: “la polizia di frontiera israeliana conduceva una operazione a Jenin volta ad arrestare una persona implicata in attività terroristiche quando è stata bersaglio di spari. Fuoco pesante è stato aperto sulla forza a distanza ravvicinata e da un gran numero di persone. Le forze di infiltrazione della polizia di frontiera hanno risposto al fuoco e hanno neutralizzato i terroristi”. Difficile ovviamente stabilire se si tratta di una ricostruzione fedele dei fatti, visto che proviene dalle stesse forze di occupazione israeliane. Di certo tra i poliziotti israeliani non vi sono stati feriti.
Haiti: almeno 300 morti nel terremoto
Almeno 300 vittime, in una conta assolutamente parziale e che pare destinata a salire, queste le notizie che arrivano da Haiti dopo che un terremoto di magnitudo 7,2 ha colpito il paese alle 13:30 (ora italiana) di ieri con epicentro a 120 km dalla capitale Port-au-Prince. Il terremoto è stato addirittura più forte di quello che nel 2010 causò 220.000 vittime, ma fortunatamente l’epicentro è stato più distante dalla popolatissima capitale. I dispersi sono migliaia e secondo quanto riportato dai media si attende anche l’arrivo di un uragano.
Afghanistan: governo verso dimissioni con mandato di governo ai talebani
Afghanistan, atto finale. I talebani sono a un passo dalla conquista del governo. Secondo quanto riferito dal ministro dell’Interno, Abdul Sattar Mirzakwal: «I talebani hanno iniziato a entrare a Kabul e avanzano da ogni lato». Secondo l’Associated Press i negoziatori talebani sono diretti verso il palazzo presidenziale per preparare il “trasferimento” di potere. Mentre il media arabo Al Arabia, citando due fonti del governo, sostiene che “il presidente Ashraf Ghani, nelle prossime ore si dimetterà lasciando a un governo ad interim che sarà guidato dai talebani”. Prosegue intanto la fuga del personale internazionale, per stasera sarebbe previsto il volo di rimpatrio per gli italiani.
Afghanistan: talebani alle porte di Kabul, Usa evacuano il personale
Non si ferma la rapida offensiva dei ribelli talebani in Afghanistan. Poche ore fa è caduta nelle loro mani anche la città di Jalalabad, conquistata senza combattere. I talebani controllano ora almeno 25 delle 34 province del Paese. Si trovano alle porte di Kabul e sono già penetrati nella sua provincia, conquistando nella notte il distretto di Sarobi, alla periferia della capitale. A rendere evidente la gravità della situazione il fatto che – secondo quanto riportato da Al Jazeera – questa mattina alle 7:30 ora italiana gli Usa hanno iniziato l’evacuazione del loro personale rimasto a Kabul con degli elicotteri. I talebani, secondo quanto riportato anche da membri del governo, stanno concedendo corridoi sicuri non solo ai civili, ma anche a funzionari governativi e delle forze di sicurezza. Tuttavia si teme un disastro umanitario e già centinaia di civili sarebbero in fuga
Haiti: terremoto di magnitudo 7.2, si temono molte vittime
Ad Haiti si è verificato un terremoto di magnitudo 7.2 con epicentro a circa 120 km dalla capitale Port-au-Prince. Lo si apprende dal servizio di monitoraggio geologico statunitense (Usgs), che stima un ipocentro ad una profondità di 10 km. Il sisma è stato avvertito alle 8:30 ora locale (le 13:30 italiane) e, in base alle immagini diffuse dai testimoni, sembra aver prodotto danni materiali nelle località di Jérémie e Les Cayes. Inoltre, il direttore della protezione civile, Jerry Chandler, ha dichiarato: «Ci sono delle vittime, ma non ho ancora il bilancio preciso». A tal proposito, però, l’Usgs prevede un elevato numero di morti.
Idrogeno blu: la falsa soluzione climatica che piace ai petrolieri
Il cosiddetto idrogeno blu viene generalmente presentato come un’ottima soluzione alla crisi climatica in quanto, seppur esso sia estratto da idrocarburi fossili, è caratterizzato da un sistema di cattura e di stoccaggio permanente dell’anidride carbonica derivante dal processo. Tuttavia, in realtà ci si potrebbe trovare davanti ad una fonte di energia non veramente pulita: un recente studio, pubblicato sulla rivista Energy Science and Engineering, ha infatti fornito la prima «valutazione completa del ciclo di vita delle emissioni derivanti dalla produzione di tale tipo di idrogeno», dalla quale è emerso che esso sia responsabile di «un’impronta di gas serra maggiore rispetto a quella di qualsiasi altro combustibile fossile». In tal senso i ricercatori, dopo aver sottolineato che le emissioni di gas serra analizzate, derivanti dall’intera catena di approvvigionamento dell’idrogeno blu, siano rappresentate sia dall’anidride carbonica che dal metano incombusto, hanno precisato come l’inquinamento prodotto sia rilevante in particolare a causa del rilascio di quest’ultimo.
In tal senso, l’inquinamento generato dall’idrogeno blu viene paragonato a quello derivante dall’idrogeno grigio (che rappresenta gran parte di quello oggi prodotto) la cui fabbricazione deriva dallo “steam reforming”, un processo con cui facendo reagire il metano ed il vapore acqueo si ottiene una miscela costituita essenzialmente da monossido di carbonio e idrogeno. Ebbene, dalla ricerca è emerso che, seppur le emissioni di anidride carbonica dell’idrogeno blu siano inferiori del 9%-12% rispetto al grigio, le emissioni di metano derivanti dalla produzione dell’idrogeno blu sono superiori a quelle dell’idrogeno grigio a causa di un maggiore uso di gas naturale per alimentare il sistema di cattura del carbonio. Si tratta di un dato importante, dato che il metano «causa un riscaldamento climatico 86 volte superiore a quello dell’anidride carbonica se si prende in considerazione un periodo integrato di 20 anni in cui vi è stata un’emissione pulsata dei due gas».
Inoltre, nello studio si legge che «l’impronta di gas serra dell’idrogeno blu è superiore di oltre il 20% rispetto alla combustione del gas naturale o del carbone per il riscaldamento e di circa il 60% rispetto a quella del diesel». Va detto, però, che tali risultati si basano su una ipotesi avanzata dai ricercatori: essi hanno infatti ipotizzato un tasso di emissione di metano del 3,5% dal gas naturale. Tuttavia, anche volendo prendere in considerazione un tasso di emissione di metano pari all’1,54%, «le emissioni di gas serra dell’idrogeno blu sono ancora superiori rispetto alla semplice combustione del gas naturale, e sono solo del 18%-25% inferiori all’idrogeno grigio». A tutto ciò si aggiunga che l’analisi «presuppone che l’anidride carbonica catturata possa essere immagazzinata indefinitamente, un’ipotesi ottimistica e non dimostrata». Ma a prescindere da ciò, «l’uso dell’idrogeno blu sembra difficile da giustificare a livello climatico».
Eppure, come anticipato precedentemente, l’idrogeno blu finora è stato dipinto come un’ottima soluzione per affrontare il cambiamento climatico o quantomeno come un’alternativa più pulita rispetto a quello grigio. In tal senso, soprattutto le aziende petrolifere si sono schierate a favore di tale tipo di idrogeno: basterà ricordare che tra i progetti dell’Eni legati all’idrogeno c’é anche quello avente ad oggetto l’idrogeno blu, che in Italia la multinazionale vorrebbe produrre a Ravenna. La sua fabbricazione, secondo Eni, sarebbe utile in ottica «decarbonizzazione dei nostri prodotti energetici». Tuttavia, se fino ad oggi la produzione dell’idrogeno blu poteva essere giustificata in tal modo, adesso le evidenze emerse dallo studio potrebbero rendere futili delle motivazioni del genere. I risultati ottenuti, infatti, senza dubbio modificano la concezione finora avuta del peso ecologico dell’idrogeno blu, motivo per cui non possono che far sperare in un cambiamento di rotta da parte delle aziende petrolifere.
[di Raffaele De Luca]
In memoria di Gino Strada: medico degli ultimi, oppositore dell’imperialismo
È morto la mattina del 13 agosto Gino Strada, medico, attivista e fondatore di Emergency. Si trovava nella città di Rouen, in Normandia, per una breve vacanza. Anche se soffriva di cuore, la sua morte è stata un evento inaspettato, e per chi conosceva il suo lavoro, scioccante.
Strada è stato un lottatore. Ha dedicato la sua intera vita agli ultimi della terra, per attutire come possibile i danni causati dalla guerra e dal nostro sistema finanziario rapace. Sempre rifiutando di voltare le spalle ai sofferenti, per quanto piccolo potesse essere il contributo – e nel suo caso non lo è stato, visto che ha salvato la vita di centinaia di migliaia di persone.
“Quel che facciamo per loro, noi e altri, quel che possiamo fare con le nostre forze, è forse meno di una gocciolina nell’oceano. Ma resto dell’idea che è meglio che ci sia, quella gocciolina, perché se non ci fosse sarebbe peggio per tutti. Tutto qui. È un lavoro faticoso, quello del chirurgo di guerra. Ma è anche, per me, un grande onore.” GINO STRADA
Gino Strada era nato nel comune operaio di Sesto San Giovanni, appena fuori Milano, e aveva presto aderito al comunismo, all’università e presso attivisti umanitari cattolici. Medico chirurgo (con specializzazione in chirurgia di urgenza), aveva lavorato con la Croce Rossa in zone di conflitto tra cui la Bosnia, il Pakistan, l’Afghanistan e la Somalia.
Nel 1994 aveva fondato con la moglie Teresa Sarti e con alcuni colleghi l’associazione Emergency, che ha fornito supporto medico gratuito e di qualità alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà per quasi tre decenni. Lo scopo, costruire strutture sanitarie consone che potessero poi essere lasciate alla popolazione locale.
È stato un personaggio divisivo perché radicale, coerente nella sua opposizione alla guerra e al sistema, il capitalismo, che la nutre. Quando non era sul campo, in luoghi devastati dai conflitti, era comunque una voce critica instancabile – è rimasto nel ricordo di molti come un pessimista, un uomo eternamente arrabbiato. «Io non sono pacifista, io sono contro la guerra», ripeteva spesso. La sua era un’opposizione intransigente, non solo contro la guerra, ma contro la mala gestione della sanità, dell’immigrazione, contro le industrie avide e approfittatrici e contro gli interessi economici, che scavalcano i diritti umani.
Profondo è stato il suo legame con l’Afghanistan, paese in cui visse 7 anni e in cui costruì un ospedale. Soprattutto, Gino Strada non smise mai di parlare dell’Afghanistan, paese invaso dagli Stati Uniti e dal resto dell’Occidente nella piena illegalità internazionale. E proprio in corrispondenza della sua morte, la questione afghana sta tornando a divenire pressante, con la rivalsa talebana seguita al ritiro formale delle truppe USA e NATO. Come ha dichiarato il portavoce di Amnesty International in un tweet,
Un grande medico per i diritti umani e per la pace. La sua morte, per un'assurda coincidenza, arriva mentre tutto ciò che con #Emergency ha fatto in Afghanistan rischia di andare nuovamente distrutto. #GinoStrada
— Riccardo Noury (@RiccardoNoury) August 13, 2021
A ridosso della morte, il pensiero di Gino Strada andava proprio all’Afghanistan. Aveva scritto un articolo, pubblicato il 13 agosto stesso da La Stampa, in cui ancora una volta biasimava la cieca politica occidentale, responsabile di aver devastato un paese, privandolo di ogni possibilità di sviluppo. Una guerra, quella in Afghanistan, che è stata un totale fallimento sotto ogni punto di vista: i paesi aggressori hanno speso miliardi di dollari, per poi di fatto essere sconfitti e scappare a gambe levate. Miliardi di dollari che poi hanno riempito le tasche dell’industria delle armi, che, come scrive Strada nell’articolo, «se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera».
[di Anita Ishaq]
Piogge torrenziali in Giappone: 5 milioni di persone evacuate
Secondo quanto riportato dalla Cnn, in Giappone a cinque milioni di persone è stato ordinato di evacuare a causa delle piogge torrenziali che si stanno verificando sulla costa meridionale. Sono oltre 20 le prefetture in cui è stata individuata la minaccia di frane ed inondazioni. Inoltre, nello specifico, secondo l’emittente pubblica NHK l’allerta di livello 4 è stata assegnata a 17 prefetture, coinvolgendo così oltre 4 milioni di persone, mentre la più elevata, quella di livello 5, riguarda oltre un milione di individui presenti in altre 4 prefetture: Saga, Nagasaki, Fukuoka e Hiroshima.
Elogio dell’imprevedibile
Spero che non mi stia leggendo qualcuno in attesa del check-in, a cui è stato rinviato il volo di tre ore: un ritardo, comunque, benché imprevisto, non sarebbe, dati i tempi, del tutto imprevedibile.
Vorrei parlare invece dell’imprevedibile come orizzonte filosofico, pensando per esempio a Karl Popper quando, in una memorabile intervista (La lezione di questo secolo, Marsilio 1992), afferma che la storia ci mette di fronte sempre a rivoluzioni impensabili, come è stata quella elettronica o prima ancora quella ferroviaria. Rivoluzioni che hanno inciso sugli aspetti del calcolo e della velocità, ad esempio, allo scopo di moltiplicare o facilitare le prestazioni, i contatti e gli spostamenti. E hanno obbligato la mente degli esseri umani a adottare nuove strategie nel rapporto con gli altri, segnando nuove tappe dell’evoluzione. “Non abbiamo bisogno di un senso della storia”, aggiunge Popper: quindi, l’avvenire è aperto, la storia non si muove in una direzione riconoscibile, sempre meglio la libertà del controllo, meglio la fantasia del timore, meglio il coraggio dell’obbedienza, l’ansia dell’oppressione ecc. ecc.
Il processo storico, sosteneva Jurij Lotman (La cultura e l’esplosione, Feltrinelli 1993), può essere paragonato a un esperimento, “l’esperimento che uno scienziato realizza al fine di scoprire delle leggi a lui stesso ancora ignote”. Nessun pronostico ci potrebbe avvertire dei “processi esplosivi”, vale a dire delle brusche svolte della storia: esse non sono di solito quelle che ci aspettiamo, non hanno nulla a che fare con i “processi graduali”, con gli eventi correnti a cui siamo preparati.
Sotto l’aspetto del linguaggio l’imprevedibile e l’inesprimibile coincidono: deve ancora succedere qualcosa che non può essere enunciato dal linguaggio che ora conosciamo. L’inconoscibile allora ci spingerà a inventare nuove parole per le scoperte, per le novità che ci attendono. Il pensiero adotterà nuove rappresentazioni simboliche all’irrompere di eventi dalle conseguenze non attese.
Il linguaggio e il tempo sono artisti. Il declino della vecchia cultura orale, dei racconti, delle fiabe, delle feste popolari, delle leggende e delle tradizioni, ma anche delle chiacchiere e delle conversazioni informali, ha ridotto, secondo Lotman, la parola sociale a un meccanismo comunicativo, quasi spento sul piano dell’immaginario, ininfluente sulla lunga durata, semplicemente efficiente, adeguato agli eventi ma spoglio di aspettative, uniforme, omologato, estraneo al futuro. Una parola che diventa sempre più veicolo di prescrizioni, di saperi accertati o di insinuazioni, di conoscenze già repertoriate, di istruzioni da seguire. Internet, a fronte di una esplosione artistica, di una invenzione rivoluzionaria che cosa vale?
L’impressionismo aveva valorizzato l’interiorità del vedere, il futurismo aveva osannato la velocità, il cubismo il cortocircuito dei punti di vista, l’esistenzialismo la prigionia del destino e le ambiguità del presente, il neorealismo la lotta per la vita, l’iperrealismo la rappresentazione estatica dell’attimo, e via così; ogni movimento estetico proietta nella propria ispirazione un’ideale, spinge le forme espressive a darsi un nuovo compito principale, osserva il mondo in modo originale, anche prepotente, rintracciando aspetti ancora non chiari, forzando per quanto può il pensiero a prendere in considerazione l’inconoscibile. Fa proiezioni, sì, ma non pretende di avere ragione.
Quale dev’essere allora la lezione per il nostro secolo? Penso all’imprevedibile come suggestione estetica, creativa, al posto della paura, dell’attesa conflittuale, del calcolo, del controllo in base alle aspettative. Non uno Stato paternalista o un governo, allora, che si occupi del benessere e della felicità di ognuno. Non sappiamo in che cosa consistano. Non un governo che limiti le ansie e quindi le libertà. È in azione il principio kantiano rimesso in gioco da Stuart Mill: lo Stato è tenuto a obbligare il cittadino a qualcosa che lui non vorrebbe, in base al presupposto che sarebbe per il suo bene? Mai e poi mai. “Nessuno mi può costringere a essere felice in un certo modo, ma ciascuno può cercare la propria felicità nel modo che gli sembra opportuno”.
Che cosa c’entra questa affermazione di Kant con l’imprevedibile? Se accettiamo l’imprevedibile è perché ammettiamo l’irregolarità del divenire e delle sue conseguenze, la varietà delle scelte, delle motivazioni e delle vie che si possono prendere. Il mondo potrebbe essere sempre diverso da come è. Altrimenti saremmo una società congelata in una drammatica forma di autismo.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]








