Una nuova investigazione dell’associazione Essere Animali ha documentato i maltrattamenti e gli abusi effettuati nei confronti dei vitelli in un allevamento intensivo di mucche da latte produttore del Grana Padano, formaggio DOP considerato una “eccellenza” italiana. L’allevamento in questione si trova in Lombardia ed ospita 2.700 mucche e circa 300 vitelli che, come testimoniano le immagini, appena nati vengono separati dalle madri e rinchiusi in piccole gabbie individuali. In mancanza di box liberi, alcuni vengono messi al loro interno in coppia, il che riduce in maniera ancora maggiore la loro già minima possibilità di muoversi. Inoltre, per portarli nelle gabbie gli allevatori li caricano brutalmente su una carriola e li immobilizzano in «una posizione innaturale, con una zampa accavallata attorno al collo».
Ma non finisce qui, vengono documentati anche gli insulti rivolti da un operatore ad un vitello nonché gli schiaffi ed i calci dati da un altro lavoratore durante l’alimentazione degli animali. Infine, uno di loro afferma di effettuare la bruciatura dell’abbozzo corneale nei confronti dei vitelli di 2-3 mesi di vita. Ma questo, scrive Essere Animali, «è in palese violazione della normativa che vieta l’operazione perché procura forte dolore». In tal senso, l’associazione ricorda che tale pratica possa essere eseguita solo da un medico veterinario, su animali con meno di tre settimane di vita e con l’utilizzo di anestesia e analgesia.
Per tutti questi motivi, Essere Animali ha«segnalato l’allevamento alle autorità, configurando la possibilità di illeciti e di comportamenti violenti degli operatori nei confronti degli animali». Inoltre, insieme a 77 Ong di tutto il mondo, sta «chiedendo alla Commissione Europea una completa revisione della legislazione sulla protezione degli animali da allevamento», la quale consente pratiche che provocano a questi ultimi stress e sofferenza. Si tratta precisamente della campagna “No Animal Left Behind”, che può essere firmata online dai cittadini, con cui le organizzazioni chiedono tra le altre cose che ai vitelli sia consentito il contatto con le madri per almeno le prime otto settimane di età.
Infatti, la separazione tra madre e figlio documentata in questo allevamento lombardo non è di certo un unicum: si tratta di una pratica che avviene abitualmente all’interno degli allevamenti intensivi. Ciò poiché le mucche, in quanto mammiferi, per produrre latte devono partorire, motivo per cui la nascita dei vitelli viene programmata appositamente ed al momento della loro venuta al mondo vengono allontanati dalle madri così da poter destinare ad uso umano il latte da esse prodotto.
È questo il prezzo nascosto dell’industria lattiero-casearia, di cui però probabilmente sono a conoscenza sempre più persone: dal rapporto annuale di Eurispes si apprende che rispetto allo scorso anno in Italia è aumentato il numero dei vegani, passando dal 2,2% al 2,4% della popolazione. A tal proposito, va ricordato che la scelta di alimentarsi in questo modo viene infatti spesso fatta proprio con lo scopo di non finanziare simili sofferenze.
Le immagini delle violenze, che preferiamo non pubblicare direttamente, sono visibili per chi lo desidera a questo link.
INTEGRAZIONE del 16/07/21 ore 13:20: In seguito alla pubblicazione del presente articolo il Consorzio Tutela Grana Padano ci ha inviato una replica a firma del direttore generale Stefano Berni che pubblichiamo di seguito per garantire al lettore completezza di informazione e in ottemperanza a quanto previsto dall’art. 8 della legge sulla stampa 47/1948: «Stiamo lavorando a favore del benessere animale con grande partecipazione di tutto il nostro sistema e laddove si evidenzino comportamenti anomali avremmo piacere che ci venisse segnalato per poter intervenire al fine di bloccare attività difformi dalle regole e velocizzare pertanto il nuovo percorso dedicato al benessere animale». Il Consorzio specifica inoltre che definirà «l’adozione di un sistema che presto diverrà obbligatorio per misurare il benessere animale in modo oggettivo e definito, individuando criteri finalizzati alla cura, allo stato di salute, alla libertà di movimento, all’accesso al cibo e all’acqua adottando un protocollo finalizzato al benessere animale e all’aumento della sostenibilità». E che «Tutte le stalle sono e saranno periodicamente valutate sul benessere animale al fine che tutto il latte conferito a divenire Grana Padano DOP provenga da allevamenti sottoposti ai risultati positivi della valutazione e quindi all’eliminazione dal circuito Grana Padano del latte proveniente da stalle che non rispetteranno i requisiti necessari. Il Consorzio Tutela Grana Padano è stato tra i primi impegnato sul benessere animale e sulla sostenibilità perchè lo ritiene un obiettivo irrinunciabile e prioritario. I comportamenti maldestri di pochi non possono gettare ombre su tutti i 4000 allevatori che con impegno rispetto e attenzioni ogni giorno operano nelle stalle. Ci spiace, a causa di pochissimi, che sia stato messo in discussione il nostro impegno su questi temi che sono per noi da tempo una priorità e un obiettivo strategico irrinunciabile».
Sono almeno 21 le persone che hanno perso la vita, mentre oltre 70 risultano disperse a causa delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la Germania occidentale. Tra le vittime anche due vigili del fuoco, deceduti mentre prestavano soccorso. Inoltre, sei case sono state spazzate via da un fiume: a riferirlo è stata la polizia. Infine, si stima che circa 200.000 cittadini siano rimasti senza corrente elettrica.
Dopo che nella giornata di lunedì il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che sarà introdotto l’obbligo di munirsi del green pass per accedere a diversi locali pubblici nonché quello di vaccinazione per il personale sanitario, ieri in Francia vi sono state le proteste dei cittadini: secondo le stime storicamente al ribasso delle autorità più di 19.000 persone hanno manifestato contro le imposizioni sanitarie. Le proteste hanno interessato tutto il territorio nazionale e, nello specifico, secondo il ministero dell’Interno vi sono state in totale 53 manifestazioni in diverse città della Francia. Secondo le intenzioni degli organizzatori non si sarebbe trattato che di un antipasto, visto che altre manifestazioni sono già state convocate per sabato.
Le attenzioni dei media si sono concentrate come spesso accade su qualche episodio di violenza. A Parigi, ad esempio, la Prefettura ha parlato di «cortei selvaggi» che non hanno rispettato il percorso stabilito, aggiungendo che sarebbero stati sparati «proiettili» nonché incendiati alcuni bidoni della spazzatura. Anche a Lione, dove hanno manifestato 1.400 persone, nel centro della città ci sono stati scontri tra forze dell’ordine ed cittadini.
Come detto, le proteste proseguiranno anche nel weekend. I gilet gialli, infatti, hanno reso noto tramite un tweet che sono in programma diverse manifestazioni a riguardo e, comprese quelle già avvenute nella giornata di ieri, parlano di «69 iniziative questa settimana».
La stretta preannunciata da Macron, quindi, se da un lato – come ripetuto dai media anche nostrani – ha spinto molti cittadini a prenotare la vaccinazione nel timore di perdere ulteriori fette di libertà, dall’altro ha indotto molti altri a protestare duramente come una norma percepita come ingiusta. Le norme proposte dal presidente francese non hanno infatti precedenti in Europa. Nello specifico, dal 21 luglio il pass sanitario servirà ad entrare nei cinema, nei teatri e in altri luoghi culturali, mentre da inizio agosto sarà utilizzato per accedere a caffè, ristoranti, centri commerciali, aerei, treni, pullman di lunga percorrenza e strutture mediche. Dal 15 settembre invece vi sarà l’obbligo vaccinale che interesserà il personale sanitario e tutti coloro che prestano servizio in ospedali, case di cura, case di riposo, tra cui anche i vigili del fuoco.
Non solo, i media francesi riportano che la bozza del progetto di legge (che sarà discusso dal 19 luglio dall’Assemblea Nazionale) contiene anche sanzioni molto pesanti per gli esercenti che non si atterranno alle nuove norme omettendo di richiedere il pass ai clienti: multe fino a 45.000 euro e fino a un anno di reclusione.
Con 28 voti a favore e 36 contrari il Consiglio Comunale di Bologna ha inserito nello Statuto del Comune le assemblee cittadine. è la prima città in Europa a prendere questa decisione. Le assemblee, secondo il testo approvato, serviranno ad affiancare gli eletti per proporre soluzioni su temi di particolare rilevanza. Lo strumento delle assemblee dei cittadini è stato proposto dall’associazione ambientalista Extinction Rebellion, come mezzo per contribuire a elaborare soluzioni per far fronte all’inquinamento e all’emergenza climatica, ma sarà convocabile anche per altri argomenti di pubblico interesse.
L’iter della norma che fa di Bologna la prima città europea a formalizzare questo strumento non è stato privo di ostacoli. Lunghi i momenti di stallo che hanno portato anche un militante di Extinction Rebellion ad uno sciopero della fame durato 17 giorni. Il percorso di approvazione è durato complessivamente 9 mesi, duranti i quali gli ambientalisti, per loro stessa ammissione, si sono comportati come gli esponenti delle lobby petrolifere che detestano, ma con opposti fini: «In questi 9 mesi abbiamo seguito, da cittadini attivi, ogni passo dell’Amministrazione e del Consiglio, anche quelli falsi. Li abbiamo incalzati, non come le lobbies economiche che cercano dalla cooptazione politica l’utile e l’interesse privato, ma per il bene di tutti».
Ora l’Assemblea cittadina è realtà. Il suo funzionamento è ispirato dalla teoria della democrazia partecipativa e dalla pratica di altre esperienze simili sorte in Europa. Sono costituite da cittadini e cittadine estratte a sorte secondo un campione stratificato: cioè si scelgono dei parametri che garantiscano che l’assemblea rappresenti uno spaccato il più possibile fedele alla popolazione reale per genere, reddito, condizione lavorativa, eccetera. Un gruppo di esperti fornisce materiale, spiegazioni e informazioni sul tema scelto per l’assemblea. Dopo aver consultato questo materiale, i cittadini costituiscono gruppi per discutere e valutare criticamente le varie opzioni e alla fine del processo viene approvata una delibera da presentare al Consiglio comunale. Leggendo il testo della delibera comunale rimangono alcune criticità, tra tutte il fatto che l’Assemblea cittadina sarà approvata di volta in volta dal Consiglio comunale stesso e non potrà autoconvocarsi, ma la strada appare tracciata e fa di Bologna la prima città in Europa a istituzionalizzare uno strumento di democrazia partecipativa.
Extionction Rebellion, nel sottolineare le potenzialità dello strumento al fine di migliorare le politiche comunali cita anche alcuni casi concreti. Ad esempio: «Nel 2016 una forte inondazione colpiva la città di Danzica. Due morti, milioni di euro di danni. Il Sindaco, allora, accettò di organizzare un’assemblea civica riunendo 60 residenti affinché, ascoltato il parere degli esperti, potessero proporre le loro soluzioni per rendere la città più pronta a nuove calamità. Le decisioni con il supporto dell’80% dei membri dell’assemblea sarebbero state trasformate in legge. Nel 2017 la città fu di nuovo inondata ma la cittadinanza fu in grado di reagire efficacemente anche grazie alle misure decise dall’assemblea».
Il World Economic Forum, la fondazione senza fini di lucro finanziata dalle principali multinazionali del mondo, ha recentemente pubblicato un testo contenente le tattiche ritenute utili per convincere le persone a sottoporsi al vaccino anti Covid. Per riuscire a persuadere coloro che rifiutano il siero nonché gli scettici ed i procrastinatori, gli autori del documento affermano che gli sforzi debbano non tanto concentrarsi sulla produzione e la distribuzione dei vaccini, che ha senso solo per «la popolazione interessata a farsi vaccinare», ma su «pensieri e sentimenti nei confronti dei sieri»...
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I carabinieri di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 19 persone: 15 di loro sono finite in carcere e 4 ai domiciliari. Il blitz è stato effettuato a Scilla, Sinopoli, Sant’Eufemia d’Aspromonte e nelle province di Messina, Roma, Milano e Terni. Gli individui sono accusati di: associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata alla produzione ed al traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi e tentato omicidio.
La deforestazione è uno dei mali peggiori che affliggono il nostro pianeta. Questa, infatti, non solo mette a rischio di estinzione tante specie animali e vegetali, ma è anche la principale causa dell’aumento delle emissioni di CO2 e, di conseguenza, del surriscaldamento globale. Per questo motivo, negli ultimi anni, governi e associazioni ambientaliste hanno investito molto nella tecnologia satellitare, al fine di monitorare l’abbattimento delle foreste. Secondo uno studio, tale metodologia starebbe portando ad ottimi risultati, soprattutto nella foresta amazzonica.
Gli esperti fautori della ricerca durata due anni – con l’obiettivo di capire se facesse la differenza mettere nelle mani degli indigeni il controllo del territorio forestale -, dopo aver identificato 6 villaggi remoti nell’Amazonia peruviana, ne hanno scelti 36 in modo casuale da inserire nell’esperimento di monitoraggio. Tre membri di ciascuna di queste, dopo essere stati formati all’uso della tecnologia, hanno spiegato agli altri conterranei come effettuare i controlli sul territorio e segnalare eventuali deforestazioni. Un programma che, data la drastica situazione ambientale, è stato poi esteso ad altre comunità, arrivando a coprire quasi 250mila ettari di foresta pluviale nel dipartimento peruviano di Loreto.
Al termine della ricerca, gli esperti hanno esaminato i risultati ottenuti, confermando che la deforestazione è diminuita del 52% nel primo anno e del 21% nel secondo. Dati significativi considerando che, se nel prossimo decennio la situazione rimarrà invariata, si arriverà ad una perdita di 4,4milioni di ettari di foresta pluviale. Ma se l’innovativa metodologia di monitoraggio forestale nelle mani delle comunità venisse ampiamente adottata e la governance locale rafforzata, il disboscamento potrebbe essere ridotto fino al 20%.
Nell’ultimo secolo abbiamo assistito ad una evoluzione alimentare e contemporaneamente a un declino, in quanto il sistema ha puntato tutto su quantità e prezzo. Cioè a produrre la massima quantità possibile al prezzo più basso possibile, ignorando gli effetti disastrosi che questo avrebbe potuto causare sulla qualità e il profilo nutrizionale degli alimenti. E sulla nostra salute. In questo articolo parleremo delle differenze nutrizionali tra cibo industriale e pre-industriale prendendo in considerazione quattro alimenti che mangiamo tutti i giorni o quasi: la carne di pollo, il pomodoro, la pasta, la pizza.
Cibo industriale VS artigianale: il pollo
Uno studio del 2010, pubblicato su varie riviste scientifiche tra cui Public Health Nutrition dell’Università di Cambridge, presenta una analisi del pollo dal punto di vista del profilo nutrizionale e dal punto di vista dell’evoluzione storica nel metodo di allevamento. Se guardiamo alla tabella, appare inconfutabile un trend peggiorativo riguardo i contenuti di grassi e di proteine del pollo oggi in commercio. Da fine ‘800 ad oggi si registra un aumento enorme nel contenuto di grasso. Ne troviamo infatti tra il 2 e il 4% alla fine dell’800, poi aumenta fino al 23% di oggi. Parallelamente il contenuto di proteine cala. Una volta il contenuto era costantemente sopra il 20% e ora invece siamo nettamente al di sotto (16%). Il contenuto di calorie è passato dalle 110-120 Kcal per etto dei polli di fine ‘800 alle 270 calorie del pollo di oggi.
Se poi guardiamo la tabella 2 dello studio, che analizza il profilo di grassi omega-6 e omega-3, vediamo come il grasso omega-6 è drasticamente aumentato anche solo rispetto ai polli degli anni 70 del secolo scorso, passando da un 14% circa ad un 20-28% attuali. Viceversa il contenuto di grassi omega-3, i grassi buoni antinfiammatori, è diminuito in maniera pesante. Di oltre un decimo rispetto a quello degli anni 70. Agli inizi del secolo scorso un pollo impiegava in media 16 settimane per raggiungere il peso di 1 chilo e mezzo, oggi impiega un terzo del tempo (5-6 settimane) e viene macellato quando non ha ancora raggiunto nemmeno la pubertà. Oggi un pollo in allevamento intensivo può essere pronto per la macellazione in meno di 6 settimane. Una gallina deponeva in media circa 90 uova l’anno negli anni ’30, oggi ne produce facilmente almeno 250.
Cibo industriale VS artigianale: il pomodoro
Se confrontassimo un pomodoro degli anni ’70 e uno di oggi, apparentemente non noteremmo grosse differenze, oltre al fatto che quello di oggi è un po’ più grosso e forse un po’ più bello a vedersi. Se potessimo assaggiarli entrambi, però, ci accorgeremmo subito che quello di oggi ha un sapore molto più “diluito”. Dire che il pomodoro di oggi non sa più di niente non ha solo a che vedere con la bontà, ma riflette un gravissimo problema nutrizionale.
Il pomodoro che non sa di nulla è un cibo industriale impoverito di vitamine, minerali e sostanze antiossidanti che sono appunto gli elementi che conferiscono al pomodoro, fra le altre cose, il suo sapore. E questo significa non solo che il pomodoro di oggi è meno buono, ma che per avere la stessa quantità di vitamina C o di licopene (il caratteristico antiossidante dei pomodori) che cent’anni fa ottenevamo mangiando un pomodoro, oggi bisogna consumarne forse due o tre.
Infatti, maggiore è la resa per ettaro nei campi (agricoltura intensiva industriale) e minore sarà il contenuto di licopene e vitamina C. Alla pianta infatti servirebbe un terreno non impoverito di sostanza organica e un lasso di tempo più lungo per conferire al frutto un buon contenuto di vitamine, minerali e antiossidanti. Con l’agricoltura intensiva invece si punta a ridurre i tempi di maturazione della pianta e si impoveriscono i terreni con forte utilizzo di sostanze chimiche di sintesi come fertilizzanti, pesticidi, fungicidi ecc. L’agricoltura industriale raccoglie i frutti ancora in parte acerbi, anche per esigenze di logistica e trasporto delle merci nelle lunghe distanze (se raccogliessimo il frutto quando è maturo, arriverebbe nei supermercati “troppo” maturo e non sarebbe desiderabile per il consumatore).
In agricoltura l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi impoverisce il suolo. Il fertilizzante di sintesi, infatti, pur fornendo azoto e facendo crescere la pianta più in fretta, non ha nulla a che vedere con un suolo naturalmente fertile in cui la pianta trova anche molte altre sostanze organiche. E quando la pianta è troppo “coccolata” (ovvero protetta da sbalzi climatici, insetti ecc. come avviene ad esempio nelle produzioni in serra) non ha più bisogno di produrre quei fitocomposti come i polifenoli, il licopene ecc. che sono delle difese per la pianta e anche per noi: ci aiutano infatti nella prevenzione delle malattie.
Cibo industriale vs artigianale: la pasta
Anche per la pasta possiamo registrare differenze significative tra un prodotto industriale e uno artigianale o più tradizionale. La cottura del grano e dell’amido in generale comporta la formazione di sostanze tossiche come la furosina e gli AGEs (prodotti avanzati della glicazione). Questo è un problema alimentare di cui quasi nessuno parla in Italia, ma che è in realtà addirittura normato e disciplinato per legge, purtroppo al momento solo per la produzione dei formaggi. Vediamo dunque più nel dettaglio questo problema.
La pasta secca, al contrario della pasta fresca e dei cereali in chicco, deve essere appunto essiccata prima di diventare commestibile. Nel processo industriale dell’essiccazione la pasta perde acqua e concentra la sua densità nutrizionale. Il trattamento di essiccazione ad altissime temperature tuttavia cambia il valore nutrizionale del frumento, cosa che suscita qualche perplessità tra gli esperti. I sistemi di essiccazione industriali (detti HTST e VHTS) permettono di raggiungere temperature molto elevate e di ridurre i tempi di lavorazione/essiccazione, con notevole risparmio sui costi. In commercio troviamo paste essiccate in poche ore ad alte temperature, ma anche pasta essiccata lentamente in tempi lunghi e con temperature più basse.
La furosina (ε-furoilmetil-lisina) è una sostanza tossica che deriva dalla unione tra una molecola di glucosio e un gruppo amminico delle proteine contenute nelle farine. Si forma nella fase terminale della lavorazione della pasta secca, quando la percentuale di acqua scende fino al 12%. L’essiccazione ad alte temperature e bassi valori di umidità del prodotto è la causa principale di formazione di furosina. Nelle parole di un nutrizionista di lunga esperienza come il Dott. Pier Luigi Rossi, questa sostanza «è aggressiva sui villi intestinali, viene assorbita nell’intestino tenue, entra nel sangue, non può essere bloccata, si diffonde nel tessuto connettivo presente in ogni organo per connettere le cellule tra loro. Destruttura il collagene e il tessuto connettivo compromettendo la nutrizione e la ossigenazione delle cellule. Può essere eliminata solo attraverso il rene. Insomma è una molecola inquinante».
La furosina andrebbe quantomeno limitata, cercando di assumere con più moderazione i cibi che la contengono (la pasta, il pane, la pizza ed il latte UHT sottoposto a trattamenti
termici ad alte temperature). Secondo quanto riportato in letteratura i valori di furosina oscillano da 100 a 200 mg/100 g di proteine quando le temperature di essiccazione sono inferiori agli 85°C. La pasta con valori di furosina inferiori a 200 viene considerata un prodotto con un buon indice di qualità nutrizionale, perché la quantità degli aminoacidi essenziali (come la lisina) restano elevate.
Che pasta scegliere? Ricercare quei marchi di pasta che garantiscono una essiccazione lenta e a basse temperature è sicuramente un criterio di qualità su cui puntare. Molti dei produttori di pasta che possiedono aziende piccole, a conduzione familiare o comunque che non hanno uno sbocco nella Grande Distribuzione hanno di solito metodi di essiccazione della pasta meno industriali e quindi offrono un prodotto di qualità superiore al marchio di pasta industriale. Per non parlare poi dei piccoli produttori di pasta fresca (sia all’uovo che semplice). Anche questi, di solito sempre a dimensione locale o artigianale e non industriale, ci dispensano dalla preoccupazione della furosina. Come abbiamo detto la furosina si crea durante il processo di essiccazione, ed è assente nella pasta fresca quindi.
Cibo industriale vs artigianale: la pizza
Esaminiamo ora l’etichetta di una pizza surgelata in vendita al supermercato: vedremo subito una elaborata lista di ingredienti, cosa che si traduce in una bassa qualità nutrizionale dell’alimento. Infatti, più ingredienti sono presenti e più il prodotto è industriale e di bassa qualità, e questo vale come regola generale per ogni alimento. L’esempio in questione è una pizza surgelata al salame.
In etichetta sono presenti ben 29 diversi ingredienti. Se il consumatore volesse sincerarsi delle genuinità di questo prodotto dovrebbe perlomeno leggere tutti gli ingredienti e capire di cosa si tratta. Sono presenti farina 0, salsa di pomodoro, sale e formaggio, quelli classici di ogni pizza. È presente anche l’olio, ma quale olio è stato usato? L’olio di colza, soprattutto, e in misura minore l’olio extravergine di oliva. Passiamo ad analizzare gli altri ingredienti della nostra pizza industriale. Il salame affumicato contiene un conservante nocivo, il nitrito di sodio. Si tratta di un conservante molto comune per carni e insaccati, che tuttavia nel 2015 è stato inserito dall’OMS tra le sostanze cancerogene di prima classe, in quanto nel nostro organismo tende a combinarsi con altre sostanze dando origine a dei composti altamente cancerogeni chiamati nitrosammine. Secondo l’AIRC (Associazione italiana per la Ricerca sul Cancro) un consumo eccessivo e regolare di nitriti è associato ad un aumento del rischio di tumori dello stomaco e dell’esofago.
Un altro ingrediente che troviamo nel salame di questa pizza surgelata è il destrosio, uno zucchero semplice ottenuto dalla lavorazione degli amidi del mais o dalla fecola di patate. Ha la mera funzione di esaltatore di sapidità in questo caso, dato che come conservante c’è già il nitrito di sodio. Ma l’aggiunta di zuccheri “nascosti” all’interno della nostra pizza non si ferma a questo: infatti troviamo la presenza anche di zucchero, maltodestrine e caramello. Le maltodestrine sono zuccheri a rapido assorbimento: si assimilano più in fretta del comune zucchero e hanno un indice glicemico più alto. Per questo sono molto utilizzate da chi pratica sport a livello agonistico. Ovviamente sono aggiunte inutili nel cibo delle persone comuni con fabbisogni di zucchero molto inferiori a quelli di un atleta.
Il caramello è anch’esso uno zucchero, il risultato della cottura del saccarosio sino alla sua fusione, che avviene a temperature di oltre 160°C. Il fenomeno di cottura degli zuccheri dà origine ad un’altra sostanza molto problematica e tossica per la nostra salute, l‘acrilammide, di cui sentiamo spesso parlare. E il caramello ne è appunto ricco. Da segnalare in questa pizza anche la presenza di amido modificato, un altro carboidrato ottenuto sempre dalla lavorazione dell’amido di mais o dalla fecola di patate, che serve per dare una consistenza più gradita al consumatore nel prodotto. Altri ingredienti del tutto improbabili per una pizza fatta in casa o anche da pizzeria, sono le proteine vegetali idrolizzate (si tratta solitamente di proteine di soia che rivestono la stessa funzione del glutammato come esaltatori di sapidità).
Appaiono del tutto evidenti le grandi differenze di contenuto nutrizionale e di salubrità tra un cibo industriale come le pizze surgelate e un cibo casalingo-artigianale. Dubito infatti che vostra moglie o il pizzaiolo sotto casa possano pensare di aggiungere caramello, destrosio e proteine idrolizzate nell’impasto della pizza
Conclusioni
La prima cosa da fare è usare il senso critico quando si va a fare la spesa. Soffermatevi a valutare qualche istante il prodotto (aldilà del prezzo e delle diciture in evidenza), a leggere l’etichetta degli ingredienti e prestate attenzione alla scelta di prodotti davvero di qualità, preparati con pochi ingredienti e se possibile di produzione locale o regionale e freschi.
Ne guadagnerà la vostra salute e anche l’ambiente che ci circonda, e darete il vostro sostegno a chi produce il cibo in maniera più pulita. Ricordate sempre che l’etichettatura dei prodotti è l’elemento di maggiore democraticità che esista: consente di fare scelte consapevoli e libere.
A nulla è servito l’incontro di questa mattina tra i vertici dell’azienda e il ministero per lo Sviluppo Economico. La multinazionale Whirlpool ha annunciato l’intenzione di procedere al licenziamento collettivo dei 340 lavoratori impiegati nello stabilimento di Napoli. Tre righe scarne e autocelebrative di comunicato, emesse dal dirigente Luigi La Morgia, a rappresentare la scure sul futuro di 340 famiglie: «Dopo lunga riflessione abbiamo deciso di avviare la procedura di licenziamento collettivo. Siamo consapevoli della nostra scelta, siamo il più grande investitore e produttore di elettrodomestici in Italia».
Gli operai hanno già annunciato che si riuniranno in assemblea all’interno della fabbrica nella giornata di oggi per pianificare azioni di lotta in difesa del posto di lavoro. Per ora si appunta la presa di posizione della Fiom-Cgil, sindacato maggioritario all’interno della fabbrica – che per bocca del segretaria nazionale Barbara Tebaldi annuncia: «Richiamiamo l’azienda alle sue responsabilità. L’avvio della procedura di licenziamento interrompe il dialogo. Per quanto ci riguarda se Whirlpool mette in campo azioni offensive, sarà guerra».
Tre i dati interessanti da notare: il primo è che il licenziamento collettivo degli operai di Napoli è stato nei fatti reso possibile dal governo Draghi, che ha annullato il blocco dei licenziamenti approvato dal governo Conte II per far fronte alla pandemia. Il secondo è che la Whirlpool non è affatto una azienda in crisi: i risultati del primo trimestre 2021 sono stati salutati dalla stessa multinazionale statunitense come «un successo». Terzo, i suoi dirigenti, appena due anni fa, raggiunsero un accordo con il governo italiano, ricevendo anche sovvenzioni, per rilanciare lo stabilimento di Napoli con un piano triennale di investimenti. Nuova prova di come sia facile per le grandi aziende ottenere aiuti dallo stato italiano e poi, una volta incassati i soldi, rivedere unilateralmente gli accodi senza che il governo abbia armi per impugnare la decisione.
Un’esplosione verificatasi a bordo di un autobus, in Pakistan, ha causato la morte di almeno 13 persone, di cui 9 cittadini cinesi. L’incidente nello specifico è avvenuto nel distretto di Upper Kohistan, situato nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa (Sarhad) ed ha provocato anche 28 feriti, tutti di nazionalità cinese. A renderlo noto è stato un funzionario locale, il quale ha spiegato che l’esplosione ha generato un incendio e che l’autoveicolo è successivamente precipitato in un burrone ed è finito sulla sponda di un fiume.
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