mercoledì 4 Febbraio 2026
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In 40 Paesi i finanziamenti ai combustibili fossili sono crollati dell’80% in tre anni

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I finanziamenti pubblici internazionali destinati ai combustibili fossili sono crollati drasticamente nei Paesi firmatari della Clean Energy Transition Partnership (CETP), un’alleanza nata alla COP26 di Glasgow nel 2021 per porre fine al sostegno pubblico all’energia fossile. I fondi stanziati da 40 Paesi membri (35 governi e 5 istituzioni pubbliche) sono calati fino al 78% nel 2024 rispetto alla media del periodo 2019–2021. Una diminuzione ancora più smaccata se si escludesse il contributo elargito alle proprie multinazionali petrolifere dagli Stati Uniti (usciti dall'accordo dopo l'insediame...

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“Il diritto internazionale conta fino a un certo punto” e altre amenità dette dal ministro Tajani

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In un Paese come l’Italia, la cui capitale dà il nome a uno dei più importanti trattati costitutivi della legge internazionale, ci si aspetterebbe che il rispetto del diritto internazionale funga da punto di riferimento centrale nella delineazione della politica estera nazionale. Eppure, non sembra essere così. «Il diritto internazionale conta fino a un certo punto», ha detto infatti il vicepremier Antonio Tajani, che ricopre quella carica che la politica estera del Paese dovrebbe dettarla. Una dichiarazione a dir poco controversa che ha scatenato diverse polemiche, ma che certamente non è la prima a venire rilasciata dall’autodefinitosi «ministro degli Esteri più sfigato della storia», specialmente quando si tratta di Palestina. Le coste di Gaza sono «territorio israeliano», lo Stato palestinese non può essere riconosciuto «perché non esiste», e nonostante le sanzioni statunitensi l’Italia non fornirà assistenza alla Relatrice speciale ONU per la Palestina Francesca Albanese, perché «non è stata sanzionata come cittadina italiana».

L’ultima dichiarazione di Tajani è stata rilasciata dal ministro degli Esteri durante una puntata del programma televisivo Porta a Porta. Tajani stava parlando del fermo che la marina israeliana ha imposto alle navi della Global Sumud Flotilla, e sul ruolo che l’Italia ha giocato nella tutela degli attivisti arrestati. Il ministro ha detto che l’Italia ha chiesto a Israele di abbordare le navi senza usare violenza, e di «non intercettarle in acque internazionali»; l’operazione, tuttavia, è avvenuta proprio in acque internazionali. Dalla sala è dunque giunta una domanda di chiarimento a riguardo. «Sì, credo che sia avvenuto in acque internazionali, ma molto vicino alla zona dove c’è il blocco navale», ha detto Tajani titubante. Perché il blocco navale, secondo il ministro, comincerebbe in acque internazionali. Interrogato sulla sua personale posizione riguardo alla legittimità del blocco, Tajani ha iniziato un giro di parole che è stato prontamente interrotto dal conduttore. Ripreso il discorso, Tajani ha tagliato corto: «Comunque quello che dice il diritto è importante fino a un certo punto. Lì c’è un’area di guerra. Israele non poteva permettere che qualcuno violasse il blocco navale perché sarebbe stato un segno di debolezza» e avrebbe favorito Hamas.

Le dichiarazioni del ministro hanno scatenato una ondata di polemiche, ma non sono le prime a destare scalpore. Sempre parlando della Flotilla, Tajani sosteneva che la missione avrebbe provocato una reazione di Israele perché prevedeva di entrare nel territorio dello Stato ebraico; le navi della Flotilla tuttavia navigavano in acque internazionali e contavano di sbarcare sui litorali gazawi, ossia in acque che il diritto internazionale riconosce alla Palestina. Il territorio marittimo palestinese è infatti tracciato in una dichiarazione del 2019, che risponde alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNLOCS), di cui la Palestina è firmataria dal 2015; la UNLOCS è il principale trattato internazionale che regola la gestione dei territori marittimi e riconosce come parte del territorio degli Stati tutte le acque entro le 12 miglia dalla costa. L’Italia stessa ha ratificato la Convenzione, e, con essa, oltre 160 Paesi. Lo stesso blocco navale su Gaza, inoltre, non è riconosciuto dalle istituzioni internazionali e, anche se lo fosse, non permetterebbe a Israele di bloccare imbarcazioni umanitarie o arrestare attivisti a bordo di navi che trasportano aiuti.

 

Nonostante l’illegalità del blocco, Tajani ha di fatto legittimato le operazioni israeliane sulle navi della GSF. Tajani ha così indirettamente legittimato lo stesso blocco navale su Gaza e scaricato la responsabilità degli attacchi israeliani sugli stessi attivisti. Il fatto che Tajani abbia indebitamente riconosciuto le acque gazawi come israeliane e il blocco navale come legale non stupisce se si considera che il ministro ha negato la stessa esistenza dello Stato palestinese: «Riconoscere lo Stato palestinese non è possibile perché non esiste uno Stato palestinese», ha detto, dimenticandosi non solo che la Palestina è riconosciuta da 157 Stati, ma che se manca dei requisiti per la sovranità è perché Israele glieli nega da decenni. Secondo il diritto internazionale, infatti, i requisiti fondamentali perché uno Stato possa dirsi sovrano sono tre: una popolazione permanente, un territorio definito e un governo che abbia potere su quel territorio in maniera indipendente; Israele caccia la popolazione dalle proprie case, occupa il territorio palestinese e impedisce all’amministrazione di esercitare i propri poteri.

Nel corso della puntata di Porta a Porta Tajani suggerisce che il diritto internazionale non sarebbe poi così importante quando si tratta di prove di forza. Una posizione che pare poco da ministro degli Esteri di uno Stato del G7, firmatario di tutte le maggiori carte e convenzioni internazionali e sui diritti umani. Di queste vale la pena ricordarne almeno una, lo Statuto di Roma, con cui è stata istituita la Corte Penale Internazionale: il fatto che a Roma sia stata firmata la carta fondamentale della CPI, tuttavia, sembra contare poco. Il ministro lo dimostrava lo scorso gennaio quando, dopo l’emissione di mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Gallant, affermava apertamente che l’Italia non avrebbe arrestato il premier israeliano se si fosse trovato in Italia. Secondo Tajani, non solo Netanyahu non sarebbe stato arrestato, ma la CPI sarebbe dovuta finire sotto inchiesta per le sue decisioni considerate politiche.

Non è stata invece considerata politica, o comunque degna di essere questionata, la scelta di sanzionare Francesca Albanese da parte degli Stati Uniti. Albanese è una cittadina italiana che ricopre un incarico internazionale presso le Nazioni Unite e in quanto tale dovrebbe ricevere un supporto diplomatico dal governo del proprio Paese. Secondo Tajani, tuttavia, l’Italia può fare poco, perché le sanzioni USA «non sono contro una cittadina italiana in quanto cittadina italiana» e sono unilaterali. Per assurdo, le stesse ragioni per cui Tajani sostiene che l’Italia non può fare nulla contro le sanzioni sono quelle per cui dovrebbe muoversi: le sanzioni ad Albanese violano infatti l’immunità funzionale della giurista garantita dall’incarico che ricopre.

Russia e India avviano una esercitazione militare

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Russia e India hanno avviato esercitazioni militari congiunte nello stato nord-occidentale del Rajasthan, in ‘India. Le esercitazioni denominate “Indra 2025” sono volte a migliorare le operazioni antiterrorismo congiunte; i militari si addestreranno in azioni tattiche congiunte, testeranno i sistemi di comunicazione e condivideranno pratiche per operazioni di combattimento con truppe miste. Si stanno svolgendo presso il poligono di Mahajan e proseguiranno fino al 15 ottobre.

Cronache dall’oblio: 9 guerre invisibili di cui non si parla

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Guerre invisibili

Non è il numero di bombe e purtroppo nemmeno il numero delle vittime a misurare la “vicinanza” di una guerra, ma la presenza – o meno – di notizie ed analisi nelle cronache quotidiane. Oggi che la guerra è tornata alle porte del Vecchio continente e che Israele porta avanti indisturbato il proprio piano genocidiario, senza più nemmeno nascondere la volontà di appropriarsi di terre che non gli appartengono, noi occidentali riusciamo comunque a vivere la nostra quotidianità senza grossi problemi. I pochi “fastidi” arrivano da chi queste guerre ce le ricorda, da chi scende in strada a manifestare...

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Argentina, il neoliberismo di Milei devasta l’economia: dagli USA 20 miliardi per salvarlo

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«Non sono venuto a guidare buoi, sono venuto a risvegliare i leoni»: così Javier Milei, insediatosi al governo di Buenos Aires il 10 dicembre 2023, aveva sintetizzato l’approccio con cui era intenzionato a risollevare il Paese dalla cronica crisi economica che lo attanaglia. A meno di due anni dalla sua elezione, però, il presidente argentino si trova a fronteggiare l’ennesima crisi e a fare i conti con il fallimento della sua “rivoluzione libertaria”. L’economista ultraliberista, salito al potere incarnando l’immagine di un outsider antisistema, aveva promesso di «fare a pezzi lo Stato», abolire la burocrazia e restituire al mercato la piena sovranità. In nome della “libertà economica”, ha varato il Decreto de Necesidad y Urgencia n. 70/2023, noto come il Megadecreto, un provvedimento che ha permesso al governo di legiferare in circostanze di emergenza, con cui ha smantellato decine di leggi sociali e liberalizzato settori chiave come affitti, sanità, commercio estero e tutela ambientale, producendo una deregolamentazione selvaggia. Quella che doveva essere la “cura shock” per rilanciare l’economia si è trasformata in un esperimento sociale devastante. Nel giro di pochi mesi, i salari pubblici sono stati congelati, le sovvenzioni energetiche cancellate, il welfare ridimensionato. L’inflazione, pur in calo rispetto ai picchi iperbolici del 2023 in cui aveva toccato il picco del 211,4%, continua a divorare i redditi. Nel secondo trimestre 2025 il deficit ha superato i tre miliardi di dollari, trainato dal peso degli interessi sul debito. I generi di prima necessità aumentano di settimana in settimana, mentre il peso argentino crolla nuovamente sui mercati. Le classi medie, colpite da una tassazione indiretta crescente e dal taglio dei servizi, si impoveriscono; i ceti popolari scivolano nella miseria. Negli ultimi mesi, le strade di Buenos Aires e Córdoba sono tornate a riempirsi di manifestazioni, mentre sindacati e movimenti denunciano la “dittatura del mercato”.

L’Argentina vive una contraddizione feroce, ostaggio di un governo che predica la libertà, ma impone misure coercitive che cancellano tutele e diritti sociali. Milei si è presentato come l’uomo che avrebbe combattuto “la casta”, ma è finito per governare per conto di quei poteri finanziari che denunciava e che oggi lo sostengono. Il problema centrale è la bilancia dei pagamenti: nei prossimi tre anni l’Argentina dovrà onorare impegni esteri per oltre 45 miliardi di dollari, di cui 15 al Fondo Monetario Internazionale. Il presidente statunitense Donald Trump incontrerà Milei il 14 ottobre, durante la settimana in cui la Banca Mondiale e il FMI si riuniranno a Washington. Il 26 ottobre l’Argentina voterà per le elezioni legislative di medio termine, nelle quali il partito di destra di Milei punta a ottenere seggi per rafforzare la sua posizione di minoranza. Di fronte alla crisi e al rischio di un nuovo default, Washington è intervenuta con un’operazione tanto spettacolare quanto controversa: una linea di credito da 20 miliardi di dollari per sostenere le riserve della Banca centrale e stabilizzarne il peso. L’annuncio, salutato da Milei come «un voto di fiducia dell’Occidente», porta la firma del segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, uomo di fiducia di Donald Trump e figura centrale della finanza speculativa internazionale. Dietro questo piano di “salvataggio”, si nasconde una trama di interessi privati che intreccia politica e alta finanza, promosso grazie alle pressioni di Rob Citrone, miliardario fondatore del fondo Discovery Capital e amico di lunga data di Bessent. I due si conoscono dai tempi in cui lavoravano insieme per George Soros: una rete di rapporti che ha attraversato decenni di investimenti globali, speculazioni e operazioni valutarie miliardarie. Già in passato, Citrone aveva convinto Bessent a operazioni rischiose – come la famosa scommessa sul dollaro contro lo yen – che gli fruttarono profitti enormi. Oggi, la storia sembra ripetersi, ma su scala geopolitica. Citrone è uno dei principali investitori nei titoli argentini: quando la politica di Milei ha iniziato a vacillare e il peso è crollato, le sue posizioni hanno rischiato di trasformarsi in perdite colossali. Da qui, secondo le fonti, la pressione su Bessent per ottenere un intervento di salvataggio. Poche settimane dopo, il Tesoro americano ha annunciato la linea di credito. I mercati hanno reagito immediatamente: i bond argentini, che stavano precipitando, hanno guadagnato fino al 20% in un giorno e chi li deteneva – tra cui lo stesso Citrone e diversi fondi vicini a Trump – ha incassato milioni. Nonostante le accuse di conflitto d’interesse, Bessent ha respinto ogni sospetto, sostenendo che l’obiettivo sia «stabilizzare un alleato dell’Occidente» e impedire che l’Argentina «cada nella sfera d’influenza cinese». Tuttavia, il sospetto rimane: la linea di credito americana appare meno come un atto di cooperazione e più come un’operazione di salvataggio per investitori privati legati alla Casa Bianca. Il piano, inoltre, non prevede stanziamenti a fondo perduto, ma condizioni dure: privatizzazioni accelerate, ulteriori tagli alla spesa pubblica e apertura completa al capitale straniero, legando Buenos Aires mani e piedi a Washington.

Il salvataggio americano ha offerto a Milei solo una tregua momentanea: il contesto economico resta instabile e la produzione industriale è in caduta libera, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato al 7,6% nel secondo trimestre del 2025. L’economia argentina mostra segnali di stagnazione, con migliaia di piccole imprese chiuse dall’inizio del 2024 e consumi in forte calo. Pur essendo tecnicamente l’economia argentina uscita dalla recessione, la ripresa resta fragile e il mercato del lavoro risente della contrazione produttiva. I sussidi tagliati hanno provocato una crisi energetica nelle province del sud, mentre il costo dei trasporti e dei beni alimentari continua a crescere. Gli indicatori economici segnalano che la ripresa promessa dal governo non arriverà prima del 2026. Sul piano politico, Milei appare sempre più isolato. Il Congresso blocca molti dei suoi decreti, i governatori provinciali si ribellano ai tagli, i sindacati organizzano scioperi generali, mentre il suo elettorato inizia a disilludersi. Il sostegno statunitense, presentato come segno di forza, rischia di diventare un cappio politico: un governo che si proclama sovrano ma sopravvive solo grazie a un prestito straniero non può più dirsi indipendente. A livello internazionale, il caso argentino diventa emblematico. Per Washington, sostenere Milei significa difendere un modello economico che riduce lo Stato e privatizza tutto, ma che produce fame, disoccupazione e tensioni sociali. Per l’Occidente nel suo complesso, l’Argentina rappresenta un test: fino a che punto si può sostenere un esperimento neoliberista che genera instabilità e perdita di diritti? Dietro il linguaggio delle riforme e della libertà di mercato, si intravede una verità più amara: l’Argentina è diventata un laboratorio del neoliberismo estremo, dove la mano invisibile del mercato è manovrata da interessi ben visibili e spinge il Paese in una spirale di dipendenza e impoverimento.

Germania, accoltellata la futura sindaca di Herdecke

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In Germania a Herdecke, nello Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia, è stata accoltellata Iris Stalzer, futura sindaca della città. Stalzer, esponente del Partito Socialdemocratico, era stata eletta lo scorso mese e dovrebbe prendere ufficio a novembre; è stata trovata dal figlio, e si trova ora in condizioni critiche. Ancora poco chiara la dinamica dell’aggressione. Da quanto avrebbe riportato lei stessa al figlio, sarebbe stata aggredita da un gruppo di uomini, che la avrebbero colpita più volte alla schiena e all’addome. La polizia sta ancora cercando gli aggressori.

Napoli: la protesta delle 27 famiglie sotto sfratto abbandonate dalle istituzioni

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Nella Napoli dei turisti c’è sempre meno spazio per gli abitanti, costretti a fronteggiare carovita, carenza di servizi e precarietà lavorativa. Mentre la città si trasforma, gli sfratti si confermano costante quotidiana. Domani, 8 ottobre 2025, toccherà a 27 famiglie che attualmente vivono in un immobile di proprietà del Comune di Napoli: l’ex motel Agip di Secondigliano, destinato alla demolizione. Nonostante la vastità del patrimonio immobiliare del Comune, l’amministrazione Manfredi non ha offerto soluzioni abitative alle famiglie sotto sgombero, limitandosi a un contributo una tantum che oscilla tra i 6 e i 10mila euro, decisamente insufficienti per trovare un alloggio in una città dal mercato immobiliare impazzito e in balia della turistificazione.

Presidio delle famiglie sotto sfratto al Consiglio Comunale di Napoli. Foto di Antonio De Falco.

«Non siamo occupanti ma rifugiati», racconta uno degli abitanti sotto sgombero, in presidio al Consiglio Comunale. Qualche residente si ferma, ogni tanto dai gruppi di turisti diretti verso le vetrine di via Toledo si stacca un curioso per provare a capire cosa stia succedendo, forse ignaro di contribuire alla trasformazione della città. «Prima del boom turistico — dichiara la Rete SET, da anni impegnata sul territorio nella lotta alla turistificazione e presente ieri al fianco delle famiglie — i residenti abitavano oltre il 90% delle case dei quartieri storici, lo dimostrano i censimenti pubblici, parlare ora di destinare fino a una casa su tre ai turisti come propone l’amministrazione significa rassegnarsi all’espulsione massiccia dei residenti. Purtroppo sta già avvenendo, con il caro affitti e gli sfratti che si sono moltiplicati in pochi anni». Le famiglie dell’ex motel Agip si danno manforte, mentre di fronte consiglieri e assessori discutono del loro destino, elaborando come unica risposta al disagio sociale l’aumento del contributo una tantum. Si alza un grido, un sentimento generale: «Basta sgomberi senza soluzioni». 6mila o 10mila euro non risolvono il problema delle famiglie sotto sfratto, con condizioni lavorative precarie che non permetterebbero loro di rispondere alle sempre più stringenti garanzie richieste dai locatori, orientati verso il mercato degli affitti brevi per maggiori profitti.

Presidio delle famiglie sotto sfratto al Consiglio Comunale di Napoli. Foto di Antonio De Falco.

Famiglie e attivisti raccontano del braccio di ferro portato avanti negli ultimi dieci mesi con l’amministrazione Manfredi, tra promesse e impegni mancati, con lo spettro sempre più concreto di finire coi propri figli in strada. L’ipotesi di fornire una sistemazione alternativa alle oltre 60 persone sotto sgombero attraverso l’utilizzo di alcuni prefabbricati pare tramontata; a non aver mai preso quota è invece l’idea — suggerita dalla Rete SET — di riqualificare uno dei tanti immobili in disuso del patrimonio comunale. In entrambi i casi, la disponibilità delle famiglie sarebbe totale, viste le condizioni di vita attuali. Quella che un tempo rappresentava l’avanguardia industriale italiana, figlia del progetto di Enrico Mattei, è oggi una struttura che dopo anni di disinteresse e ristrutturazioni mancate (ancora un anno fa i consiglieri Sergio D’Angelo e Rosario Andreozzi invitavano l’amministrazione comunale a «recuperare le non ingenti risorse necessarie per riqualificare rapidamente un proprio bene») è stata dichiarata inagibile e quindi destinata alla demolizione.

Presidio delle famiglie sotto sfratto al Consiglio Comunale di Napoli. Foto di Antonio De Falco.

L’ex motel Agip è fatiscente, pericolante e a rischio ambientale per i continui sversamenti di rifiuti; eppure, complice lo stato di povertà e disagio sociale, negli anni è diventato casa per decine di famiglie, a partire dal post-terremoto degli anni ’80. In seguito si è verificato il primo ciclo di occupazioni, in parte regolamentate nel 2016, quando decine di famiglie sono state trasferite nei nuovi alloggi di edilizia popolare. Gli esclusi di quelle graduatorie sono rimasti nella struttura e si sono aggiunte nuove persone, accomunate da un reddito prossimo allo zero e da un’elevata vulnerabilità sociale. Condizione, quest’ultima, sempre più diffusa nella Napoli trasformata dal turismo di massa, che arricchisce pochi eletti e sfrutta i più. Ma i cittadini non si arrendono. «Il Comune non ci deve trattare come abitanti di una discarica sociale», recita lo striscione delle famiglie prossime allo sfratto, pronte a dare continuità alla mobilitazione di questi giorni. Prima il Consiglio Comunale, poi il Duomo e infine il Teatro San Carlo: le irruzioni nella quotidianità altrui sono state accompagnate dal presidio nei pressi di Piazza Municipio per reclamare il proprio diritto a un’esistenza dignitosa e a un luogo dove far crescere i propri figli.

Ilaria Salis, Europarlamento non revoca l’immunità per un solo voto

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In un voto a scrutinio segreto il Parlamento Europeo ha respinto per un solo voto la richiesta del governo ungherese di revocare l’immunità all’europarlamentare italiana Ilaria Salis. La decisione, incerta fino all’ultimo (la commissione Affari giuridici aveva mantenuto l’immunità due settimane fa), contraddice le indicazioni ufficiali dei gruppi che erano favorevoli alla revoca: il risultato sembra dovuto a voti di eurodeputati indipendenti e di membri del Partito Popolare Europeo che non hanno seguito la linea del presidente Manfred Weber. Salis, di Alleanza Verdi e Sinistra, è accusata in Ungheria di aggressione a neonazisti nel 2023, accusa che lei nega.

RSA condannata per il lutto negato durante la pandemia: sentenza storica a Novara

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Una sentenza del Tribunale di Novara ha stabilito un precedente giuridico storico, riconoscendo per la prima volta il diritto al commiato e condannando una casa di riposo a risarcire con 5.000 euro una donna a cui, nel gennaio 2021, era stato impedito di vedere per l’ultima volta il marito morente a causa delle restrizioni anti-Covid. Il tribunale ha introdotto e riconosciuto l’esistenza e la risarcibilità del danno da «mancato commiato» per «avere negato quel momento essenziale per l’elaborazione del lutto che è il passaggio, per certi versi formale, di addio». Si tratta di una pronuncia che assume una portata simbolica e fattuale rilevante nel contesto delle numerose storie analoghe avvenute durante le fasi più critiche della pandemia.

I fatti risalgono al 20 gennaio 2021, quando la signora Rosa Anna Z. seppe dal direttore sanitario che le condizioni del marito Pietro, ospite della RSA novarese, erano peggiorate drasticamente. Nonostante le sue suppliche di poter entrare, come già le era stato concesso in due occasioni precedenti, non ricevette alcuna risposta alle sue mail. Solo alle 14.12 la caposala la avvisò dell’imminente decesso, invitandola a raggiungere la struttura. Arrivata verso le 14.30, Z. «veniva quindi invitata comunque a salire per prestare un ultimo saluto alla salma del coniuge, ma si rifiutava, ritenendolo tragicamente vano». La motivazione di questo rifiuto, come spiegato in sentenza, risiedeva nelle convinzioni personali della coppia: «I coniugi erano entrambi non credenti, senza figli, né parenti prossimi o comunque legati da un rapporto affettivo significativo: erano convinti che non vi sia una vita ultraterrena dopo la morte, e che con quest’ultima cessi ogni rapporto umano e spirituale fra le persone». Questa circostanza ha reso particolarmente drammatica la situazione, poiché «ha causato un dolore ancor maggiore di quello determinato dalla scomparsa del compagno di una vita».

Nello specifico, all’interno della sentenza si condanna l’RSA sottolineando che il divieto, seppure dettato da norme di emergenza, fu esercitato in modo sproporzionato e arrecò una sofferenza autonoma rispetto al dolore per la perdita. Il giudice ha infatti evidenziato come il bilanciamento tra esigenze sanitarie e diritti delle persone non possa tradursi in un’automatica esclusione del contatto familiare in punto di morte. Nel motivare la condanna, il Tribunale ha rilevato che la struttura, pur esercitando un potere «in generale plausibile in forza di un potere conferitole dalle norme allora vigenti», lo abbia fatto «in modo non del tutto corretto». Con tutta probabilità, infatti, si trattò «di un eccesso di prudenza ma comunque un eccesso; un avviso della imminente morte, con tutta probabilità, dato con troppo ritardo; insomma, un “eccesso di potere” non assoluto-arbitrario e generalmente animato da una volontà di cautelare i ricoverati o anche di cautelarsi ma comunque un eccesso di potere», si legge nella pronuncia.

Con questa sentenza, insomma, la giurisprudenza individua una particolare forma di danno non patrimoniale – il cosiddetto «danno da mancato commiato» – che deriva dalla violazione del diritto di poter accompagnare e salutare un proprio congiunto in punto di morte. Per giustificare tale innovazione, il giudice ha utilizzato un ragionamento comparativo: «Se – per esempio – è risarcibile il danno da vacanza rovinata, non vi è motivo per non risarcire il danno da sofferenza per non avere potuto stare vicino al proprio coniuge al momento della morte di quest’ultimo». Certo è che il caso di Novara potrebbe ora aprire la strada a nuove istanze giudiziarie presentate da familiari che, nel corso dell’ondata pandemica, hanno subito analoghi divieti.

Trump interrompe i contatti diplomatici con il Venezuela

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Il presidente americano Donald Trump ha interrotto con effetto immediato ogni canale diplomatico con il governo guidato da Nicolás Maduro. L’inviato speciale USA, Richard Grenell, è stato richiamato da Caracas con un ordine diretto del presidente: qualsiasi negoziato in corso – esplorativo o avanzato – è stato congelato secondo fonti del New York Times. La decisione segna un cambio netto nel corso degli ultimi mesi, in cui Grenell aveva condotto interlocuzioni con il regime venezuelano per sondare accordi e percorsi di distensione. Trump ha motivato lo stop con accuse di “azioni ostili e minacce incombenti”, mentre Maduro ha reagito denunciando un piano per attentare all’ambasciata statunitense a Caracas, affermando che “un gruppo terroristico locale” era già al lavoro su ordigni esplosivi e che “l’amministrazione americana è già a conoscenza dei fatti”. Sullo sfondo, gli Stati Uniti mantengono una potente presenza militare nei Caraibi: almeno otto navi da guerra, un sommergibile d’attacco e una forza di oltre 4.500 soldati stazionano nella regione, ufficialmente per contrastare il narcotraffico. Maduro ha definito tali assetti “minacce chiare e provocazioni per un cambio di regime mascherato” e la rottura diplomatica lascia aperta la possibilità di ulteriori escalation.