venerdì 13 Febbraio 2026
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Europa: come le lobby agroalimentari ostacolano le riforme per l’ambiente

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Con 452 voti a favore, 170 contrari e 76 astenuti, nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha approvato il testo della strategia chiamata “Farm to Fork” (letteralmente dal produttore al consumatore), ritenuta il fulcro del Green Deal che mira a fare dell’Europa il primo continente a zero emissioni entro il 2050. Ciò significa che da ora in poi si potrà concretamente lavorare sugli obiettivi previsti, presentando proposte di legge, nonostante la forte opposizione di decine di lobby agroalimentari.

Per capire il motivo della loro disapprovazione è necessario fare un passo indietro e spiegare in cosa consiste la Farm to Fork. Si tratta di un piano che ruota principalmente attorno a sei macro-obiettivi, elencati nell’inchiesta condotta di Irpimedia. Fra questi: riduzione del 50% dell’uso di pesticidi chimici; il dimezzamento della perdita di nutrienti e quindi la riduzione di almeno il 20% dell’uso di fertilizzanti; la riduzione del 50% di antimicrobici per gli animali d’allevamento e di antibiotici per l’acquacoltura; un aumento del 25% dei terreni agricoli destinati all’agricoltura biologica e infine la riduzione del 10% del suolo utilizzato per gli allevamenti intensivi. E ancora: una nuova etichettatura nutrizionale, un miglioramento del benessere degli animali e l’inversione della perdita di biodiversità.

È più facile, adesso, intuire le preoccupazioni delle lobby. Diminuire l’uso di pesticidi, ad esempio, e ridurre la quantità di fertilizzanti significherebbe perdere una grossa fetta di produzione. Motivo per cui le lobby stesse hanno chiesto a gran voce alla Commissione europea una valutazione sull’impatto che il piano avrebbe su di loro, in particolar modo sulla perdita di competitività delle aziende europee sul mercato agroalimentare. Insomma, tentano, di fatto, di giocare al ribasso, schierando coalizioni formate da grossi agricoltori e produttori di carne, a cui si sono aggiunti i colossi dell’industria dei pesticidi.

In particolare, le lobby lamentano un ipotetico aumento dei costi di produzione e dei prezzi del prodotto finale, che spingerebbe il consumatore a rivolgersi altrove, per risparmiare. A sostegno della loro tesi hanno anche commissionato diversi studi (giudicati da molte associazioni imparziali e di parte) e finanziato diverse campagne informativa online. Negli studi si parla quasi sempre dell’aumento dei prezzi, tema centrale e di vitale importanza per i grandi produttori. Di fatto, niente a che vedere con la salvaguardia dell’ambiente e nessun aspetto positivo citato. E ce ne sarebbero molti, oltre a quelli strettamente legati alla riduzione di anidride carbonica, ad esempio. Diminuire la produzione delle grandi “catene” significa fare spazio alle piccole aziende che già producono e vendono a prezzi più alti.

Infatti la gran parte degli agricoltori e degli allevatori intervistati da Irpi ha detto di non conoscere la F2F, perché “Per noi piccole aziende con poca manodopera è difficile essere informati su cosa accade in Europa e su tutti gli incentivi”. Ma in ogni caso, per loro non sarebbe un problema adeguarsi a nuove e più rigide normative, visto che la maggior parte di loro lo fa già. «Se fanno costare il pomodoro due euro al chilo io sono felice perché tanto comunque a cinque li vendo. Il piccolo produttore non ha nessun problema con questa iniziativa»

Eppure un’azione urgente è necessaria, proprio da parte di quelle lobby che tanto lottano per tenersi strette i loro pesticidi. La sola industria agroalimentare è responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra. Nello specifico, 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, di cui il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale e il 57% dai cibi di origine animale.

[di Gloria Ferrari]

Hong Kong: Amnesty International chiuderà uffici per legge su sicurezza nazionale

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Amnesty International, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani, ha comunicato che chiuderà i suoi uffici ad Hong Kong: tale scelta è stata presa a causa della minaccia posta al personale dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a Hong Kong lo scorso anno. Nello specifico, essa «ha reso impossibile alle organizzazioni per i diritti umani nella città di lavorare liberamente e senza timore di gravi rappresaglie da parte del governo», ha fatto sapere tramite una nota Anjhula Mya Singh Bais, la presidente del board di Amnesty.

Londra scende in strada per la libertà di Julian Assange

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Centinaia di persone si sono riunite in un corteo di protesta giunto fin sotto il palazzo dell’Alta Corte di Londra, dove i giudici il prossimo 27 e 28 ottobre si riuniranno per valutare la nuova richiesta di estradizione formulata dagli Stati Uniti nei confronti del giornalista d’inchiesta Julian Assange. È l’ultimo atto di una persecuzione che priva il fondatore di WikiLeaks della libertà da ormai dieci anni. Un processo che, oramai è provato oltre ogni dubbio, si basa in gran parte su prove fornite da un testimone non attendibile.

Se il tribunale di Londra concedesse l’estradizione, Assange rischierebbe una condanna a 175 anni per “spionaggio”. Ovvero per aver svelato al mondo oltre 10 milioni di documenti riservati attraverso i quali abbiamo conosciuto la verità su molte malefatte dei governi occidentali. Innanzitutto quelle degli Usa in Iraq e Afghanistan, costate nel complesso centinaia di migliaia di morti. Rivelazioni talmente scomode che la CIA in passato non esitò a mettere in campo un piano per ucciderlo.

Dall’11 aprile 2019 Assange è incarcerato in Inghilterra con accuse giudicate pretestuose dalle organizzazioni per i diritti umani. Prima per violazione dei termini della libertà su cauzione (conseguente a controverse accuse di stupro dalla Svezia) e poi per le accuse di cospirazione e spionaggio da parte degli Stati Uniti. Ad oggi, Julian Assange si trova nella prigione di massima sicurezza britannica di Belmarsh.

‘Ndrangheta: 15 misure cautelari per usura ed estorsione con metodo mafioso

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Questa mattina, gli uomini della Polizia, dei carabinieri e della Guardia di Finanza di Brescia, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia, hanno dato esecuzione a 15 misure cautelari nei confronti di persone ritenute legate alla ‘Ndrangheta. Nello specifico i 15 individui sono gravemente indiziati, a vario titolo, di usura ed estorsione di stampo mafioso a danno di diversi imprenditori. Le misure inoltre sono state eseguite nell’ambito dell’operazione denominata “Atto finale” ed esse interessano 5 province italiane: Brescia, Milano, Cremona, Ascoli e Reggio Calabria.

Amnesty: in Italia sanitari silenziati per aver denunciato la malagestione Covid

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sanitario

Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulle condizioni degli operatori sociosanitari dipendenti delle RSA durante la prima ondata della pandemia, dal titolo Messi a tacere e inascoltati in piena pandemiaLe numerose testimonianze raccolte descrivono inadatte condizioni di sicurezza e lavoro nelle strutture, con turni massacranti e veti sull’uso delle protezioni. Coloro tra i dipendenti che hanno denunciato gli abusi subiti e la totale assenza di sicurezza sono stati sottoposti a pressioni e ritorsioni, fino alla perdita dell’impiego. Le inadeguatezze preesistenti hanno esacerbato gli effetti della pandemia: il 65,6% dei lavoratori che hanno contratto il Covid sul posto di lavoro sono operatori e operatrici sanitari e sociosanitari.

Secondo quanto riportato, denunciare irregolarità nella gestione dell’emergenza ha infatti comportato il licenziamento di diversi tra gli operatori. Una di loro afferma: “Ci avevano detto di non usare le mascherine per non creare panico a utenti e famiglie, ma eravamo già in pieno Covid, verso fine febbraio o inizio marzo [2020]. Ci siamo ribellati e abbiamo fatto denuncia contro la persona che ci ha ammonito di non usare le mascherine. Io sono stata messa in quarantena preventiva per motivi politici e al rientro ho dovuto fare il tampone […] Le ripercussioni sono iniziate subito dopo le denunce”. Alcune strutture hanno minacciato di denunciare persino i delegati sindacali per diffamazione, per via “del loro impegno nella tutela dei diritti dei/le lavoratori/trici”. Un intervistato riporta una condizione di “perenne ricatto” possibile anche a causa del bassissimo livello di sindacalizzazione tra i dipendenti del settore: “se vengono a sapere che sei iscritto al sindacato ti fanno fuori professionalmente”.

Questo avviene perché mentre nel settore pubblico è un ente indipendente centralizzato a raccogliere le segnalazioni di irregolarità sul posto di lavoro (l’Autorità nazionale anticorruzione), nel settore privato sono le singole imprese a istituire sistemi interni di segnalazione. Da questo il rapporto di Amnesty deduce che “La possibilità che gli/le operatori/trici sanitari/e e sociosanitari/e delle strutture private abbiano avuto accesso a procedure adeguate a denunciare irregolarità durante la pandemia è oggetto di forti dubbi”. Le differenze tra i due settori riguardano anche fattori come il salario, nel pubblico superiore anche del 20 o 30 percento a parità di ruolo.

Tali fattori discriminanti portano le strutture private a disporre di personale insufficiente, che a sua volta comporta orari lavorativi più lunghi ed estenuanti per gli operatori. Un dipendente riporta che “Durante l’emergenza varie persone dello staff hanno lasciato […] A volte lavoravo anche 16 ore al giorno, oppure facevo il turno di notte e poi lavoravo di nuovo il giorno dopo senza riposo, o facevo tre o quattro notti consecutive, che è anche illegale. È stato veramente stressante e stancante. Anche i turni venivano riadattati quotidianamente e non c’era modo per negoziare o pianificare la tua vita personale”. Molte altre testimonianze raccolte descrivono la medesima situazione. Ad aggravare il tutto vi è il fatto che durante la prima ondata il personale delle RSA non abbia avuto accesso al test diagnostico sino ad aprile 2020, moltiplicando così il numero dei contagi. Complice di tutto ciò è la limitata capacità dell’Ispettorato del lavoro di compiere le necessarie verifiche, nonostante le ripetute segnalazioni dell’Usb (l’Unione sindacale di base).

Dopo l’allarme dei lavoratori e dei sindacati, Amnesty ha lanciato un appello al Parlamento, chiedendo che sia istituita “una commissione d’inchiesta indipendente che indaghi sulla risposta delle autorità alla pandemia da Covid-19, con un focus specifico sulle strutture residenziali sociosanitarie e socioassistenziali”.

[di Valeria Casolaro]

Polonia, Morawiecki: “difesa dei nostri diritti con tutte le armi disponibili”

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“Se la Commissione europea inizierà la terza guerra mondiale” trattenendo i soldi che sono stati promessi a Varsavia, “difenderemo i nostri diritti con tutte le armi a nostra disposizione”: è quanto affermato dal primo ministro polacco Morawiecki al Financial Times, alla domanda su possibili veti da parte della Polonia riguardo a decisioni critiche quali il pacchetto clima dell’UE. Secondo Morawiecki l’UE avrebbe avanzato a Varsavia delle richieste “puntandole una pistola alla testa” e ha sostenuto che per risolvere la crisi dello stato di diritto del Paese Bruxelles deve prima ritirare le minacce di sanzioni legali e finanziarie. Per Morawiecki l’intera operazione è un “processo politico che può essere fermato dai politici”.

Per la prima volta un rene di maiale è stato trapiantato in un umano

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Il trapianto sperimentale di un rene non umano in un essere umano è avvenuto per la prima volta presso il NYU Langone Health di New York. L’organo, proveniente da un maiale geneticamente modificato, non è stato direttamente impiantato nel corpo del donatore (in stato di morte celebrare), ma attaccato ai vasi sanguigni nella parte superiore della gamba del paziente, all’esterno dell’addome. L’intervento fa parte di un ampio studio approvato da un comitato di supervisione etica della ricerca appositamente designato presso la NYU Langone e rappresenta l’ultimo passo di un protocollo che richiede l’esecuzione di simili procedure. Per quanto sia un evento spartiacque, si tratta di una procedura sperimentale e ci sono molti ostacoli prima che gli organi dei maiali geneticamente modificati possano essere utilizzati negli esseri umani viventi. L’operazione – avvenuta a settembre – è comunque una prima conferma delle possibilità dello xenotrapianto (trapianto eseguito utilizzando organi provenienti da una specie diversa da quella del ricevente), disciplina che vanta ormai una lunga ricerca alle spalle e considerata promettente per il trattamento di diverse patologie.

Sono già stati molti i tentativi di xenotrapianti, ma fino ad oggi tra specie animali non umane (come dai maiali alle scimmie). L’impianto su esseri umani fino ad oggi era stato evitato, e secondo quanto affermato dai ricercatori è stato reso possibile in seguito alla combinazione di due nuove tecnologie, l’editing genetico e la clonazione. Il rene, una volta connesso al donatore è stato coperto da uno scudo protettivo e tenuto sotto osservazione per 54 ore. L’organo ha immediatamente funzionato e non è stato rigettato, grazie alla modifica genetica avvenuta: l’alfa-gal, gene responsabile di un rapido rigetto degli organi suini mediato da anticorpi da parte dell’uomo, è stato eliminato nel maiale donatore. Inoltre, la ghiandola del timo del maiale (responsabile dell’ “educazione” del sistema immunitario) è stata trapiantata con il rene così da evitare nuove risposte immunitarie. Per più di due giorni, i ricercatori non hanno rilevato alcun segno di rigetto e anche i livelli di urina e creatinina erano normali. Il fatto che l’organo abbia funzionato al di fuori del corpo indica che potrebbe effettivamente funzionare nel corpo.

Al netto dei legittimi dubbi etici, un’operazione di questo tipo potrebbe cambiare le sorti di molti pazienti gravemente malati, vista la possibilità di una nuova e vasta fornitura non solo di reni, ma anche di altri organi di maiali geneticamente modificati (come cuori, polmoni e fegati). Solo in Italia sono oltre 6.200 i malati che sono in lista di attesa per poter ottenere un rene (il 72,5% totale di chi è in lista d’attesa per un trapianto) e molti di essi – dicono le statistiche – non riusciranno ad ottenerlo. Per molti di loro lo xenotrapianto rappresenta una speranza. Tuttavia prima che la procedura diventi standard, ammesso che succederà, dovrà passare ancora tempo e vi sono anche ostacoli normativi. Anche le opinioni degli esperti di trapianti sono contrastanti, specialmente per quanto riguarda i rischi a lungo termine dovuti dal tentativo di superare le barriere tra specie viventi. Oltre a ciò, sono sorti interrogativi sullo sfruttamento degli animali: sarebbero allevati ulteriori maiali – oltre ai cento milioni già uccisi ogni anno negli Stati Uniti – per prelevare organi e già alcune associazioni animaliste hanno puntato il dito, sostenendo che gli animali non possono essere considerati come meri “pezzi di ricambio” per gli esseri umani.

[di Francesca Naima]

Colombia, arrestato il trafficante di droga più pericoloso al mondo

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Dario Antonio Usuga, detto Otoniel, è stato catturato nella regione di Uraba, in Colombia, nel corso di un’operazione che ha coinvolto più di 500 agenti delle forze speciali colombiane e 22 elicotteri. Usuga è accusato di esportare centinaia di tonnellate di cocaina ogni anno, ma anche di omicidio, sfruttamento di minori e abuso sessuale su bambini. Il Governo colombiano ha presentato oggi una petizione alla Corte Suprema affinché Usuga sia estradato negli USA, dove è stato incriminato per la prima volta nel 2009. Perché ciò avvenga potrebbero volerci fino a quattro settimane.

L’Italia distribuirà licenze per produrre cannabis terapeutica

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Il Governo potrebbe dare la possibilità ad aziende pubbliche e private di produrre cannabis terapeutica. Lo ha affermato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, durante la trasmissione Mi manda Rai 3. I bandi potrebbero essere aperti già nelle prossime settimane  e daranno “la possibilità di coltivare anche ad aziende private e pubbliche per raggiungere l’obiettivo di essere autosufficienti dal punto di vista della produzione”, secondo quanto affermato da Costa. Al momento la produzione non è sufficiente a coprire la necessità: “Si stima che il fabbisogno nel 2021 sia di 1400 kg e l’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze è in grado di produrne forse 300: dobbiamo superare questa problematica”. Il sottosegretario ha aggiunto di aver “istituito anche un tavolo specifico al ministero, dove ho coinvolto tutti gli attori che possono dare un contributo, anche le associazioni dei pazienti, per portare le proprie testimonianze e sensibilizzare la politica a un atto di responsabilità”.

L’Italia produce cannabis per scopi terapeutici dal 2016, ma sino ad ora l’unico ente autorizzato era lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, il quale si occupa anche della distribuzione presso le farmacie. Il quantitativo prodotto, tuttavia, deve essere necessariamente integrato con l’importazione. L’accesso alle cure è reso anche difficoltoso dalla diversa distribuzione regionale di tali sostanze, difficilmente reperibili in alcune zone, come ha ricordato lo stesso Costa. La decisione del Governo permetterebbe di risolvere l’impasse causata dalla legalità delle cure e dalla scarsità della loro diffusione e disponibilità.

[di Valeria Casolaro]

Colpo di Stato in Sudan, arrestato il primo ministro

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Un gruppo di militari ha arrestato nelle prime ore di questo lunedì mattina il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok e lo ha trasferito in un luogo al momento sconosciuto. Numerosi altri ministri e membri del governo civile sono stati arrestati. Al-Jazeera riferisce che “l’accesso alle comunicazioni è stato limitato nel Paese” ed è perciò complesso capire lo sviluppo dei fatti. Le fonti riferiscono che l’esercito ha bloccato gli accessi alla capitale Khartoum, dove si trovano le istituzioni governative, il palazzo presidenziale e gli uffici del primo ministro. Il Sudan si trova in un delicatissimo momento di transizione, con i gruppi militari e civili che dovrebbero dividersi il potere dopo il rovesciamento del leader di lunga data al-Bashir.