mercoledì 11 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 1463

Decolonizzare il Giorno del Ringraziamento non c’entra nulla con la ‘cancel culture’

2

Il Thanksgiving, o Giorno del Ringraziamento, è una festività statunitense che viene celebrata ogni anno l’ultimo giovedì di novembre: i festeggiamenti di giovedì scorso sono stati occasione per riaccendere il dibattito sulla storia della società statunitense, scritta – come sempre – dai vincitori, da parte di coloro che sono i vinti della colonizzazione del Nord America. Diversi media hanno accostato in questi giorni, in maniera molto sbrigativa e superficiale, questo movimento di decolonizzazione del pensiero, dell’immaginario e dei costumi, soprattutto in atto tra le comunità tribali indigene, alla così detta cancel culture (o call-out culture).

La cancel culture è nata a partire dal 2014 ma ha avuto un esponenziale espansione tre anni più tardi con l’esplosione del movimento MeToo che riunisce moltissime donne che denunciano casi di violenze e abusi sessuali subite da parte di uomini molto spesso famosi. La cancellazione avviene tramite una campagna di ostracismo mediatico che mette alla gogna pubblica personaggi celebri che hanno approfittato della loro posizione di potere per mettere in atto comportamenti inappropriati o veri e propri abusi sessuali. Il movimento, sotto l’effetto mediatico, si è poi ingrandito fino a toccare ogni strato sociale, specie negli USA, in Canada e nel mondo Occidentale.

Quindi, niente a che vedere con i movimenti di sovranità culturale, politica e sociale che i popoli nativi del continente Nordamericano portano avanti da un secolo a questa parte, ovvero da quando – nel 1924 – sono stati ammessi alla società statunitense come cittadinanza di seconda classe. Il “movimentismo indiano” è la lotta per la difesa di diritti umani, politici e sociali che sono calpestati da cinquecento anni da parte del colonialismo di matrice europea. Risulta essere la risposta alla deportazione, al massacro e allo sterminio, al concentramento, all’assimilazione e alla cooptazione forzosa all’interno della società statunitense, fin dalle sue origini: sotto la forma della Repubblica, i coloni hanno imposto l’Impero della Libertà e dell’universale a coloro che ancora vivevano liberi la loro comunità particolare al di là dei monti Appalachi.

La decolonizzazione dal pensiero Occidentale in favore della riscoperta dei valori tradizionali, della propria spiritualità e del proprio linguaggio, sono da sempre alla base di ogni movimento e organizzazione sociale di comunità indigene che lottano per la sopravvivenza della propria identità e cultura, e non sono certo un’apparizione nuova che fa comodo strumentalizzare a favore di una o l’altra parte politica. Non è quindi “da ieri” che tali movimenti si battono, anche con l’utilizzo delle armi. Ne è un esempio l’American Indian Movement, nato nel 1968 a Minneapolis, che nel 1973 mise in essere la rivolta di Wounded Knee in cui, sotto l’assedio dell’FBI e delle forze speciali, occupò il luogo per quasi tre mesi dichiarando l’indipendenza e la sovranità della comunità locale: Wounded Knee è il luogo in cui, nel 1890, avvenne l’ultimo grande massacro (a danno delle popolazioni delle praterie) che pose fine ad ogni speranza di “resistenza indiana”.

E se il “Giorno del ringraziamento” fosse conosciuto fin dai primordi, si capirebbe semplicemente che non vi è alcun bisogno di cancellare niente. Anche perché, anche qualora così fosse, come si possono realmente cancellare cinquecento anni di storia e di sofferenza? Ciò che i movimenti sociali indigeni vogliono è una onesta narrazione degli eventi storici.

Se molti dicono che il Thanksgiving è il giorno in cui si ringrazia Dio per i suoi abbondanti doni della terra, e certamente lo sarà, è senz’altro vero che la sua istituzione da parte dei Padri Pellegrini ebbe una precisa motivazione e il suo carattere risulta essere molto più terreno, umano. I Pilgrim Fathers arrivarono sulle coste dell’attuale Massachussetts, ove fondarono la cittadina di Plymouth, portando con sé i semi per coltivare il cibo ma che si rivelarono inadatti alle condizioni climatiche del territorio in cui si erano insediati. Ben presto, i coloni si trovarono a dover affrontare una terribile mancanza di cibo a cui cercarono di sopperire con furti alle scorte di cibo delle tribù locali che certamente non gradivano la cosa. Massasoit, uno dei leader della nazione Wampanoag, cercò di mantenere relazioni pacifiche e decise di aiutare le persone venute da ciò che chiamavano “la grande acqua” per far sì che potessero vivere del loro lavoro e in armonia con le altre popolazioni. Massasoit fece dono ai Padri Pellegrini di semi di zucca, mais e di altri prodotti coltivabili in quel territorio. Fu solo così che i Padri Pellegrini poterono procurarsi il cibo che gli avrebbe fatto superare il secondo inverno. L’aiuto dei Wampanoag fu salvifico e permise di sopravvivere a quanti erano riusciti a superare la precedente stagione fredda. Per tale motivo, il Thanksgiving venne celebrato la prima volta nel 1621 insieme alla tribù Wampanoag, con una tavola colma delle verdure coltivate nell’estate dai Pilgrim Fathers e la carne di cervo portata in dono da coloro che gli avevano insegnato cosa e come coltivare in quella terra.

La celebrazione sarà però unica e mai più si ripeterà poiché col passare del tempo i legami si deteriorarono a tal punto che nel 1636 scoppiò la guerra Pequot (1836-1838). Durante il conflitto, dopo l’uccisione di un uomo che i coloni hanno creduto fosse stato ammazzato dai Wampanoag, per rappresaglia, un villaggio venne distrutto e bruciato e 500 tra uomini, donne e bambini morirono. Sul finire della guerra, William Bradford, governatore di Plymouth, scrisse che per «i successivi 100 anni, ogni Giorno del Ringraziamento ordinato da un governatore era in onore della sanguinosa vittoria, ringraziando Dio che la battaglia era stata vinta».

[di Michele Manfrin]

Meno aliquote e ipotetici risparmi: cosa contiene la riforma Irpef voluta da Draghi

1
Pres Draghi Auditoriun conciliazione

Nel marasma provocato dall’arrivo imminente del Super Green Pass, è passato un po’ in secondo piano l’accordo politico della maggioranza, raggiunto al Ministero dello Sviluppo Economico, per la riforma dell’Irpef e il taglio dell’Irap (le imposte sul reddito delle persone fisiche e delle attività produttive). La bozza d’intesa ora dovrà essere inserita negli emendamenti alla legge di Bilancio per l’approvazione del parlamento.

Di questa modifica si era già iniziato a discutere a settembre, in virtù di una legge delega sulla riforma complessiva del fisco. La sostanza è la diminuzione delle aliquote Irpef sulle fasce di reddito, che passano da 5 a 4. Più l’esenzione Irap per persone fisiche, autonomi e ditte individuali (circa 850.000 unità).
Cambia la fascia di reddito intermedia dai 28 ai 55.000 euro, che diventa dai 28.000 ai 50.000. Eliminata l’aliquota al 41% e via la quinta fascia di reddito più alta, quella dai 75.000 euro, che viene inglobata nella quarta con aliquota al 43%. Ma partendo da 50.000 euro.
Per la precisione ecco le nuove aliquote e scaglioni: il 23% da 0 a 15.000 euro (invariata); il 25% da 15.000 a 28.000 euro (dagli attuali 27%); 35% da 28.000 a 50.000 euro (invece che 38%); il 43% sopra i 50.000 euro.

Davvero una misura progressiva?

A primo acchito sembrerebbe un risparmio più o meno per tutti. E in effetti è così. Se non fosse che a risparmiare di più sull’Irpef sono i redditi medio-alti, quelli tra i 40 e i 50.000 euro. In confronto al modesto beneficio delle fasce più basse. I tecnici hanno già approntato le prime proiezioni. Se consideriamo che lo stipendio medio di un lavoratore dipendente in Italia è 20.000 euro, questa categoria potrebbe arrivare a pagare 4.700 euro contro i 4.800 attuali. Tenendo in tasca solo 100 euro in più (8 euro al mese). Senza contare che per la fascia più bassa, quella da 0 a 15.000 euro, l’aliquota resta invariata al 23%. In questa categoria rientrano gran parte dei lavoratori stagionali, part-time o a tempo determinato. Fino a 30.000 euro il vantaggio è sempre modesto, con in più a disposizione 320 euro. La no tax area, cioè l’area reddituale entro la quale non si pagano imposte, resta anch’essa invariata a 8.174 euro. In merito si pensa a piccole modifiche.

I vantaggi maggiori si hanno nella fascia di reddito fino a 50.000 euro, che attualmente ricade nello scaglione 28-55.000 euro. Questo passa all’aliquota dal 38 al 35% e può risparmiare fino a 920 euro annui. Non va malissimo anche per i redditi da 40.00 euro, che accantonano 620 euro annui. Il vantaggio obiettivamente cala man mano che si sale. Ma allo stesso tempo un tema sollevato dalle forze politiche d’opposizione è se davvero si può parlare di un aiuto alle classi medie, visto appunto quello che oggi statisticamente risulta uno stipendio medio, senza rifarsi ai parametri di quando fu varata la prima grande riforma fiscale del 1970. Ricordiamo che l’Italia è l’unico paese della UE dove in trent’anni gli stipendi sono calati. Ne abbiamo parlato qui.

La questione delle detrazioni e dei bonus

Gli interrogativi aumentano quando si scopre che, parallela alla modifica fiscale, si accompagna la revisione delle detrazioni Irpef nel 2022 (su questo si è ancora in fase di lavoro), dei bonus e dell’assegno famigliare, che da marzo diviene unico e universale (anche per gli autonomi). Non più quindi le varie tipologie di assegni al nucleo e anche in busta paga, ma direttamente dall’Inps sul conto corrente. Già è notizia, ad esempio, la cancellazione delle detrazioni per i figli a carico fino a 26 anni. Ed è praticamente certo che verrà tolto il Bonus Renzi, attualmente di 100 euro mensili in busta paga. Sarà assorbito e compensato dal risparmio sull’Irpef. Chiaramente il governo sta progettando come riassordire parte dei vari bonus nelle detrazioni fiscali. Non si può ancora valutare se il risultato generale sarà un ribasso dei benefici. Dalle detrazioni sulla busta paga e sul reddito dipenderà effettivamente l’esito della riforma, ancora in bozza. Va tenuto conto che l’effettivo reddito personale dipende molto da questi aspetti e non solo dal lavoro svolto. Intanto, alcuni studi di addetti ai lavori si sono chiesti perché non si sia pensato di aggiungere un’aliquota, magari al 45%, sui redditi da 200.000 euro. Questo avrebbe forse portato a maggiore progressività. Progressività che non si è persa di fatto, ma che comunque ha una diversa rilevanza se le aliquote diminuiscono e si rimodellano.

[di Giampiero Cinelli]

 

 

Honduras, presidenziali: Castro probabile prima donna presidente

0

In Honduras i primi risultati delle elezioni presidenziali vedono Xiomara Castro in forte vantaggio sul conservatore Afura. Se Castro vincesse, si tratterebbe della prima donna Presidente nella storia del Paese. La sinistra tornerebbe così al governo per la prima volta dal 2009, quando un colpo di Stato rovesciò l’ex presidente Zelaya, marito di Castro. Castro ha anche annunciato di voler aprire relazioni diplomatiche con la Cina, sminuendo i propri rapporti con Taiwan e causando agitazione diplomatica tra Pechino e Washington. Le presidenziali in Honduras rappresentano un momento cruciale per l’America Centrale, punto di partenza della maggior parte dei migranti in fuga da disoccupazione cronica e violenza e diretti negli Stati Uniti (Honduras è uno dei Paesi più violenti al mondo).

Variante Omicron: è giustificato il panico mediatico? Cosa dicono i dati

2

Prima del Covid-19 le varianti dell’influenza venivano indicate con le sigle dei Paesi dove le intercettavano. Poi per evitare l’effetto-stigma si è passati all’alfabeto greco. Così abbiamo cominciato con alfa, beta, gamma, delta. E per chi non lo sapesse – perché non se ne è quasi parlato per niente, ci sono anche le varianti Lambda, Epsilon e Mu. Queste ultime, l’OMS, le classifica come “di preoccupazione” non “di interesse” come le altre; ritenendole meno pericolose. E ora è arrivata Omicron. Ma si sarebbe dovuta chiamare “Nu” o “Xi” stando all’alfabeto greco. Solo che “Nu” – ha detto la portavoce dell’OMS, Margaret Harris – avrebbe mandato in confusione gli anglofoni perché somiglia troppo a “new”, nuovo. E “Xi” somiglia troppo a un cognome cinese molto diffuso. Ma anche, guarda caso, a quello del Presidente Xi Jinping. L’OMS, come si nota, si preoccupa anche di tante “varianti” accessorie di questo virus.

Da dove arriva la variante?

Omicron sta mandando in crisi buona parte della classe dirigente nazionale e internazionale. La presidente della Commissione UE, von der Leyen ha detto che «considerano la variante in maniera molto seria» e che «i vaccini devono essere subito aggiornati». La prossima settimana è anche convocato un Consiglio europeo dei ministri della Salute «per raggiungere un accordo politico su un regolamento relativo a un quadro di contromisure mediche in caso di emergenza». Dichiarazioni al limite del panico anche da quasi tutti i Paesi europei tanto che dal Sudafrica, il ministro della salute, Joe Phaahla, sentitosi sotto accusa, ha reagito stigmatizzando le restrizioni ai viaggi imposte al suo Paese: «La reazione dei paesi all’imposizione di divieti di viaggio – ha detto in una conferenza stampa – è completamente contraria alle norme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità». Anche perché è stato il Sudafrica ad avvertire l’OMS della nuova variante, ma Omicron in realtà è stata identificata in vari paesi e il sistema GISAID la classifica comparsa ad Hong Kong e l’OMS a “Multiple countries” (diversi Paesi). Dunque perché prendersela solo col Sudafrica?

Classificazione e origini delle varianti Covid (fonte OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità)

Una variante più pericolosa?

E quanto pericolosa è, in effetti, questa ennesima variante Covid? Non è dato saperlo. Non ci sono studi e per il momento tutti i media internazionali si sono concentrati sulle dichiarazioni della dottoressa Angelique Coetzee, presidente della South African Medical Association (SAMA). In sostanza la dottoressa ha detto, contemperando quanto riportano da The Guardian e Telegraph, che «La nuova variante Omicron del coronavirus provoca una malattia leggera senza sintomi importanti», ma ha anche detto: «Quello di cui dobbiamo preoccuparci ora è che quando le persone più anziane e non vaccinate saranno infettate dalla nuova variante, e se non saranno vaccinate, vedremo molte persone con una grave [forma della] malattia». C’è chi si è fermato alla prima frase, per minimizzare. E chi ha aggiunto la seconda, per riequilibrare. La dottoressa, ieri, ha rilasciato una lunga intervista alla SABC News niente affatto equivocabile. «Esortiamo tutti a vaccinarsi», ha ribadito più volte.

Casi finora registrati della variante Omicron

Intanto il Technical Advisory Group dell’OMS, convocato il 26 novembre scorso, riguardo Omicron (B.1.1.529, così taggata) ha datato il 9 novembre quale giorno del primo campione intercettato in Sudafrica. E tra le sue raccomandazioni c’è sempre la richiesta di inviare sequenze complete del genoma e metadati al database pubblico GISAID. La piattaforma internazionale ideata nel 2006 e lanciata nel 2008 in occasione della 62esima Assemblea Mondiale della Sanità per condividere le informazioni sull’influenza. Fu l’influenza aviaria a dare il colpo di avvio all’iniziativa e ora GISAID è una raccolta dati che sintetizza anche le informazioni sulle varianti. Questa è la seconda che viene intercettata in Sudafrica, lo è stata anche Beta, e finora su un totale di 137 persone ammalate con Omicron oltre il 98% sono in Sudafrica e Botswana. Se è vero che non ci sono dati approfonditi sui tempi di trasmissione è anche vero che ci sono le analogie con la variante Beta, anche quella attribuita al sudafricana e che ha impiegato sei mesi per diffondersi.

Le direttrici accertate della diffusione della variante Omicron

Ancora se ne sa pochissimo

Le varianti che preoccupano di più gli esperti dell’OMS e dell’ECDC sono le cosiddette Varianti VOC = variants of concern. Il TAG dell’OMS – che tra l’altro ha la vice presidente sudafricana – ha consigliato di classificare Omicron come una “voc”, ma sono ancora in corso test di laboratorio per valutare gli impatti funzionali di queste mutazioni. L’OMS ieri scriveva che “Non è ancora chiaro se l’infezione da Omicron causi una malattia più grave rispetto alle infezioni con altre varianti, inclusa Delta. I dati preliminari suggeriscono che ci sono tassi crescenti di ospedalizzazione in Sud Africa, ma ciò potrebbe essere dovuto all’aumento del numero complessivo di persone infettate, piuttosto che a un’infezione specifica con Omicron”. Valutazione condivisa dal Network for Genomics Surveillance del Sudafrica, che raccoglie le maggiori Università del Paese e che scrive: “sebbene il lignaggio B.1.1.529 (Omicron) condivida alcune mutazioni comuni con le varianti C.1.2, Beta e Delta, ha anche un numero di mutazioni aggiuntive. Al momento, il lignaggio B.1.1.529 è relativamente distinto dalle varianti C.1.2, Beta e Delta e ha un diverso percorso evolutivo”. E ancora: “Attualmente non sono stati riportati sintomi insoliti a seguito dell’infezione con la variante B.1.1.529 e come con altre varianti alcuni individui sono asintomatici” aggiungendo che occorre “essere cauti sulle implicazioni, mentre si raccolgono altri dati”. Insomma non è tutto così bianco o nero. E’ probabile che si alimenti una certa isteria collettiva con restrizioni e dichiarazioni non proprio ponderate.

Quanto ai numeri sembra che i casi rilevati e la percentuale di risultati positivi stanno entrambi aumentando, in particolare nel Gauteng, nel nord-ovest e nel Limpopo, ma la dottoressa Michelle Groome, capo della divisione di sorveglianza della salute pubblica presso il NICD, si è limitata a consigliare che “le persone dovrebbero essere vaccinate, indossare maschere, praticare una sana igiene delle mani, mantenere le distanze sociali e riunirsi in spazi ben ventilati”. Le infezioni segnalate inizialmente erano tra gli studenti universitari, individui più giovani che tendono ad avere una malattia più lieve, ma la comprensione del livello di gravità della variante Omicron richiederà da giorni a diverse settimane. Intanto l’OMS ritiene che “potrebbe esserci un aumento del rischio di reinfezione con questa ultima variante (cioè, le persone che hanno precedentemente avuto COVID-19 potrebbero essere reinfettate più facilmente con Omicron), rispetto ad altre”. Ma subito aggiunge che “le informazioni sono limitate.”

Infografica a cura di AFW

Intanto, alle singole persone, anche l’OMS consiglia quello che consigliava, ormai, due anni fa, prima di tutte queste varianti e prima dei vaccini: “mantenere una distanza fisica di almeno 1 metro dagli altri; indossare una maschera ben aderente; finestre aperte per migliorare la ventilazione; evitare spazi poco ventilati o affollati; tenere le mani pulite; tossire o starnutire in un gomito piegato o in un fazzoletto; e farsi vaccinare.” E siamo punto e a capo. Chi non è punto è a capo sono le aziende produttrici del vaccino le cui quotazioni venerdì sono nuovamente andate in salita. Pfizer e Moderna infatti hanno già annunciato di essere al lavoro su un nuovo antidoto calibrato sulla variante. E, particolare non ancora smentito, nei contratti di acquisto stipulati dai Paesi c’è una clausola di revisione del prezzo della dose, verso l’alto, per ogni variante aggiunta. E l’alfabeto greco di lettere ne ha 24. 

[di Antonio Gesualdi]

Pakistan, chiuse scuole e uffici per smog

0

Il Pakistan ha imposto il lunedì come giornata di chiusura per scuole e uffici, nella città di Lahore, nella speranza di ridurre il livello di smog. La misura rimarrà in vigore fino al 15 gennaio ed è stata varata in quanto il tasso di inquinamento dell’aria ha superato di molto la soglia della pericolosità. Lahore, seconda città più grande del Pakistan, è al momento la più inquinata al mondo. Il rapporto sull’indice di qualità dell’aria redatto dall’Università di Chicago ha stimato che il residente medio di Lahore viva in media 5 anni in meno a causa dell’inquinamento atmosferico.

Le Criptovalute non si fermano, gli Stati cercano contromosse

5

Le criptovalute sono state date più volte per morte. Eppure restano un fenomeno che non accenna a passare. Anzi di loro si parla sempre di più e se ne dovrà parlare in futuro. Ovviamente perché, come ogni importante innovazione tecnologica, hanno un impatto diretto sul sistema sociale, esponendolo alla possibilità di un radicale cambiamento da cui poi non si torna indietro. Quando dal baratto si passò alle monete, nessuno più pensò di ripristinare quel vecchio modello di scambio. Ma sarà così anche con le criptovalute? Riusciranno a spodestare le divise nazionali? Non semplice dirlo. Andrebbe ...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Roma: manifestazione contro la violenza sulle donne

0

A Roma si sta svolgendo il corteo nazionale, organizzato da Non una di meno, contro la violenza sulle donne e di genere. Sono migliaia le persone che sono scese in strada per marciare da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni. Durante la manifestazione, oltre a rispettare un minuto di silenzio, le donne hanno agitato mazzi di chiavi con il fine di ricordare che molti femminicidi e violenze avvengono all’interno delle mura domestiche.

“Non opprimeremo i palestinesi”: i giovani israeliani che rifiutano il servizio militare

1

Shahar Perets ed Eran Aviv sono due giovani israeliani di 19 anni e da mesi rifiutano di arruolarsi tra le Forze militari israeliane. Il motivo del rifiuto è semplice quanto coraggioso: non voler prendere parte all’oppressione della Palestina. Per tale ragione hanno già scontato diverse pene detentive, rispettivamente di 28 e 114 giorni totali. Rendendo il loro rifiuto pubblico e mostrando apertamente che è possibile intraprendere una strada diversa da quella imposta dal Governo, sperano di ispirare altri giovani come loro ad attivare un cambiamento nella società.

Li chiamano refusenik, mutuando un termine coniato durante la guerra fredda e poi diventato parte del linguaggio comune. Viene utilizzato in particolare per indicare i cittadini ebrei israeliani che si rifiutano di perseguire attività di occupazione della Palestina o repressione contro i cittadini palestinesi. Questo viene messo in pratica anche tramite azioni di obiezione di coscienza e rifiuto della coscrizione obbligatoria presso l’IDF, le Forze di difesa israeliane. Tra questi vi sono Sharar Perets ed Eran Aviv, entrambe di appena 19 anni ma con un considerevole numero di giorni trascorsi in prigione alle spalle. La motivazione è la medesima per entrambe: il rifiuto di servire l’esercito israeliano e le sue politiche di occupazione.

Durante un’intervista, Perets racconta di come a suo parere il Ministero dell’Educazione israeliano sia complice di una vasta operazione di repressione, affinchè non si parli dell’occupazione della Palestina. “Le lezioni di storia non parlano della narrativa palestinese” afferma: a causa di questa disinformazione, sostiene, la gente reagisce con rabbia alla sua posizione di obiettrice di coscienza. Per di più la vista di uniformi e militari è parte integrante della vita quotidiana di ogni giovane israeliano, che ne accetta l’esistenza come qualcosa di naturale.

La scelta di Perets, Aviv e molti altri loro coetanei mostra come vi sia una coscienza critica e politica già nei giovanissimi la quale, se portata in luce, può spingere a un cambiamento in molti. Sono infatti 120 gli asolescenti israeliani che a gennaio hanno firmato una Lettera Shministim (dal termine shministiyot, che indica gli studenti senior delle scuole superiori), dove hanno dichiarato il rifiuto di servire nell’IDF. Il loro messaggio per i palestinesi è mostrare che il movimento di rifiuto, seppur piccolo, esiste. Negli ultimi 50 anni sono molti gli studenti che hanno firmato questo genere di lettere.

“Vedere i soldati e colonizzatori in piedi di fronte ai palestinesi” afferma Perets, parlando di un’esperienza vissuta in Cisgiordania, “mi ha reso chiaro che non sarei voluta diventare uno di quei soldati, non voglio indossare quest’uniforme che simboleggia la violenza e il dolore di cui fanno esperienza i palestiensi“.

Eran Aviv è convinto che l’obiezione pubblica sia il metodo più efficace per convincere i giovani tra i 16 e i 18 anni che dovranno arruolarsi che è possibile fare scelte differenti. “Non rifiuto per intero l’IDF, solo l’Occupazione” afferma.

Prima di essere incarcerato nelle prigioni israeliane, Aviv ha dichiarato: “Mi rifiuto perché credo che sia immorale e irragionevole tenere i palestinesi sotto il controllo e il blocco militare senza garantire loro diritti civili e politici, e violando costantemente i loro diritti umani (…) Mi rifiuto perchè credo che Israele potrebbe e dovrebbe portare a termine l’occupazione immediatamente, che sia attraverso accordi, la ritirata o il garantire la cittadinanza alle persone palestinesi e la creazione di uno stato bi-nazionale per israeliani e palestinesi”.

Perets, Aviv e gli altri shministiyot continueranno a rifiutare di arruolarsi e subire l’ingiusta incarcerazione, perseguendo i loro ideali, finchè l’esercito non deciderà di congedarli.

[di Valeria Casolaro]

Cina: inviate forze navali e aeree nello stretto di Taiwan

0

Nella giornata di ieri, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, la Cina ha inviato forze navali e aeree nello stretto di Taiwan per effettuare dei pattugliamenti. Il tutto dopo che, per la seconda volta nell’arco di un mese, una delegazione di membri del Congresso degli Stati Uniti si è recata a Taipei per offrire sostegno all’isola. Proprio per questo infatti, come avvenuto in occasione della prima visita statunitense, i militari cinesi hanno deciso di pattugliare lo stretto di Taiwan.

Non solo CO2: i “dimenticati” della crisi ambientale

0

Volendo risalire alle cause del riscaldamento globale, o del più ampio cambiamento climatico, ormai sappiamo bene su chi puntare il dito: la famigerata anidride carbonica, le cui parti per milione in atmosfera ogni anno raggiungono nuovi picchi avvicinando la temperatura media della Terra verso soglie sempre più allarmanti. C’è quindi indubbiamente del vero, tuttavia, stiamo banalizzando: la CO2 derivante dalle nostre attività non è infatti l’unica colpevole. Pensiamo al metano, altro gas serra di gran lunga più potente dell’anidride carbonica. Sebbene meno persistente in atmosfera, la quota di emissioni che lo riguardano è tutt’altro che trascurabile. Ma anche in questo caso, e pure se aggiungessimo alla lista degli imputati tutti i gas climalteranti noti, staremmo comunque dimenticando qualcosa.

Si cercano soluzioni solo in una direzione

La crisi climatica odierna è infatti il risultato dell’interazione tra più fattori, non ultimo l’alterazione dell’ambiente naturale. Nonostante buona parte delle cause di perdita di biodiversità sia a sua volta responsabili del cambiamento climatico, ancora cerchiamo soluzioni solo in una direzione. Eppure, non sembra poi così complesso: gli ecosistemi terrestri e acquatici assorbono quasi il 50% della CO2 proveniente dalle emissioni antropiche, cosa accadrebbe se questa loro funzione venisse meno a causa della devastazione già in atto? In parole povere, tra inquinamento e deforestazione, stiamo compromettendo l’unica arma naturale a nostra disposizione per contrastare il riscaldamento globale. Al riguardo, la comunità scientifica ha proprio recentemente sottolineato quanto cambiamento climatico e perdita di biodiversità siano due facce della stessa medaglia. Infatti, nessuno dei due problemi sarà risolto con successo a meno che non vengano affrontati insieme. Finora però le due questioni sono state trattate separatamente e, a dirla tutta, ecosistemi e diversità biologica sono passati in secondo piano, come se le problematiche che li riguardano, in relazione alla crisi climatica, fossero marginali. Il pianeta, ed ogni sua componente, è tuttavia più interconnesso di quanto la nostra mente sia in grado di percepire. Vien da sé che la transizione – sebbene quella pianificata appare più energetica che altro – non a caso, è necessario che sia ecologica. «Il ripristino degli ecosistemi – hanno scritto 50 tra i maggiori esperti mondiali di biodiversità e clima – è tra le misure di mitigazione basate sulla natura più economiche e rapide da implementare. Riqualificando, si fornisce habitat indispensabile per piante e animali e si migliora la resilienza della biodiversità di fronte ai cambiamenti climatici, insieme a molti altri benefici: regolazione delle inondazioni, protezione delle coste, miglioramento della qualità dell’acqua, riduzione dell’erosione del suolo e garanzia dell’impollinazione. Il ripristino ecosistemico – hanno aggiunto – può anche creare posti di lavoro e reddito, soprattutto se si prendono in considerazione le esigenze e i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali». Ciononostante, se ne parla ancora troppo poco, mentre, nei fatti, la conversione industriale ed energetica è ormai sulla bocca di tutti. Investire in nuovi impianti, seppur sostenibili, conviene. Tra l’altro, ora come non mai. Mentre finanziare progetti di riqualificazione ambientale, no.

Uno squilibrio eccessivo e ingiustificato

Il tornaconto economico appare quindi ancora requisito essenziale per far sì che la via della sostenibilità venga percorsa. Accuse infondate? Niente affatto. Per farsi un’idea, basta guardare il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Dei 248 miliardi di fondi Ue, 70 sono stati sì destinati al comparto ambientale, ma di questi, appena 1,7 miliardi sono spettati alla salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi. Di contro, oltre 3 miliardi sono stati assegnati per “promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno”. Risorsa ancora immatura ma senza dubbio rinnovabile e pulita (a patto che sia ‘verde’) che, tuttavia, arricchisce in parte i soliti colossi del settore energetico. Eni, ad esempio – grazie ai suoi pozzi esausti di gas – sarebbe l’unico potenziale produttore del tutt’altro che risolutivo idrogeno blu, quello derivante dagli idrocarburi fossili che, al momento, guarda caso, va per la maggiore. Nel complesso si hanno: oltre 9 miliardi al comparto energetico e meno di 2 a quello puramente ecologico. Considerate le premesse precedenti tale squilibrio appare eccessivo ed ingiustificato. È evidente che gli interessi celati dietro la transizione vadano oltre il raggiungimento degli obiettivi climatici internazionali.

Pressioni per prolungare la vita delle fossili

In questo senso, una prima possibile lettura viene da una recente inchiesta secondo cui i paesi legati all’industria degli idrocarburi hanno fatto pressioni per stravolgere uno dei rapporti sul clima dell’Onu. Dall’analisi di 32.000 documenti sono emersi diversi tentativi finalizzati a proteggere interessi e status quo. Dall’Australia e l’India che hanno avuto da ridire sull’addio al carbone, all’Arabia Saudita che ha esplicitamente chiesto che le conclusioni secondo cui bisogna “eliminare gradualmente i combustibili fossili” siano cancellate. Ma qualcosa di simile, d’altronde, è già accaduto dentro i nostri confini: “tramite una capillare attività di lobbying “, il settore dei combustibili fossili è infatti riuscito a imporsi alle decisioni del governo italiano. Un settore, in Italia capeggiato da Eni e Snam, che, grazie ad una serie di numerosi incontri con i vertici ministeriali, ha incassato una cospicua parte dei fondi di ripresa. Tornando al documento Onu, secondo l’indagine, poi, non è mancato un lobbying sfrenato per far dire al rapporto quanto i Sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio siano indispensabili. «Carbon capture and storage (CCS) –  ha ricordato Greenpeace che ha condotto l’inchiesta – è il nome dato alle tecnologie che possono catturare le emissioni di carbonio da siti industriali come le centrali elettriche per tenerle fuori dall’atmosfera o utilizzarle nei processi industriali. L’Australia, l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) e il Giappone hanno tutti fatto commenti a favore di queste, ribadendo quanto andrebbero considerate strumento potenziale per ridurre le emissioni». Una soluzione questa, però, solo apparentemente risolutiva che cela inoltre rischi difficilmente prevedibili. Pur essendo l’unico strumento di riduzione diretta delle emissioni di cui disponiamo, non si hanno informazioni su possibili conseguenze a lungo termine. «Un enorme spreco di denaro e un pretesto per continuare a estrarre combustibili fossili», queste le accuse avanzate dal movimento ambientalista Friday For Future. Critiche rincarate anche dal chimico Vincenzo Balzani che ha definito la pratica come «un’azione fuori da ogni logica, tecnicamente non ancora sviluppata, caratterizzata da alti costi e forti pericoli ambientali, soprattutto se lo storage avviene in zone sismiche o con forte subsidenza». Dubbi e criticità evidenziati più di recente anche dal WWF.

Soluzione logiche e meno costose sono possibili

Insomma, il tentativo sarebbe quello di imporre una tecnologia costosa, immatura e potenzialmente dannosa allo scopo di ‘nascondere’ l’anidride carbonica generata da un’industria che avremmo già dovuto abbandonare. Di contro, ci sono le bistrattate soluzioni offerte dalla natura che, con minori spese, catturerebbero CO2 egregiamente e senza rischi. Piantare alberi, preservare mangrovie e zone umide – ha ribadito ad esempio una recente ricerca – sono soluzioni economiche ed efficaci, ma trascurate. Su quale puntare tra le due dovrebbe essere scontato. Ma si sa, specie sulla questione ambientale, seguire la logica è tutt’altro che ovvio e gli interessi monetari che spingono in altra direzione sono fortissimi.

[di Simone Valeri]