domenica 8 Febbraio 2026
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Basilicata: studio autonomo rivela il disastro ecologico vicino ai giacimenti ENI

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LAGO DEL PERTUSILLO

Per la Basilicata è giunto il momento di rivendicare i propri diritti ambientali. Grazie alle indagini commissionate dalla rivista scientifica internazionale MDPI, è arrivata la conferma che le alghe che hanno colonizzato a lungo il Lago di Pietra del Pertusillo sono dovute alla presenza di idrocarburi nelle acque. E da dove arrivano?

Quello del Pertusillo è un bacino artificiale situato nella Basilicata sud-occidentale, nei pressi di alcuni stabilimenti petroliferi di ENI. Lo studio ha avuto lo scopo di dimostrare che la fioritura algale dell’inverno del 2017 non era casuale, ma strettamente collegata alla predominanza di idrocarburi del petrolio.

L’episodio di quell’anno aveva già insospettito associazioni ambientaliste locali, come “Cova Contro” e “Liberiamo la Basilicata”. I due enti avevano denunciato l’eccessiva presenza di sostanze estranee nelle acque, confermata dai 4 campionamenti effettuati sul campo in maniera autonoma. I risultati erano già preoccupanti, e le quantità di particelle presenti ben oltre il limite consentito, come si può intuire da questo video: 286 mcg/l di idrocarburi totali disciolti (il limite è 200), 6,65 mg/l di azoto (il limite è 2 mg/l). Per ottenere queste informazioni, è bastato incrociare i dati ottenuti dai satelliti, immagini da droni, prelievi a terra e studi di genomica sui batteri: tecnologie cioè disponibili a basso prezzo e ormai conosciute da tempo, di cui anche la regione avrebbe potuto usufruire (se solo avesse voluto).

INDAGINE AUTONOMA

Come aveva reagito la politica? L’allora governatore della Basilicata Marcello Pittella, così come Achille Palma, presidente dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Basilicata, avevano liquidato la faccenda definendo naturale la proliferazione di alghe, e per questo scollegata assolutamente alla vicinanza con i giacimenti petroliferi.

La vicenda non è finita nel dimenticatoio solo grazie alla costanza e alla lotta delle associazioni, tenacia che ha permesso alla regione di denunciare l’ennesimo caso di soprusi ambientali. Infatti non è la prima volta che si parla del Lago del Pertusillo in questi termini. Tra il 2002 e il 2010 alcune analisi sul terreno avevano fatto emergere la presenza di diversi inquinanti sia nelle falde della zona che negli alimenti e alcuni studi più approfonditi avevano trovato tracce di trielina (tricloroetilene cancerogeno) e idrocarburi pesanti anche nei punti di confluenza dei torrenti Alli e Casale, affluenti del fiume Agri.

Ma anche su questo fronte non c’è mai stato un vero e proprio intervento. Anzi, fu ENI a portare avanti il “Progetto di monitoraggio dello stato degli ecosistemi e del biomonitoraggio nell’area della Val D’Agri”, dichiarando (ovviamente) di non aver mai trovato sostanze pericolose o inquinanti.

Una situazione davvero preoccupante, se si pensa che il lago di Pietra del Pertusillo ha una capienza di 155 milioni di metri cubi d’acqua ed è spesso utilizzato per la pesca sportiva e per gare di canottaggio nazionale.

[di Gloria Ferrari]

Ecuador: al via una nuova riserva marina per salvare le specie in estinzione

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Il presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso ha annunciato la creazione di una nuova riserva marina al largo delle Isole Galapagos. L’area protetta andrà ad espandere la già esistente Riserva Marina della Galapagos, creata nel 1998 e che ricopre all’incirca 138 mila chilometri quadrati. Si creerà così un nuovo corridoio sicuro per alcune specie marine in via d’estinzione e per la biodiversità ittica, fondamentale anche per il sostentamento delle popolazioni locali.

«Riconoscendo che il successo futuro sia dell’umanità che della natura richiede un equilibrio sostenibile tra le due, l’Ecuador è orgoglioso di annunciare la creazione della Riserva Marina Hermandad nei prossimi giorni» annuncia il presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso. L’intenzione di costituire una nuova area protetta era stata preannunciata da Lasso già durante la Cop26 tenutasi a Glasgow lo scorso novembre, quando anche i presidenti di Panama, Colombia e Costa Rica si erano detti intenzionati a collaborare al progetto.

È stata così creata la Reserva Marina Hermandad, di 60 mila chilometri quadrati, la quale permette il costituirsi di un corridoio sottomarino tra l’isola Cocos, appartenente alla Costa Rica, e le isole Galapagos, che permetterà il transito sicuro di numerose specie. Solamente in metà di quest’area sarà concessa la “pesca responsabile”, mentre l’altra metà sarà destinata a tutelare le rotte migratorie e le zone di alimentazione delle specie marine minacciate e sarà preclusa a qualsiasi tipo di attività estrattiva. In quest’area si realizzeranno anche indagini scientifiche, volte a migliorare le conoscenze riguardo la biosfera.

La Riserva, spiega il presidente Lasso, tutela l’area di transito e riproduzione di una incredibile varietà di specie marine, molte delle quali endemiche ed esistenti solo in questa parte del mondo. A minacciare la biodiversità oceanica vi sono tuttavia fattori quali l’inquinamento delle acque, i cambiamenti climatici e la pesca indiscriminata e illegale, che ha portato al rischio di estinzione specie come lo squalo balena. Il monitoraggio di alcuni di questi esemplari, spiega Lasso, ha portato ad osservare come questi sparissero improvvisamente quando venivano a trovarsi nelle vicinanze di navi da pesca straniere in transito all’esterno del perimetro dell’area protetta.

Lo squalo balena

La salvaguardia della fauna permette inoltre di garantire il benessere delle popolazioni locali, che vivono soprattutto di pesca e turismo. La tutela di queste aree marine ha infatti permesso una crescita esponenziale della popolazione ittica e, di conseguenza, lo sviluppo del settore commerciale, del turismo, della pesca e della ricerca.

«Attraverso la creazione di questa riserva marina, invito le altre nazioni ad unirsi a questo sforzo collettivo e preservare con successo gli insostituibili tesori biologici dell’oceano» conclude Lasso.

[di Valeria Casolaro]

Corea del Nord: lanciati 2 missili balistici a corto raggio

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Due sospetti missili balistici a corto raggio sono stati lanciati oggi dalla Corea del Nord da un aeroporto della capitale Pyongyang, nel quarto test dall’inizio del 2022 atto a dimostrare la sua potenza militare. A riportarlo è l’agenzia di stampa Reuters, la quale comunica che a riferire ciò è stato l’esercito sudcoreano. Anche il Giappone però ha riferito del lancio, con il segretario capo di gabinetto Hirokazu Matsuno che lo ha condannato come una minaccia alla pace e alla sicurezza, mentre la Cina ha esortato tutte le parti a preservare la stabilità.

 

L’Italia regala 4 miliardi l’anno alle multinazionali dell’acqua

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Con un fatturato di quasi 4 miliardi di euro annuo, il business dell’acqua minerale in Italia si rivela estremamente redditizio. Il nostro mercato si colloca al nono posto su scala mondiale, al terzo se si conta solamente il settore delle esportazioni, che si aggira intorno a 1,3 miliardi di euro. Si tratta di ricavi da capogiro se si pensa che scaturiscono da fonti pregiate naturalmente presenti nel nostro territorio: peccato che quello che le multinazionali lasciano alla collettività, tramite il pagamento dei canoni sulle concessioni statali, sia molto meno delle briciole. Molto poco è stato fatto, inoltre, in termini di contenimento dell’impatto ambientale della commercializzazione dell’acqua in bottiglia, considerato che ad oggi ancora l’82% del mercato è costituito da contenitori in PET.

Quattro miliardi di fatturato annuo: tanto vale il mercato dell’acqua minerale in Italia. Le fonti presenti sul nostro territorio, beni naturali e di pregio, fruttano alle multinazionali un giro d’affari da capogiro. Tuttavia, secondo le ultime rilevazioni fatte dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sono nemmeno 20 milioni di euro ad entrare nelle tasche dello Stato tramite i canoni di concessione. Rispetto al valore totale del mercato, si tratta di un misero 0,5%. Questo perché le aziende che hanno concessioni per imbottigliare l’acqua possono contare su costi irrisori da corrispondere alle Regioni. Nel migliore dei casi si parla di 2 millesimi di euro al litro, una cifra a dir poco esigua considerato che il prezzo di una bottiglia d’acqua acquistata al supermercato si aggira tra i 20 e i 30 centesimi al litro. I guadagni salgono ulteriormente se si considera che nei bar e negli esercizi commerciali il costo di una bottiglietta d’acqua da mezzo litro è mediamente di un euro.

Buona parte del prezzo finale è certamente da imputare al costo delle bottiglie in PET, che in Italia costituiscono ancora l’82% del mercato. Le aziende stanno cercando di ridurre il peso delle bottigliette per abbattere costi e impatto ambientale, anche se la soluzione migliore sarebbe certamente un abbandono definitivo della plastica, una delle primarie cause di inquinamento degli ecosistemi. L’Italia si colloca infatti ancora a parecchia distanza da Paesi come la Germania, dove il tasso di bottiglie avviate a riciclo è del 95% (contro il nostro 46%) ed esiste un sistema di vuoto a rendere da noi ancora assente. In altri Paesi europei, come la Danimarca, è inoltre obbligatorio l’uso delle bottiglie in vetro il quale, se combinato con il metodo del vuoto a rendere, può comportare importanti risparmi in termini di dispendio energetico e impatto ambientale.

Stando agli ultimi dati disponibili, in Italia sono 307 le concessioni per fonti di acqua minerale, distribuite variamente su tutto il territorio. Di queste, se ne contano 113 solo tra Piemonte, Lazio e Lombardia. Il maggior numero di imprese è distribuito tra Centro, Meridione e Isole, ma sono le aziende del Nord a fatturare maggiormente, con incassi intorno ai due miliardi di euro. La quota di esportazione complessiva costituisce quasi il 33% del fatturato (1,3 miliardi, contro i 2,5 miliardi del mercato domestico). Con numeri di questo genere, l’Italia costituisce il nono mercato al mondo e il terzo per l’esportazione, contando su prezzi dell’acqua al litro tra i più bassi che esistano. Sono i numeri che emergono da un rapporto stilato da Mediobanca, che aggrega i dati economici e finanziari del triennio 2017-2019 delle aziende nazionali che nel 2019 superavano il milione di euro di fatturato, 82 in tutto. Le cinque aziende in cima alla lista costituiscono da sole il 66% del fatturato totale, mentre le sei imprese a controllo straniero valgono un fatturato di 1,5 miliardi di euro.

Secondo gli ultimi dati a disposizione, sono il gruppo Nestlè (proprietario di Sanpellegrino) e il gruppo San Benedetto (cui fanno capo Nepi, San Benedetto, Guizza e diversi altri marchi) a dominare il mercato dei produttori, costituendo da soli ben un terzo della produzione italiana. Seguono Fonti di Vinadio, Lete, Ferrarelle, Gruppo Norda, Gruppo Co.Ge.Di. (Uliveto e Rocchetta), Spumador, Società Italiana Acque Minerali e Fonti del Vulture (di proprietà del Gruppo Coca Cola) a completare la lista delle “big 10”.

Un business da capogiro maturato sulla commercializzazione di un bene fondamentale e naturalmente presente sul territorio, quindi di teorica proprietà della comunità. A ricavarne beneficio, tuttavia, sono ancora una volta solamente le multinazionali.

[di Valeria Casolaro]

Monthly Report: un mondo di proteste, il cambiamento cova sotto la cenere

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Informandosi sulle tv e sui giornali si ha l’impressione che il mondo non sia mai stato così in pace e coeso dietro i propri leader democratici. Ma è vero il contrario. Un corposo studio intitolato “World Protests”, condotto da ricercatori di tre continenti, ha mappato i conflitti sociali che attraversano il pianeta, concludendo che la situazione odierna è simile ad altri tre periodi storici contemporanei: quello che va dal 1830 e il 1848, il 1917-1924 e gli anni ’60 del secolo scorso. Tre periodi culminati in moti rivoluzionari generalizzati. “Decadi di politiche neoliberali hanno generato grandi disuguaglianze ed eroso i redditi e il benessere delle classi medie e basse, alimentando sentimenti di ingiustizia, delusione per il cattivo funzionamento delle democrazie e frustrazione per i fallimenti dello sviluppo economico e sociale. E dal 2020, la pandemia di coronavirus ha accentuato i disordini sociali”, scrivono gli autori, dimostrando la tesi con i dati che certificano le esplosioni delle proteste a partire dai paesi Occidentali.

Se questa è la realtà delle cose perché la percezione che ne abbiamo è tanto diversa? “I mass media prima ci hanno convinto che l’immaginario fosse reale, e ora ci stanno convincendo che il reale sia immaginario” ebbe a dire Umberto Eco. La realtà delle proteste, delle rivendicazioni e delle lotte è tenuta sapientemente ai margini della narrazione pubblica al punto di renderla, appunto, immaginaria – quindi irreale – nella coscienza degli spettatori. Si parla delle mobilitazioni solo quando queste diventano troppo grandi per poter essere ignorate. In Italia è successo prima al movimento contro la globalizzazione, poi a quello contro il Tav in Val di Susa, in ultimo a quello contro il green pass. In tutte e tre le occasione la strategia è stata la medesima, in un copione perfettamente oliato: passare dalla marginalizzazione alla criminalizzazione. Un processo che passa per evidenti strategie mediatiche, come il porre l’accento su eventuali infiltrazioni violente nei movimenti in questione al fine di parlare delle proteste solo come problema di ordine pubblico senza discuterne le ragioni. Un processo che, sempre di più, si nutre anche degli apparati repressivi e giudiziari dello stato: multe ai danni dei partecipanti, fogli di via, arresti arbitrari, condanne a pene esemplari tramite la riesumazione, sempre più frequente, del reato “devastazione e saccheggio”. Un orpello della legislazione d’epoca fascista grazie al quale chi ha preso parte a un blocco stradale rischia sovente pene più severe di un rapinatore.

Nonostante queste strategie di marginalizzazione e criminalizzazione i movimenti di protesta sono sempre più diffusi, in Italia e nel mondo intero. Ogni giorno migliaia di persone scendono in piazza per i motivi più disparati: domandare diritti sociali o civili, reclamare migliori condizioni di lavoro, opporsi a opere pubbliche giudicate contro l’interesse dei territori, chiedere rispetto dell’ambiente e dalla salute. Se queste mobilitazioni porteranno a un cambiamento dipenderà da molti fattori, innanzitutto dalla capacità di organizzarsi e di legarsi tra loro. Intanto noi abbiamo deciso di parlarne e di cercare di farlo nel modo giusto, per evitare che – come affermava con acume Malcom X ormai sessantanni fa – i media riescano a farci odiare le persone oppresse e amare quelle che opprimono.

Il sesto numero del nostro Monthly Report, il mensile di approfondimento e inchiesta riservato agli abbonati de L’Indipendente, è dedicato a questo tema. Al suo interno 45 pagine di contenuti esclusivi per scoprire le lotte che agitano l’Italia e il mondo intero, muovendosi su più direttrici e con tattiche differenti, incluso il “disaccoppiamento sociale” messo in pratica dai movimenti contro il passaporto sanitario.

Indice:

  • Nuove forme di resistenza: il “disaccoppiamento sociale” al tempo del green pass
  • Quando l’inconscio collettivo scende in piazza
  • A sarà düra! Storie di ostinata resistenza tra le valli di Susa
  • Essere movimento al tempo dalla società post-moderna
  • La Rete: croce e delizia delle voci dissonanti
  • Sorveglianza e carcere per chi lotta: quando la magistratura si fa apparato repressivo
  • Le occupazioni studentesche non si fermano
  • Cosa chiedono gli studenti che stanno occupando le scuole superiori
  • In tutto il mondo crescono le proteste: la storia insegna che qualcosa succederà
  • Quello che abbiamo lo dobbiamo alle proteste di chi ci ha preceduto
  • India, vincono i contadini: la riforma agraria sarà abrogata
  • La lotta eco-sociale degli indigeni non si ferma in tutto il Nord America
  • Come i media mainstream occultano la pubblicità facendola passare per informazione

Il mensile, in formato PDF, può essere scaricato dagli abbonati a questo link: lindipendente.online/monthly-report/

Gibuti, il piccolo stato africano dove si confrontano le potenze mondiali

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Sale sempre di più l’attenzione verso il piccolo Stato di Gibuti, affacciato sulle coste dell’Africa Orientale nella parte meridionale del Mar Rosso, sul Golfo di Aden. In posizione strategica rispetto al passaggio dall’Asia all’Europa via Suez, l’ex colonia francese è diventata terreno di scontro nella sfida globale tra la superpotenza statunitense e quella cinese. La presenza militare straniera a Gibuti risulta essere elevata, vista anche l’estensione territoriale del piccolo Stato africano; oltre a Stati Uniti e Cina sono presenti: Francia, Giappone, Arabia Saudita e Italia – presente dal 2013 con una base anti-pirateria – mentre Germania, Regno Unito e Spagna sono presenti appoggiandosi alle basi militari degli alleati. Russia e India hanno invece avanzato proposte di installazione. L’affitto delle aree ad uso militare straniero sono la principale fonte economica di Gibuti, uno tra gli stati più poveri al mondo: gli Stati Uniti pagano 63 milioni ogni 10 anni mentre la Cina paga 20 milioni di dollari all’anno, tra soldi liquidi e investimenti commerciali.

Gli Stati Uniti sono insediati dal 2002 nell’ex base francese Camp Lemmonier, sede della Combined Joint Task Force – Horn of Africa (CJTF-HOA) del Comando Africa degli Stati Uniti (USAFRICOM o AFRICOM). Questa base ospita 4.000 unità tra personale militare e civile e appaltatori del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e risulta essere la più grande base permanente USA su suolo africano.

Nel 2017, a poche decine di chilometri a nord di Camp Lemmonier, la Cina ha costruito la sua prima base militare all’estero, destando non poche preoccupazioni per la strategia globale statunitense. Sebbene due anni prima i cinesi si fossero già insediati nell’area, le motivazioni apparivano di carattere commerciale, ovvero creare una struttura logistica di interscambio funzionale all’espansione economica cinese nel continente africano. La struttura cinese, oltre a comprendere diversi tipi di forze, è dotata anche di eliporto per droni e, dall’aprile dello scorso anno, anche di un molo lungo 660 metri per l’attracco di portaerei.

Il generale Stephen Townsend di AFRICOM, sempre lo scorso aprile, proprio in merito agli sviluppi della base cinese nel Paese, ha lanciato moniti parlando al Comitato dei servizi armati della Camera, definendola una «piattaforma per proiettare il potere in tutto il continente e le sue acque». Il generale ha anche aggiunto che i cinesi «cercano risorse e mercati per alimentare la crescita economica in Cina e sfruttare gli strumenti economici per aumentare la loro portata e influenza globale». Ciò risulta essere una spina nel fianco per gli Stati Uniti e per lo Strategic Competition Act, di cui vi abbiamo parlato lo scorso anno, ovvero la strategia globale di contenimento e offensiva nei confronti dell’ascesa cinese.

Secondo il generale, senza fornire alcuna reale prova, Pechino vorrebbe costruire anche ulteriori basi per legare «i loro investimenti nei porti marittimi commerciali in Africa orientale, occidentale e meridionale strettamente con il coinvolgimento delle forze militari cinesi al fine di promuovere i loro interessi geo-strategici». Nel dicembre passato, prima il Wall Street Journal e poi il New York Post, hanno riferito di funzionari governativi che hanno espresso preoccupazione per la possibilità che la Cina si installi con una base anche sulla sponda atlantica dell’Africa e, più precisamente, in Guinea Equatoriale.

Ciò che invece risulta certo è che la base statunitense di Gibuti è un hub per l’addestramento di forze etiopi, somale, ugandesi e di altri paesi africani. Inoltre, il Paese ospita emittenti di propaganda regionali e gruppi privati che operano come agenzie umanitarie. Un cablogramma pubblicato da Wikileaks, risalente al 2010, inviato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Gibuti alla CIA, riporta che Gibuti è sede di «strutture di trasmissione [del governo degli Stati Uniti] utilizzate da Radio Sawa in lingua araba e dal Servizio somalo Voice of America, l’unico magazzino USAID Food for Peace per aiuti alimentari di emergenza pre-posizionati al di fuori [degli Stati Uniti continentali] e strutture di rifornimento navale per le navi statunitensi e della coalizione».

Nello stesso anno, Camp Lemonnier ha ospitato la prima conferenza al vertice di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence, sorveglianza e ricognizione dell’Africa, per la guerra a distanza con i droni. Due anni più tardi, BT (ex British Telecom) ha costruito un cavo in fibra ottica da 23 milioni di dollari per la US Defense Information Systems Network e la National Security Agency. Il cavo andava dalla Royal Air Force Croughton (a nord di Londra) – gestita dalla US Air Force a Napoli (Italia) – fino a Camp Lemonnier, utile alla “guerra a distanza”. Continue sono le esercitazioni militari e l’addestramento di forze alleate e partner militari, tra il soft power della propaganda e la messa in mostra dei muscoli d’acciaio di navi e velivoli, come accaduto lo scorso novembre.

È innegabile la strategia economica aggressiva della Cina nel continente africano, tra investimenti infrastrutturali e finanziamenti a lungo termine in cambio dell’apertura di nuovi mercati e dell’estrazione di enormi quantità di risorse minerarie. Al momento però le forze militari sul continente africano sembrano essere alquanto impari con gli Stati Uniti che certamente hanno una presa maggiore, sia direttamente che indirettamente, su buona parte del continente.

Il piccolo Gibuti, paese ad alto valore geostrategico, commerciale e militare, appare l’emblema di un mondo multipolare dove le potenze si confrontano camminando spericolatamente sul filo sottile che separa pace e guerra.

[di Michele Manfrin]

Lamorgese a Foggia per allarme bombe contro imprenditori locali

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La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese si recherà oggi a Foggia per presiedere un Comitato Straordinario, in seguito ai nove attacchi dinamitardi e incendiari ai danni di imprenditori locali che hanno avuto luogo nelle scorse settimane. La zona dove si svolgerà l’incontro è pattugliata da 150 agenti, tra i quali anche artificieri e unità antisabotaggio e cinofile. In seguito agli attentati sono stati assegnati 50 agenti di polizia in più alla questura di Foggia, mentre sabato la sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina ha annunciato l’inizio dei lavori per spostare a Foggia il pool di magistrati in carico alla DDA di Bari che indagano sulla mafia foggiana.

Governo USA e Big Tech ridiscutono l’internet open source

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Giovedì 13 gennaio la Casa Bianca ha riunito in fretta e furia le voci più importanti del settore digitale per discutere una questione che ultimamente viene vista come problematica, quella della vulnerabilità di sistemi open source. Si tratta di codici e programmi che vengono messi a disposizione del mondo perché possano essere replicati, modificati e adattati da chiunque voglia metterci mano, entità che nell’ultimo periodo sono finiti al centro della cronaca a causa di un paio di incidenti eclatanti.

Il summit emergenziale ha coinvolto grandi nomi. Apple, Google, Amazon, Meta, IBM, Microsoft, Apache Software Foundation, Oracle, GitHub e la Linux Open Source Foundation hanno tutti preso parte al meeting con l’obiettivo di definire un piano d’azione per cui risolvere un dubbio che il MIT aveva già preso recentemente in considerazione: il come assicurarsi che progetti tenuti in piedi per spirito di volontariato, quando dannosi, non colpiscano l’intera galassia informatica.

Sebbene sia facile pensare che l’utilizzo dell’open source sia a uso esclusivo dei programmatori indipendenti, infatti, sono molte le grandi aziende che sono solite farvi affidamento per creare software che poi vengono diffusi su innumerevoli device. Attingere a soluzioni prefabbricate e gratuite è ovviamente più conveniente che produrre internamente un proprio codice, tuttavia il difetto dietro a questo modus operandi è evidente: se si usa un codice sorgente difettato, tutto ciò che ne deriva è altrettanto menomato.

Gli sviluppatori che regalano il proprio lavoro attraverso piattaforme quali GitHub lo fanno a titolo benefico e spesso non hanno le risorse o il tempo per testare, supervisionare ed aggiornare il proprio prodotto in maniera professionale. In molti casi i progetti sono creati da professionisti alle prime armi che cercano visibilità in attesa di un mestiere remunerato o da individui che vi dedicano solamente il loro tempo libero, contesti in cui è facile incappare in disillusione e vulnerabilità critiche.

Washington è in allarme proprio per una di queste falle. Una libreria Java distribuita gratuitamente, log4j, ha trasmesso un proprio difetto a una fetta gigantesca di strumenti derivati scatenando quella che è stata etichettata da alcuni come «la vulnerabilità più critica dell’ultimo decennio». I malesseri del settore sono tuttavia storici, che si tratti di bug o atti politici: recentemente il programmatore Marak Squires, stufo di vedere le Big Tech appoggiarsi a lui senza alcun riconoscimento economico, ha sabotato alcuni dei suoi codici per danneggiare chiunque ne faccia uso, manifestando un sentimento di frustrazione che ricorda quello del creatore del progetto ua-parser-js, il quale ha abbandonato nel 2018 la propria creatura proprio per la mancanza di un qualsiasi ritorno finanziario.

Poco sorprende dunque che, in occasione della discussione, il gruppo abbia a più riprese evidenziato la necessità di una partnership tra pubblico e privato che serva a identificare progetti open source di vitale importanza da sostenere con fondi e assistenza tecnica. Come si intenda classificare l’urgenza degli open source è ancora confuso, d’altro canto l’incontro è servito perlopiù a fare riconoscere al Governo USA che ormai non si possa fare a meno di questo genere di risorsa, che non esistano alternative valide e che sia necessario intervenire passando attraverso i piccoli sviluppatori. Una simile evoluzione non sarà comunque immediata, la Casa Bianca si prospetta già nuovi meeting da fissare nel prossimo futuro.

[di Walter Ferri]

USA a colloquio con compagnie energetiche per fornitura gas a Europa

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Funzionari americani avrebbero incontrato rappresentanti di diverse compagnie energetiche internazionali per discutere di un’eventuale fornitura di gas all’Europa nel caso di esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina. Lo riporta Reuters. Mosca nega di avere intenzione di invadere l’Ucraina, ma gli USA continuano a esprimere preoccupazione. In caso di conflitto, le sanzioni americane alla Russia potrebbero portare all’interruzione delle forniture di gas, dalle quali l’Europa dipende per un terzo. Le aziende incontrate dai funzionari statunitensi avrebbero affermato che non esistano risorse di gas naturale grandi a sufficienza da sostituire i grandi volumi provenienti dalla Russia.

Ucraina, dietro attacco informatico intelligence bielorussa

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Dopo aver inizialmente rivolto i propri sospetti contro la Russia, l’Ucraina ha dichiarato di ritenere che dietro all’attacco ai siti governativi avvenuto venerdì 14 gennaio vi sia l’intelligence bielorussa. Il vice segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino Sergey Demedyuk ha affermato che i responsabili del cyberattacco potrebbero afferire a un gruppo di spionaggio informatico “affiliato ai servizi speciali della Repubblica di Bielorussia” e sarebbe servito come diversivo per “azioni più distruttive” svoltesi “dietro le quinte”. A quest’ultimo riguardo, tuttavia, non sono stati forniti dettagli. Venerdì 14 gennaio i maggiori siti web ucraini, tra i quali il sito della Difesa, sono stati oscurati ed è apparso un messaggio che recitava “Abbiate paura e preparatevi al peggio”.