domenica 22 Marzo 2026
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Recensioni indipendenti: Web Junkie (documentario)

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Centro di riabilitazione Daxin, periferia di Pechino. Qui, per 4 mesi, Shosh Shlam e Hilla Medalia produttrici e registe del documentario “Web junkie” (letteralmente drogati dal Web) hanno documentato come in Cina viene affrontato quello che ormai sta diventando, soprattutto fra i giovani, un vero e proprio problema sociale. Nel centro di Daxin, denominato “Base per lo sviluppo psicologico dell’adolescente”, di pertinenza dell’Ospedale Militare di Pechino, vengono accolti ragazzi e ragazze dai 13 ai 18 anni che abbiano sviluppato la così detta IAD (Internet addiction disorder). Ragazzi con una forte dipendenza che giocano al computer 15/18 ore al giorno, abbandonano gli studi, non mangiano, soffrono d’insonnia e travisano ogni aspetto della realtà incluso il rifiuto dell’igiene personale e i bisogni fisiologici, perdono gli amici e il contatto sociale creandosi una vita e amicizie virtuali che li rendono totalmente dipendenti da internet. Il centro aperto nel 2004 dallo psichiatra Tao Ran, colonnello dell’esercito, è organizzato sotto molti aspetti come una vera e propria base militare e si propone di ristabilire l’ordine mentale di questi giovani, disconnessi dalla realtà a causa dell’utilizzo intensivo e ossessivo di internet in tutte le sue forme e tale da creare una dipendenza psicologica paragonabile a quella dell’eroina.

Un documentario, di 75 minuti, presentato con successo al “Sundance Film Festival” 2014 e disponibile sulla piattaforma di Prime Video, indaga a tutto tondo su questa piaga sociale cercando sia di capire come i ragazzi sono arrivati fino a un punto di non ritorno sia sui metodi del centro che li accoglie e dove vige un regime da caserma. Si Indossano tute militari, si fa molto esercizio fisico, la mattina si presenzia sempre a terapie comportamentali e ogni disobbedienza è punita con la cella di rigore. Le rare visite dei genitori, fuori dai programmi stabiliti, avvengono solo attraverso un cancello in un clima inquietante, reso davvero squallido dalle grosse sbarre di ferro “ornate” da fiori e rampicanti di plastica. Ascoltando e seguendo nel quotidiano i sedicenni Xi Wang e Wang Yuchao e il quindicenne Gao Quance si intuisce in loro un confuso malessere che li porta a non voler affrontare la realtà e a nascondersi quindi in un altro mondo, quello virtuale. Costretti con la forza, talvolta con l’inganno, vengono portati nel Centro di Daxin da genitori spesso distaccati e indifferenti ai problemi adolescenziali o incapaci di gestire la situazione.

In Cina oltre 400 centri di riabilitazione operano seguendo il modello dettato da Tao Ran, che prevede anche esperimenti con test neurologici per determinare se esiste la predisposizione alla realtà virtuale che motivi la fuga dal mondo reale, ritenendoli dipendenti quando l’uso di internet va oltre le 6 ore al giorno. Metodi che appaiono discutibili, ma in piena sintonia con un tipo di mentalità molto diversa da quella occidentale. Quello che è interessante notare nel documentario è che le autrici hanno avuto l’autorizzazione di riprendere tutto quanto accade a Dixin e a interagire con i ragazzi in piena libertà, cosa quanto mai singolare in un Paese dove si opera la più rigida censura per quanto avviene al suo interno. Ma la Cina rivendica un primato che potrebbe avere effetti positivi e dimostrare l’efficienza del Governo, quello di essere «il primo paese ad aver iscritto la dipendenza da internet tra le malattie psichiatriche», rendendola il più grave disturbo che oggi affligge la popolazione più giovane, anche se la psicologa statunitense Kimberly Young, già nel 1998, avviando degli studi, aveva ipotizzato l’esistenza di disturbi mentali legati all’abuso di internet equiparandoli alla dipendenza da gioco d’azzardo patologico. “Web junkie” fa riflettere sul futuro di un pericoloso fenomeno sociale in continuo aumento che presto sarà, o forse lo è già un serio problema globale.

[di Federico Mels Colloredo]

Il Congo autorizza le trivellazioni nella foresta pluviale

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La Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha dato il via alle assegnazioni delle licenze per l’estrazione petrolifera nell’area del bacino del fiume Congo, dove si trova la foresta pluviale più grande al mondo dopo quella amazzonica. E proprio le motivazioni addotte per giustificare la distruzione della foresta amazzonica riecheggiano in questo contesto: le trivelle permetteranno “lo sviluppo delle comunità locali”. Si tratta di una decisione che rischia di compromettere una delle ultime aree al mondo capace di assorbire più carbonio di quanto ne emetta. Come denunciato da Greenpeace, il provvedimento avrà “conseguenze catastrofiche per il clima globale e le comunità locali”.

La maggior parte del petrolio che verrà estratto nella RDC si trova sotto uno dei polmoni verdi più estesi al mondo. La Cuvette centrale, regione di foreste e zone umide del bacino del Congo, ospiterà infatti 9 dei 16 blocchi destinati all’estrazione del combustibile fossile. Così, mentre i Paesi di tutto il mondo si riempiono la bocca di retorica riguardo la transizione climatica e l’esigenza di fare meno affidamento sui combustibili fossili e più sulle fonti di energia rinnovabili, le grandi industrie estrattive si preparano a devastare un nuovo ecosistema.

Irene Wabiwa Betoko, International Project Leader di Greenpeace Africa per la foresta del bacino del Congo, ha attaccato duramente quei Paesi che “hanno promesso 500 milioni di dollari per proteggere la foresta pluviale del Congo durante la COP26 di Glasgow” e che ora devono “dare conto dei loro loschi e sporchi piani per rimpiazzare la foresta pluviale e le torbiere con il petrolio”. Questi Paesi (tra i quali figurano la Francia e altre nazioni dell’Unione europea) hanno infatti firmato un partenariato pluriennale che avrebbe dovuto mirare a limitare la deforestazione in RDC, promuovere la rigenerazione di 8 milioni di ettari di terre e foreste degradate e proteggere, riconoscendole entro uno status speciale, il 30% delle aree nazionali, comprendendo quelle in cui le comunità locali si impegnano a gestire le foreste in modo sostenibile.

L’intenzione dell’esecutivo congolese sarebbe quella di aumentare la produzione di petrolio, che ad oggi è ferma ad appena 25 mila barili al giorno interamente destinati all’export. Il governo del presidente Tshisekedi non è nuovo a iniziative di questo tipo, che compromettono la salvaguardia dell’ambiente: negli scorsi mesi l’esecutivo ha infatti annunciato l’intenzione di cancellare la moratoria sulle nuove concessioni per il legname della foresta pluviale.

[di Valeria Casolaro]

L’Alta corte israeliana autorizza la distruzione di otto villaggi palestinesi

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Dopo una battaglia legale durata due decenni, l’Alta corte israeliana ha stabilito che circa mille palestinesi possono essere sfrattati da un’area della Cisgiordania, per riadattare quei terreni ad uso militare per l’esercito. L’area in questione è di circa 3.000 ettari, a Masafer Yatta territorio rurale delle colline meridionali di Hebron sotto occupazione israeliana e sede di otto villaggi palestinesi. Il territorio era stato designato dallo stato israeliano negli anni ’80 come “zona di tiro” da utilizzare per esercitazioni militari, in cui è vietata la presenza di civili. I palestinesi abitavano già la zona, ma il tribunale israeliano ha stabilito che non erano stanziali, e quindi che lo stato ebraico ha il diritto di sgomberarli. I palestinesi hanno già annunciato che resisteranno alla sentenza, rifiutando di lasciare le case.

Gli alimenti che ci difendono dai danni dell’inquinamento sulla salute

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Esiste un legame diretto tra l’inquinamento dell’aria che respiriamo e i cibi di cui ci nutriamo? Sì, e possiamo fare molto per aggiustarlo e regolarlo a nostro beneficio. L’aria inquinata, come anche l’acqua inquinata o le radiazioni dannose che provengono da ripetitori, tralicci della corrente elettrica, smartphone, computer e tutto ciò che funziona con le connessioni wi-fi presente nell’ambiente in cui viviamo, hanno infatti un impatto negativo sulla nostra salute, sebbene molti di questi strumenti concorrano anche a migliorare su alcuni aspetti la nostra esistenza.
L’aria inquinata present...

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Kiev, colpita fregata russa nel Mar Nero

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Una fregata russa Petrel 11356R sta bruciando vicino a Snake Island, nel Mar Nero. Sarebbe stata colpita da un razzo ucraino Neptune, come affermato dal deputato Oleksiy Honcharenko. Secondo le prime ricostruzioni, ci sarebbe stata un’esplosione sulla nave, seguita da un incendio. Attualmente aerei russi sorvolano l’area e navi di soccorso sono arrivate dalla Crimea in aiuto della fregata. Si tratta della nave da guerra più importante della flotta russa, dopo la Moskva, affondata diverse settimane fa.

Tribunale di Grosseto riammette in classe maestra non vaccinata: “esclusione illegittima”

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Il Tribunale di Grosseto ha riammesso in classe una maestra non vaccinata e per questo reindirizzata dall’istituto a lavorare in biblioteca, senza poter avere contatti con gli alunni. La misura fa appello a una circolare ministeriale che sancisce per il personale scolastico l’obbligo di vaccinazione a 90 giorni di distanza dalla guarigione dal Covid-19 per poter lavorare a contatto con altre persone. Tale obbligo non è però previsto dalla legge, che prescrive la possibilità di ricevere il super green pass, e nel caso dei docenti insegnare (almeno fino al 15 giugno), dopo aver contratto il virus ed essere guariti, con una validità di 180 giorni, al termine dei quali scatta l’obbligo vaccinale. Il giudice ha, dunque, stabilito l’illegittimità della circolare emanata dal ministero, perché in contraddizione con la legge ordinaria, permettendo alla maestra, in possesso del green pass rafforzato, di tornare a insegnare.

Si tratta di un caso apripista, che potrebbe sbloccare centinaia di situazioni analoghe in Italia, anche alla luce del peso giuridico della circolare ministeriale, non catalogabile come fonte del diritto all’interno dell’ordinamento italiano. È un atto utile a diramare istruzioni operative a seguito dell’introduzione di una novità legislativa o della pubblicazione di una sentenza particolarmente significativa della Corte Costituzionale. Tuttavia, se una circolare interpreta una legge in modo difforme da quella che è la volontà originaria del legislatore essa sfocia nell’illegittimità.

[Di Salvatore Toscano]

 

No Tav, Dana è libera dopo 19 mesi: «il tempo che mi avete negato grida vendetta»

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Dopo sette mesi di carcere e un anno di domiciliari, l’attivista No Tav Dana Lauriola ha riacquisito la libertà, persa per aver parlato al megafono durante una manifestazione di nove anni fa al casello di Avigliana, nel corso della campagna “Oggi paga Monti”. Il 3 marzo 2012, durante un blocco stradale di protesta sull’A32, alcuni manifestanti bloccarono con nastro adesivo parte delle sbarre d’ingresso invitando gli automobilisti a passare senza pagare il pedaggio. Dana spiegava al megafono le ragioni della protesta e indirizzava le macchine. Nessun atto di violenza le venne mai contestato. Per questo fu condannata a due anni di reclusione per “violenza privata” e “interruzione aggravata di servizio di pubblica necessità”.

Dana rifiutò di lasciare la Val di Susa e di dissociarsi dal movimento, due condizioni  considerate necessarie dal giudice per garantirle le misure alternative. Così, il 17 settembre 2020 iniziò il suo percorso di reclusione all’interno del carcere delle Vallette di Torino. Contro la sua condanna intervenne anche Amnesty International, dichiarando in una nota: «Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana è emblematico del clima di criminalizzazione del diritto alla libertà d’espressione e di manifestazione non violenta, garantiti dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali».

Di seguito il commento dell’attivista sui social, dopo i mesi di divieto assoluto di comunicazione:

“Rieducata. L’ultimo atto di questa grande beffa, giudizio improprio come quelli precedenti. Serve questa valutazione per chiudere la partita, a quanto pare. Giustificare la punizione, le stagioni rubate, gli abbracci negati, la solitudine forzata lunga giorni mesi anni. Rieducata, da chi, perché. Ero pericolosa e irrecuperabile, hanno scritto che per questo sarei dovuta andare in carcere, e ora sono rieducata. Sulla base di cosa? Com’è una donna rieducata. Spiegatemelo. Ne voglio conoscere altre come me, rieducate, e capire cosa ci accumuna. Avrebbero dovuto scrivere che la vendetta è conclusa. Vediamo cosa resta di te, nemica del Sistema. Avrei apprezzato di più, sarebbe stato più onesto non pensate?

Ed ora libera. Torno libera. Di uscire, di respirare, di guardare i lunghi orizzonti, di sentire l’odore dell’erba. Di alzarmi e decidere cosa fare, di prepararmi per andare a letto e poi cambiare idea ed uscire. Andare al pub. Citofonare ad un amico. Rivedere le persone che amo, che nel frattempo hanno avuto figli, vissuto lutti, qualche ruga in più. Complici, nel dolore provocato da questa separazione, ma col cuore pieno di felicità perché la vita ci permette ancora una volta di stringerci forte. Che grande fortuna. E fa girare la testa questa libertà, così desiderata in questo lungo tempo ed ora così maestosa e potente. La rabbia per il tempo negato fa scendere qualche lacrima, grida vendetta. Sarà una rinascita lenta, lo so. Io sono così. Ho bisogno del tempo e di riscoprire, e riscoprirmi passo dopo passo. Rinasco forte dell’amore e del sostegno che mi avete dato. Grazie, di tutto”.

[Di Salvatore Toscano]

La Tasmania ora assorbe più CO2 di quanta ne emette: è tra i primi al mondo a riuscirci

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La Tasmania è uno dei primi stati nel mondo ad essere riuscito ad invertire la bilancia delle emissioni: ovvero a ricominciare ad assorbire più anidride carbonica tramite i propri alberi di quanta ne emette attraverso le attività umane e industriali. Un risultato che è stato cercato e perseguito con determinazione. Dal 2011 lo stato insulare australiano ha infatti iniziato a cambiare marcia fino ad arrivare al risultato odierno, certificato dall’Australian National University (ANU) e della Griffith University, e raggiunto principalmente tramite due progetti: lo stop rigoroso al disboscamento e l’autosufficienza energetica basata su fonti pulite. Secondo quanto emerso dallo studio la Tasmania ora assorbe circa 22 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno in più di quelle che emette in atmosfera, una mitigazione che rappresenta uno dei primi grandi cambi di rotta del genere nel Pianeta.

Un obiettivo raggiunto grazie a una gestione forestale intenta a ridurre la quantità di disboscamento, rendendo appunto possibile limitare le emissioni di CO2. Nel continuare a crescere infatti, le foreste rimuovono il carbonio dell’atmosfera. E non caso quando la diminuzione di anidride carbonica ha avuto inizio nel 2011, nello stesso anno era anche cambiata radicalmente la gestione delle foreste della Tasmania, con un significativo calo del disboscamento. La Tasmania è dunque carbon neutral in gran parte grazie alla gestione responsabile delle foreste dove l’equilibrio raggiunto tra piantagioni e silvicoltura autoctona, con ogni albero raccolto che viene sempre ripiantato o rigenerato per il futuro. Quindi le foreste che coprono più della metà dei 6,81 milioni di ettari dello Stato, agiscono come un gigantesco “pozzo” di carbonio che aspira l’anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera.

Con risultati tanto buoni, il Governo della Tasmania vuole continuare a investire su progetti eolici e idroelettrici, come fa in maniera sempre più significativa dal 2015. L’obiettivo dello stato insulare dell’Australia è ora quello di raggiungere il 200% di elettricità rinnovabile entro il 2040. Mentre dunque i piani europei per il clima attendono il 2030 nella speranza di realizzarsi, ci sono esempi di luoghi nel mondo in cui affidandosi alle rinnovabili e rispettando cicli naturali, è possibile vedere enormi miglioramenti, e anche in “poco” tempo. Il piccolo Stato insulare dell’Australia è infatti completamente autosufficiente grazie a turbine eoliche e impianti idroelettrici, fin dallo scorso anno. Addirittura un anno prima la data prestabilita per raggiungere tale obiettivo.

[di Francesca Naima]

Sanzioni Ue, Orbán contro l’embargo al greggio russo

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A qualche giorno dalla presentazione del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha ribadito la propria opposizione, ostacolando l’intesa. L’accusa principale è rivolta all’embargo al greggio proveniente da Mosca che dovrebbe avvenire entro sei mesi (con deroghe per Ungheria e Slovacchia, particolarmente dipendenti). «La proposta di sanzioni Ue al petrolio nella sua forma attuale è inaccettabile. Ne aspettiamo una nuova», ha affermato Orbán, secondo cui «le sanzioni varate finora dall’Unione europea causano più danni all’Europa che alla Russia».

Giovedì 5 maggio

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7.00 – New York Times: intelligence USA ha aiutato Kiev a uccidere generali russi, La Casa Bianca: “pubblicazione irresponsabile”.

8.00 – La Russia ha simulato attacchi con missili capaci di trasportare testate nucleari nell’enclave di Kaliningrad, tra Polonia e Lituania.

9.00 – Tribunale di Grosseto riammette in classe maestra non vaccinata: “esclusione illegittima”.

9.30 – Libera dopo 19 mesi la militante No Tav Dana Lauriola: fu condannata per occupazione stradale pacifica.

10.20 – Mark Zuckerberg incontra Draghi e Colao a Palazzo Chigi: “sforzo congiunto per lo sviluppo del metaverso”.

10.40 – La Corte Suprema israeliana approva la distruzione di otto villaggi palestinesi.

11.20 – NATO: la Corea del Sud viene ammessa al Centro di difesa informatica.

11.40 – Polizia postale: “Nel 2022 + 50% degli arresti per pedopornografia.

12.00 – Scoperte a Milano tre ciocche di capelli di Napoleone portate da Sant’Elena da un suo collaboratore.

13.00 – Presidio per Assange sotto la sede Rai per chiedere all’informazione di prendere posizione.

14.00 – Russia annulla parata del 9 maggio in Donbass per mancanza di condizioni di sicurezza.

16.00 – Il Parlamento Europeo vota la proroga del green pass fino a giugno 2023.

17.00 – Inchiesta del Guardian: da inizio guerra la Russia ha raddoppiato i profitti sul gas incassando 62 mld euro in due mesi.