lunedì 23 Marzo 2026
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Niente accordo sul grano: Mosca e Kiev giocano al disastro

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Nelle scorse ore si è concluso con un nulla di fatto l’incontro tra i rappresentanti di Ankara e Mosca incentrato sull’obiettivo di trovare un accordo capace di sbloccare gli approvvigionamenti di grano fermi in Ucraina. Kiev non era presente ed è stata informata successivamente dalla parte turca. A riguardo, l’ambasciatore ucraino ad Ankara ha sottolineato l’importanza del ruolo di mediazione ricoperto dalla Turchia tra i due paesi. Nonostante ciò, le posizioni restano lontane, con richieste non accettabili da ambo le parti. Da un lato, Mosca chiede lo sminamento al largo di Odessa (che potrebbe tradursi in un attacco navale da sud); dall’altro, Kiev chiede la presenza delle navi NATO come garante per l’uscita degli approvvigionamenti dai porti. Una strada non percorribile per i russi visti i rapporti con l’Alleanza Atlantica.

Per il momento, dunque, il compromesso resta lontano, così come la sicurezza alimentare per milioni di persone nel mondo, che dipendono dal grano esteuropeo per il sostentamento. Il segretario delle Nazioni Unite António Guterres ha chiesto ai leader europei e non solo di contribuire a trovare un accordo «che consenta l’esportazione sicura di alimenti prodotti in Ucraina attraverso il Mar Nero e l’accesso ai mercati globali per alimenti e fertilizzanti russi». Si tratta di «una misura essenziale per centinaia di milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo, anche nell’Africa subsahariana». Attualmente, sono gravemente esposti alla crisi 94 paesi, dove vivono circa 1,6 miliardi di persone. Prima dell’invasione russa, l’Ucraina esportava circa 6 milioni di tonnellate di cereali (soprattutto grano) al mese, soddisfacendo la domanda crescente di decine di paesi nel mondo attraverso la rotta commerciale del Mar Nero, attualmente bloccata dalla marina russa. L’obiettivo dei paesi occidentali, su spinta delle Nazioni Unite, è di sbloccare almeno 20 milioni di cereali entro la fine di luglio, ma le posizioni restano lontane. Oltre all’export alimentare, il piano in lavorazione all’ONU riguarda anche la sicurezza delle rotte mercantili sul Mar Nero, perché in Ucraina sono bloccati cereali, ma anche metalli, acciaio. L’idea è creare un meccanismo di cooperazione coordinato dalle Nazioni Unite con la marina di Ankara a fare da scorta alle navi e un centro di comando a Istanbul.

Nell’attesa di un compromesso generale, qualcosa si starebbe muovendo sugli approvvigionamenti provenienti dalle zone di territorio ucraino occupate dall’avanzata russa. Nella giornata di ieri, stando alle dichiarazioni dell’agenzia Interfax, sarebbe infatti partito da Melitopol un primo treno carico di grano (definito “grano rubato” dagli ucraini) verso la Crimea. Si tratta tuttavia di un passo insufficiente sotto diversi punti di vista, che sottolinea la distanza fra le parti e non risolve la ormai dilagante insicurezza alimentare.

[Di Salvatore Toscano]

Caos al Parlamento europeo, rimandate tre leggi sul clima

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Con lo stupore di molti, il Parlamento dell’Unione europea ha respinto la proposta di riforma del meccanismo Emission Trading Scheme (ETS) per le emissioni di anidride carbonica (CO2). Di riflesso, sono stati bocciati anche altri due documenti relativi a tematiche simili: il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere e quello per un fondo sociale per il clima. L’Aula di Strasburgo, con 340 contrari, 265 favorevoli e 34 astenuti, ha quindi sonoramente rimandato al mittente la legge che avrebbe imposto di pagare, sempre e comunque, per la produzione e il rilascio dei gas a effetto serra. La norma, difatti, avrebbe eliminato, a partire dal 2026 ed entro il 2030, le quote gratuite, nonché incluso anche le emissioni dal trasporto marittimo e dall’incenerimento dei rifiuti.

Il sistema ETS di scambio delle emissioni obbliga le industrie a richiedere un permesso (quote di carbonio) per ogni tonnellata di CO2 che emettono. In sostanza, un meccanismo secondo cui meno si inquina, meno si paga: le industrie devono infatti acquistare dette quote mediante la partecipazione a delle aste il cui prezzo di partenza segue le regole del mercato. Al principio alcune quote, per scoraggiare il trasferimento di alcune industrie in Paesi con norme ambientali più blande, sono state concesse gratuitamente. La riforma bocciata ieri a Strasburgo, firmata dall’esponente tedesco del Partito popolare europeo, Peter Liese, avrebbe previsto una riduzione progressiva di queste quote fino ad un loro completo azzeramento entro la fine del decennio. Con la bocciatura, tuttavia, potrebbero però venir rivisti anche altri paragrafi della legge recentemente introdotti, quali quelli relativi all’inclusione, nel sistema ETS, dei settori trasporto marittimo ed incenerimento dei rifiuti.

A ribaltare la proposta difesa dai Verdi è stato un emendamento congiunto redatto dai popolari e dai liberali, i quali hanno chiesto l’estensione al 2034 del sistema dei certificati gratuiti per l’industria. A sostenere la proposta di modifica anche i conservatori, i sovranisti di ID e perfino una parte dei socialisti. La riforma, ad ogni modo, non verrà definitivamente affossata: il Parlamento ha deciso di riportare i dossier all’esame della commissione Ambiente per trovare un nuovo equilibrio nel testo e andare avanti. Certo è che dell’ulteriore tempo prezioso verrà perso. L’Europa così, che della sostenibilità ne ha fatto un baluardo politico, non ne esce a testa alta.

[di Simone Valeri]

Referendum sulla giustizia: le ragioni del sì e del no

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Tra pochi giorni, domenica 12 giugno, i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimere la propria preferenza su cinque quesiti referendari a tema giustizia. Gli aspetti affrontati sono tanti e il rischio di confusione al momento del voto non è trascurabile, vista anche la quasi assente campagna di pubblicizzazione da parte delle istituzioni. Per questo motivo, dopo aver fatto chiarezza sui quesiti, abbiamo deciso di raccogliere dagli enti ufficiali le ragioni del sì e del no, ricordando che, per essere validi, i referendum incentrati sull’abolizione dell’obbligo della raccolta fir...

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È stato eseguito il primo trapianto di fegato rigenerato fuori dal corpo umano

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intervento chirurgico
intervento chirurgico

È andato a buon fine il primo trapianto di fegato rigenerato fuori dal corpo umano. Lo riporta un team di ricercatori di Zurigo: l’organo malato è stato recuperato e conservato per tre giorni in una macchina, per poi essere trasferito in un paziente oncologico che, ad un anno dall’intervento, sta bene e non presenta sintomi di rigetto. Il 19 maggio 2021 il team di ricercatori ha ricevuto un fegato malato proveniente da una donatrice di 29 anni, il quale era stato scartato da molti centri a cui era stato offerto. Nei tre giorni successivi l’organo è stato sottoposto a dei trattamenti con numerosi farmaci per recuperarne lo stato di salute, e il 22 maggio è stato trapiantato in un paziente con un cancro aggressivo e invasivo al fegato. L’intervento è durato quasi sei ore e l’uomo è stato dimesso dopo 12 giorni: dopo due mesi è tornato a condurre una vita normale. Oggi, a un anno dal trapianto, il paziente presenta condizioni di salute buone e non ha sofferto alcun rigetto.

Si tratta del progetto Liver4Life che, sviluppato da un team di medici, ingegneri e biologi di Zurigo, può essere definito un vero e proprio “corpo in miniatura”. Questo, infatti, riproduce le funzioni dell’organismo nel modo più accurato possibile, affinché vengano fornite le condizioni necessarie al fegato umano. Andando nello specifico, la macchina è caratterizzata da una pompa che sostituisce il cuore, un ossigenatore che sostituisce i polmoni e un’unità di dialisi per riprodurre le funzioni dei reni. Inoltre, numerose infusioni di ormoni e nutrienti svolgono le funzioni dell’intestino e del pancreas. Infine, proprio come avviene nel nostro organismo grazie al diaframma, la macchina muove il fegato al ritmo della respirazione.

Con le normali macchine da perfusione e le procedure tradizionali, un fegato viene conservato in una soluzione fredda statica a 2-5 gradi per 12 ore al massimo, un tempo non sufficiente a consentire la crescita e la rigenerazione. La Liver4Life, invece, non solo dilata i tempi dando la possibilità di conservare il fegato più a lungo, ma permette di considerare anche organi meno sani per il trapianto, poiché li sottopone a una serie di trattamenti per recuperarli. Considerando che i tessuti del fegato sono in grado di rigenerarsi spontaneamente, la macchina offre la possibilità di prelevare porzioni di organo sane da un paziente malato e trapiantarle nuovamente nello stesso, aggirando i rischi di rigetto.

Gli studi pre-clinici avevano dimostrato fosse possibile, mediante questo sistema, mantenere in vita e in salute un fegato fino a dieci giorni, ma l’esito di un successivo trapianto dell’organo non era ancora stato verificato. Il successo dell’esperimento rende ovvia la possibilità di testare la prassi su altri organi (quali reni, polmoni o cuore). Il passo successivo nel progetto Liver4Life sarà infatti quello di replicare la procedura su altri pazienti e dimostrarne l’efficacia e la sicurezza. In questo modo, in futuro, il trapianto di fegato, che solitamente costituisce una procedura d’urgenza, si trasformerebbe in una procedura pianificabile.

[di Eugenia Greco]

Usa, la Camera favorevole alla stretta sulle armi

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La Camera statunitense, a maggioranza democratica e quindi sostenitrice di Joe Biden, ha approvato il Protecting Our Kids Acts, un ampio pacchetto di misure sulle armi da fuoco che prevede diverse restrizioni sul loro utilizzo nel paese, a partire dall’aumento dell’età per l’acquisto di armi semiautomatiche. La norma, approvata con 223 voti a favore e 204 contrari, passerà al giudizio del Senato, dove i democratici non hanno i numeri sufficienti. Per questo motivo, le possibilità di un’approvazione definitiva restano basse.

Mercoledì 8 giugno

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7.00 – Iran, deraglia treno passeggeri: 10 morti e almeno 50 feriti.

10.00 – Ucraina, Banca mondiale concede ulteriori 1,49 miliardi di dollari di aiuti a Kiev.

10.30 – Maxi sequestro pesci e coralli in via d’estinzione in 8 regioni italiane, segnalazione amministrativa per 50 società del settore degli acquari.

11.30 – Berlino, auto su folla: un morto e otto feriti, arrestato il conducente. Ancora non è chiaro se sia trattato di un incidente o un atto volontario.

12.00 – Grano, Lavrov: pronti a mettere in sicurezza uscita navi dai porti ucraini.

12.30 – Merkel, nessun ripensamento su accordi con Russia del 2015, “provare la strada diplomatica non è un errore nemmeno se fallisce”.

15.30 – Draghi: “Il governo intende riportare l’Ilva a quello che era quando era competitiva, era la più grande acciaieria d’Europa”.

17.30 – L’Algeria sospende il Trattato di Amicizia con la Spagna conseguentemente all’appoggio di Madrid a Rabat in merito al conflitto del Sahara Occidentale.

18.20 – Ue, Parlamento vota stop a vendita auto benzina e diesel dal 2035.

19.30 – Bulgaria, crisi di governo. Petkov perde la maggioranza.

Gli alberi attorno alla Tour Eiffel sono salvi grazie alla battaglia dei cittadini

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Gli alberi attorno alla Tour Eiffel sono salvi grazie ai cittadini. Una battaglia che ha visto moltissimi manifestanti lottare e riuscire a non fare abbattere più di quaranta alberi, uno dei quali di oltre duecento anni. La protesta è nata a causa del piano di riqualificazione da 72 milioni di euro, pensato per trasformare l’area in vista delle Olimpiadi del 2024. Un cambiamento che avrebbe sì aumentato lo spazio verde – e ridotto il traffico – ma sacrificando decine di alberi, anche centenari, come un platano ai piedi della torre facente parte dei centinaia piantati in tutta Francia nel 1800, per volere di Napoleone Bonaparte. Nello specifico, il piano di riqualificazione dell’area creato dall’architetto americano Kathryn Gustafson e noto come progetto OnE, prevedeva la costruzione di più piste ciclabili, percorsi pedonali, un deposito bagagli sotterraneo, diverse strutture turistiche, ma anche il divieto di veicoli diversi dai trasporti pubblici sul Pont d’Iéna, e una serie di parchi per i visitatori.

La petizione contro l’abbattimento degli alberi ha raccolto circa 140mila firme, e questo ha fatto in modo che i funzionari della città francese prima diminuissero il numero di alberi da abbattere da 42 a 22, poi affermassero di considerare il destino degli alberi “caso per caso”. Alla fine, tenendo anche conto della forte partecipazione dei parigini, il municipio è stato costretto ad abbandonare il progetto. Nonostante, infatti, questo prevedesse comunque la piantumazione di 227 alberi, i cittadini non hanno accettato l’idea di distruggere il verde già esistente. Il vicesindaco e responsabile dell’urbanistica di Parigi, Emmanuel Grégoire, ha dichiarato che l’intero piano dovrebbe quindi essere completamente rivisto per salvaguardare gli alberi. Gli architetti hanno inoltre spiegato, che sarebbe impossibile inserire nell’area le installazioni previste nel piano – come una nuova biglietteria, due edifici per i servizi igienici e ulteriori negozi di souvenir e di alimentari -, anche tenendo il metro di distanza dagli alberi presenti intorno alla Torre Eiffel.

[di Eugenia Greco]

UE, Parlamento approva stop auto diesel e benzina dal 2035

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A Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato, con 339 voti favorevoli e 249 contrari, la proposta della Commissione per imporre alle case automobilistiche lo stop totale alla vendita di vetture nuove a diesel o benzina a partire dal 2035. L’emendamento, proposto dal Partito Popolare Europeo, che prevedeva di lasciare un margine del 10% alle vendite di auto inquinanti, offrendo una sorta di cuscinetto per la transizione, è stato invece bocciato.

La guerra in Ucraina frena i piani secessionistici dei serbi in Bosnia

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Il conflitto in Ucraina sta avendo ripercussioni anche sullo scacchiere geopolitico balcanico, diviso sulle sanzioni alla Russia e alle prese con i piani secessionistici della Repubblica Srpska (RS), una delle due entità politico-amministrative che compone la Bosnia ed Erzegovina (l’altra è la Federazione omonima). Milorad Dodik ha intensificato i piani di indipendenza della Repubblica Srpska dal momento in cui è arrivato alla presidenza del paese, ma ora è obbligato a rinviarli, per “evitare complicazioni alla posizione di politica estera della RS, dato l’attuale scenario internazionale”. Nei mesi scorsi ha aperto alla possibilità che vedrebbe la RS dotarsi di proprie forze armate, staccandosi dalla difesa comune della Bosnia ed Erzegovina. Si tratterebbe del passo definitivo verso la secessione che, data l’alta eterogeneità della popolazione, potrebbe sfociare in guerra civile, risvegliando i tragici ricordi degli anni novanta, quando i conflitti nell’ex Jugoslavia causarono più di 130.000 morti.

La Repubblica Srpska rappresenta il legame più forte tra la Bosnia ed Erzegovina e Belgrado, dato che circa l’85% della sua popolazione è serba. Dodik alimenta i sogni indipendentisti di una parte dei serbo-bosniaci, ma diversi analisti sostengono che le preoccupazioni maggiori della popolazione siano legate alla precarietà economica e che quindi il sostegno al “politico indipendentista” si stia riducendo con il passare degli anni. Ad ogni modo, nel dicembre scorso il parlamento della Republika Srpska ha votato una mozione legata agli scopi secessionistici, concedendo sei mesi all’esecutivo prima di muoversi per via legislativa verso quella che Dodik stesso ha definito come la «riappropriazione della libertà» della RS su temi-chiave tipici di uno Stato: fisco, difesa e sistema giudiziario. In prossimità della scadenza, il parlamento ha stabilito che le condizioni geopolitiche attuali obbligano Banja Luka (capitale de facto della RS) a posticipare di sei mesi l’applicazione pratica delle decisioni secessionistiche prese nel dicembre 2021, così da “evitare ulteriori complicazioni alla posizione di politica estera della Republika Srpska”. Tradotto: lo scenario attuale mette in discussione l’eventuale supporto da parte di Mosca, che rappresenta uno dei maggiori partner. Non a caso nelle scorse settimane, Dodik ha dichiarato: «La RS deve rimanere neutrale nel conflitto in Ucraina. Non vogliamo che siano imposte sanzioni alla Russia».

[Di Salvatore Toscano]

Clima, Coldiretti: 14 mld di danni all’agricoltura causati da eventi estremi in un decennio

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“Il maltempo, che con allagamenti e violenti temporali ha colpito a macchia di leopardo in una stagione segnata da una drammatica siccità, conferma il moltiplicarsi di eventi estremi che fanno soffrire l’agricoltura con un conto di 14 miliardi di danni in un decennio, tra perdite della produzione nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture”. È quanto comunica la Coldiretti in relazione all’ondata di maltempo che ha interessato il Nord Italia con danni nelle città ed in campagna. “La caduta della grandine nelle campagne – precisa infine la Coldiretti – è la più dannosa in questa fase stagionale per le perdite irreversibili che provoca alle coltivazioni nei campi proprio alla vigilia della raccolta, mandando in fumo un intero anno di lavoro”.