Ci eravamo svegliati all’alba, convinti di non trovare nessuno, oltre quel van di olandesi che erano come noi sprofondati nella nebbia serale di Cabo Espichel, Portogallo, all’estremità della penisola di Setubal.
Invece, nel deserto della zona davanti al mare, accanto al faro, alla chiesa e agli altri edifici abbandonati, si erano sistemati, il mattino, dei banchi del mercato e di street food, veramente coraggiosi, visto che le prime case erano a trenta chilometri di distanza.
Quindi sono sceso a fare quattro parole, gettando lo sguardo, interrotto dai tendoni, laggiù sul precipizio dell’Oceano.
Miguel era un vecchio contadino, un personaggio dell’Alentejo di José Saramago, erede di lotte ancestrali. Vendeva i suoi semplici prodotti, e soprattutto piccoli grappoli d’uva. Abbiamo subito parlato, anche di politica, di giustizia e della difficoltà a vendere al minuto, laggiù lontano da tutti.
«Vede, io ho commesso una grave colpa nella vita!»
Io immaginavo già storie di qualche delitto, chissà, di odii di famiglia. No, niente di tutto questo.
Miguel diceva di non perdonarsi una mancanza. Quella di non aver studiato, di essere andato a scuola troppo poco.
Ogni tanto, sono passati molti anni, penso a Miguel, alla sua coscienza sociale, al suo gilet multicolore che lo faceva sembrare un artista, un uomo dalle idee chiare ma dalla scarsa fortuna.
Era estate, la stagione della utopia, il faro lanciava segnali intermittenti. Un mulino sovrastava, inutilizzato, la spianata. Un’ora dopo ci saremmo tutti fermati a mangiare qualcosa, nel fremito di una frittura, la gioia di una amicizia on the road.
La vraie liberté c’est le vagabondage: questa è una semplice verità per noi camperisti.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]
“Gli indicatori congiunturali a marzo hanno confermato il netto indebolimento dell’economia italiana”: è quanto fa sapere il centro studi di Confindustria, specificando che la guerra in Ucraina stia frenando l’Europa ed in particolare l’Italia. “Il conflitto in Ucraina amplifica i rincari di energia e altre commodity, accresce la scarsità di materiali e l’incertezza”, sottolinea in tal senso il centro studi precisando che, insieme agli effetti dei contagi, ciò “riduce il Pil nel 1° trimestre 2022 e allunga un’ombra sul 2°”. “L’andamento in aprile è compromesso e le prospettive sono cupe”, comunica a tal proposito il centro studi, il quale specifica altresì che “gli interventi pubblici siano ancora insufficienti”.
Il quotidiano la Repubblica ha recentemente commissionato un sondaggio a Demos & Pi per verificare ciò che gli Italiani pensano dell’informazione sulla guerra in Ucraina. E udite udite: per il giornale la situazione in Italia è grave. Perché una parte della popolazione, come risulta, non sempre si fida di ciò che raccontano i media. A volte, pensate, ritiene addirittura che vengano date notizie false, distorte o montate. Ciò rappresenta uno “spunto di riflessione” per Repubblica. Si. Ma non di riflessione critica, ad esempio sui motivi di tale scetticismo. O sugli errori, abbondanti, fatti in questi mesi da molti giornali. No. La riflessione è in pratica “preoccupazione” poiché le persone non credono fideisticamente tutto ciò che dicono i media, ma talvolta si fanno dei dubbi.
Brevemente: cosa mostra nello specifico Demos? I risultati del sondaggio indicano che:
quasi 7 persone su 10 si dicono ben informate sui fatti in Ucraina;
il 59% degli intervistati giudica almeno sufficiente (in una scala da 1 a 10) l’informazione sulla guerra fatta in televisione;
il 53% giudica almeno sufficiente quella dei giornali;
solo il 39% ha giudicato positivamente i talk show televisivi sulla guerra.
Non sono esattamente buoni risultati per i media, in quanto sembra che solo metà del campione abbia un parere positivo dell’informazione condotta sulla guerra. Ma quelli più importanti sono che:
il 46% degli intervistati concorda che l’informazione generale sulla guerra sia distorta o pilotata (il 50% invece no);
il 23% concorda che notizie ed immagini sui presunti crimini dell’esercito russo siano una montatura del Governo ucraino (il 72% no).
Sono questi che preoccupano Repubblica, tanto che arriva a scrivere che quello degli italiani che dubitano è un approccio “negazionista” e “complottista”:
“Quasi metà degli italiani intervistati da Demos, infatti, ritiene l’informazione sul conflitto ‘distorta e pilotata’. Quasi una persona su quattro, in particolare, la ritiene faziosa. Ed esprime un approccio ‘negazionista’, quasi complottista. Ritiene, cioè, che le notizie e le immagini dei massacri compiuti siano largamente false o falsificate. Amplificate e/o costruite ad arte dal governo ucraino. E, dunque, ‘ispirate’ da Volodomyr Zelensky per delegittimare la figura di Vladimir Putin e ‘criminalizzare’ l’azione dell’esercito russo. Oltre gli stessi limiti segnati da una guerra. Per costruire un ‘nuovo muro’. Contro la Russia”.
Il giornale ha ragione: ci sono molti spunti di riflessione. Ma non nel sondaggio di Demos. Piuttosto in questo pezzo, a firma di Ilvo Diamanti. Andando a leggere direttamente la fonte del sondaggio, si nota che il giornale, nel riportarli, ha un po’ “condito” i numeri. Nelle frasi proposte al campione, Demos non parla nello specifico di “massacri”, né di mistificazioni “ispirate da Volodymyr Zelensky”, come si legge invece su Repubblica. Né ancora di doppi fini, per delegittimare e criminalizzare i russi. Agli intervistati si chiedeva solo se erano d’accordo con le seguenti affermazioni:
Le notizie e le immagini sui presunti crimini dell’esercito russo sono una montatura del governo ucraino;
Sulla guerra in Ucraina la maggior parte dell’informazione, in Italia, è distorta e pilotata;
In tempi di guerra è giusto che le notizie siano in parte censurate.
Quindi la prima cosa da dire è che parte di quello che ha scritto la Repubblica a riguardo, è abbellimento, narrazione. Forse per rendere più assurda agli occhi del lettore medio la posizione di quei 46% e 23% di campione intervistato.
Il sondaggio in sé, come strumento di indagine, è solo una fotografia. Parziale, perché approssimativa, e soprattutto neutrale, in quanto priva di valore positivo o negativo. Se i media volessero utilizzarlo come strumento di autoriflessione reale, ci sono certamente delle domande che il sondaggio dovrebbe sollevare: vi sono motivi specifici che portano così tante persone a dubitare dell’attendibilità dell’informazione? Quali? Oppure sulla fondatezza di questo scetticismo: i media commettono errori?Ci sono casi di bufale o propaganda? Solo dopo aver chiarito ciò si potrebbe concludere che la situazione in Italia è “preoccupante”.
Tuttavia il giornale né si interroga né integra ulteriori informazioni, dà invece in automatico un “significato” nefasto ai risultati del sondaggio. Quel che è peggio etichetta l’atteggiamento scettico di una parte della popolazione italiana come “negazionista” e “complottista”, che significa escludere a priori la possibilità non solo che queste persone dubitino a ragione, ma anche e soprattutto che i mezzi di informazione possano commettere errori sulla guerra in Ucraina.
Un atteggiamento autoassolutorio che non trova riscontro nella realtà. In questi due mesi di conflitto, infatti, sono emersi fin troppi casi di errori, propaganda e bufale da parte dei principali media italiani. Si può ricordare ad esempio la bufala della “dichiarazione di guerra pre-registrata” da Putin. Quella sul Memoriale alla Shoah a Kiev, che non era affatto stato bombardato dai russi, né tanto meno di proposito. Oppure i molteplici errori commessi dai fact-checkers di Open. Sarebbero veramente tantissimi gli esempi da fare. Non si possono ignorare, a meno che non si scelga deliberatamente di non vederli, come fa Repubblica e non solo.
In conclusione la “preoccupazione” di Repubblica per lo scetticismo espresso dal campione di Demos non fa che suscitare ulteriori punti interrogativi sull’imparzialità dei mezzi di informazione. In alcuni casi, forse, fornisce pure qualche conferma. Ma c’è anche qualcosa di ironico alla fine. L’uso di quei termini denigratori, “negazionista” e “complottista, finisce per tradire che ad essere “negazionista”, in realtà, è proprio la Repubblica. Perché nega a priori che i media possano distorcere, disinformare e fare propaganda, quando ciò non è una teoria del complotto ma, nel caso della guerra in Ucraina, un fatto.
Nella giornata di ieri il Parlamento del Niger hanno approvato un disegno di legge che permette un maggiore dispiegamento di forze speciali europee per contenere l’avanzata jihadista nel Sahel. In particolare, il Paese ospiterà le truppe francesi che si stanno ritirando dal Mali, dopo il deterioramento dei rapporti tra i due governi. La decisione incontra una netta ostilità da parte dei membri dell’opposizione nigerina e della società civile, contrari alla prolungata presenza di truppe straniere nel territorio.
Un gruppo di eurodeputati sta facendo causa alla Commissione europea a causa della mancanza di trasparenza sui contratti siglati con le Big Pharma per l’acquisizione dei vaccini contro il Covid-19. I cinque deputati hanno presentato la loro causa alla Corte di Lussemburgo, chiedendo che la Commissione riveli il prezzo di ciascuna unità di vaccino, i pagamenti avvenuti in anticipo e le donazioni, oltre a fornire informazioni sulle responsabilità e sugli indennizzi. Ad oggi, infatti, i dettagli dei contratti che hanno ad oggetto i vaccini contro il Covid non possono essere resi pubblici a causa delle clausole di riservatezza, necessarie, a detta della Commissione UE, per tutelare gli interessi commerciali delle aziende.
Sono Kim van Sparrentak, Tilly Metz, Jutta Paulus, Michèle Rivasi e Margrete Auken i nomi dei cinque membri del Parlamento europeo i quali, secondo quanto riportato da EuObserver, hanno fatto causa alla Commissione UE. Auken spiega che si tratta di una mossa in favore del diritto all’informazione dei cittadini: “La segretezza è terreno fertile per la sfiducia e lo scetticismo” ha dichiarato. La deputata Michèle Rivasi, vicepresidente della Commissione parlamentare sul Covid-19, era inoltre tra i pochi europarlamentari che si erano pronunciati contro il green pass digitale europeo.
La Commissione europea ha siglato accordi con le aziende BionTech-Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson e Novavax, oltre ad aver esaminato accordi con Sanofi-GSK, CureVac e Valneva. Tuttavia i dettagli dei contratti sono noti solamente a una ristrettissima cerchia di persone, che comprende appena il 3% degli eurodeputati. Coloro che ne hanno preso visione hanno potuto disporre di un tempo assai limitato per la consultazione (appena 30 minuti), previa firma di una clausola di segretezza che ne impediva la divulgazione del contenuto. A rimanere segreto è anche stato lo scambio di messaggi avvenuto tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla, nonostante le proteste di eurodeputati, società civile e ONG. Secondo l’inchiesta condotta dal New York Times, lo scambio avrebbe permesso di sigillare un accordo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisizione del vaccino Pfizer-BionTech contro il Covid-19.
La Commissione europea avrebbe risposto alle richieste di commento ricevute venerdì 22 aprile facendosi ancora una volta scudo con il vincolo delle clausole di riservatezza. “La Commissione si occupa di rispettare i contratti” avrebbe affermato Stefan de Keersmaecker, il portavoce della Commissione.
Entro il 2025 sarà completato il Wallis Annenberg Wildlife Crossing, il più grande corridoio ecologico al mondo. Sorgerà in California, tra le montagne di Santa Monica, e connetterà gli habitat naturali tra loro, permettendo alla fauna selvatica presente sul territorio di spostarsi senza correre alcun rischio. Si tratta di un enorme cavalcavia progettato per fare in modo che gli animali attraversino in sicurezza la Highway 101 e le sue dieci corsie. Il Wallis Annenberg Wildlife Crossing è stato ideato nel 2015 da Caltrans (California Department Transportation) e dalla National Wildlife Federation. I lavori per la sua realizzazione – il corridoio sarà lungo 65 metri, largo 50 e coperto da vegetazione locale e pareti per isolarlo dalle onde sonore e luminose -, inizieranno a fine aprile 2022 e termineranno indicativamente nel 2025.
Grazie a questo progetto, numerose specie animali verranno salvate e protette: linci rosse, coyote, cervi e rettili avranno la possibilità di spostarsi in sicurezza. Così come il puma (puma concolor), uno degli animali simbolo degli Stati Uniti. Chiamato anche “leone di montagna”, questo mammifero, un tempo sacro alle civiltà precolombiane, oggi è minacciato dalla perdita di habitat e dal traffico automobilistico. Sono tanti, infatti, gli esemplari vittime di collisioni mortali con autovetture e camion, soprattutto vicino alle grandi metropoli come Los Angeles. Pertanto, anche per gli automobilisti il “cavalcavia ecologico” farà la differenza. Inoltre, a causa della frammentazione dell’habitat dovuto alle intricatissime linee stradali, negli ultimi anni i puma stanno andando incontro all’isolamento genetico, riproducendosi solo tra consanguinei e aumentando il rischio di malattie genetiche. Il ponte, quindi, permetterà nuovamente l’incontro di diversi gruppi di mammiferi, con conseguente rimescolamento genetico. Wallis Annenberg Wildlife Crossing costerà circa 90 milioni di dollari (circa 83 milioni di euro), coperti per quasi il 60% da donazioni, tra cui quelle della Fondazione Annenberg e della Leonardo DiCaprio Foundation, organizzazione del famoso attore hollywoodiano.
È stata revocata la protesta di un gruppo di comunità indigene peruviane, che da oltre 50 giorni assediavano la miniera di rame Cuajone della Southern Copper Corp causando la sospensione della produzione. Il governo aveva dichiarato lo stato di emergenza nella regione all’inizio di questa settimana e inviato i militari per rimuovere i manifestanti. Le comunità andine protestavano contro l’iniqua ridistribuzione della ricchezza derivante dall’estrazione del metallo, della quale non beneficiano nonostante gli alti profitti delle compagnie. L’interruzione delle attività ha causato perdite per oltre 260 milioni di dollari in esportazioni e 400 milioni in entrate fiscali, bloccando il 20% della produzione nazionale di rame.
Nella giornata di giovedì 14 aprile l’organizzazione politica globale Internazionale Progressista ha tenuto una seduta di inchiesta sulle attività del Fondo Monetario Internazionale (FMI), interpellando esperti e politici di nove Paesi. Al centro delle contestazioni vi è il fatto che, pur essendo il FMI un’istituzione che opera “con denaro pubblico” e “per servire lo scopo pubblico”, le condizioni imposte con i prestiti conducono spesso i governi dei Paesi richiedenti a situazioni economiche ancora più instabili. L’istituto, sostiene Internazionale Progressista, opera in un totale “disprezzo dei diritti umani” e in piena violazione dei suoi principi fondatori. Per questo è stato fatto “appello urgente e immediato alle responsabilità del FMI” e individuati alcuni possibili percorsi d’azione, tra i quali il ricorso alla Corte di Giustizia Internazionale.
Varsha Gandikota-Nellutla, presidente della sessione d’inchiesta, ha dichiarato senza mezzi termini che “quanto sta accadendo non è un incidente né un fallimento politico casuale o un’inefficacia. Il FMI è un’istituzione pubblica che presta denaro pubblico con il fine di servire lo scopo pubblico, ma non risponde a nessuno. Attualmente non c’è un’autorità in nessuna parte del mondo che ritenga il FMI responsabile delle sue azioni”. Per tale motivo personalità di spicco tra avvocati, economisti e politici di nove Paesi (Ecuador, Argentina, USA, India, Pakistan, Ucraina, Kenya, Brasile e Grecia) si sono incontrati per condurre un’indagine sull’operato del FMI e discutere possibili vie d’azione. L’istituzione è stata infatti contestata per “l’illegalità, l’impunità e il disprezzo dei diritti umani”.
Fernanda Vallejos, economista argentina ed ex membro della Camera dei Deputati, ha proposto di portare il FMI di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale, in quanto “sede appropriata per esigere la giustizia che il nostro popolo merita“. Recentemente il suo Paese ha infatti sottoscritto un nuovo accordo per la restituzione di un debito di oltre 44 miliardi di dollari con il FMI, contratto dal governo dell’ex presidente Mauricio Macri. Alcuni studi hanno definito l’accordo “giuridicamente nullo” in quanto impone condizioni irrealizzabili per l’Argentina, basate su valutazioni inadeguate che hanno visto tra le proprie conseguenze un’impennata nei tassi di inflazione. Gli stessi studi avevano già evidenziato la “mancanza di controllo legale del FMI”. L’indagine di Internazionale Progressista costituisce, secondo Vallejos, l’opportunità per l’Argentina e molte altre nazioni di “reclamare la propria sovranità” e “smettere di essere vittime”.
“Argentina no puede renunciar a luchar por la autodeterminación de nuestro pueblo y la titularidad de nuestro destino como Nación”.
“Llevar al FMI a la CIJ permitiría a mi país reclamar su soberanía y allanaría el camino para que otras naciones también dejen de ser víctimas”. pic.twitter.com/qM95P3PKNo
Andres Arauz, politico ed economista ecuadoriano, ha proposto di imporre al FMI la sottoscrizione alla Convenzione di Vienna del 1989 sui trattati tra governi sovrani e organizzazioni internazionali, in modo che gli accordi siglati tra qualsiasi Paese e il FMI possano essere oggetto di verifica da parte delle legislature nazionali e dei tribunali internazionali. Altra strada ipotizzabile, secondo l’esperto di politiche di riforma economica e debito estero Juan Pablo Bohoslavsky, potrebbe essere portare il FMI entro il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) dell’ONU, essendo il FMI formalmente e legalmente parte del sistema delle Nazioni Unite e potendo per tale motivo essere reso responsabile nei suoi confronti.
Le pratiche del FMI sono state definite da vari analisti “neocoloniali” in quanto hanno impatto diretto sulla sovranità dei Paesi. Le asimmetrie di potere che derivano da questo tipo di rapporti, per quanto tacite, permettono ai Paesi ricchi di mantenere il controllo sugli altri ponendoli in una condizione di perpetua dipendenza. Uno dei casi più recenti riguarda lo Sri Lanka. A causa della devastante crisi economica che ha sconvolto il Paese, il governo ha dovuto far ricorso ad un prestito del FMI. Tali prestiti prevedono la sottoscrizione di clausole che comprendono tagli al welfare (educazione, sanità e servizi pubblici), privatizzazioni e interventi di stampo liberista. Condizioni che già in passato hanno causato un aggravarsi della situazione dello Sri Lanka, contribuendo ad una progressiva perdita della propria sovranità e una sempre maggiore dipendenza economica.
Nella giornata di oggi 22 aprile il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha comunicato che Italia e Spagna stanno lavorando a un Trattato di cooperazione rafforzata per rendere più solide le relazioni bilaterali tra i due Paesi. Come riporta Reuters, l’Italia ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, firmando accordi con diversi governi africani, e la Spagna dispone della più grande capacità di rigassificazione in Europa. Fonti del ministero degli Esteri italiano negherebbero l’esistenza di tensioni tra i due governi, dopo che l’Algeria (dalla quale la Spagna è fortemente dipendente per il gas) ha siglato accordi con l’Italia per un aumento delle forniture a partire dal 2024.
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