Da ieri un incendio sta interessando parte dell’ex discarica di Malagrotta a Roma. I vigili del fuoco hanno limitato l’espansione del rogo, che ha comunque interessato due capannoni di stoccaggio e trattamento di rifiuti e continuerà a bruciare per giorni. Con un ordinanza del sindaco, il Comune di Roma ha disposto “per un periodo non superiore a 48 ore, in virtù del principio di precauzione”, per un raggio di 6 km dal luogo dell’incendio dell’impianto di Malagrotta la sospensione delle attività scolastiche e dei centri estivi, pubblici e privati; il divieto di consumo degli alimenti di origine animale e vegetale prodotti nell’area individuata; il divieto di pascolo e razzolamento degli animali da cortile; il divieto di utilizzo dei foraggi e cereali destinati agli animali, raccolti nell’area individuata. Si raccomanda poi ai cittadini di limitare le attività all’aperto.
Torino vuole diventare la capitale europea dell’industria della guerra
Il Consiglio comunale di Torino ha approvato una mozione in cui si chiede che la città diventi sede del cosiddetto “acceleratore” NATO per l’innovazione della difesa (DIANA), un progetto che ha come obiettivo lo sviluppo militare dell’Alleanza entro il 2030 per fronteggiare “esistenti e future minacce esterne”. La mozione impegna il sindaco e la giunta torinese a sostenere “la nascita di industrie militari tecnologicamente innovative“, trasformando la città – con il coinvolgimento della principale azienda italiana di armi Leonardo – nella capitale europea del settore. In questa direzione, si inserisce la scelta di Leonardo di lanciare a Torino lo scorso maggio l’Acceleratore di startup “Takeoff” dedicato al mondo aeronautico con l’obiettivo di finanziare i progetti nascenti.
La mozione è stata approvata a larga maggioranza, con 21 voti favorevoli, 2 contrari e 1 astenuto. L’esito non dovrebbe sorprendere, data la presenza massiccia del Pd all’interno del Consiglio comunale. Dall’inizio della guerra in Ucraina, il partito guidato da Enrico Letta ha sostenuto l’invio di armi a Kiev e ribadito l’impegno nei confronti della NATO. Gli unici voti contrari sono arrivati dal M5S, con Lega e Sinistra ecologista che si sono limitati a non partecipare alla votazione, pur presenti in Aula. Durante la stessa seduta, il Consiglio comunale di Torino ha inoltre approvato, con 24 voti favorevoli 2 contrari, un ordine del giorno al sapore consolatorio per tutti coloro che avrebbero voluto una svolta diversa per la città. Si tratta del sostegno al Trattato ONU che mette al bando le armi nucleari (TPNW) e di adesione alla Campagna “Italia, Ripensaci”, promossa dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e da Senzatomica.
[Di Salvatore Toscano]
Mercoledì 15 giugno
9.00 – Gran Bretagna: accolto ricorso alla CEDU, sospeso primo volo con migranti per Ruanda.
10.15 – Confindustria: Italia più colpita da caro energia rispetto a Francia e Germania.
10.30 – Svizzera, stop aeroporti Zurigo e Ginevra per guasto informatico.
12.30 – M5S, Tribunale di Napoli rigetta ricorso attivisti contro leadership Conte.
13.00 – Gazprom annuncia riduzione 15% forniture gas all’Italia per la giornata odierna.
14.30 – Ucraina, telefonata Xi Jinping-Putin: Pechino disponibile a “continuare a sostenersi” con Mosca su “sovranità e sicurezza” e intensificare coordinamento.
15.00 – Cdm, obbligo mascherine in mezzi pubblici, Rsa e ospedali fino a 30 settembre.
18.00 – USA, la Fed alza i tassi di interesse dello 0,75%: prima volta dal 1994.
18.30 – NATO, la Turchia rifiuta un incontro con Svezia e Finlandia riguardante le condizioni per il loro ingresso nell’Alleanza.
19.15 – Lega, bocciato l’emendamento che replicava il referendum sulle misure cautelari con 146 no e 70 si.
Il Summit delle Americhe si è concluso con un clamoroso fallimento per gli USA
Il Summit delle Americhe è lo strumento con cui gli Stati Uniti dal 1994 ribadiscono la loro presenza e l’ideologia neoliberale nel continente (a discapito della componente socialista), rappresentando una sorta di termometro politico che misura il consenso dei paesi aderenti all’Organizzazione degli Stati americani (OAS) nei confronti delle iniziative a stelle e strisce. Il IX Summit delle Americhe di Los Angeles – incentrato su svolta green dell’economia, ripresa post-Covid, migrazione e discussione generale sulla democrazia – ha messo sin da subito in evidenza le lacune dell’amministrazione Biden, con diversi paesi che hanno contestato le aspirazioni egemoniche di Washington sul continente – considerato il proprio “cortile di casa” – e la decisione di non invitare Cuba, Venezuela e Nicaragua, definiti dal presidente statunitense paesi non democratici.
Curioso come l’appello alla difesa dei diritti umani e della democrazia non valga però su scala universale. A maggio, Joe Biden ha ospitato il Summit Usa-Asean, che ha coinvolto tra i vari paesi Myanmar, Cambogia, Vietnam e Laos – considerati autoritari dal Democracy Index 2021 – e altre cinque democrazie che mostrano lacune su almeno una delle caratteristiche che connotano gli stati democratici: pluralismo, partecipazione, libertà, diritti umani e così via. Il mancato invito da parte degli Stati Uniti ha radici geopolitiche, relative ad attriti storici (come con Cuba) e a relazioni con Russia e Cina. Non a caso i tre paesi esclusi dal Summit sono coloro che all’interno del continente intrattengono le relazioni più intense con Mosca e Pechino. Nei giorni scorsi il Presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha autorizzato l’ingresso nel paese a truppe, aerei e navi russe per scopi di “addestramento, pubblica sicurezza e risposta alle emergenze”, rafforzando così la storica vicinanza politica con la Russia.

Di fronte alla “contraddizione democratica” e al mancato invito di Cuba, Venezuela e Nicaragua, nove paesi hanno deciso di non partecipare con i propri capi di stato o di governo, inviando invece delle delegazioni. Alcuni dei leader presenti hanno poi manifestato a Biden il proprio disappunto. Tra questi, il primo ministro del Belize e attuale presidente della Comunità dei Caraibi (CARICOM), John Briceño, che ha definito imperdonabile la decisione di Washington. «Il vertice appartiene a tutti i paesi delle Americhe. È incomprensibile isolare quei paesi che hanno fornito una forte leadership e hanno contribuito in questo emisfero su questioni critiche dei nostri tempi. È la geografia e non la politica che definisce l’America», ha infine aggiunto. Anche il presidente argentino Alberto Fernández ha manifestato il suo disaccordo, dichiarando: «Essere il paese organizzatore di un summit internazionale non autorizza a imporre il diritto di ammissione o di esclusione dei paesi membri del continente. Auspico un’America Latina unita e senza esclusioni, il pensiero unico non può essere imposto in un mondo che esige armonia di fronte ai drammi comuni».
Según Biden, "la democracia está amenazada en el mundo". Pero la única amenaza contra pueblos democráticos es el intervencionismo de EEUU que promueve golpes, masacres y saqueo de recursos naturales. La #CumbredelasAméricas naufraga y anuncia el fin de la hegemonía estadounidense
— Evo Morales Ayma (@evoespueblo) June 9, 2022
Spazio poi alla critica rivolta al blocco commerciale ed economico che Cuba subisce da 60 anni e il Venezuela dalla fine dello scorso decennio: misure che cercano di condizionare i governi ma che in realtà finiscono per danneggiare i popoli. Sul suo profilo Twitter, l’ex presidente boliviano Evo Morales ha commentato: “Secondo Biden, la democrazia è minacciata nel mondo. Ma l’unica minaccia contro i popoli democratici è l’interventismo statunitense che promuove colpi di stato, massacri e saccheggi di risorse naturali. Il Summit è naufragato e annuncia la fine dell’egemonia degli Stati Uniti“.

Da decenni Washington punta a imporre il suo modello politico, economico, sociale e culturale sul continente, trovando dei nemici nel multipolarismo, nell’autoconsapevolezza dei popoli latini e nelle loro relazioni con Russia e Cina. Uno dei grandi fallimenti del Summit riguarda proprio l’economia, dal momento in cui era prevista la spartizione da parte di Biden degli oltre 40.000 miliardi di dollari del Build Back Better World, il progetto di finanziamento per i paesi in via di sviluppo annunciato al G7 del 2021. Al suo posto, la Casa Bianca ha lanciato il più modesto Americas Partnership For Economic Prosperity, un piano dai tanti obiettivi che però non fornisce dettagli né sul valore né sulle tempistiche, finendo per essere accolto con freddezza dai paesi interessati. Il ruolo di maggior investitore nel continente inizia così a essere minacciato dalla Cina, che negli ultimi 15 anni ha concesso circa 130 miliardi di dollari in prestiti a banche statali dell’America Latina e dei Caraibi e ha investito 72 miliardi per rilevare aziende nel continente. Allo stesso tempo, 20 paesi latinoamericani hanno aderito alla Belt and Road Initiative, l’infrastruttura che collega 70 paesi e rappresenta le “nuove vie della seta”.
Per quanto riguarda l’immigrazione, altro tema caldo del Summit, Biden ha avanzato la Dichiarazione di Los Angeles (un atto non vincolante), con cui si impegna a raddoppiare la quota di rifugiati accolti e a finanziare programmi per l’inserimento lavorativo dei migranti. Tuttavia, né i presidenti di Honduras, El Salvador e Guatemala – da cui proviene la maggior quantità di migranti che giungono alla frontiera sud degli Stati Uniti – né il presidente messicano erano presenti al vertice. Così, tra promesse e contestazioni si è chiuso uno dei Summit delle Americhe più fallimentari per gli Stati Uniti.
[Di Salvatore Toscano]
Ryanair, proclamato sciopero di un giorno per il 25 giugno
Filt Cgil e Uiltrasporti hanno proclamato uno sciopero di 24 ore per il prossimo 25 giugno che coinvolgerà piloti e assistenti di volo della compagnia aerea Ryanair, Malta Air e della società CrewLink. Dopo la mobilitazione dell’8 giugno e il perdurare dell’impossibilità di avviare un confronto tra le parti, i sindacati hanno deciso di scendere nuovamente in piazza per chiedere “contratti e condizioni di lavoro dignitosi”. Filt Cgil e Uiltrasporti hanno poi ricordato che “negli stessi giorni dello sciopero indetto nel nostro paese, si asterranno dal lavoro anche i piloti e gli assistenti di volo basati in Spagna, Portogallo, Francia e Belgio“.
Recensioni indipendenti: Just Eat It (documentario)
Un documentario del 2014 della durata di 75 minuti (disponibile sulla piattaforma gratuita waterbear.com). Realizzato in collaborazione con la British Columbia’s Knowledge Network la rete televisiva via cavo educativa canadese finanziata con fondi pubblici. Il regista Grant Baldwin e la produttrice Jenny Rustemeyer, entrambi canadesi, dopo aver preso seriamente in esame il problema, ormai evidente in tutto il mondo ma soprattutto nei paesi occidentali, dello spreco di cibo che viene ogni anno gettato via per miliardi di dollari, hanno deciso di fare un esperimento mettendosi alla prova in prima persona: Smettere per sei mesi di fare la spesa, diciamo “tradizionale”, e vivere solo con cibo scaduto o scartato altrimenti destinato allo smaltimento. Questa è una delle più recenti, e inascoltate, accuse mosse a una società la cui produzione si fonda principalmente sul consumismo e quindi sull’inevitabile spreco.
Dati veramente incredibili ci dicono che, per esempio In Nord America, il 40% del cibo prodotto viene sprecato per un ammontare di 50 miliardi di dollari, ma anche in Italia mandiamo nelle discariche cibo per un valore di circa 8 miliardi di euro. Tutto ciò a fronte di più di 800 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame. La nazione presa in esame dagli autori è quella del Canada, con quasi 50 miliardi di dollari canadesi di sprechi alimentari, dove una persona su 10 non può permettersi un’alimentazione adeguata. Alimenti sprecati a causa della crescente ossessione, da parte dei consumatori, per cibi assolutamente “perfetti” e “belli da vedere” ma anche indotta dal martellante indottrinamento mediatico cui siamo continuamente sottoposti e da politiche aziendali tese solo ad un aumento della produzione fissando scadenze ingiustificate e anticipando di molto il reale tempo di deterioramento e la commestibilità dei cibi confezionati.
Just Eat It si sofferma ed esamina la nostra ossessione per le date di scadenza e le dimensioni delle porzioni e rivela il nucleo di questo problema apparentemente insignificante che sta avendo conseguenze devastanti in tutto il pianeta, senza contare il gigantesco impatto sull’inquinamento legato al trasporto e allo smaltimento del cibo stesso. Anche il settore biologico, che certo ha un approccio meno invasivo delle produzioni industriali sulle tematiche dell’inquinamento, dovrà fronteggiarsi con i problemi creati dallo spreco alimentare. Per sei mesi gli autori hanno approfondito l’argomento caratterizzato non solo dall’esperienza personale, ma corroborato da interviste ad esperti del settore come il docente, autore e attivista di TED Tristram Stuart, l’autore e giornalista Jonathan Bloom e la scienziata Dana Gunders della Natural Resources Defense Council di San Francisco.
Durante l’esperimento Grant Baldwin e Jenny Rustemeyer hanno mangiato di tutto. Cibi che non venivano venduti solo perché presentavano piccoli difetti e moltissime barrette di cioccolato, che sarebbero rimaste invendute perché prive di un’etichetta». Le conclusioni lasciano stupefatti e la domanda che nasce spontanea è: Agendo così, come hanno fatto? Si può riuscire a vivere e nutrirsi comunque bene? La risposta degli autori è sì: «Vi stupirete di quanti alimenti buoni vengono buttati via ogni giorno». […] «In questo periodo abbiamo mangiato benissimo spendendo solo 200 dollari, in realtà era come andare a fare la spesa». […] «Siamo arrivati ad un punto in cui molte persone venivano a casa nostra offrendoci il cibo che loro avrebbero gettato, la stessa cosa si è verificata con i grossisti, avevano talmente tanto surplus di cibo che non sarebbe stato venduto e ce lo hanno donato e abbiamo trovato quasi sempre cibi non scaduti». Il documentario mostra immagini e situazioni che hanno dell’incredibile e mette sul “piatto” agricoltori, rivenditori e consumatori in una storia bizzarra che è in parti uguali educazione e intrattenimento.
[di Federico Mels Colloredo]
La pace come foglia di fico: i reali motivi della visita di Draghi in Israele
È terminata ieri la visita di due giorni del premier italiano Mario Draghi in Israele, dove ha incontrato sia il primo ministro israeliano Naftali Bennet che quello palestinese Mohammad Shtayyeh: era dal 2015 che un capo di governo italiano non si recava nello Stato ebraico e l’incontro assume una rilevanza strategica particolare, dovuta all’importanza e alla quantità dei dossier trattati. Molti, infatti, i temi sul tavolo: tra i principali, la questione energetica, la risoluzione del conflitto in Ucraina, la crisi del grano, il rilancio del processo di pace in Palestina, ma anche il tentativo da parte di Roma di ritagliarsi un ruolo strategico nello scacchiere mediorientale.
Nonostante la stampa abbia dato particolare risalto al tema della pace in Ucraina, più volte auspicata dal Presidente del Consiglio, i reali obiettivi della visita erano chiaramente altri, a cominciare dal rendere l’Italia meno dipendente dal gas russo: così, dopo il viaggio del Premier in Algeria lo scorso aprile, è ora il turno di Israele che nel 2010 ha scoperto un giacimento marittimo – chiamato Leviathan – a 130 chilometri da Haifa, la terza città più importante di Israele. Si tratta del giacimento più grande scoperto finora nel mediterraneo, le cui riserve stimate sono di circa 600 miliardi di metri cubi.
In seguito alla diminuzione delle importazioni di gas russo, si fa sempre più pressante l’esigenza di creare un collegamento energetico che trasporti il gas israeliano in Europa e, in particolare, in Italia. Un gasdotto che doveva assolvere tale funzione era già stato approvato, sebbene il progetto non sia poi decollato: si tratta del gasdotto Eastmed, un’infrastruttura lunga 1900 chilometri, costruita per un terzo su terraferma e il restante in mare. La tratta del gasdotto parte dalle coste israeliane, passa per Cipro ed Egitto e arriva in Grecia: qui, l’ultima parte del gasdotto – denominata Poseidon e lunga 210 chilometri – dovrebbe arrivare fino a Otranto, in Puglia. Il gasdotto avrebbe la capacità di trasportare 12 miliardi di metri cubi all’anno di gas per arrivare fino a un massimo di 20 miliardi. «Vogliamo aiutare l’Europa e l’Italia producendo gas naturale, è una collaborazione necessaria” ha affermato il primo ministro israeliano Bennet, parlando anche di «salto di qualità» nei rapporti tra Italia e Israele.
Tuttavia, al fine dell’indipendenza energetica da Mosca, il problema è ancora una volta legato ai tempi: serviranno tre o quattro anni per realizzare l’opera e, secondo l’ultima deroga all’autorizzazione, firmata dal Ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani, i lavori non partiranno prima di ottobre 2023. Ciò significa che fino al 2027 non ci sono reali possibilità di sostituire completamente il gas russo. Parallelamente, vanno avanti i progetti per una possibile collaborazione riguardante le energie rinnovabili, in particolare l’idrogeno verde: quest’ultimo sarà oggetto di un dialogo ad hoc tra la ministra dell’energia israeliana, Karine Elharrar-Hartstein, e l’omologo italiano, Cingolani. C’è poi la volontà di allargare la collaborazione dei due Stati a settori innovativi come la robotica la mobilità sostenibile, l’aerospazio e la tecnologia applicata all’agricoltura.
Per quanto riguarda la guerra in est Europa, il premier italiano ha sottolineato il suo sostegno all’Ucraina e l’impegno per la pace, sottolineando lo «sforzo di mediazione» di Israele tra Mosca e Kiev e rilanciando l’impegno comune per scongiurare «la catastrofe alimentare dovuta al blocco dei porti del Mar Nero». La proposta del Premier è quella di creare con la massima urgenza corridoi sicuri per il trasporto del grano: soluzione che era già stata discussa tra Mosca e Ankara e che, purtroppo, rimarrà solo sulla carta, almeno finché non si troverà un accordo per sminare i porti sulle coste ucraine del Mar Nero.
Dopo l’incontro con Bennet, Draghi ha raggiunto a Ramallah il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, dopo aver visitato il memoriale di Yad Vashem: alla luce dei recenti episodi di violenza avvenuti in Palestina, in particolare l’uccisione della giornalista palestinese Shereen Abu Aqleh da parte dei soldati israeliani, il confronto tra i due presidenti appare significativo. Shtayyeh, infatti, ha chiesto esplicitamente al premier italiano un aiuto per rilanciare la soluzione dei «due stati» e per fermare «l’escalation israeliana verso il nostro popolo». Draghi ha, dunque, ribadito l’impegno di Roma per la pace in Medioriente, aggiungendo che «il dialogo deve continuare in modo da riportare fiducia. Dobbiamo continuare a lavorare per ridurre le tensioni a ogni livello e dobbiamo essere uniti nel condannare la violenza e difendere i diritti umani, civili e religiosi». Parole che, considerato lo stretto rapporto del nostro Paese con Israele e il sostanziale silenzio della stampa e della politica italiana sui crimini perpetrati ai danni del popolo palestinese, suonano di circostanza. Significativo il fatto che lo stesso Draghi non abbia pronunciato nemmeno una sillaba sulle violenze di stato che Israele perpetua in Palestina, né sul grande piano di sostituzione etnica approvato da Tel Aviv.
A Ramallah, i due capi di governo hanno siglato sei accordi di cooperazione da 17 milioni di euro, in settori come l’occupazione giovanile, la sanità, la conservazione del patrimonio culturale e la statistica applicata al settore agricolo e salute. Spiccioli che non basteranno certo a mitigare gli effetti sull’economia palestinese dell’occupazione israeliana.
Si tratta ad ogni modo di questioni di contorno, quasi obbligate e in favore di telecamera, al centro rimane il gasdotto Eastmed, nei piani italiani fondamentale non solo per la sicurezza energetica italiana, ma anche per il rilancio di Roma nel Grande Medio Oriente: progetto che, tuttavia, incontra alcune resistenze da parte di Turchia e Stati Uniti. La prima, infatti, teme di rimanere isolata avvantaggiando greci e ciprioti, la seconda non vuole irritare la Turchia, ma soprattutto non vede di buon occhio l’indipendenza energetica europea e italiana che ridurrebbe la sua possibilità di esercitare pressioni geopolitiche. Gli interessi italiani devono trovare spazio, dunque, tra il faticoso percorso di affrancamento dal gas russo e le pretese americane che, quasi sempre, risultano contrarie all’interesse nazionale.
[di Giorgia Audiello]
Eni: Gazprom comunica riduzione del 15% delle forniture di gas per la giornata di oggi
Il colosso russo del gas, Gazprom, ha fatto sapere ad Eni che oggi le forniture di gas saranno ridotte di circa il 15%. A confermarlo è stato un portavoce di Eni, il quale, interpellato dall’agenzia di stampa Ansa, ha appunto affermato che «Gazprom ha comunicato una limitata riduzione delle forniture di gas per la giornata di oggi, pari a circa il 15%», precisando però che «le ragioni della diminuzione non sono state al momento notificate».
Gli indigeni dell’Ecuador lanciano la “rivolta popolare” contro il governo
Lo sciopero nazionale indetto dalla principale organizzazione indigena dell’Ecuador, il CONAIE (Confederacion de Nacionalidades Indigenas de Ecuador), e iniziata il 13 giugno ha visto una rapida escalation nella natura delle proteste quando si è diffusa la notizia dell’arresto di Leonidas Iza, il presidente del CONAIE. Iza è stato prelevato nella provincia di Cotopaxi e detenuto per 24 ore in maniera “illecita, arbitraria e illegittima” secondo il suo avvocato, non essendovi né le prove dei reati né mandati d’arresto a suo carico. Iza aveva dato indicazione di bloccare strade e servizi pubblici in tutto il Paese e stava bloccando, insieme ad alcuni manifestanti, la strada E35 nei pressi di Pastocalle.
Dopo 24 ore di detenzione, Leonidas Iza è stato rilasciato ed è prevista per mercoledì 15 giugno l’udienza di riesame per il suo caso. Il presunto reato ipotizzato nei suoi confronti è quello di aver provocato la paralisi di un servizio, punibile secondo il Codice penale ecuadoriano con la detenzione da 1 a 3 anni. La detenzione del leader del CONAIE ad appena un giorno dall’inizio delle proteste ha scatenato una dura ondata di risentimento tra i manifestanti, che hanno protestato in massa per le strade della provincia di Cotopaxi per richiederne il rilascio.
La mobilitazione nazionale indefinita era stata indetta il 9 giugno dal CONAIE in risposta alla “incapacità e mancanza di volontà del governo”. A seguito di diversi incontri con il governo di Lasso, infatti, non si era riusciti a giungere a una soluzione soddisfacente per le richieste avanzate dal popolo indigeno. Queste vengono riassunte in 10 questioni, tra le quali figurano la richiesta della riduzione e del congelamento del prezzo del carburante, il rifinanziamento dei debiti del settore agricolo per un anno, il controllo dei prezzi dei prodotti agricoli, la fine della precarietà dell’orario di lavoro, la revisione dei progetti di estrazione e il rispetto dei 21 diritti collettivi degli indigeni, tra i quali quello all’educazione bilingue e al ricorso alla giustizia indigena.
Il governo di Lasso ha da subito messo in atto una dura repressione delle proteste, nel timore che queste assumessero i toni delle rivolte dell’ottobre del 2019. In quell’occasione il CONAIE guidò due settimane di forti proteste, violentemente represse dalla polizia, contro l’ex presidente Moreno e il pacchetto di misure economiche elaborato in seguito all’accordo tra il governo ecuadoriano e il FMI per un prestito di 4,2 miliardi di dollari. Dopo due settimane di scontri brutali per le strade di Quito i movimenti indigeni, appoggiati da quelli studenteschi e della cittadinanza, erano riusciti a ottenere il ritiro del decreto. Proprio in ragione di quanto accaduto nel 2019, l’arresto di Iza costituisce un forte segnale da parte del governo.
Il presidente Lasso, che ha attribuito a Iza la responsabilità delle violenze accadute nel corso degli attuali scontri, dopo il suo arresto ha dichiarato l’inizio della “detenzione degli autori intellettuali e materiali di questi atti violenti”, frasi che non hanno fatto altro che inasprire la resistenza indigena, appoggiata anche questa volta da movimenti studenteschi, cittadini ed ex leader della regione, oltre che da numerose organizzazioni per la tutela dei diritti umani nazionali e internazionali.
Il governo ha ribadito che, pur non tollerando gli “atti vandalici”, il dialogo con gli indigeni rimane “aperto”: dichiarazioni cui non viene ormai dato alcun credito da parte dei gruppi indigeni.
[di Valeria Casolaro]
Istat: povertà assoluta ancora ai massimi nel 2021
Secondo i dati dell’Istat, nel 2021 la povertà assoluta in Italia conferma i massimi storici toccati nel 2020 con l’inizio della pandemia di Covid-19. Ad essere in queste condizioni sono circa 1,9 milioni di famiglie – che rappresentano il 7,5% del totale, in leggero calo rispetto al 7,7% del 2020 – e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente). Sale, invece, all’11,1% (dal 10,1% del 2020) il tasso della povertà relativa con 2,9 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà, rispetto ai 2,6 milioni del 2020. L’area più colpita si conferma il Mezzogiorno con il 10% di famiglie che si trovano in povertà assoluta. Seguono il Nord con il 6,7% e il Centro con il 5,6%.








