lunedì 23 Marzo 2026
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Guerra in Ucraina: si intensificano gli scontri per il controllo del Donbass

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L’esercito russo avanza nel Donbass, si intensificano i colpi di artiglieria pesante da parte di entrambi gli schieramenti e Mosca pare essere sempre più determinata a raggiungere gli obiettivi dichiarati dal capo del Cremlino la notte del 24 febbraio. Così, dopo mesi in cui la stampa occidentale non ha fatto altro che parlare di esercito russo in panne – descrivendo le forze di Mosca come una sorta di “armata Brancaleone” allo sbaraglio dotata solo di vecchie armi sovietiche – si è ora costretti a fare i conti con la realtà militare sul campo.
Dopo alcune anomalie nella strategia militare russa durante la prima fase del conflitto, infatti, l’esercito di Mosca, guidato dal generale Alexander Vladimirovich Dvornikov, appare essersi riorganizzato conquistando circa il 20% del territorio ucraino, con l’intento di mettere in sicurezza i territori delle autoproclamate repubbliche del Donbass e la Crimea, dove la Russia possiede una flotta navale strategica nel porto di Sebastopoli. Mosca controlla, dunque, quasi totalmente le regioni di Kherson, Zaporirizhia, Donetsk, Lugansk e Kharkiv, corrispondenti alla fascia sud-orientale del Paese, garantendosi così un accesso totale al Mar Nero, strategico sia dal punto di vista militare che geopolitico.

Mappa aggiornata del conflitto in ucraina, in rosso le zone sotto il controllo russo [Fonte: Wikimedia]
Nelle ultime settimane sono aumentati gli attacchi nella regione di Lugansk, dove imperversano furiosi combattimenti per il controllo della città di Severodonetsk, la cui conquista è fondamentale per il controllo dell’oblast. Al momento la città è ormai completamente in mano ai russi ad eccezione dello stabilimento chimico Azot, dove si sono asserragliati i militari ucraini insieme a centinaia di civili usati come scudi, ripetendo così lo schema di quanto avvenuto a Mariupol nell’acciaieria Azovstal. Nel suo ultimo bollettino, l’intelligence militare britannica ha spiegato che l’occupazione dello stabile chimico servirà probabilmente ad impedire temporaneamente alla Russia di «riassegnare le sue unità per operazioni militari in altre zone». In altri termini, si tratta di un modo per guadagnare tempo da parte dell’esercito di Kiev che ha respinto l’ultimatum russo di arrendersi abbandonando l’impianto attraverso un corridoio predisposto ieri dalle 7 alle 9, ora italiana. La stessa intelligence britannica ha poi sottolineato che «la Russia controlla oltre il 90% dell’Oblast di Lugansk ed è probabile che ne completi il controllo nelle prossime due settimane».

Infatti, mentre si lavora per fare evacuare i civili dall’impianto chimico – nonostante i tre ponti principali fuori dalla città siano stati distrutti –  proprio in questi giorni l’offensiva russa è arrivata ad attaccare da nove direzioni diverse nel Lugansk. Inoltre, continua l’avanzata nell’area di confine tra gli oblast di Donetsk e Kharkiv, dove le forze moscovite hanno conquistato diverse cittadine sulla sponda ovest del Donec.

Se da un lato la morsa russa sul Donbass diventa sempre più pressante, con l’intento di stringere su Slovyansk – nel Donetsk – dall’altra, non mancano di certo risposte di artiglieria pesante da parte dell’esercito ucraino che continua a colpire anche i civili in quelle stesse zone che ormai da otto anni sono assediate dalle forze di Kiev, in quanto russofone e legate culturalmente e politicamente a Mosca. Il tutto nel silenzio della stampa occidentale, evidentemente desiderosa di attribuire la brutalità solo ad una delle parti in causa. In particolare, nella sola giornata di lunedì, si sono registrati 77 bombardamenti nella DPR (Repubblica Popolare di Donetsk), uno degli attacchi più pesanti dal 2015. Quasi tutti i distretti della città di Donetsk erano sotto tiro e sono stati colpiti dalle forze ucraine con mortai, artiglieria a razzo e colpi di munizioni a grappolo, provocando – secondo le fonti locali – cinque morti e quaranta feriti tra i civili.

Negli attacchi, sono stati coinvolti edifici civili, tra cui un ospedale di maternità, chiese, mercati, edifici residenziali e palestre, come testimoniato anche dal fotoreporter italiano presente in loco, Vittorio Rangeloni. Secondo il portavoce della DPR Eduard Basurin, citato dall’agenzia russa Ria Novosti, «il bombardamento è stata un’operazione pianificata dalle forze ucraine per distruggere la popolazione civile». Attacchi che sono effettuati dalle forze ucraine anche grazie alle armi inviate dai Paesi occidentali, le quali spesso vengono distrutte o sequestrate dai russi. A riguardo, il Ministero della difesa russa ha fatto sapere in una nota che «vicino alla città di Zolochiv, nella regione di Leopoli, missili a lungo raggio Kalibr ad alta precisione hanno distrutto un deposito di armi straniere trasferite in Ucraina dai Paesi della Nato, inclusi obici M777 da 155 mm» che sono gli stessi impiegati dall’esercito ucraino negli attacchi contro la DPR.

In generale, negli ultimi due mesi di scontri si è assistito ad una diminuzione delle perdite russe, sia di mezzi che di soldati, e ad un aumento di quelle ucraine, colpite ripetutamente dall’artiglieria russa e dai missili di precisione. In particolare, nella seconda fase del conflitto, Kiev ha perso due enormi depositi di armi e munizioni, uno a Kherson e un altro presso Balaklija, rendendo lo scontro tra i due eserciti sempre più asimmetrico, sebbene Kiev continui ad essere parzialmente supportata dalle forniture occidentali. A riguardo, lo stesso Zelensky ha dovuto ammettere che i soldati russi sono «più numerosi e più forti». Tuttavia, la strategia ucraina appare tuttora orientata alla resistenza a oltranza per mantenere l’integrità territoriale, rinunciando per il momento a qualsiasi trattativa diplomatica, spinta probabilmente in questo anche dal sostegno di alcuni Paesi Nato. Secondo l’intelligence occidentale «questa fase può determinare l’esito a lungo termine della guerra». Vedremo, dunque, fin dove i russi decideranno di avanzare e se Kiev concederà spazio per trattative territoriali come ha suggerito negli scorsi giorni il presidente francese Emmanuel Macron: il capo dell’Eliseo, infatti è stato netto: prima o poi, ha asserito, «il Presidente ucraino e i suoi uomini dovranno negoziare con la Russia per cercare di porre fine alla guerra».

[di Giorgia Audiello]

Mosca accusa Kiev: «ha interrotto evacuazione civili da Azot»

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La Russia ha accusato Kiev di aver interrotto l’evacuazione dei civili dall’impianto chimico Azot di Severodonetsk, lungo il corridoio umanitario verso la città di Svatovo. Secondo il colonnello generale Mikhail Mizintsev, citato dall’agenzia russa Tass, l’Ucraina «avrebbe commesso numerose violazioni del cessate il fuoco durante l’operazione umanitaria». Lo stesso generale ha affermato che «i combattenti ucraini hanno sfruttato la tregua umanitaria per riorganizzarsi in posizioni più vantaggiose e ripristinare la capacità di combattimento, nascondendosi dietro i civili come scudo umano». Fonti ucraine hanno reso noto che nello stabilimento sono presenti 500 civili, tra cui anche 40 bambini.

Ora l’Europa si è accorta di aver acquistato troppi vaccini, e cerca una via d’uscita

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Dopo aver siglato contratti per ingenti quantità di vaccini anti-Covid e forse constatando che le dosi booster vengono rifiutate da un numero notevole di cittadini – basterà ricordare che in Italia, secondo i dati relativi all’8 giugno scorso, la percentuale di copertura per la quarta dose di vaccino sulla platea vaccinabile di persone immunocompromesse era del 36,2% – diversi Stati europei starebbero ora cercando di rinegoziare al ribasso gli accordi sottoscritti con le aziende produttrici. A rivelarlo è stata l’agenzia di stampa Reuters, la quale ha sottolineato che l’obiettivo sarebbe quello di ridurre le forniture di vaccini e di conseguenza diminuire la relativa spesa. Il paese leader in questo tentativo di revisione dei contratti, inoltre, sarebbe la Polonia: secondo quanto riferito alla Reuters da un diplomatico polacco, infatti, la nazione avrebbe più di 30 milioni di dosi in magazzino e dovrebbe acquistarne altri 70 milioni in base agli accordi attuali. In totale però la Polonia ha circa 38 milioni di abitanti, di cui il 59,3% ha completato il ciclo primario di vaccinazione.

La questione della rinegoziazione è stata discussa martedì in una riunione dei ministri della Salute dell’Ue svoltasi a Lussemburgo, durante la quale però il Commissario europeo per la salute, Stella Kyriakides, ha sostanzialmente fatto tornare tutti con i piedi per terra sottolineando che «ci sono sempre due parti in un contratto che devono essere rispettate» e che l’Ue «non può modificare unilateralmente i termini dei contratti». Il tutto probabilmente anche in risposta ad una lettera inviata alla Commissione Ue all’inizio di giugno e vista da Reuters, nella quale il ministro della Sanità polacco Adam Niedzielski insieme alle controparti di Bulgaria, Croazia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania chiedevano appunto una «riduzione delle quantità» dei vaccini ordinati, sulla base del fatto che i contratti sarebbero stati concordati quando era impossibile prevedere come si sarebbe sviluppata l’emergenza sanitaria, ora in netto miglioramento. «Siamo testimoni di un onere eccessivo sui bilanci statali, combinato con la consegna di quantità inutili di vaccini», avrebbero dunque affermato i ministri nella lettera congiunta, aggiungendo che ci sarebbe «un’alta probabilità che le dosi fornite all’Unione europea possano finire per essere smaltite».

In realtà, però, Pfizer e Moderna avrebbero già modificato in parte i loro accordi con l’Ue: tuttavia, riferendosi esclusivamente alla modifica concordata con Pfizer, i ministri avrebbero affermato nella lettera che si tratterebbe di «una soluzione insufficiente e atta solo a ritardare il problema». Sarà forse anche per questo che il Commissario europeo per la salute, Stella Kyriakides, ha dichiarato che la Commissione lavorerà per estendere le consegne oltre quest’anno e distribuirle in un periodo di tempo più lungo. Ad ogni modo, il coltello dalla parte del manico sembrano possederlo le aziende farmaceutiche dato che, secondo quanto riportato dalla Reuters, a maggio un funzionario dell’UE avrebbe affermato in anonimato che gli Stati membri avrebbero probabilmente perso qualsiasi causa legale intentata contro i fornitori. Nel frattempo, il dialogo a livello europeo dovrebbe continuare, con una riunione degli esperti sanitari dell’Ue sulla questione dell’eccesso di offerta che sarebbe prevista per il mese di luglio. Il tema d’altronde risulta essere alquanto importante, poiché se le società farmaceutiche non dovessero esaudire la richiesta di ridurre le forniture di vaccini si prospetterebbe un probabile spreco di denaro pubblico.

[di Raffaele De Luca]

Catalogna: incendi bruciano 1100 ettari di bosco

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Nella regione spagnola della Catalogna, tre incendi hanno ridotto in cenere circa 1100 ettari di boschi, come riportato dai vigili del fuoco locali. Gli incendi sono iniziati mercoledì vicino alle città di Baldomar, Corbera d’Ebre e Castellar Ribera, con un’ondata di caldo che ha portato le temperature a livelli record nella zona. Centinaia di vigili del fuoco sono intervenuti per spegnere le fiamme, impiegando un centinaio di camion e una dozzina di elicotteri. La scorsa settimana in tutta la nazione si sono verificati incendi provocati dalla combinazione di vento e ondate di caldo torrido che non si verificavano dal 1981.

L’inflazione copre il ritorno del nazionalismo alimentare e la crisi della globalizzazione

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L'inflazione rappresenta l'aumento del livello generale dei prezzi nel tempo. Per questo motivo, viene definita anche come la perdita della potenza d'acquisto della moneta. Ciò vuol dire che gli individui, in un contesto inflazionistico, si troveranno a parità di spesa a poter comprare una quantità minore di beni e servizi rispetto al periodo precedente di riferimento (generalmente un anno). Pochi giorni fa, l'inflazione in Italia ha raggiunto cifre record, che i nati dopo il 1986 non avevano mai sperimentato: +6,9% (nel marzo del 1986 fu pari al 7%), trainata dal settore energetico e da quell...

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Senato: ok a riforma Cartabia, è legge

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La riforma Cartabia, relativa all’ordinamento giudiziario ed al Csm, ha ricevuto l’ok da parte del Senato: con 173 voti a favore, 37 contrari e 16 astensioni, è stato infatti confermato il testo già licenziato dalla Camera, che diviene dunque legge. Tra le principali novità della riforma vi è l’aumento dei membri del Csm, che da 24 tornano ad essere 30, lo stop alle “porte girevoli” tra magistratura e politica e l’ammissione di un solo passaggio da pm a giudice e viceversa.

 

Spreco alimentare, in Spagna una nuova legge all’avanguardia

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Il Parlamento spagnolo ha approvato un progetto di legge volto a combattere lo spreco alimentare. L’obiettivo principale della legislazione appena accolta dal Consiglio dei Ministri è di ridurre significativamente le 1.300 tonnellate di cibo sprecato ogni anno in tutta la Spagna, equivalenti a circa 31 chili di alimenti pro capite (stime dell’anno 2020). Il progetto di legge è un buon esempio di economia circolare, dal piano per la prevenzione degli sprechi alle misure volte a trasformare gli alimenti impossibili da consumare o donare. Sono altresì previste sanzioni per chi verrà meno al rispetto della legge, ufficialmente in vigore dal 2023.

Il progetto di legge

Come specificato dal ministro spagnolo dell’agricoltura, della pesca e dell’alimentazione Luis Planas, il nuovo strumento adottato dal Governo consentirà di modificare la catena alimentare dove essa è più inefficiente, giovando all’ambiente ma anche all’economia. Una scelta, quella adottata dalla Spagna, importante poi a livello etico: la legge include progetti collaborativi tra ristoranti, organizzazioni di quartiere e banche alimentari, portando anche le aziende parte della filiera alimentare a presentare piani efficienti contro gli sprechi.

Medie e grandi imprese dovranno dare in donazione qualsiasi alimento prima della data di scadenza e se possibile, la frutta non vendibile dovrà essere trasformata (in marmellata o succo, ad esempio) e non gettata via. Anche se dovesse risultare impossibile l’utilizzo ultimo della frutta come prodotto alimentare, questa sarà lungi dall’essere sprecata. Il Governo suggerisce di utilizzare la frutta ormai troppo matura o rovinata per l’alimentazione animale o la produzione di biocarburanti e fertilizzanti. Le aziende della filiera alimentare che non rispetteranno le linee guida imposte, potrebbero incorrere in ingenti multe, da un minimo di duemila euro fino ad arrivare a 500mila euro.

Doggy bag e cibo “imperfetto”

Altro punto fondamentale del progetto di legge è quello che riguarda il cibo consumato nei ristoranti, troppo spesso avanzato e poi sprecato per noncuranza. In media un terzo di ciò che viene ordinato nei ristoranti diviene spazzatura, ma basterebbe la cosiddetta Doggy bag promossa ora anche dal Governo spagnolo per limitare le conseguenze negative del pranzo o della cena fuori casa. La Doggy bad o doggie bag è un termine derivante da una buona abitudine statunitense e ancora poco diffusa in Europa, quella di chiedere ai camerieri un contenitore soprannominato appunto “Doggy bag” per portare via gli avanzi del proprio pasto. Negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna e in Francia, sono gli stessi garçon a confezionare ciò che i clienti hanno lasciato sul piatto, così da dare ai cibi che altrimenti andrebbero sprecati una seconda chance.

“Anche l’occhio vuole la sua parte”, ma evitare di presentare alimenti buoni e salutari solo perché “brutti” è troppo spesso causa di insensati sprechi alimentari. Motivo per cui altra manovra prevista dal disegno di legge approvato in Spagna sarà quella di proporre ai supermercati e ai negozi linee di vendita per prodotti “Brutti, imperfetti o poco attraenti”. La volontà della Spagna è poi promuovere il consumo di prodotti stagionali, locali e biologici, educando alla reale comprensione del significato dei tre termini. I “veri” prodotti della terra che rispettino i reali cicli naturali senza l’impiego di dissertanti, pesticidi e ausili chimici vari non sono mai stati perfetti e tutto quel che appare poco attraente è in realtà ben più naturale e salutare di alimenti tanto perfetti da sembrare finti.

Non “punire” ma dare l’esempio

Ed è proprio sull’educazione dei cittadini, dando loro buon esempio, su cui il Governo spagnolo ha deciso di concentrarsi. Nonostante sia stato appurato come gran parte dello spreco alimentare sia domestico, la legislazione vuole puntare sul dare il buon esempio pratico anche attraverso campagne educative, una strada probabilmente ben più efficace rispetto al multare i cittadini per i comportamenti adottati in casa.

La Spagna è avanguardista, e gli altri Paesi?

La legge spagnola rappresenta una svolta molto importante visto che nel mondo quasi un miliardo di tonnellate di cibo finisce nel cestino e i rifiuti alimentari sono causa di circa il 10 percento delle emissioni di CO2.

In questo modo il Paese europeo si allinea anche con l’Obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, relativo proprio allo spreco alimentare. Il 12esimo Goal stabilito dall’ONU indica infatti di dimezzare entro il 2030 lo spreco alimentare globale pro capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori, riducendo le perdite di cibo durante le catene di produzione e di fornitura, comprese le perdite del post-raccolto.

Intanto in Europa anche Francia e Italia hanno adottato provvedimenti contro il cibo che ogni anno diviene spazzatura, con vere e proprie leggi o “semplicemente” l’impegno dei cittadini, sempre più sensibili a tematiche di rispetto ambientale. La Francia nel 2016 è stato il primo Paese a vietare ai supermercati di distruggere i prodotti alimentari invenduti e l’Italia, nello stesso anno ha reso più facile ad aziende e agricoltori il donare cibo, promuovendo anche la buona pratica delle Doggy bag nei ristoranti (Legge Gadda).

[di Francesca Naima]

Suicidio assistito, morto “Mario”: è il primo in Italia

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L’Associazione Luca Coscioni ha reso noto che “alle 11.05 è morto Mario” (Federico Carboni), il 44enne tetraplegico di Senigallia che aveva ottenuto l’autorizzazione per il suicidio medicalmente assistito. È la prima volta che viene applicata la procedura in Italia. Nei giorni scorsi, Fabio Ridolfi, pur avendo ottenuto il via libera dal Comitato etico, ha dovuto optare per una “scelta di ripiego” – la sedazione profonda – non avendo ricevuto dalle autorità competenti le indicazioni sulle modalità e sul farmaco da somministrarsi.

Germania, la Procura diventa ministro della Verità: giornalista indagata perché “filo-russa”

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Alina Lipp
Alina Lipp

Le autorità tedesche stanno indagando sulla giornalista Alina Lipp per i suoi articoli e messaggi sulla guerra in Ucraina. La reporter pubblica aggiornamenti sul conflitto attraverso il proprio canale Telegram dalla Russia e dal Donbass. L’accusa mossa dalla Procura ad Alina Lipp è di aver “premiato e approvato reati penali”, in riferimento all’aggressione di Mosca a Kiev: per questo motivo rischia una multa o tre anni di carcere. Nel frattempo le sono stati congelati dei fondi sul conto tedesco “per evitare trasferimenti verso banche russe”. Anche PayPal ha deciso di schierarsi, bloccando il suo account e quello del padre.

Dopo la notizia dell’avvio delle indagini pubblicata da Alina Lipp su Telegram, parte dell’opinione pubblica tedesca si è mobilitata, con diversi giornali che hanno titolato: “Avere un’opinione dissenziente è punibile in Germania“. L’accusa nei confronti della reporter fa riferimento a una norma disciplinata dall’articolo 13, paragrafo 1, del VStGB (Codice dei crimini contro il diritto internazionale), che riguarda la conduzione di guerre di aggressione o qualsiasi altro atto di aggressione “che, per sua natura, gravità e portata, costituisce una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite”. Secondo l’ufficio del procuratore, “Alina Lipp mostra costantemente di essere solidale con la guerra della Russia contro l’Ucraina”. Tra gli esempi citati, vi è un messaggio risalente al 24 febbraio in cui la giornalista ha scritto: “La denazificazione è iniziata”. Allo stesso periodo risale un suo rapporto pro-Donbass, in cui viene ripetutamente affermato che l’esercito ucraino ha attaccato i russi della regione negli ultimi otto anni.

Alina Lipp è, inoltre, finita nel mirino dell’Institute for Strategic Dialogue (ISD), think tank con sede a Londra che fornisce servizi a governi e organizzazioni private in merito all’informazione a alla contro-narrativa rispetto all'”estremismo”. L’ISD sostiene l’idea di una “rete” di giornalisti e influencer che veicolano la propaganda russa, per questo motivo ha pubblicato nelle scorse settimane una serie di nomi “a rischio”: tra questi, spicca quello della reporter tedesca Alina Dipp.

[Di Salvatore Toscano]

Si aggrava la siccità nel nord Italia: in decine di Comuni arrivano le autobotti

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Nelle ultime ore, in decine di Comuni di Piemonte e Lombardia sono entrate in azione le autobotti per l’approvvigionamento perché “i serbatoi locali afferiscono a sorgenti che non ci sono più”. Così, mesi di siccità – con alcuni territori in cui non piove da 110 giorni – iniziano a ripercuotersi sulla quotidianità di agricoltori e allevatori nonché dei cittadini. Il Piemonte è tra le regioni più interessate dal fenomeno, con l’Autorità distrettuale del fiume Po che ha sottolineato come la situazione “sia in peggioramento” e uno studio del Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua che ha evidenziato come il raddoppio di una linea AV tra Torino e Lione provocherà la fuoriuscita dalla falde montane di un quantità d’acqua equivalente al fabbisogno annuo di 600.000 persone.

La Pianura padana è alle prese con la crisi da siccità più grave degli ultimi 70 anni. Nei giorni scorsi Utilitalia, la federazione che riunisce le aziende che distribuiscono l’acqua potabile, aveva chiesto a 100 comuni piemontesi e a 25 del bergamasco di sospendere l’erogazione durante la notte allo scopo di consentire un ripristino dei livelli dei serbatoi. In diversi comuni sono state firmate ordinanze riguardanti “il razionamento dell’acqua per uso idropotabile”. «Nel Ferrarese, un bacino di circa 250mila persone, abbiamo chiesto di prelevare meno acqua possibile», ha dichiarato Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità distrettuale del Fiume Po – Ministero transizione ecologica (AdPo-MiTe). Il razionamento sta riguardando anche il mondo dell’agricoltura durante il periodo in cui ci sarebbe maggiore bisogno di acqua per portare a maturazione le colture. L’assenza di una piovosità invernale significativa è stato il fattore diretto determinante: si pensi che a causa di mancanza di piogge degne di nota per oltre 100 giorni, nel mese di marzo, il deficit idrico ha registrato perfino un -92%. Il risultato è stato che il Po ha raggiunto i suoi minimi storici di piena: un mese fa, il livello è sceso di ben 2,7 metri rispetto allo zero idrometrico più basso registrato a ferragosto del 2021. A contribuire alla crisi idrica sono stati poi le ridotte precipitazioni nevose sulle Alpi e l’aridità del terreno, quest’ultimo legato in gran parte all’assenza di piogge.

[Di Salvatore Toscano]