Il caso di Chico Forti: da 23 anni rinchiuso negli USA per “sensazione di colpevolezza”

L’Everglades Correctional Institution è un’enorme ottagono di gabbie bianche al piano terra. Un inferno di sbarre e porte blindate buttato in mezzo al nulla delle paludi, alle spalle della sfavillante Miami: l’altra faccia della Florida, forse la zona più selvaggia di tutti gli Stati Uniti, dietro all’oceano da cartolina coi ristoranti, le fuoriserie, le ville con piscina e la gente patinata a bordo vasca. Più di seimila chilometri quadrati, un milione di acri: acqua e verde a perdita d’occhio. Un fiume di erba, lo chiamano così, un fiume pieno di coccodrilli, caimani e alligatori. Il posto ideale dove piazzare un carcere di massima sicurezza, livello 5. Un posto dove ti prendono l’anima e la mettono sotto vuoto, e raramente te la restituiscono. Fu progettato e realizzato come manicomio e deve proprio esserci un destino per tutti e per tutto, perché il problema più grande dei quasi 1800 detenuti che ci vivono dentro non è tanto evadere, ma non impazzire. Specialmente se ti hanno messo in cella 23 anni fa, buttando via la chiave, per un omicidio per cui ti hanno condannato senza nessuna prova, anzi “per una sensazione di colpevolezza”, sono le incredibili parole della stessa corte di Miami, senza nessuna possibilità di fare appello, e da allora urli al mondo che sei un innocente. E che lì dentro non ci dovevi nemmeno entrare.

Le promesse mancate

Dal 15 giugno 2000, cioè da quando ha messo piede dentro un carcere americano con una divisa azzurra e con una sentenza di condanna all’ergastolo come presunto colpevole, Enrico Forti non fa che ripetere a se stesso che l’incubo finirà, prima o poi. Lo conoscono tutti come Chico, Chico Forti, anche se da quasi un quarto di secolo gli hanno appiccicato sul petto un cartellino col numero di matricola, DC 199115. È un italiano che da allora chiede giustizia e aspetta di tornare in Italia, tutti i giorni, da troppi anni. Un pensiero triste per tutti quelli che da tempo si battono per tirarlo fuori da lì, in prima fila anche Andrea Bocelli. E una spina nel fianco per i nostri governi, che si sono arresi in fila indiana all’impotenza politica e istituzionale di fronte all’amministrazione degli Stati Uniti. L’ultimo esecutivo aveva già venduto la pelle dell’orso, il suo ritorno in patria per continuare a scontare in Italia l’ergastolo che in Florida gli hanno dato in un processo senza prove a suo carico, ma squisitamente indiziario: un’abominio giuridico. Con troppa fretta e ben poco realismo, due anni fa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva perfino raccontato la vittoria del nostro paese in questa battaglia di civiltà, visto che la Convenzione di Strasburgo è stata firmata da 68 paesi tra i quali anche Washington, a suo tempo. E per questo, forse, due anni fa il governato della Florida ha accettato l’istanza di Chico che si è appellato a quel testo, per ottenere di poter proseguire la detenzione nel proprio paese. Forti, però, è ancora in gabbia in Florida. Dopo una sfilza di anni a Everglades, ci è entrato poco dopo la sua apertura, è finito parcheggiato in un carcere dove i detenuti addestrano i cani, una dozzina di golden retriever, e i cani aiutano i detenuti a immaginare che non ci siano le sbarre alle finestre. Cambiato il governo, il dossier Forti si è spostato un’altra volta ed ora è planato sulla scrivania di Giorgia Meloni, forse l’ultima occasione di riportare a casa Chico. Il problema più grosso è che gli americani evidentemente non si fidano di noi: Ron De Santis, paisà e governatore repubblicano dello Stato, ha firmato “con riserva” l’istanza del detenuto Forti. Era il 23 dicembre 2020, sembrava un regalo di Natale, il regalo che Chico aspetta da un giorno d’estate di tanto tempo fa, ma non è cambiato ancora nulla.

Visita a Capodanno

Pochi giorni fa, a Capodanno, sono andati a trovarlo in cella alcuni degli amici che in tutto questo tempo ha trovato per strada: c’era anche Jo Squillo, nel gruppo che ha varcato la soglia del carcere per portargli un sorriso e buttare un po’ di benzina sulla fiamma della speranza. In questi lunghi anni, sono nati e fioriti comitati, raccolte firme, donazioni. Pensare che in America, Chico Forti ci era andato proprio per un grande e colorato sogno americano, lui che è nato in montagna e ha scelto l’acqua, e il mare, per seguire il proprio istinto. Un trentino del ’59 che ha passato un terzo della vita nelle prigioni yankee, ora ha 63 anni, e che a poco più di 20 anni era già un campione del windsurf, tra europei e mondiali. Fu anche ricevuto dal Papa, a Roma, insieme ad alcuni colleghi, per rappresentare la tavola a vela in Vaticano. Nei filmati ormai di repertorio, naviga con acrobazie tra le onde, come quando si è buttato col windsurf dall’albero maestro di una nave ed è planato sull’acqua, quaranta metri di volo: col senno di poi, forse, una moderna metafora di Icaro. Ha chiuso con lo sport praticato a nemmeno 30 anni, non prima di aver però scalato una montagna piuttosto aspra, la parete est del Monte Bondone: impresa ancora oggi riuscita a pochi.

Da TeleMike a Miami

Sembrava una storia ripiegata come una vela senza vento, dopo tanta gloria, e invece il colpo di coda è arrivato sulle braccia della Dea bendata: il 4 giugno 1990, ospite di Mike Buongiorno a TeleMike, vince un bel gruzzolo di 86 milioni rispondendo a domande sul suo sport praticato e preferito. Per Chico, lo chiamavano già tutti così, è la svolta. E il biglietto per il suo sogno americano che realizza due anni dopo, volando in Florida per cercare fortuna e successo. Resta nel mondo degli sport estremi, dove realizza documentari e poi intraprende la carriera di produttore tv. Non disdegna nemmeno il mercato immobiliare, gli affari ingranano bene e vanno avanti anche meglio. L’ex campione di windsurf compra casa a Williams Island, quartiere da ricchi di Miami. Sposa una modella, Heather Crane, e in pochi anni mette su famiglia con tre figli. Va tutto a gonfie vele per lui abituato, a farsi spingere dalle correnti. Chico l’eroe dei due mondi: dal Trentino all’Oceano Atlantico sembra una favola a lieto fine, ma diventa ben presto una scivolosa discesa negli incubi e in un baratro che non si è ancora richiuso.

L’hotel della coca e dei vip

La sua odissea giudiziaria, la vicenda di un cittadino italiano risucchiato dentro ad un labirinto di giudici e poliziotti non proprio custodi della legge, trattato come un pollo da spennare da balordi compagni di viaggio con curricula di tutto rispetto, comincia quando un amico tedesco gli propone di fare qualche affare in società. Si chiama Thomas Knott e ha un passato da truffatore incallito. In Germania è stato condannato a 6 anni per avere fatto raggiri con carte di credito, in Florida si presenta come maestro di tennis e per qualche misterioso motivo, anche lui vive nell’esclusivo quartiere di Chico Forti. Da intermediario, siamo nell’autunno del 1997, gli presenta Tony Pyke che è un suo vecchio amico, nonché compagno di merende per le truffe alle assicurazioni, con le quali chiedevano rimborsi per fittizi addebiti sulle carte. Pyke è un inglese che a Chico Forti si presenta come proprietario del Pykes Hotel di Ibiza, una specie di Mecca del jet-set e dei vip che negli anni ’80 ci hanno consumato furibonde nottate a suon di cocaina, sesso e alcolici.

Il Gatto e la Volpe

[Da sinistra Thomas Knott e Tony Pike]
Un personaggio piuttosto eccentrico, questo Pyke che è scomparso nel 2019, a 84 anni, dopo lunga battaglia contro un male incurabile. I giornali inglesi hanno raccontato la sua vita come una leggenda, ricordando le follie che ha orchestrato e spesso condiviso coi suoi ospiti, come nel 1987 per il 41esimo compleanno di Freddie Mercury, uno di quelli di casa tra le sue piscine e le camere. Una festa di tre giorni con 500 inviti e si sono presentati in 700, nani che giravano con vassoi colmi di coca e 350 bottiglie di Moet Chandon stappate per gli ospiti. O il celeberrimo video “Club Tropicana” che gli Wham hanno girato proprio al Pykes, quando il titolare si è poi vantato di aver dormito con George Michael, dando all’hotel la consacrazione e lanciandolo di prepotenza nell’orbita delle star che ci facevano vacanze e soggiorni. Per non parlare di Julio Iglesias, a cui era stata dedicata una suite. Naomi Campbell e Kate Moss, regine delle passerelle di moda del tempo, erano orgogliosamente amiche di Tony Pyke che agli occhi di Chico Forti, già dentro al mondo del business e dei vip americani, deve essere apparso come una ghiotta opportunità, anche se caduta un po’ nell’oblio: potenza di uno che veniva chiamato Mister Ibiza, o Hugh Hefner di Ibiza. Del resto, a Miami, Chico Forti era conosciuto come The Bilionaire, il miliardario, e per la coppia Knott-Pyke, il Gatto e la Volpe moderni, intravedere un campo dei miracoli dove raccogliere tanti zecchini d’oro, ossia dollari, deve essere stato un gioco da ragazzi.

Compravendita con truffa

Dopo avergli presentato Pyke, Knott da intermediario propone a Forti di acquistare il Pykes, un posto leggendario che però al momento se la passava piuttosto maluccio. I bei tempi delle feste coi vip erano finiti da tempo, l’hotel era in perdita e ogni anno chiudeva con buchi di decine di migliaia di euro. E soprattutto, Pyke nel frattempo ne aveva perso la proprietà che era di alcune società off-shore: l’ex mister Ibiza ne controllava solo alcune quote di minoranza. Evidentemente non poteva venderlo, ma Chico Forti non ha realizzato che il sogno di mettere le mani sul tempio vip degli anni ’80, dove Grace Jones andava a flirtare con Pyke sotto agli occhi di sua moglie, era in realtà un colossale raggiro della premiata coppia. Per questo è stato poi prosciolto dall’accusa di truffa a cui era stato sottoposto dalle autorità americane, mentre Knott è stato condannato a 15 anni e poi – lui sì – mandato a scontare la pena in Germania. Davanti ad un notaio, Chico Forti comunque firma il preliminare di acquisto e versa la caparra a Pyke, 25mila dollari, evidentemente senza sospettare il tranello e la truffa. Il contratto prevede un termine per giugno o dicembre dell’anno successivo, ma a febbraio succede quello che ha stravolto la vita di Chico Forti e che lui ha sempre definito qualcosa di totalmente estraneo a lui.

Un cadavere a Sewer Beach

Tony Pyke, nel frattempo tornato in Europa, convince proprio Chico a dare un’opportunità al figlio, Dale, che lui stesso aveva allontanato nove anni prima perché beccato a rubare nella cassa del proprio hotel e per alcune faccende di droga, rispedendolo in Australia dove era nato. Dale Pyte quindi ha una seconda opportunità e non se la fa sfuggire. Arriva a Madrid e poi da lì prosegue per Miami, col biglietto pagato da Chico Forti e coi creditori alle calcagna, una tradizione di famiglia: l’italiano, che ha accettato di dargli un lavoro e una sistemazione per suggellare col padre l’accordo di compravendita del Pyke (dal quale viene tenuto fuori Knott, visto che nel frattempo e pur tardivamente, Chico ha capito con chi aveva a che fare), va a prenderlo all’aeroporto di Miami il pomeriggio del 15 febbraio 1998. Dale Pyke chiede a Chico Forti di lasciarlo al Rusty Pelican, un ristorante vicino a Key Biscane, ci arrivano verso le 19. Dale Pyke verrà trovato cadavere il giorno dopo sulla spiaggia di Sewer Beach: un surfista scopre il suo corpo nudo, in posizione prona. Accanto a sé la carta di imbarco del volo Iberia con cui è arrivato negli US e quella di ingresso nel paese, oltre ad un portachiavi dell’hotel Pykes. L’uomo è stato ucciso da due colpi calibro 22 sparati alla testa. Per Chico Forti inizia l’odissea nel sistema giudiziario americano che ne fa da subito il capro espiatorio di un delitto che avrebbe meritato indagini molto più accurate e ampie. Invece gli inquirenti dimostrano di avere una tesi già pronta, e un colpevole pronto da incastrare, nonostante le tante incongruenze e le tante contraddizioni delle indagini. Chico Forti viene convocato come persona informata dei fatti e per 14 ore viene torchiato dalla polizia, senza la presenza di un avvocato e quindi mettendolo subito in una posizione critica e non conforme alle leggi.

La pistola sparita

Durante l’interrogatorio viene messo sotto pressione, usano vecchi trucchi da film poliziesco come raccontargli che è stato ucciso anche Tony, il padre di Dale Pyke, che lui avrebbe dovuto incontrare a New York per l’affare del Pykes. Chico va in tilt nervoso e, come racconterà dopo, viene travolto dalla paura e si sente minacciato. Nega di aver mai incontrato l’australiano, al suo arrivo in Florida, e questa bugia gli costerà praticamente l’ergastolo. Non ci sono altre prove che dimostrino il suo coinvolgimento nell’omicidio. Anzi, la pistola calibro 22 utilizzata per compiere il delitto e che gli viene attribuita, non verrà mai più ritrovata. In realtà, era stata comprata da Thomas Knott che nell’occasione si era fatto prestare la sua carta di credito, lo ha confermato il commesso dell’armeria, e che, al contrario di Forti, avrebbe avuto anche il movente per uccidere Pyke, visto che avevano litigato per telefono prima del suo arrivo negli Stati Uniti e visto che il figlio dell’albergatore aveva capito il gioco sporco fatto dal tedesco. Chico Forti, comunque, detiene regolarmente una calibro 38 e che al controllo risulta pulita. Le tracce di Dna prelevate da un guanto ritrovato accanto alla vittima non gli appartengono. Anche sui granelli di sabbia ritrovati sul gancio traino della sua Range Rover, secondo l’accusa provenienti dalla spiaggia di Virginia Key dove si è consumato il delitto, ci sarebbe molto da approfondire: una successiva perizia ha accertato che potevano in realtà appartenere a qualsiasi altro litorale della zona.

Prove manipolate

Nonostante quello che ha tutta l’apparenza di un processo già fatto e di una sentenza già presa, il procuratore Reid Rubine che sostiene la pubblica accusa insieme a Gail Levine, ci mette la bellezza di 28 mesi per imbastire le indagini e la messa sotto accusa di Chico Forti. Un tempo enorme, per i tempi della giustizia nordamericana. Il giudice Victoria Platzer, dopo un processo lampo durato 24 giorni, pronuncia la sentenza di condanna all’ergastolo come “felony murder”, ossia come delitto compiuto in esecuzione di un altro reato, nel caso la presunta truffa di Chico ai danni di Pyke, padre e figlio. In realtà, l’unico truffato è stato proprio l’ex surfista e infatti Forti viene prosciolto dagli otto capi di imputazione per frode di cui era accusato. Il giudice Platzer, in aula, dice anche qualcosa che poi nega di aver mai pronunciato, e che suona circa così: non ho le prove che sia stato lei a premere il grilletto, ma sono sicura che è stato lei a disporre questo delitto. Chico Forti, in sostanza, viene condannato per l’omicidio come mandante senza movente e in concorso con nessun altro, perché è l’unico imputato al processo. Il procuratore afferma che “non c’è spiegazione per l’enormità e molteplicità di bugie che ha detto Chico Forti, se non il fatto che sia colpevole”. L’avvocato Donald Bierman, “ottimista” all’inizio del processo insieme agli altri avvocati di Forti, ha presentato una parcella milionaria al loro, racconta che nell’arringa finale, nella quale negli Stati Uniti non è prevista replica delle parti, la pubblica accusa abbia manipolato le prove e mentito alla giuria, alcuni membri della quale hanno poi denunciato forti pressioni per decidere la condanna dell’italiano. Il giudice ha poi completato l’opera, sempre secondo Bierman, applicando la legge in modo scorretto.

“In tribunale vince chi la racconta meglio”

Il quadro che emerge dal processo a Chico Forti è un inquietante spaccato della macchina giudiziaria statunitense, un ingranaggio infernale che ha stritolato un imprenditore e un padre di famiglia italiano che ha avuto sicuramente la colpa, grave, di fidarsi quasi ciecamente di personaggi piuttosto loschi e balordi. Lontani i tempi delle evoluzioni al vento col suo windsurf, Chico è finito in un girone dantesco di affaristi, maneggioni e poliziotti dalle condotte molto discutibili. Dan Grech, all’epoca cronista per l’Herald Tribune, dopo aver dichiarato la propria sorpresa per la condanna, vista la totale mancanza di prove a carico in un processo costruito esclusivamente su indizi, ha spiegato molto efficacemente come funzionano le cose in un’aula di tribunale US: “In tribunale non viene premiata la ricerca della verità, ma la migliore narrazione dei fatti, quella che è più convincente per la giuria che deve decidere. Per questo, i migliori avvocati sono anche quelli più bravi a raccontare una versione dei fatti più accattivante”. The more money you have, the better story you can tell: più soldi hai, migliore sarà la storia che potrai raccontare.

Le ombre del giallo Versace

Il paradosso, però, è che Chico Forti ha speso una fortuna per affrontare il processo, ed era solo il primo grado. Le spese legali sono arrivate ad un miliardo di lire, quindi forse qualche domanda sulle qualità di “storytelling” dei suoi avvocati è lecito farsela. Nel tempo infinito che ha passato rinchiuso tra le mura verdognole dell’Everglades, Chico ha molto più prosaicamente elaborato un pensiero molto netto su tutto quello che gli è successo e gli succede: una vendetta feroce nei suoi confronti da parte della polizia della Florida. Che non ha gradito per nulla, lo dicono in molti, il documentario da lui prodotto sul delitto Versace ai tempi in cui era film-maker. “Il sorriso della Medusa” venne venduto e trasmesso da Rai 3 e in Francia. Nell’inchiesta tv lunga circa un’ora, si ricostruiscono le ultime ore di vita di Andrew Philip Cunanan, il serial killer che l’anno precedente alla sua condanna, nel 1997, ha ammazzato quattro persone in due settimane, ex amanti e amici dell’omicida che era gay e praticava la prostituzione d’alto bordo, prima di uccidere Gianni Versace con due colpi di pistola, davanti alla sua lussuosa residenza in Florida. Il documentario di Chico solleva molti dubbi su tutta la vicenda, a cominciare dal reale coinvolgimento di Cunanan, e soprattutto esclude il suo suicidio finale nella casa galleggiante di Miami assediata dalla polizia e per i diritti della quale, Forti aveva sborsato fior di quattrini, al fine di svolgere le riprese. Poco dopo essere acquistata dall’imprenditore italiano, la casa stranamente ha un incidente e affonda parzialmente, verrà poi demolita come pericolo per la navigazione nella baia. Il sorriso della Medusa squarcia il velo sull’operato della polizia della Florida sul caso Versace e pone seri dubbi sul suo comportamento. “Non penserai di accusare impunemente i poliziotti di Miami senza averne conseguenze”, qualcuno disse a Forti qualche mese prima del suo coinvolgimento come accusato nel delitto Pyke.

Vittima di una vendetta

Nelle interviste rilasciate dalla pancia di Everglades, dove i detenuti devono compiere un percorso tracciato per terra per raggiungere familiari ed amici in visita, e dove i colloqui sono interrotti ogni dieci minuti da un operatore, Chico Forti non ha mai nascosto la convinzione di essere vittima di una ritorsione dai piani alti del sistema giudiziario: “Sono in un ambiente dove la vita di una persona vale 200 dollari”, ha detto guardandosi intorno al tavolo dei colloqui. “Qui ci sono persone che non hanno più nulla da perdere, se dovessero uccidere qualcuno, perché come me sono dentro all’ergastolo. E non so quanto mi convenga, in questo momento e prima dell’appello, sostenere le mie verità che andrebbero a ledere certe persone diciamo molto importanti”. Suona come un atto di accusa molto grave, tanto più che Chico Forti ha fatto anche i nomi degli agenti che accusa: Gary Schiaffo, detective impegnato nel caso Versace, il tenente Campbell, responsabile delle indagini a suo carico insieme al sergente Carter e al detective Gonzales, che lo hanno interrogato dopo la scoperta del cadavere di Dale Pyke. Forti cita anche la FBI, che avrebbe ammesso, nel 2000, che le prove scientifiche alterato hanno condizionato 2500 casi giudiziari, mandando alla sedia elettrica o alla morte in carcere 14 detenuti innocenti. Il problema più grosso, uno dei motivi per cui per lui dall’Italia è sorto una specie di fiume sotterraneo di comitati e gruppi di persone che chiedono di scarcerarlo e riportarlo in Italia, è che per sei volte gli è stato negato l’appello, l’ultima nel 2009: resta un condannato a fine pena mai con un solo grado di giudizio, tenendo anche presente che negli Stati Uniti la revisione del processo si può chiedere e ottenere solo se emergono fatti o prove nuove rispetto al primo grado. Qualcuno, in realtà, ha anche detto che gli è andata anche bene, perché ha rischiato la pena di morte.

Dagli anni Venti al Duemila

Come è successo a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due emigranti italiani che nel 1927 furono mandati alla sedia elettrica, a Boston, dopo un processo in cui erano accusati di duplice omicidio e nonostante una forte pressione dell’opinione pubblica, anche dall’Italia, per scarcerarli. “Due bastardi anarchici”, disse di loro il giudice Webster Tayer, dimostrando tutta l’imparzialità con cui ha emesso la loro sentenza di condanna. Settant’anni dopo, Chico Forti ha raccontato: “I poliziotti che mi hanno arrestato, mi hanno accusato in modo fasullo e lo hanno anche ammesso. Mi hanno trattato con disprezzo, dicendo gli italiani qui o sono mafiosi o sono banditi. Hanno strappato le foto dei miei figli e ci hanno sputato sopra, aggiungendo che non ci sarebbe stata nessuna simpatia da parte loro per me”. Dagli anni Venti al Duemila, da Boston a Miami, l’aria non sembra cambiata moltissimo.

[di Salvatore Maria Righi]

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5 Commenti

  1. Basta ricordarsi della strage del Cermis: marines piloti americani tranciano il cavo di una funivia e muoiono 20 persone. Estradate quasi subito non hanno subito condanna per aver violato le regole.Ustica ? L’Italia per l’amministarzione Americana è una delle tante colonie! Ho vissuto 5 anni negli States, la popolazione è principalmente buona e molto ignorante, le istituzioni comandano con pugno di ferro! ti tritano se non ti americanizzi ed il brain wash è diffuso come una religione! quello che hanno fatto ai nativi è significativo e lo stesso atteggiamento cercano di adottarlo con tutti i paesi non asserviti.Esportano democrazia come una missione per conto di Dio che si sono creati e lo fanno in modo subdolo e feroce.
    Certo, nonostante tutto, sempre meglio l’America che la Cina!

  2. Il potere di chi comanda e tira i fili, il potere occuto che in ogni Paese decide le sorti dei cittadini e dello Stato, è il nostro vero nemico; qui in Italia 40 anni di stragi senza colpevoli, coperte da segreto militare, nessuna giustizia per le vittime, in America Chico Forti in carcere senza prove a suo carico. Dobbiamo diventare cittadini consapevoli, occhi aperti e informazione libera, solo così cambieremo le cose .

  3. Un Grazie doveroso a Marco Mazzoli dello zoo di 105 (quello a destra nella foto). Nell’articolo non viene citato ma detto dallo stesso Chico è Grazie a lui se la storia si conosce in Italia. Mazzoli ha raccontato la storia a Gaston Zama delle Iene che ci ha fatto tipo 4 ore di resoconto.
    Portiamo a casa!!

  4. È ora che lo tirino fuori da quella prigione… e che ci mettano quelli che festeggiavano di averlo fatto (rif. Di maio) almeno per qualche mese per capire come gira… Amanda è bastato che venisse in Italia la Clinton e il giorno dopo Frattini gliela messa sull’ aereo per casa e non si è ancora capito se era colpevole o no..arrivata in America giù merda per l’Italia… siamo succubi e comandati dagli americani dalla seconda guerra mondiale ( più di 120 basi militari americane in Italia e 0 basi italiane in America) decidono tutto loro .. e se sbagliano giudizio non tornano indietro…vedi il povero Chico ..se era israeliano il mossad lo riportava a casa in tre giorni…i nostri politici sono fantocci….Chico libero.. Chico libero

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