Ucraina, via libera all’iter di accesso all’UE: c’è l’intesa degli Stati membri

L’Unione europea ha compiuto un passo decisivo verso l’ingresso dell’Ucraina tra i Paesi membri, dando il via libera all’apertura dei primi capitoli negoziali. La decisione – che, oltre a Kiev, riguarda anche la Moldova – è stata annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: sarà formalizzata lunedì 15 giugno a Lussemburgo durante la prima conferenza intergovernativa. Per Kiev l’avvio del percorso rappresenta un obiettivo strategico, reso possibile dopo il superamento del veto ungherese. Tuttavia, le persistenti criticità interne – dal tentato ridimensionamento degli organi anticorruzione agli scandali su tangenti, passando per il controllo governativo sull’informazione – alimentano più di un dubbio sulla reale tenuta democratica del Paese.

Il processo di adesione diretta all’UE prevede, nello specifico, un percorso a sei passi, detti “cluster”. L’apertura di ciascun capitolo richiede l’approvazione unanime di tutti i 27 governi dell’UE e il diritto di veto può bloccare i negoziati se si ritiene che i Paesi candidati stiano regredendo sulle riforme. «Oggi – hanno dichiarato in un comunicato congiunto il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen – l’Unione europea ha fatto un grosso passo avanti. Lunedì, nella prima conferenza intergovernativa, apriremo il cluster dedicato agli aspetti fondamentali, la spina dorsale del processo di adesione». Secondo i due leader, il via libera «testimonia la determinazione, il coraggio e l’impegno dimostrati da entrambi i Paesi nel portare avanti le riforme, anche di fronte a immense sfide». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accolto la notizia con favore, scrivendo sui social: «L’apertura del primo cluster rappresenta un sostegno politico e morale significativo per il nostro Stato e il nostro popolo».

L’accordo è giunto dopo che il nuovo esecutivo ungherese guidato da Peter Magyar ha revocato il veto che durava da due anni sotto l’esecutivo Orban, a seguito di un’intesa con Kiev sui diritti della minoranza ungherese in Ucraina. Gli ambasciatori dei Ventisette hanno approvato venerdì sera la posizione comune, corredata da una tabella di marcia sullo Stato di diritto e da un piano d’azione sulle minoranze. L’Ucraina punta ad aprire tutti i cluster già entro l’estate. «Siamo grati per il sostegno e l’unità di tutti i membri dell’Ue», ha dichiarato il viceministro Taras Kachka, aggiungendo che «l’Ucraina si aspetta di aprire a breve i successivi gruppi tematici».

Un’accelerata all’iter di integrazione europea dell’Ucraina si era manifestata a fine aprile, con le conferme arrivate dalla commissaria all’Allargamento, Marta Kos, nell’ambito della riunione del Consiglio europeo in cui era stato dato il via libera al prestito da 90 miliardi di euro al Paese (grazie anche al decadere del veto di Orban) e contestualmente approvato il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. A fine maggio, poi, le indiscrezioni pubblicate dal portale europeo Euractiv avevano menzionato un funzionario anonimo che affermava come la Commissione intendesse aprire il primo capitolo negoziale sull’adesione di Kiev pochi giorni prima rispetto alla riunione del Consiglio a cui l’esecutivo europeo avrebbe avanzato formalmente la proposta. Uno scenario confermato dai fatti.

A questo punto, è bene fare un passo indietro e ricordare alcuni fatti della cronaca politica recente ucraina, che hanno al centro proprio le tentate riforme messe in campo da Zelensky. Nemmeno un anno fa, il presidente ucraino ha cercato di far passare una legge per eliminare l’indipendenza i due organi anticorruzione ucraini, la NABU (l’Ufficio Nazionale Anti-Corruzione ucraino) e la SAPO (la Procura Speciale Anti-Corruzione), che stavano indagando sul caso di corruzione che ha coinvolto decine di figure vicine al presidente tra parlamentari ed ex parlamentari, 31 delle quali allora ancora in carica. Zelensky aveva addotto come motivazione non meglio specificate «influenze russe». A costringere il presidente a fare un passo indietro era stata la stessa UE, i cui funzionari lo avevano avvisato che un provvedimento simile avrebbe messo a repentaglio l’adesione all’Unione. Una volta ritirata la legge, la presidente della Commissione UE von der Leyen si era complimentata con Zelensky per il «passo positivo» nel proseguire con le riforme.

Pochi mesi dopo, lo scandalo sulla corruzione negli uffici governativi è esploso nel Paese. Tra le figure di maggior rilievo coinvolte vi sono l’ex ministro dell’Energia, German Galushenko, dimessosi a novembre 2025 dopo l’esplosione del caso e riassegnato al ministero della Giustizia, l’ex vice primo ministro Oleksiy Chernyshov e un ex consigliere di Zelensky. Tutti sarebbero coinvolti in un giro complessivo di tangenti del valore di 100 milioni di dollari, destinati a proteggere le centrali elettriche dal sabotaggio russo e in realtà sottratti da alcuni funzionari a partire dal 2022. Risulta tutt’ora in vigore, peraltro, il decreto presidenziale firmato da Zelensky all’indomani dello scoppio della guerra – legato alla legge marziale – attraverso cui sono stati accorpati tutti i canali TV ucraini e creata «un’unica piattaforma informativa» per «un’informazione strategica», la United News. La stessa misura prevedeva la limitazione alle attività condotte da 11 partiti politici ucraini d’opposizione, alcuni dei quali accusati di legami diretti con Mosca.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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