Sette donne uccise ogni mese. È la media dei femminicidi in Italia nel 2025: 84 in un anno, cui si aggiungono, dall’inizio del 2026, altri 19 casi accertati e tre ancora in fase di verifica, oltre a 39 tentati omicidi documentati dalle cronache. A ucciderle è quasi sempre chi dice di amarle: il partner nel 52,8% dei casi, l’ex nel 26,1%, un parente nel 10,7%. Solo una vittima su dieci è stata colpita da uno sconosciuto. E secondo l’Istat, quasi una donna italiana su tre – il 31,99% della fascia 16-75 anni – ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
L’evoluzion...
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… ma siete rincretiniti? con 84 e più femminicidi in un anno…
ci dobbiamo preoccupare di non turbare la pace familiare e la tranquillità del maritino ?
Ringrazio innanzitutto Matteo Gracis per aver autorizzato la pubblicazione di questo articolo, nonostante in passato abbia più volte contestato l’utilizzo della parola “femminicidio”, ritenendolo semplicemente un omicidio e mettendo in discussione la dimensione sistemica della violenza di genere.
Premesso questo, ho apprezzato molto il lavoro della giornalista, che a mio avviso espone con chiarezza molti dei temi centrali del femminismo contemporaneo.
C’è però un punto che mi suscita un dubbio. Se un Centro Antiviolenza gestito da Lucha y Siesta chiude perché un’altra associazione si è aggiudicata il bando pubblico, è corretto affermare che “chiudono i CAV” oppure sarebbe più corretto dire che “chiudono i CAV gestiti da Lucha y Siesta”? Mi sembrano due affermazioni molto diverse.
La mia domanda è questa: il problema è la riduzione dei servizi antiviolenza oppure il fatto che quei servizi non siano più gestiti da quella specifica associazione?
Inoltre, il femminismo è composto da correnti e sensibilità differenti. Non dovrebbero avere diritto di esistere e operare anche altre associazioni femministe, pur con approcci diversi da quello di Lucha y Siesta?
Infine, mi chiedo se talvolta alcune realtà del movimento non rischino di riprodurre, al proprio interno, dinamiche di egemonia o di esclusione verso altre associazioni che hanno visioni differenti.
Grazie se vorrete rispondere.
Valeria Civale
Grazie se riceveró una risposta
Valeria.civale@gmail.com
Mi sembra che nel dibattito sul consenso si trascurino alcuni aspetti base della giurisdizione italiana, che fortunatamente prevede la presunzione di innocenza per i reati penali. Lo stupro è un reato giustamente considerato contro la persona e giustamente punito con severità (eventualmente non ancora sufficiente); ma non può essere accusato qualcuno in assenza di prove di averlo commesso, come avverrebbe per un omicidio o qualunque altro reato penale. Spesso le vicende sentimentali comportano dei retroscena di rancore, rabbia e gelosia che potrebbero anche portare a false denunce, qualora si potesse essere accusati per stupro semplicemente perché non si può “dimostrare” di avere avuto un consenso formale (in quale forma poi lo si immagina questo consenso? Un modulo web? Un foglio con marche da bollo o simili? In caso di matrimonio si potrebbe concordare un consenso a lungo termine, o anche in quel caso giornaliero e occasionale?). Non credo che abolire la presunzione di innocenza per i reati penali possa essere un bene per i cittadini italiani.
Sottoscrivo appieno: non si puo’ lasciare un tema cosi’ delicato e pervasivo alla lente di visione di alcune femministe arrabbiate.