Il procuratore che accusò Netanyahu è stato cacciato dalla Corte Penale Internazionale

Karim Khan non è più il procuratore capo della Corte penale internazionale (CPI). L’Assemblea dei 125 Stati membri ha votato la sua destituzione con un’ampia maggioranza, ponendo così fine al suo mandato. La decisione è stata presa in seguito a presunte “condotte inappropriate” e “molestie” che Khan avrebbe rivolto a una collaboratrice. Si tratta di accuse sempre smentite dall’interessato, mai esaminate dalla magistratura ordinaria e vagliate solo in un procedimento interno, nel quale al procuratore scozzese non è stata concessa la partecipazione alla seduta conclusiva. Le accuse sono emerse con un tempismo che ha sollevato più di un sospetto: dopo che Khan era diventato noto per aver condotto, nel 2024, le indagini sul premier israeliano Benjamin Netanyahu e sull’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, chiedendo e ottenendo dai giudici della CPI un mandato di arresto internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele a Gaza.

in seguito a mesi di polemiche legate alle accuse di molestie e condotte sessuali inappropriate nei confronti di una collaboratrice. Il giurista britannico ha però respinto ogni addebito, annunciando battaglia sul piano legale e sostenendo che il procedimento abbia violato i suoi diritti fondamentali. La sua uscita di scena arriva dopo un mandato segnato da forti tensioni internazionali, soprattutto per la decisione di chiedere l’arresto del premier israeliano Benjamin Netanyahu.

La decisione è stata presa nel corso di una sessione straordinaria dell’Assemblea degli Stati parte, riunita a porte chiuse nella sede delle Nazioni Unite a New York. La votazione, avvenuta a scrutinio segreto, ha visto 82 Paesi esprimersi a favore della destituzione (la maggioranza assoluta richiesta era di 63 voti). 13 gli Stati che hanno votato per mantenerlo in carica; 15, invece, hanno optato per l’astensione. Khan, 56 anni, era già sospeso dalle sue funzioni dopo aver deciso di farsi temporaneamente da parte nel maggio 2025. Alla base della rimozione ci sono le accuse di una collaboratrice, che ha denunciato di aver subito contatti sessuali non consensuali tra la primavera del 2023 e quella del 2024 durante missioni ufficiali e in luoghi collegati all’ufficio della Procura. Secondo documenti emersi nei giorni scorsi, l’organo direttivo della Corte aveva raccomandato la destituzione ritenendo che vi fosse stata una grave violazione dei doveri d’ufficio e ipotizzando anche tentativi di ostacolare la denuncia della dipendente.

L’ex procuratore ha sempre respinto le accuse. Attraverso i suoi avvocati ha annunciato che impugnerà la decisione «con tutti i meccanismi legali disponibili», affermando che il voto sia stato adottato con una procedura irregolare e lesiva delle garanzie fondamentali. La difesa afferma che non gli sarebbe stato consentito di presentare le proprie argomentazioni né di partecipare alla seduta decisiva, mentre anche ai suoi legali sarebbe stato impedito di intervenire. Secondo il collegio difensivo, inoltre, le regole procedurali sarebbero state modificate durante l’iter disciplinare e l’Assemblea avrebbe ignorato le conclusioni di un panel indipendente di esperti legali, nominato dagli stessi organi della Corte, secondo cui l’indagine non avrebbe dimostrato una condotta illecita con lo standard richiesto «oltre ogni ragionevole dubbio». La difesa sostiene anche che il caso abbia implicazioni che vanno oltre la posizione personale dell’ex procuratore, sostenendo che l’indipendenza della Corte rischi di essere compromessa se i suoi funzionari eletti possono essere rimossi attraverso procedure considerate politicamente condizionate o in contrasto con le valutazioni di organismi giudiziari indipendenti.

Proprio nel 2024 Khan era diventato uno dei volti più noti della giustizia internazionale dopo aver chiesto ed ottenuto i mandati di arresto nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Contestualmente aveva chiesto mandati anche per tre leader di Hamas: Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif. Da quel momento, Khan aveva denunciato di essere stato sottoposto a forti pressioni e minacce, provenienti anche da esponenti del Senato degli Stati Uniti. Washington ha successivamente imposto sanzioni nei confronti di diversi funzionari della Corte, compreso lo stesso procuratore. A ogni modo, la destituzione non modifica i procedimenti già avviati dalla Corte. I mandati di arresto emessi dalla CPI restano validi e possono essere revocati esclusivamente dai giudici. Nel frattempo si aprirà la procedura per la nomina del nuovo procuratore capo.

Nel frattempo, gli Stati Uniti d’America hanno accolto con favore la decisione dell’Assemblea. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Tony Pigott, ha scritto che «è positivo che non sia più in carica», aggiungendo però che si tratta soltanto di «un piccolo ingranaggio di un’istituzione irrimediabilmente corrotta» e ribadendo che la scelta non modificherà i piani di Washington nei confronti della Corte penale internazionale.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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