La magistratura normalizza l’uso dell’intelligenza artificiale

Il Consiglio superiore della magistratura (CSM) ha aggiornato le proprie raccomandazioni sull’uso dell‘intelligenza artificiale nel contesto della giustizia, facendo evolvere l’implementazione dell’IA generativa da uno stadio esplorativo e prudenziale verso una fase più prettamente operativa. Questo passaggio, per quanto discreto, inizia a definire le aspettative delle istituzioni nei confronti di questa tipologia di strumenti e il quadro applicativo che si prospetta per il futuro degli uffici giudiziari. La pratica, approvata in seduta consiliare il 22 luglio 2026, può essere sintetizzata in un principio di base: gli strumenti possono essere integrati nelle operazioni che coinvolgono atti giudiziari, ma solo nella misura in cui restano confinati alla fase analitica e ricostruttiva del processo, senza incidere sulle valutazioni giuridiche, interpretative o decisionali che spettano al magistrato. In sostanza, l’IA può essere impiegata per alleggerire i passaggi più burocratici del mestiere e per organizzare meglio le informazioni raccolte, ma non dovrebbe, almeno secondo l’ideale promosso, influenzare in alcun modo le valutazioni della magistratura.

La supervisione umana resta dunque obbligatoria, tanto più che il CSM ha aperto l’uso degli strumenti di IA anche a contesti che potrebbero risultare problematici se trattati con leggerezza. Questi strumenti potranno infatti essere impiegati per ottenere sintesi degli atti giudiziari – con il rischio che eventuali “allucinazioni” ne travisino i contenuti –, ma anche per compilare i moduli degli atti, compresi quelli d’arresto, e per sviluppare confronti tra le questioni giuridiche e quelle probatorie. Si tratta certamente di passaggi sensibili dell’attività della magistratura, tuttavia non è un “liberi tutti”: le IA non potranno essere impiegate per valutare le prove o per redigere i provvedimenti giurisdizionali.

L’aggiornamento delle linee guida fa esplicito riferimento alla sperimentazione di Microsoft 365 Copilot nella gestione degli atti giudiziari, riconoscendo allo strumento una distinzione gestionale tra la versione destinata ai consumatori e quella impiegata per l’uso interno del Ministero. Il Ministero della Giustizia ha ricevuto rassicurazioni proprio da Microsoft circa il fatto che i dati trattati dal modello sono custoditi entro i confini italiani, che sono state introdotte soluzioni per etichettare in modo specifico i documenti sensibili da tutelare e che, in generale, le informazioni giudiziarie non finiranno per addestrare modelli di IA gestiti da un’azienda statunitense.

Le garanzie fornite da Microsoft rientrano nella politica aziendale denominata Residenza Avanzata dei Dati, una pratica gestionale pensata per le esigenze di istituzioni e imprese che desiderano mantenere la residenza dei propri dati, evitando che informazioni sensibili o segreti aziendali finiscano, per vie traverse, ad alimentare i modelli generativi. Allo stesso tempo, la magistratura raccomanda la buona pratica di inserire nel sistema solamente ciò che è necessario e, ove possibile, di anonimizzare o pseudonimizzare i dati, così da ridurre ogni forma di rischio derivato – un’indicazione che, a ben vedere, segna un calo dei requisiti dettati dall’impostazione precedente, nella quale l’anonimizzazione era richiesta come condizione assoluta, non come semplicemente raccomandazione.

D’altronde, l’aggiornamento approvato dal CSM evidenzia come Copilot sia uno strumento non del tutto adeguato alle reali esigenze del Ministero della Giustizia. Il modello, come molti altri suoi simili, è stato addestrato su un bacino di dati estremamente ampio ed eterogeneo, il che fa sì che la sua generazione stocastica non sia calibrata per l’attività giudiziaria. Certo, può essere adattato alle necessità del caso, ma non sarà mai perfetto. Per questo motivo viene evidenziata la necessità di un’IA dedicata, capace di massimizzare l’affidabilità delle proprie risposte: una priorità che non dovrebbe essere quella di risultare convincente e assertiva, bensì quella di garantire in modo immediato la tracciabilità delle fonti e la verificabilità dei propri output.

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.

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