Il calcio italiano sapeva come salvarsi, ma ha scelto di non farlo

Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi. La frase più celebre del Gattopardo ben descrive il disastro della nazionale italiana di calcio e, stando agli sviluppi più probabili, anche il riassetto del sistema dopo le dimissioni di Gravina. C’è stato però un momento, subito dopo il primo grande tonfo seguito alla vittoria dei mondiali del 2006, in cui il calcio italiano sembrava essere sulla soglia di una rivoluzione. Lo fece affidandosi a Roberto Baggio, che produsse un documento di quasi mille pagine con al centro il potenziamento dei vivai, la coltivazione del talento e il contrasto ai favoritismi. Quel piano però è finito abbandonato in un cassetto della federazione e il calcio degli scandali e dei disastri ha continuato inesorabilmente a fare il suo corso. 

Il gattopardismo e la continuità del post-Gravina 

L’Italia non sarà parte della spedizione americana. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia ed Erzegovina segnala terza eliminazione di fila ai mondiali di calcio, materializzando uno scenario mai visto prima. Subito dopo la notte di Zenica è iniziato il valzer di accuse tra mondo politico e istituzioni calcistiche, culminato con le dimissioni sofferte di Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Gravina non è però altro che la punta di un iceberg molto più profondo, come certificato dal plebiscito che ha portato alla sua (ri)elezione nel 2025, con il 98,7% dei voti. Ne è conseguito un consiglio federale estremamente fedele a Gravina, che ha deciso di non seguire il presidente nella rassegnazione delle dimissioni ma di continuare fino al 22 giugno, quando l’assemblea federale eleggerà la nuova dirigenza. 

Roberto Baggio, il cui piano proposto per rinnovare il calcio italiano è rimasto inattuato

A meno di sorprese, il prossimo presidente della FIGC sarà uno tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, rappresentanti in qualche modo del vecchio sistema costruito nel corso degli anni. Il primo, 67 anni, per un decennio volto del potere sportivo italiano e in ultimo presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026; il secondo, 75 anni, già presidente della FIGC, dimessosi dopo la prima mancata qualificazione ai mondiali, nel 2014. Quattro anni prima c’era stato il tonfo in Sudafrica, con l’uscita dell’Italia ai gironi, a seguito della quale la FIGC di Abete nominò Roberto Baggio presidente del settore tecnico. L’obiettivo era intercettare quei primi segnali di fallimento ed evitarne la diffusione. Nel 2011 l’ex Pallone d’Oro italiano produsse, insieme a decine di collaboratori, un lungo documento che proponeva diverse soluzioni per rifondare il sistema calcistico del nostro Paese. Presentato al Consiglio Federale, il progetto venne liquidato in un quarto d’ora, con la promessa di uno stanziamento di dieci milioni di euro per la sua attuazione. Dalle parole ai fatti la FIGC ha smarrito la strada dell’attuazione, e la rivoluzione auspicata dal “Divin codino” non è nemmeno iniziata. Di fronte allo stallo, Baggio rispose con le dimissioni, lasciando l’incarico nel gennaio 2013. Al TG1 mostrò il dossier: «900 pagine, una ricerca e un programma per rinnovare il calcio italiano. L’ho presentato nel 2011 ed è rimasto per un anno lì. Ho tratto le conclusioni. Io non amo occupare le poltrone, ma amo fare. L’obiettivo era rinnovare dalle fondamenta la formazione dei bambini e dei ragazzi, con l’obiettivo di crescere buoni calciatori ma soprattutto buone persone». 

Vivai, talento e imprevedibilità 

La storia calcistica è costellata di tonfi e delusioni. Sono parte integrante del gioco e in qualche modo gli conferiscono una tendenza egualitaria. La differenza sta nella reazione alle sconfitte. C’è chi decide di cambiare completamente rotta, come la Germania dopo il disastro di Euro 2000, e chi invece lavora sulla facciata, lasciando intatte le logiche strutturali che la sorreggono. Nel 2011 Baggio intercettò il deficit qualitativo della nazionale italiana di calcio, nonché dei club che, dopo essere stati protagonisti in Europa per circa un ventennio, stavano vivendo il personale canto del cigno con il trionfo dell’Inter in Champions League. 

Ciò che aveva in mente Baggio era un cambiamento epocale del sistema calcistico italiano, con al centro i giovani, per liberarlo da logiche clientelari e corruzione (soltanto cinque anni prima c’era stato lo scandalo Calciopoli delle partite truccate). L’idea era quella di un calcio virtuoso, aderente per davvero ai valori che si vantava di trasmettere: solidarietà, gioco di squadra, senso di responsabilità. Si doveva partire dagli allenatori, non più mister improvvisati ma maestri, formati da varie figure, tra cui ex calciatori professionisti. La selezione sarebbe diventata dunque più rigida, subordinata al raggiungimento di competenze trasversali, relative non solo all’aspetto tecnico ma anche a quello pedagogico ed emotivo. In questo modo l’allenatore si sarebbe affermato come figura educativa completa, inserita in un ambiente formativo. La tecnica, che una volta abbondava sulle spalle dei numeri 10 del calcio italiano, andava liberata dalle gabbie della fisicità: un’ossessione che non solo esclude i giovani dai vivai ma mortifica anche la creatività, soprattutto nei più piccoli. Meno schemi e più esercizi specifici, come palleggio e dribbling; lavoro sull’imprevedibilità e sulla costruzione del gioco: da qui passava un buon pezzo del calcio semplice ma rivoluzionario di Baggio, volto a formare calciatori pensanti e non meri dipendenti della tattica. Baggio immaginava dunque dei settori giovanili fondati non solo sulla coltivazione del talento ma anche della morale calcistica. Il lavoro dell’allenatore non si esauriva con la dimensione tecnica (prima) e tattica (poi) ma si estendeva alla trasmissione di tutto il potenziale sociale dello sport. 

Il potenziamento della rete infrastrutturale sul territorio diventava cruciale, soprattutto nell’ottica di osservare nuovi talenti: un database nazionale, diffuso su cento distretti federali, avrebbe monitorato i giovani e la loro crescita, incrociando schede tecniche e risultati raggiunti nelle competizioni territoriali. Era di fatto un’anticipazione di ciò che il calcio europeo sarebbe diventato da lì a poco con la diffusione della match analysis, quel complesso di attività volto a fornire dati sulle prestazioni individuali e di squadra. I cento distretti avrebbero dovuto essere affiancati da centri federali, dotati di servizi e personale, e messi in contatto coi vivai presenti sul territorio. Lo sviluppo informatico e infrastrutturale avrebbe permesso al calcio italiano di compiere in tempo il salto verso l’innovazione, non perdendo terreno nei confronti dei principali avversari europei. Nella visione di Baggio, la connessione tra ragazzi e territori andava poi integrata al mondo dell’università e della ricerca (settore storicamente sottofinanziato in Italia), nonché a un centro studi permanente. Legare teoria e pratica concorreva all’obiettivo di elaborare dati affinché si innescasse un processo innovativo sul piano atletico, tecnico e tattico. 

Dal piano Baggio ai conti con la realtà 

Gabriele Gravina, dimissionario dopo l’ennesimo fallimento mondiale, simbolo di un sistema che cambia volto ma non direzione

Il piano Baggio, nel suo complesso, è rimasto lettera morta. Nel 2015 è stato avviato un timido programma di scouting, ispirato ai centri federali immaginati dall’ex Pallone d’Oro. In dieci anni sono state aperte appena 35 strutture operative, un terzo di quelle previste da Baggio nel suo dossier. Quest’ultimo, se implementato integralmente, avrebbe reso le società più resilienti dal punto di vista economico, con un bacino più ampio e talentuoso di giovani calciatori da cui attingere sul territorio. Di riflesso sarebbero stati colpiti i giochi di potere che ruotano intorno alle nuove leve, tra raccomandazioni, corse agli sponsor e megalomania dei procuratori. Un settore rinnovato nelle sue fondamenta, rivoluzionato da un punto di vista culturale oltre che tecnico, avrebbe di certo cozzato con le storture del calcio italiano. Soltanto l’anno scorso ha fatto scalpore l’inchiesta realizzata da Le Iene, riguardante il giro di affari per giocare in Serie C. Secondo questa pratica di scouting a pagamento “basterebbero” 30mila euro per diventare un calciatore professionista in una competizione, la Lega Pro, segnata da scarsità di infrastrutture e fallimenti sistemici, esasperando una condizione diffusa. L’ultimo caso, in ordine temporale, è quello della Ternana, messa in liquidazione nel bel mezzo del campionato. 

Se nel modello immaginato da Baggio i giovani erano perno centrale, in quello odierno sembrano piuttosto delle galline dalle uova d’oro. È la conseguenza della cosiddetta riforma Zola introdotta nel 2024 dalla FIGC. Si tratta di incentivi economici ai club che impiegano i ragazzi del settore giovanile. «Dalla stagione sportiva 2025-26 le premialità per l’impiego dei giovani provenienti dal settore giovanile arriveranno sino al 400%, il doppio rispetto a quanto già previsto per il campionato in corso», scriveva entusiasta la Lega Pro. Al di là degli scopi nobili, relativi a un maggiore impiego dei ragazzi, la realtà sul campo dice altro. I club tendono infatti a costruire le rose in base a quanti bonus possono ottenere, anche sacrificando il talento, meno remunerativo a breve termine: un ragazzo più giovane sarà tendenzialmente preferito a un compagno di squadra più grande, dal momento che i premi dipendono dall’età, oltre che dal minutaggio. Alla luce di ciò, gli allenatori sono costretti dalle necessità economiche delle società a turnover fittizi, che puntano non tanto a far crescere i ragazzi quanto piuttosto a incassare i soldi della federazione. Meccanismi simili per l’impiego dei giovani sono da anni in vigore anche nelle leghe minori, come la Serie D. In questo sistema assumono spazio e potere gli sponsor e i procuratori, veri protagonisti del calcio moderno. In una recente intervista a CBS Sport, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ha accusato la FIGC di ricevere «soldi sottobanco da agenti per convocarli in nazionale. È poco professionale, ma sta accadendo in Italia». 

Il disastro italiano in numeri 

I festeggiamenti dell’Italia U19 che ha vinto gli europei disputati a Malta nel 2023. Fonte foto: FIGC

Il talento – migliorabile in termini qualitativi e quantitativi attraverso investimenti su vivai e infrastrutture – non è improvvisamente scomparso. Il problema è la sua valorizzazione sul lungo periodo. Lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti dalla nazionale italiana nelle competizioni Under. Nel 2023 l’Italia U19 ha vinto gli europei e l’anno dopo la selezione U17 ha fatto lo stesso, conquistando anche un terzo posto ai mondiali. Gli affanni del sistema, come visto, si palesano successivamente, quando questi giovani devono fare il loro debutto nel calcio professionistico, avere continuità e centralità nei progetti, come avviene negli altri grandi Paesi europei, Spagna su tutti. A delineare il quadro è l’ultima relazione presentata da Gravina subito dopo le dimissioni: da cui emerge che «la Serie A italiana è il 49° campionato al mondo (su 50 monitorati) per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la nazionale, con appena l’1,9%». È questo il manifesto del disastro calcistico italiano, colpevole della (mancata) gestione del talento e di mortificare la passione di migliaia di giovani. «Il confronto tra l’impiego nelle prime squadre di club, in Italia e nel resto d’Europa, dei calciatori che conquistano i trofei giovanili è impietoso: i calciatori spagnoli che hanno disputato il Campionato Europeo Under 19 nel 2023 (vinto dall’Italia) non giocano più nei campionati giovanili e hanno minutaggi quasi doppi in prima divisione e quasi sei volte maggiori in partite di coppe europee rispetto ai loro omologhi italiani». Le conseguenze, oltre che strettamente sportive, sono anche economiche: «Nella classifica dei primi 50 settori giovanili al mondo per ricavi decennali dalla vendita di calciatori “formati in casa” ce ne sono solo due italiani (Atalanta e Juventus)». Ancora, si legge nel rapporto, «l’Italia è ultima, dopo (nell’ordine) Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra e Germania, per ricavi complessivi generati nell’ultimo decennio da trasferimenti internazionali di calciatori formati nel Paese». Il dossier pubblicato da Gravina si concentra poi sulla relazione tra la dispersione del talento giovanile e il progressivo impoverimento della qualità tecnica. «La Serie A non rientra tra i primi dieci campionati europei per metri percorsi in sprint ed è, tra i primi 5 campionati europei, l’ultima per dribbling a partita; la velocità media della palla in gara è molto più bassa (7,6 m/s) della media della UEFA Champions League (10,4 m/s) e di quella degli altri campionati europei più importanti (9,2 m/s)». 

Lo scarso coinvolgimento dei giovani, la carenza di infrastrutture, l’ossessione per la fisicità e l’atrofia del talento restituiscono un’equazione da cui è difficile scappare senza stravolgimenti materiali e culturali, come quelli proposti da Baggio. Nonostante i fallimenti della nazionale e dei club, i tempi non sembrano tuttavia maturi e all’orizzonte si profila una nuova stagione dell’equilibrismo all’italiana, dove affinché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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