Un numero sempre più grande di albanesi richiede a gran voce le dimissioni del primo ministro Edi Rama e la ricostruzione di una nuova classe politica, lontana dalla corruzione istituzionale che ritengojno ormai endemica nel governo del Paese. Da ormai un mese, tutti i giorni intorno alle 19.00 nella capitale Tirana, le persone accorrono per manifestare ed esprimere il proprio dissenso contro un sistema che non le rappresenta più e il numero dei partecipanti non vede battute d’arresto. Nelle ultime mobilitazioni sono state più di 200.000 le persone che sono scese in piazza, dando vita a un movimento che è divenuto il più grande e partecipato dal 1990, anno della caduta del comunismo nel Paese.
La cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri” nasce per protestare contro la costruzione del resort di lusso finanziato da Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e situato nell’area costiera protetta di Vjosa-Narta, che ospita l’omonima laguna e le isole di Sazan e Zvernec. Il progetto è stato ufficializzato nel 2024, grazie ad una serie di emendamenti approvati dal parlamento albanese con lo scopo di superare le limitazioni ambientali e poter edificare quei progetti definiti “strategici”. Sebbene già da allora presero piede le prime mobilitazioni contro la decisione del parlamento albanese di approvare i suddetti emendamenti e nel corso degli anni si siano verificati vari episodi di protesta contro i casi di corruzione in seno al governo, la situazione è esplosa definitivamente nel maggio del 2026. La mattina del 30 maggio attivisti ambientalisti hanno attraversato l’area protetta per dirigersi nella zona predisposta al cantiere, dove erano già state portate le attrezzature edili destinate ai lavori. La violenza con la quale sono stati allontanati i manifestanti dal luogo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: i video dell’azione ambientalista e della rispettiva repressione sono diventati presto virali e la risposta della popolazione è stata immediata. Il magma del malcontento albanese ha fatto il resto. Rapidamente quelle manifestazioni nate contro un progetto turistico che rischia di abbattere ettari di un territorio ospitante una biodiversità estremamente delicata sono dilagate in un movimento di rivolta contro le responsabilità dell’intera classe politica albanese. Nel mirino delle proteste c’è anche il rappresentante dell’opposizione Sali Berisha, che sebbene abbia alimentato la rivolta popolare, ha incontrato la contrarietà del movimento, che ha denunciato l’iniziale adesione del politico al progetto di Kushner.
La risposta di Edi Rama è stata inequivocabile. Secondo il primo ministro le proteste sono il frutto di un fenomeno digitale alimentato da fattori esterni, tra i quali spiccherebbero legami con l’Iran, l’opposizione a Donald Trump e il lavoro di gruppi “anti-israeliani”. Difatti, sempre secondo Rama, la questione ambientale sarebbe totalmente marginale alle proteste, che invece sarebbero esplose a causa del peso politico legato alla figura di Jared Kushner. Come è comune in questi casi, il premier albanese ha scelto di soffermarsi sui presunti benefici che il resort porterebbe al paese, tra cui la collocazione dell’Albania tra i luoghi più importanti per il turismo mondiale e la creazione di 10.000 posti di lavoro.
Sebbene questo progetto valichi il mero sfruttamento turistico e trovi posto in una questione geopolitica complessa, nella quale confluiscono fondi israeliani, sauditi, oltre che interessi strategici statunitensi, l’approvazione del resort si trova perfettamente in linea con i piani dell’amministrazione Rama, che da tempo ha dato vita ad una vera e propria svendita del paese albanese. La trasformazione urbanistica della capitale Tirana, ad esempio, di cui Edi Rama è stato sindaco dal 2000 al 2011, è l’esempio perfetto di una programmazione politica che vuole rendere il paese il magnete degli investimenti stranieri, a danno delle reali necessità della cittadinanza. La speculazione immobiliare e la gentrificazione nella capitale hanno portato ad un rigonfiamento dei prezzi, che attualmente si collocano tra i 2000 e i 6000 euro al metro quadro e che, secondo le previsioni, potrebbero raggiungere i 10.000 euro nei prossimi dieci anni. Tutto ciò a fronte di uno stipendio medio mensile pari a meno di 960 euro.
Le proteste hanno inoltre catturato l’attenzione delle istituzioni europee. L’UE, seppur in maniera poco incisiva, ha espresso preoccupazione riguardo al progetto che interessa l’area protetta di Vjosa-Narta. In una risoluzione adottata dal parlamento europeo in merito alla questione, viene richiesta l’abrogazione degli emendamenti approvati dal parlamento albanese nel 2024 e una moratoria immediata sulle nuove procedure di autorizzazione, costruzione e sugli interventi di sviluppo nelle suddette aree. Secondo la risoluzione, gli emendamenti andrebbero contro gli standard ambientali dell’UE e queste condizioni non sarebbero negoziabili per l’adesione dell’Albania nell’Unione Europea.
Il fuoco delle proteste è divenuto oramai implacabile. Sebbene il primo ministro Edi Rama sia ancora lontano dal prendersi le responsabilità dietro ad un malcontento che serpeggia da mesi, le persone che accorrono quotidianamente a manifestare hanno chiaro che solo in questa maniera potranno ottenere qualcosa.






Perché dal 1920 quando salì al potere il fascismo, non abbiamo ancora letto mai:
Il fuoco delle proteste { IN ITALIA } è divenuto ormai implacabile!