Durante la tratta atlantica degli schiavi, oltre 10 milioni di persone sono state rapite e deportate. Per più di 4 secoli, navi cariche di donne, uomini e bambini sono partite dal continente africano verso i Caraibi e le Americhe, alimentando il sistema di schiavitù su cui le potenze coloniali hanno basato il proprio sviluppo. Pochi mesi fa, a marzo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito la schiavitù transatlantica «il più grave crimine contro l’umanità» della storia. A promuovere la risoluzione A/80/L.48 è stato il Ghana, che ha rilanciato la questione ospitando una conferenza internazionale partecipata dall’Unione africana e dalla Comunità dei Caraibi (CARICOM), massimi rappresentanti regionali. Al termine del vertice, le parti hanno adottato una dichiarazione congiunta, invocando la giustizia riparativa di fronte alla schiavitù subita. Le richieste spaziano dalle scuse formali ai risarcimenti economici e si inseriscono in un più ampio quadro di riassetto economico e politico influenzato dal multipolarismo.
Dal 17 al 19 giugno Accra, la capitale del Ghana, si è trasformata in sede del dibattito mondiale sulla schiavitù. Il luogo scelto per la conferenza — il Castello di Christiansborg, noto anche il Castello di Osu — era connotato da una forte carica simbolica, essendo una delle ultime strutture che donne, uomini e bambini vedevano prima della deportazione. Oggi il Castello di Christiansborg ha fatto da sfondo all’unione di due comunità, accomunate dall’obiettivo di ottenere giustizia per i propri antenati e spezzare le catene, ancora tese, dello sfruttamento economico. Il vertice di Accra, dal titolo Prossimi passi, dà continuità alla risoluzione promossa dal Ghana e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU. Quest’ultima, oltre a riconoscere la schiavitù transatlantica come «il più grave crimine contro l’umanità», ha aperto la strada alla giustizia riparativa.
Decine di delegazioni — riunitesi sotto l’egida dell’Unione africana e della Comunità dei Caraibi — hanno adottato un piano comune per dare seguito al traguardo raggiunto in sede ONU. In 18 punti, le parti lese chiedono scuse formali ai Paesi che hanno tratto beneficio dalla schiavitù transatlantica, riparazioni economiche (come il risanamento del debito sotto il controllo delle Nazioni Unite) e la restituzione di opere d’arte trafugate. A seguito del vertice, il Ghana ha annunciato il raggiungimento di un accordo con Germania e Paesi Bassi per riportare in patria circa 2mila manufatti sottratti in epoca coloniale. L’intesa rivela come la materializzazione delle richieste passi inevitabilmente per la volontà delle ex potenze coloniali, in parte presenti all’incontro di Accra. Il presidente francese Emmanuel Macron si è detto a favore delle riparazioni economiche, da affiancare a iniziative di stampo culturale, come il finanziamento di ricerche e studi sulla storia coloniale. All’incontro hanno partecipato anche i rappresentanti di Danimarca e Paesi Bassi.
«Gli impegni di Accra — si legge nella dichiarazione — rappresentano uno sforzo importante per collegare la giustizia storica con l’attuale giustizia economica. Riconoscono che lo sfruttamento coloniale non apparteneva semplicemente al passato ma continua a modellare le disuguaglianze globali attraverso le strutture finanziarie ed economiche contemporanee». La presa di posizione delle comunità africana e caraibica si presenta come un nuovo capitolo del nascente mondo multipolare, segnato da una maggiore consapevolezza dei popoli sfruttati. La decolonizzazione viene rilanciata e declinata nelle sue sfide pendenti, sviluppandosi lungo le direttrici della giustizia climatica, dell’uguaglianza di genere e del progresso tecnologico.
Il vertice di Accra, che per volontà dei suoi partecipanti si trasformerà in un appuntamento annuale, istituisce inoltre tre nuovi organismi, con l’obiettivo di favorire la giustizia riparativa e implementare la risoluzione A/80/L.48. Il Consiglio consultivo fornirà l’indirizzo politico e le priorità strategiche, che giuristi, professori di diritto internazionale e operatori culturali dovranno tradurre in realtà, favorendo il raggiungimento degli accordi economici tra le parti.




