Pochi giorni fa l’UE ha aderito formalmente alla “Pax Silica”, la nuova alleanza tecnologica e geopolitica a guida statunitense che rappresenta l’iniziativa chiave del Dipartimento di Stato USA per quanto riguarda l’intelligenza artificiale (IA) e la sicurezza della catena di approvvigionamento. L’obiettivo principale del progetto è ridurre la dipendenza da altre nazioni che non rientrano nella sfera di influenza statunitense, in particolare dalla Cina, incoraggiando collaborazioni concrete tra i Paesi partner e blindando allo stesso tempo la filiera dell’AI, dei semiconduttori avanzati e dei minerali critici. Nella dichiarazione della Pax Silica si legge che l’iniziativa è volta a «promuovere un nuovo consenso sulla sicurezza economica tra alleati e partner fidati». Tuttavia, il rischio per l’UE è quello di perdere la possibilità di sviluppare una sua sovranità tecnologica, entrando in un sistema di dipendenza che prevede di ristrutturare le catene di approvvigionamento a favore di Washington in cambio dell’accesso all’ecosistema tecnologico statunitense.
L’iniziativa era stata lanciata dal Dipartimento di Stato americano nel dicembre 2025 per mettere in sicurezza le catene di fornitura dell’intelligenza artificiale: il suo principale architetto è Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato per la crescita economica, l’energia e l’ambiente, il quale durante il secondo summit a Washington ha annunciato l’ingresso nella coalizione di Germania, Paesi Bassi, Cile, Costa Rica, Grecia, Kazakistan, Panama, Argentina e l’Unione Europea che si aggiungono a Giappone, Corea del Sud, Singapore, Regno Unito, Australia, Israele, Paesi Bassi, Finlandia, India, Norvegia, Qatar, Singapore, Svezia, Filippine e Emirati Arabi Uniti. Il nome dell’iniziativa è in sé una dichiarazione d’intenti: evoca, infatti, la Pax Romana e la Pax Americana, ossia un ordine garantito – in questo caso – dall’egemonia di chi controlla le risorse strategiche: nel caso dell’IA la risorsa fondamentale è rappresentata proprio dal silicio.
La Pax Silica non è, tuttavia, un trattato vincolante, bensì un atto politico che risponde al modello della coalition of capabilities (coalizione di capacità). Ogni Paese, infatti, è chiamato a portare un asset specifico ricevendo in cambio accesso all’insieme delle tecnologie impiegate per costruire un progetto tecnologico. Fino ad ora, oltre all’UE come istituzione collettiva, hanno aderito all’iniziativa a titolo individuale tre Paesi europei: Paesi Bassi, Germania e Grecia. A riguardo, il promotore principale dell’iniziativa, Helberg, ha sottolineato che la Germania è «l’officina d’Europa, il motore della sua industria», mentre la Grecia offre «porti strategici, una delle flotte mercantili più potenti mai solcate, una nazione situata al crocevia di tre continenti e determinata a proteggerlo». Riguardo ai fondi, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato che intende, in collaborazione con il Congresso, stanziare 250 milioni di dollari di fondi per l’assistenza estera a favore di questa iniziativa.
Nonostante lo scorso 3 giugno l’UE abbia annunciato il pacchetto di sovranità tecnologica più ambizioso mai proposto, con l’intento di ridurre la dipendenza da fornitori extra-europei lungo l’intera filiera, la recente adesione alla Pax Silica la espone a rischi che vanno nella direzione contraria. Lo stesso Jacob Helberg, del resto, dopo aver affermato che l’espressione «sovranità tecnologica» evoca l’idea dell’indipendenza e la «dignità dell’autogoverno», ha asserito che si tratta di «una visione seducente. Ma è anche retrograda e controproducente». E per questo, la Pax Silica non prevede l’autonomia tecnologica delle singole nazioni, bensì uno scambio continuo di conoscenze, infrastrutture e apparecchiature tra alleati, contribuendo a quella che Helberg ha definito «sovranità dell’innovazione». Questo scambio di conoscenze, materiali critici e tecnologie non solo converge verso gli interessi americani nel cercare di arrivare primi alla corsa per l’IA, ma rappresenta un’altra strategia per controllare geopoliticamente i cosiddetti alleati, efficace almeno quanto quella del gas e delle risorse energetiche in generale.
Per quanto riguarda l’Italia, Armando Varricchio – ambasciatore e inviato speciale della Farnesina per le tecnologie – ha affermato che il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e il Segretario di Stato americano Marco Rubio firmeranno un protocollo d’intesa «alla prima occasione utile», nonostante le forti tensioni che si sono registrate recentemente tra USA e Italia. L’unica nazione europea a esprimere contrarietà all’iniziativa è stata la Francia che ha parlato di tentativo di colonizzare l’Europa e sabotare la sovranità tecnologica del continente.





Ormai è chiaro che gli americani devono scaricare il loro debito da qualche parte, in questo caso sugli inetti europei, con la compiacenza e forse gli interessi dei nostri decisori. La battaglia tecnologica con la Cina è sulla via della sconfitta.
C’è poco da dire, ormai la firma dei trattati per l’Italia è legata solo al periodo del ciclo della Meloni.