Un secolo di carcere. È questa la condanna, che equivale di fatto a un fine pena mai, inflitta a Benjamin Song, ex marine e attivista, ritenuto a capo del gruppo che il 4 luglio 2025 ha inscenato una dura protesta contro le politiche detentive statunitensi presso il centro per immigrati “Prairieland” di Alvarado, in Texas, gestito dall’ICE. Ma la sentenza del tribunale texano non si limita a colpire Song: si abbatte con una furia esemplare e collettiva su tutti gli imputati. Pene dai 50 ai 70 anni sono state comminate ad altri sei attivisti, mentre un uomo, fisicamente assente dal luogo della protesta, è stato condannato a 30 anni di reclusione per complicità in reati minori. Questi numeri, più che a un’aula di giustizia di un Paese democratico, rimandano a un apparato repressivo che intende usare il diritto penale come arma di deterrenza alle proteste, anche quelle più forti (da ricordare che lo stesso Trump ha fomentato una folla per assaltare il Campidoglio). Un avvertimento contro ogni forma di attivismo che osi sfidare lo status quo.
Come riportato da BBC, secondo la difesa, la mobilitazione del 4 luglio dello scorso anno era nata con intenti pacifici per denunciare le disumane condizioni in cui i migranti vengono rinchiusi nei centri di detenzione. L’azione si è poi radicalizzata dopo che i manifestanti hanno imbrattato i muri della struttura, danneggiato alcune telecamere di sorveglianza e lanciato fuochi d’artificio. A quel punto, infatti, è partito il lancio di lacrimogeni così come il manganello che ha creato un grande parapiglia. Nel caos che si era creato, Song ha ferito un poliziotto sparando con una pistola. L’uomo si è difeso dicendo che ha aperto il fuoco poiché avrebbe visto il poliziotto che stava estraendo l’arma per sparare verso un manifestante. Tentato omicidio è una delle accuse, insieme ad altre minori, che hanno portato alla pena di cento anni di carcere. Senz’altro un reato grave ma con una condanna sproporzionata, inflitta evidentemente per dare un segnale forte, dando seguito alla decisione di Trump di designare Antifa come organizzazione terroristica. E lo si capisce ancor di più dalle condanne inflitte agli altri attivisti processati.
Ciò che emerge con prepotenza da questa sentenza è la totale asimmetria tra i fatti contestati alla maggior parte degli imputati e le pene inflitte. Se l’atto di ferire un agente comporta inevitabilmente conseguenze penali severe, condannare delle persone a 50 o 70 anni di reclusione per aver lanciato petardi o vernice sui muri, rappresenta una forzatura giuridica impressionante. Ancor più inquietante è l’entità della condanna a Daniel Rolando Sanchez-Estrada, il quale neanche era presente durante gli scontri di Alvarado: trent’anni di carcere, solo per aver fornito “supporto”. Altre otto persone, che si sono dichiarate colpevoli per aver fornito supporto materiale a coloro che sono stati considerati come “terroristi”, verranno condannate nei prossimi giorni.
«Le sentenze emesse oggi chiariscono che i terroristi Antifa che attaccano le forze dell’ordine e le strutture federali affronteranno una giustizia rapida e senza compromessi», ha detto il procuratore generale degli Stati Uniti, Todd Blanche. La difesa ha provato a smontare la narrazione dell’accusa, ribadendo l’assenza di qualsiasi rete eversiva strutturata e riportando il fulcro della questione sulle motivazioni umanitarie della mobilitazione: la difesa degli ultimi, stritolati da un apparato di detenzione e deportazione che spesso lucra sulle vite umane (molti di questi centri sono gestiti da corporazioni private). Tuttavia, il tribunale ha scelto la linea dura, preferendo assecondare la narrazione securitaria e la caccia alle streghe.
Quando si arriva ad infliggere condanne così esemplari, lo Stato non sta amministrando la giustizia: sta inviando un messaggio. In un’epoca in cui le dinamiche di gestione dei confini e dei flussi migratori si fanno sempre più militarizzate, colpire con pene da terroristi internazionali chi difende i migranti serve a tracciare una linea rossa invalicabile. Il Texas ha deciso di fare da apripista: chi tocca la macchina statale della repressione verrà annientato. Una deriva che rappresenta un campanello d’allarme per i diritti di tutti.





Gli USA non sono più una vera democrazia da molto tempo.