L’avviso di JP Morgan: USA troppo indebitati, il dollaro è destinato a indebolirsi

L’amministratore delegato di JP Morgan Asset Management ha dichiarato che il dollaro statunitense potrebbe indebolirsi nel lungo periodo, soprattutto a causa delle preoccupazioni per gli elevati livelli di debito della più grande economia mondiale. «L’egemonia del Tesoro statunitense è ancora ben radicata, ma come investitori in titoli a reddito fisso, valutiamo l’equilibrio fiscale, gli scambi commerciali e la capacità di ripagare quel debito», ha dichiarato durante una conferenza dell’International Capital Markets Association a Londra Patrick Thomson di JP Morgan, aggiungendo che «La dinamica della posizione fiscale negli Stati Uniti sta creando quel livello di debito che non è ⁠sostenibile nel lungo periodo». Questo contesto ha spinto gli investitori a diversificare i loro capitali, favorendo l’euro e lo yuan cinese, ma anche gli acquisti di oro e dando continuità a quel processo graduale di dedollarizzazione iniziato ormai da tempo. Inoltre, gli analisti finanziari hanno notato una forte domanda di asset europei, sollecitando al contempo riforme per sviluppare i mercati finanziari della regione.

Già a partire dal 2025, una delle dinamiche finanziarie più rilevanti è stata la flessione del biglietto verde: l’anno scorso, infatti, complici le guerre commerciali di Donald Trump, il deficit di bilancio statunitense in aumento e le aspettative di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed), l’indice del dollaro americano ha registrato una forte tendenza al ribasso, chiudendo l’anno con una flessione di circa l’8,5% – 10% su scala globale. Ciò ha allontanato gli investitori e fatto perdere ulteriore competitività all’export statunitense. Tuttavia, l’inizio della guerra in Iran ha fatto rimbalzare il valore della valuta statunitense, ma questa tendenza risulta solo temporanea, con gli analisti che prevedono un trend in calo per il dollaro qualora la guerra dovesse cessare nel breve periodo. Nel dettaglio, grazie al suo status di bene rifugio, dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente lo scorso febbraio, il dollaro è aumentato del 2% rispetto a un paniere ponderato di sei valute globali (euro, yen giapponese, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero). In ciò la divisa statunitense è stata favorita anche dalla posizione degli Stati Uniti come esportatori netti di energia: il greggio Brent, ad esempio, che prima della guerra costava 73 dollari al barile, ha raggiunto un picco di oltre 112 dollari prima di scendere verso i 104 dollari.

Tuttavia, secondo esperti del settore, con un cessate il fuoco permanente in Iran, la forza del dollaro verrebbe meno e tornerebbero a essere preminenti quelle condizioni che nel 2025 ne hanno determinato il calo. Secondo un’analista della società globale di servizi finanziari specializzata nella ricerca, Morningstar, con la riapertura dello stretto di Hormuz, l’utilità del dollaro come bene rifugio verrebbe meno: «Ciò riaprirebbe la strada all’allentamento monetario della Fed e ridurrebbe i differenziali di tasso, entrambi fattori che in genere incidono negativamente sul dollaro». In questo contesto, si prevede «un graduale deprezzamento man mano che aumentano le tensioni fiscali, lo slancio della crescita si attenua e le tendenze globali di diversificazione delle riserve continuano ad allontanarsi dal dollaro», mentre gli investitori «torneranno a privilegiare gli asset internazionali […] determinando un più ampio deprezzamento del dollaro».

In questo scenario, la speranza dei funzionari di JP Morgan è che l’indebolimento del biglietto verde offra un’opportunità ai mercati finanziari europei e all’euro come bene rifugio. Durante la conferenza di Londra, l’AD di JP Morgan ha affermato che l’Europa ha una «grande opportunità» per servire come rifugio sicuro per gli investitori: «Il nostro business cresce sostanzialmente in Europa. Abbiamo investito un trilione di dollari di attività», ha detto, aggiungendo però che l’Europa ⁠potrebbe fare di più per incoraggiare una maggiore partecipazione al dettaglio nei mercati europei. A frenare la posizione della finanza europea non sono però solo le riforme per lo sviluppo dei mercati finanziari, ma anche la debole competitività del Vecchio Continente e, allo stesso tempo, l’attrattiva di altre valute come lo yuan cinese e il ritorno all’oro come bene rifugio. In particolare, la Cina sta cercando di affermare la sua valuta come moneta di scambio internazionale contenendo così il ruolo egemonico del dollaro, mentre – contemporaneamente – si registra una tendenza da parte delle banche centrali a diversificare le proprie riserve valutarie diminuendo la disponibilità di dollari americani e yuan cinesi in favore dell’oro, considerato un asset più sicuro, in quanto non legato ad alcun Paese specifico. Tutto ciò, come enfatizzato dagli esperti di JP Morgan, potrebbe incrinare la forza del dollaro nel lungo periodo favorendo potenzialmente altre valute e altri beni rifugio, in un cambiamento radicale degli equilibri finanziari globali.

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.

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