Oltre 2,2 miliardi di dollari in un solo anno. È quanto ha incassato Donald Trump nel 2025, secondo la dichiarazione patrimoniale depositata presso l’Ufficio federale per l’etica governativa, un documento che tutti i presidenti statunitensi sono tenuti a presentare ogni anno e che, nel caso del tycoon, consta di ben 927 pagine, contro le appena 11 dell’ultima dichiarazione di Joe Biden e le 8 di Barack Obama. A fare la differenza dei ricavi complessivi non è più il tradizionale impero immobiliare, ma il business delle criptovalute, settore che la sua amministrazione ha contribuito a rilanciare fin dai primi mesi del secondo mandato.
A differenza dei suoi predecessori, Trump non ha separato i propri interessi economici dall’incarico presidenziale ricorrendo a un blind trust indipendente, continuando a mantenere la proprietà del suo impero attraverso un trust revocabile gestito dalla famiglia. Secondo la dichiarazione patrimoniale, Trump ha incassato circa 635 milioni di dollari in royalties legate alla memecoin $TRUMP, il token speculativo che porta il suo nome, ai quali si aggiungono circa 500 milioni derivanti dalla vendita di criptovalute e token attraverso World Liberty Financial, la società fondata dalla famiglia Trump per operare nel mercato degli asset digitali. Il business del presidente USA non si esaurisce nel comparto crypto. Nel 2025, ha ottenuto anche 86,5 milioni di dollari da accordi transattivi che hanno chiuso alcune controversie legali, tra cui 24,5 milioni versati da Meta e 16 milioni ciascuno da Paramount e Disney. A questi si sommano i profitti realizzati sui mercati finanziari, con investimenti concentrati soprattutto nei colossi tecnologici Amazon, Meta, Nvidia e Tesla. Continua, inoltre, a crescere il rendimento dell’impero immobiliare e dei golf club, sempre più frequentati da imprenditori, donatori e personalità interessate a coltivare rapporti con il presidente: il resort di Mar-a-Lago ha generato 77 milioni di dollari, mentre il Trump National Doral ne ha incassati 122. Completano il quadro le royalties derivanti dalla concessione del marchio Trump perprogetti immobiliari in Romania, India e Medio Oriente, 4,7 milioni di dollari ottenuti dalla vendita degli orologi con il suo brand, quasi due milioni di royalties per il libro Save America e perfino la pensione mensile da 6.484 dollari al mese come ex membro del sindacato degli attori statunitensi, Screen Actors Guild. La disclosure include anche doni istituzionali, rimborsi per eventi sportivi e altri benefit ricevuti durante il mandato, come previsto dalla normativa federale.
Complessivamente, emerge il profilo di una presidenza nella quale le attività economiche della famiglia continuano non solo a sopravvivere, ma a espandersi durante l’esercizio del mandato. Proprio questo intreccio costituisce il punto più controverso. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha promosso una politica apertamente favorevole alle criptovalute, sostenendo un alleggerimento della regolamentazione federale e presentandosi come il presidente destinato a fare degli Stati Uniti la capitale mondiale degli asset digitali. Una strategia che coincide, però, con gli interessi economici della sua stessa famiglia. Organizzazioni che si occupano di etica pubblica, giuristi e osservatori hanno denunciato il rischio che decisioni di governo possano incidere direttamente sul valore di imprese e strumenti finanziari riconducibili al presidente, soprattutto considerando la partecipazione di investitori stranieri nei progetti crypto legati al marchio Trump. Interpellato sulle accuse di chi lo ritiene beneficiario diretto della sua permanenza alla Casa Bianca, Trump ha respinto ogni contestazione sostenendo di non gestire personalmente il proprio patrimonio e attribuendo i guadagni all’andamento dei mercati: «Sapete perché sto guadagnando? Perché la Borsa sta salendo, tutti stanno guadagnando», ha dichiarato ai giornalisti.
Resta un dato senza precedenti nella storia americana: mai un presidente aveva incrementato il proprio patrimonio in misura così consistente durante il mandato, e mai una parte tanto rilevante di quei profitti era dipesa da un settore direttamente interessato dalle scelte della sua amministrazione. Testate come il Financial Times, il Wall Street Journal e The Guardian hanno dedicato inchieste all’intreccio tra l’offensiva pro-cripto della Casa Bianca e gli affari della famiglia Trump, mentre le autorità federali stanno verificando alcune maxi-operazioni speculative da 2,6 miliardi di dollari sul mercato petrolifero, eseguite poco prima degli annunci presidenziali sulla crisi tra Israele e Iran. Sebbene Trump non risulti indagato, il susseguirsi di questi episodi non può che riaccendere il dibattito sui confini tra interesse pubblico e potere presidenziale.





