Una descrizione univoca per cosa realmente sia un ecovillaggio, probabilmente non esiste. E sicuramente la definizione che va per la maggior sui media mainstream, e cioè quella di “comunità neorurali”, non è un termine che storicamente appartiene a questo tipo di realtà, come loro stessi ci hanno spiegato, anche perché in molti lo ritengono riduttivo in relazione alla complessità che li caratterizza.
Negli ecovillaggi si trovano comunità hippy, spesso definite così da chi resta distante da questi mondi o da chi è rimasto con la testa agli anni ’60 del secolo scorso, ma anche bocconiani che hanno riunito famiglie perfettamente integrate nella società, che semplicemente hanno scelto una vita in condivisione, con tutto ciò che essa comporta. E poi tutto quello che passa tra questi due esempi: ragazzi cresciuti tra festival e orti sinergici, ma anche ex professionisti, famiglie con figli, capitalisti pentiti e altri in via di pentimento, persone che nel bel mezzo della propria vita di sacrifici continui cercano una dimensione in cui restituire al tempo il valore che merita, o altri ancora che, tra un ingorgo nel traffico per andare a lavorare e l’orizzonte grigio delle città iper-industrializzate, sentono la necessità di recuperare un rapporto diretto con la natura che ci circonda. Non si tratta, però, di un ritorno romantico al passato, né di una fuga dalla società, né tanto meno di una favola sospesa nel tempo: è una scelta consapevole di condivisione, di responsabilità reciproca, di tempo e vita messi in comune. Spesso di fatica, nel tentativo di costruire un’alternativa. In mezzo, come sempre, c’è la vita vera: contrasti, riunioni infinite alla ricerca di un accordo che valga per tutti, amicizie che nascono e altre che si guastano, compromessi quotidiani e mille difficoltà – concrete – sulla strada che porta a costruire un modo diverso di affrontare la vita.
Quanti sono gli ecovillaggi italiani?

È difficile fare una stima sul numero di ecovillaggi presenti a oggi in Italia, per diversi motivi, a partire dal concetto stesso che può essere declinato in modi differenti a seconda delle finalità, passando per il fatto che alcune di queste comunità non vogliono essere trovate. Una delle distinzioni che viene fatta spesso è ad esempio quella tra ecovillaggio e cohousing: se con quest’ultimo termine si intende in genere una forma abitativa collaborativa focalizzata sulla condivisione di spazi e servizi (ad esempio lavanderia e cucina) in contesti prevalentemente urbani, mantenendo la proprietà privata, negli ecovillaggi ritroviamo sicuramente la vita in condivisione, puntando spesso all’autosufficienza energetica e per il cibo, con varie forme organizzative a livello di proprietà e gestione dei soldi che servono per portare avanti comunità e progetti.
Uno strumento utile per capire quanti possano essere è una mappa, presente su Google maps, intitolata appunto “Mappa degli Ecovillaggi in Italia”, che ne raggruppa 131 sparsi sul territorio nazionale. Altro prezioso riferimento è il sito della RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici), che vede una trentina di realtà associate: ecovillaggi, progetti di comunità, comunità intenzionali, comunità diffuse e cohousing cittadini e rurali. «Ogni anno il numero delle realtà associate varia: qualcuna si allontana, altre ritornano, nuove se ne aggiungono, altre nascono e alcune si sciolgono», spiegano, raccontando che: «Il cammino verso modalità di vita comunitarie può contribuire a creare una società che consideri benessere la qualità del cibo che mangiamo e dell’aria che respiriamo, la qualità delle relazioni che abbiamo con noi stessi e con gli altri, il rapporto che abbiamo con il nostro territorio e le sue forme di vita».
Come nascono e come si vive
La RIVE opera come una vera e propria rete a supporto di comunità intenzionali che sono unite e si riconoscono nei valori di: «Collaborazione, cooperazione, sostenibilità ecologica, giustizia sociale ed economica, democrazia partecipata, solidarietà e mutuo aiuto, nonviolenza e pace, accoglienza e integrazione della diversità in cui ogni voce è ascoltata e valorizzata, rispetto per l’essere umano e l’ambiente, eguaglianza di genere, autodeterminazione, responsabilità sociale e ambientale». Tra gli obiettivi principali c’è quello del supporto al dialogo e alla coesione tra le diverse esperienze di vita comunitaria. «Creiamo e supportiamo spazi e momenti, come gli incontri stagionali, per favorire la diffusione di queste scelte di vita e sostenere i progetti nascenti, attraverso lo scambio delle esperienze e delle competenze acquisite», raccontano.

Gli stili di vita, così come le scelte abitative, sono diversi da una comunità a un’altra. In alcuni casi sono essenziali, minimalisti, in altri possono avere varie forme di comfort, ma tutte tendono a essere sostenibili e si basano su scelte che riducono l’impatto ambientale e preservano le biodiversità. «Uno dei nostri obiettivi è portare attenzione a ridurre il superfluo e il consumismo, attivando forme di autoproduzione di alimenti, beni ed energia, verso l’autosufficienza, attraverso la riduzione del consumo di acqua ed energia, la scelta di alimenti a chilometro zero e di stagione, limitando l’uso della plastica e privilegiando trasporti condivisi e sostenibili, per promuovere un benessere economico e sociale equo e responsabile in grado di creare benessere individuale e collettivo, per tutta la popolazione globale».
Tra le realtà che fanno parte della RIVE troviamo strutture storiche come La Comune di Bagnaia, nata nel 1979, o Meraki, ecovillaggio vicino a Bologna sulla Via degli Dei, tra gli ultimi arrivati. In mezzo, per fare degli altri esempi, troviamo Lumen, ecovillaggio nato nel 1992 da un centro di formazione olistica, poi sviluppatosi in comunità stabile, dove uno dei coordinatori di progetto è Federico Palla, ex vicesindaco del Comune in cui sorge, nonché libero professionista laureato alla Bocconi. O ancora l’Alpe Pianello, indicato come ecovillaggio in costruzione in provincia di Varese come l’Alvador, che però si trova in provincia di Reggio Emilia.
Un bell’esempio per capire come nasca una realtà di questo tipo è proprio l’ecovillaggio Meraki, che in greco significa “fatto con amore”, ed è nato anche grazie al supporto della RIVE stessa, che, per chi lo desidera, mette a disposizione dei veri e propri strumenti per gestire la vita comunitaria e superare i contrasti che inevitabilmente affiorano.
L’ecovillaggio sulla Via degli Dei

Carlo Taglia, noto per aver raccontato i suoi anni di trasformazione ed esplorazione del mondo senza aerei con il nome di Vagamondo, durante la pandemia sente l’urgenza di trovare un posto, da condividere con persone che abbiano la sua stessa visione, per organizzare una vita insieme, e dipendere il meno possibile dal mondo esterno. Inizia così una personale ricerca che l’ha portato a visitare 15 ecovillaggi sparsi per lo Stivale, per capire come portassero avanti i propri progetti, e vedere cosa avrebbe potuto funzionare, e cosa no, per quello che voleva creare. Il posto adatto lo trova poco dopo sui colli bolognesi. Un casolare, 36 ettari di terreno con fonti d’acqua e una grande quercia di cui Carlo si innamora all’istante. Il progetto prende definitivamente forma nel 2021 e oggi, a 5 anni di distanza, Meraki è una comunità che autoproduce cibo, energia, saponi e altri prodotti, a partire da ciò che coltivano e scambiano con le comunità vicine. Da qui passano ormai centinaia di persone ogni anno che vanno dal semplice curioso, passando per chi vuole fare un’esperienza da volontario, per arrivare a chi viene per partecipare a un evento e poi, se c’è la possibilità, resta per un periodo più lungo.
Tra gli strumenti pratici utilizzati per armonizzare le dinamiche di gruppo e i processi decisionali, c’è ad esempio il cerchio, che a Meraki serve per risolvere discussioni, analizzare le proposte o semplicemente per scandagliare le emozioni dei partecipanti. Ci si siede, ci si guarda in faccia e si discute, con delle regole di base precise e inderogabili, come ad esempio il fatto che, in tutta la durata della propria vita comunitaria, ogni membro possa esprimere solo tre “no” alle proposte elaborate dal gruppo. Si può sempre esprimere un dubbio, che sarà appianato poi dalle successive discussioni, ma il senso di fondo è quello di cercare di non fossilizzarsi sulla propria opinione, per andare oltre, nella direzione del bene comune. Il bello di questo metodo è che le decisioni, piccole e grandi, vengono sempre prese insieme, così come insieme si portano avanti le varie attività, con le persone che si assumono dei focus precisi prendendosi cura maggiormente di un aspetto della vita quotidiana, come l’orto o la cucina, piuttosto che un altro.
I gruppi Facebook e gli healing festival

Altro modo per ricercare realtà vicine o più adatte al proprio modo di intendere la vita, può essere quello di scandagliare internet, per informarsi e capire meglio, o partecipare a eventi che esprimono valori simili a quelli di queste comunità. Su Facebook, ad esempio, sono presenti diversi gruppi che raccolgono testimonianze e annunci di persone che vorrebbero provare questa esperienza o di realtà che cercano nuovi co-abitanti. C’è ad esempio il gruppo “Ecovillaggi e comunità in rete”, o quello “Ecovilaggi e comunità in transizione” o ancora un altro dedicato a “Ecovillaggi, affitti, progetti”, tutti con migliaia di membri, proposte e possibilità.
C’è poi un ragazzo, che di nome fa Bernardo Cumbo, che, dopo aver vissuto in un ecovillaggio per due anni, ha iniziato a girare l’Italia alla ricerca di storie di vita alternativa, raccontandole sui propri canali social, mostrando decine e decine di possibilità per declinare il proprio cambio di vita. Bernardo è anche la persona dietro al Viva Viva Fest, uno tra gli “healing festival” italiani che stanno attirando sempre più persone. Il nome deriva dal verbo inglese “to heal”, che significa guarire, e sono momenti di incontro dedicati a vari temi, dalla meditazione agli stili di vita alternativi, passando per la sessualità consapevole, l’alimentazione o il vivere senza bollette, che diventano ogni anno che passa dei veri e propri punti di riferimento per migliaia di persone in piena evoluzione, che prendono spunti e portano i propri, con contaminazioni e nuovi linguaggi. Dall’Estasia Fest, incentrato sulla sessualità cosciente e sulle relazioni autentiche a Hemera, che unisce pratiche performative e laboratori immersi nella natura, passando ad esempio per Pachacanta ed Essentia, focalizzati sulla musica medicina, Intimia Gathering e Origini Future, che enfatizzano il lavoro interiore attraverso ritualità e incontri somatici, o Agape, dedicato all’educazione alle relazioni. Ogni festival propone un mix di workshop esperienziali, yoga, meditazione, musica live e sessioni di gruppo, offrendo un’alternativa ai tradizionali festival musicali e proponendo il proprio punto di vista per tornare a prendersi cura di sé e delle persone che abbiamo intorno.




Ottimo che molti non vogliano farsi trovare , e censire: lo stato potrebbe portare via loro i figli….