Axonius, l’azienda israeliana che controlla la cybersicurezza del governo USA

Il concetto di confine nazionale, nell’era della guerra ibrida e del dominio cibernetico, ha smesso di essere una linea tracciata sulle mappe per trasformarsi in un intricato groviglio di stringhe di codice e protocolli di crittografia. Negli Stati Uniti, da questo groviglio, nel cuore delle infrastrutture critiche sta avvenendo una infiltrazione che sta sottraendo sovranità digitale. Non da parte di russi o cinesi, ma da parte di israeliani. La sicurezza informatica del governo federale USA, un tempo gelosamente custodita all’interno del perimetro delle agenzie di intelligence domestiche, è stata in gran parte esternalizzata a entità private che, pur battendo bandiera commerciale, affondano le proprie radici negli apparati più profondi di Israele. Il caso di Axonius, azienda leader nella gestione delle risorse di cybersicurezza, rappresenta l’apice di questo processo di osmosi tecnologica e politica tra Washington e Tel Aviv, sollevando interrogativi inquietanti sulla reale indipendenza delle reti governative americane.

Il travaso e le ramificazioni dell’intelligence israeliana

La genesi di Axonius non ricalca il mito romantico (e fantasioso) del garage della Silicon Valley, dove giovani visionari creano software per cambiare il mondo. Al contrario, la sua nascita è il risultato di un travaso metodico di competenze maturate in uno dei contesti di guerra elettronica più avanzati del pianeta. I tre fondatori, Dean Sysman, Ofri Shur e Avidor Bartov, non sono semplici imprenditori, ma veterani dell’Unità 8200, la branca d’élite delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dedicata allo spionaggio cibernetico e all’intercettazione dei segnali. Questa unità, spesso descritta come l’equivalente israeliano della NSA (National Security Agency), funge da incubatore per una generazione di tecnici addestrati non solo a proteggere i dati, ma a comprendere le vulnerabilità profonde dei sistemi nemici attraverso una dottrina che non distingue mai nettamente tra difesa e offesa. Axonius ha una divisione R&S separata all’interno dell’azienda nota come AxoniusX, un’unità di élite incentrata sullo sviluppo di nuovi strumenti informatici, gestita da un altro ex 8200, Amit Ofer.

Quando questi ufficiali dismettono l’uniforme per indossare l’abito aziendale, portano con sé una cultura del monitoraggio che diventa il nucleo del prodotto commerciale offerto al mercato globale. Israele ne ha fatta una vera e propria strategia per saturare il mercato con tecnologie informatiche ibride (civile-militare). Già nel 2011 il Financial Times ne parlava (e vi ritornò successivamente): 15 anni fa, Yossi Vardi, fondatore della prima società di software israeliana nel 1969, faceva notare come diversi imperi da svariati miliardi di dollari fossero stati creati grazie alle competenze degli ex membri dell’Unità 8200, ritenendo la loro formazione accademica molto al di sopra delle più prestigiose università degli Stati Uniti. In passato, L’Indipendente ha già avuto modo di parlare dei membri di questa unità d’élite dell’esercito israeliano e del loro ruolo di prim’ordine nel settore hi-tech.

La militarizzazione israeliana della finanzia

Il fondatore di YL Ventures Yoav Leitersdorf

Il legame con Israele non si esaurisce con il curriculum dei fondatori, ma si estende alle fondamenta stesse del capitale che ha permesso l’ascesa fulminea della società. L’intera impalcatura finanziaria su cui poggia Axonius è stata edificata grazie a flussi di investimento gestiti da una rete di ex agenti dei servizi segreti. Realtà come YL Ventures o il fondo Cyberstarts non sono meri veicoli finanziari, ma centri di potere gestiti da figure che hanno ricoperto ruoli apicali nel Mossad e nel servizio segreto militare. Nel 2017, almeno 4 milioni di euro sono stati forniti ad Axonius da parte di YL Ventures, come raccontato dal suo stesso fondatore, Yoav Leitersdorf. Gili Raanan, ex Unità 8200, è invece il fondatore di Cyberstarts: con un metodo aggressivo di scalata, concorrenza sleale e conflitto d’interesse, descritto in un’inchiesta di Calcalist, egli ha costruito un ecosistema dove il capitale di rischio e l’intelligence nazionale si fondono in un unico obiettivo strategico. Questo intreccio crea un paradosso geopolitico senza precedenti: le agenzie federali americane, per proteggersi dalle minacce esterne, acquistano strumenti progettati e finanziati da apparati che rispondono, per cultura e fedeltà, agli interessi di Israele.

Axonius: il corpo a New York e l’anima a Tel Aviv

Nonostante Axonius presenti al mondo una facciata patinata con sede legale a New York, necessaria per rassicurare i mercati e i regolatori statunitensi, l’anima, la mente e il cuore pulsante dell’azienda risiede altrove. La ricerca, lo sviluppo e l’ingegneria pesante, ovvero il luogo dove vengono scritte le righe di codice che governano l’accesso ai dati, rimangono saldamente ancorati a Tel Aviv. Questa dislocazione geografica non è un semplice dettaglio logistico, ma un nodo nevralgico della questione. Il codice che monitora i movimenti digitali, i login e l’uso del web di milioni di dipendenti federali americani viene forgiato in un territorio soggetto alle proprie leggi e alle proprie priorità strategiche. In caso di divergenza tra le direttive di Washington e le necessità di sicurezza nazionale israeliane, la fedeltà di un’azienda il cui corpo ingegneristico è composto da ex ufficiali d’élite dell’IDF rimane una zona grigia mai del tutto esplorata, protetta da una sorta di immunità diplomatica tecnologica.

La penetrazione di Axonius nelle istituzioni americane è capillare e profonda, favorita da una serie di contratti multimilionari che hanno reso la sua tecnologia uno standard di fatto per la sicurezza federale. L’azienda si è mossa con destrezza attraverso il programma Continuous Monitoring and Risk Scoring (CMRS) del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), un’iniziativa volta a fornire alle agenzie governative una visibilità in tempo reale sulle proprie reti. Grazie a questi accordi, la piattaforma di Axonius è oggi integrata nei sistemi del Dipartimento della Difesa e di altre agenzie sensibili. Il potere derivante da questa posizione è immenso: il software agisce come un “sistema nervoso centrale” capace di aggregare dati da centinaia di altre fonti di sicurezza, offrendo a chi lo gestisce una panoramica totale di ogni dispositivo, utente e vulnerabilità all’interno dell’architettura federale. È una forma di controllo che, sebbene venduta come difesa, possiede le caratteristiche intrinseche, oltre che di uno strumento di sorveglianza totale, anche di uno strumento di attacco.

Qual è il confine tra Stati Uniti e Israele?

Questo scenario si inserisce in un quadro politico più ampio, caratterizzato dalla cosiddetta “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele, un legame che negli ultimi decenni è mutato da alleanza diplomatica a vera e propria simbiosi. Gli Stati Uniti forniscono annualmente miliardi di dollari in assistenza militare a Israele, il quale investe massicciamente nello sviluppo di capacità cyber offensive. Queste stesse tecnologie vengono poi “ripulite” e rivendute al governo americano sotto forma di soluzioni di cybersicurezza privata. È un circuito chiuso in cui il contribuente americano finanzia indirettamente lo sviluppo di software che poi lo Stato deve riacquistare, cedendo nel processo il controllo operativo sulle proprie reti critiche. Mentre il dibattito pubblico a Washington si concentra sui rischi posti dalle tecnologie cinesi, come Huawei, o degli attacchi di hacker russi, la presenza massiccia di codice straniero di provenienza israeliana viene accettata quasi senza riserve, protetta da interessi industriali incrociati e lobby influenti.

Tuttavia, la distinzione tra alleato fedele e fornitore sicuro è spesso labile, specialmente nel dominio digitale dove i dati sono la risorsa più preziosa. Il precedente del software Pegasus, sviluppato dalla società israeliana NSO Group e utilizzato per spiare giornalisti, attivisti e leader politici in tutto il mondo, ha mostrato quanto velocemente le tecnologie nate nei laboratori dell’intelligence possano essere utilizzate per scopi che sfuggono al controllo delle democrazie liberali. Sebbene Axonius operi ufficialmente per la difesa, il principio di fondo rimane identico: l’accesso ai dati è la chiave del potere moderno. Affidare la gestione delle risorse informatiche federali a un’azienda la cui catena di comando e finanziamento è indissolubilmente legata a servizi segreti stranieri significa accettare una vulnerabilità strutturale. La possibilità che esistano “backdoor” o che i metadati aggregati possano essere condivisi con governi terzi non è un’ipotesi remota, ma una valutazione di rischio che in altri contesti verrebbe considerata inaccettabile – figurarsi al Dipartimento della Difesa

Solo Israele può

Il paradosso finale risiede nella cecità normativa del sistema americano. Nonostante esistano regolamenti rigorosi per mitigare l’influenza straniera sulle aziende che lavorano con il Pentagono – i cosiddetti protocolli FOCI (Foreign Ownership, Control, or Influence) – nel caso delle aziende cyber israeliane sembra esserci una zona di tolleranza eccezionale. Questo “lasciapassare” tecnologico ha permesso a una rete di startup nate dall’Unità 8200 di diventare i guardiani digitali degli USA, creando una dipendenza che oggi appare quasi impossibile da recidere senza paralizzare la continuità operativa di intere agenzie governative. Washington si trova così in una posizione di estrema fragilità: la sua infrastruttura di difesa dipende da un codice che non possiede, scritto da menti che non controlla e finanziato da poteri che rispondono a priorità diverse dalle proprie.

In conclusione, la vicenda di Axonius non è solo la cronaca di un successo imprenditoriale nel settore tecnologico ma una rappresentazione chiara dei rischi nell’era del capitalismo della sorveglianza. La mercificazione del controllo e l’esternalizzazione della difesa informatica hanno creato una nuova geografia del potere, dove la sovranità statale è diventata un concetto fluido, subordinato a software privati prodotti all’estero. Resta da capire se gli Stati Uniti saranno in grado di reclamare il controllo delle proprie reti o se rimarranno prigionieri di un’alleanza tecnologica che, nel nome della protezione, ha finito per consegnare le chiavi di casa.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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