L’ultima relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari ha confermato quanto gli abitanti della Terra dei Fuochi denunciano da anni: l’inquinamento si è esteso alle falde acquifere. Emblematico è il caso del Sito d’Interesse Nazionale (SIN) dell’Area Vasta di Giugliano, dove è stata rilevata la contaminazione delle acque sotterranee fino a 90 metri di profondità, interessando i bacini utilizzati per irrigare i campi. A inizio anno i ricercatori dell’Università Federico II avevano lanciato l’allarme, denunciando la presenza di sostanze cancerogene nelle falde di diversi comuni campani, da Castel Volturno ad Acerra.
Da pochi giorni sul sito del Senato è apparsa la «Relazione sulla Terra dei fuochi: evoluzione delle rotte criminali dei rifiuti e criticità emergenti della matrice acqua», approvata dalla Commissione ecomafie lo scorso giugno. Oltre 400 pagine di dati e considerazioni, frutto di tre anni di analisi. Un’intera sezione è dedicata all’inquinamento delle acque, un fenomeno sotterraneo che, come la tombatura dei rifiuti, ha goduto di una cassa di risonanza mediatica meno forte rispetto ai roghi tossici, punta di un iceberg ben più profondo, come accertato per ultimo dalla Commissione ecomafie.

Nell’Area Vasta di Giugliano, caratterizzata da una forte presenza di siti di stoccaggio, i parlamentari hanno appurato l’esistenza di una contaminazione delle acque «imputabile al corpo rifiuti delle discariche e in misura di gran lunga superiore alla soglia prevista – anche nei valori in diminuzione – con picchi anche di oltre sessanta volte, per il 1,2 dicloropropano e 1,1 dicloroetilene, in rinnovato aumento, ed ancora pericolosamente elevati sono i valori di benzene, cloruro di vinile, tricloroetilene, tetracloroetilene, e con ciò citando soltanto quelli notoriamente più pericolosi per la salute umana, notevolmente anomale sono anche le concentrazioni di boro e cloroformio (triclorometano)». Si tratta di acque utilizzate «per l’irrigazione locale nelle attività agricole, come pure per l’utilizzo alimentare e sanitario da parte degli insediamenti urbani presenti nella piana giuglianese e non asserviti alla rete acquedottistica comunale».
Il caso di Giugliano non è un’anomalia, piuttosto è il simbolo di un fenomeno diffuso tra i comuni del napoletano e del casertano che compongono la Terra dei Fuochi. Sulla questione era intervenuta a inizio anno anche la Federico II di Napoli, denunciando la presenza oltre i limiti di legge di sostanze come il tricloroetilene e il tetracloroetilene. Il primo è classificato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeno, associato soprattutto ai tumori del rene e del fegato, mentre il secondo è considerato una sostanza probabilmente cancerogena.
La relazione della Commissione ecomafie è stata pubblicata a distanza di un anno e mezzo dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU), che ha condannato l’Italia per non aver tutelato il diritto alla vita dei suoi cittadini. La sentenza, citata dai parlamentari, ha dato al nostro Paese due anni di tempo per attuare delle misure volte a fermare il biocidio, inteso come la distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente causata dallo smaltimento illecito di rifiuti tossici.
Vanno segnalati diversi interventi di rimozione di rifiuti superficiali e monitoraggio del territorio, tra censimento dei siti inquinati e denunce per reati ambientali. Pesa però il sottofinanziamento del governo Meloni sul fronte delle bonifiche, un intervento imprescindibile per restituire dignità e salute al territorio. Secondo le stime prodotte dal commissario straordinario Giuseppe Vadalà, servirebbero almeno 2,5 miliardi di euro soltanto per completare la bonifica di 81 siti di competenza pubblica, attraverso interventi spalmati su 10 anni. Al momento, da Roma, sono arrivate soltanto briciole.




