La bufala totale del narcotraffico venezuelano

All’alba del 3 gennaio 2026, il cielo di Caracas è stato squarciato da aerei militari statunitensi, con raid su obiettivi statali e movimenti tattici che in poche ore hanno preparato il terreno per un annuncio clamoroso: il sequestro di Nicolás Maduro e il suo trasferimento sotto custodia degli Stati Uniti. L’amministrazione di Washington ha parlato a chiare lettere di un’operazione effettuata per combattere il narcotraffico e smantellare presunti cartelli che avrebbero trasformato il Venezuela in un “narco-Stato”. Ma se si prende sul serio la documentazione pubblica e le analisi di esperti, quella narrativa si sgretola rapidamente: i numeri ufficiali e le valutazioni indipendenti rivelano infatti che l’“emergenza droga” venezuelana è, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione. Nella peggiore, un pretesto.

Le mappe della droga

Nell’incriminazione federale statunitense contro Maduro si accusa il presidente venezuelano di aver guidato una rete di narcotraffico di ampia portata. La distinzione tra un’accusa penale e l’analisi empirica delle rotte, dei volumi e delle origini della cocaina è però un aspetto cruciale. Basta studiare quanto emerge dai rapporti internazionali per comprendere la discrepanza tra la retorica e i fatti. Nello specifico, il World Drug Report 2025 – la principale fonte globale sul mercato della droga – fornisce un quadro empirico e dettagliato del mercato internazionale della cocaina che rende assai difficile sostenere, sulla base dei dati pubblici raccolti e analizzati dall’UNODC, la tesi che l’azione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela possa essere giustificata come risposta necessaria al fatto che il Paese sia il «narco-stato» responsabile dell’esportazione massiccia di cocaina verso i mercati consumatori.

Rotte globali del traffico di cocaina in base alla quantità sequestrata, stimata sulla base dei sequestri segnalati, 2020-2023. Fonte: UNODC

Il rapporto dedica al Venezuela uno spazio marginale: le mappe e i dati pubblicati negli ultimi anni mostrano che la gran parte della cocaina prodotta nel Sud America transita infatti lungo rotte che privilegiano la Colombia, l’Ecuador e i corridoi del Pacifico, non il versante caraibico venezuelano. In termini pratici, le stime citate in rapporti e analisi recenti indicano che solo una piccola frazione del flusso colombiano utilizza vie che toccano il territorio venezuelano. Secondo l’interpretazione dei dati UNODC ripresa da analisi indipendenti, circa il 5% del flusso colombiano viene segnalato su rotte che toccano il Venezuela: una cifra del tutto incompatibile con la definizione di una minaccia centrale per la sicurezza statunitense.

Le statistiche

Nello specifico, si registra per il 2023 una stima globale di produzione illegale di cocaina pari a oltre 3.708 tonnellate, con l’aumento più rilevante attribuito all’incremento della superficie coltivata e a dati di resa aggiornati in Colombia (la stima della produzione colombiana nel 2023 risulta circa il 50% più alta rispetto all’anno precedente), mentre l’area coltivata in Perù è lievemente diminuita e in Bolivia si è stabilizzata: il centro geografico della produzione rimane dunque l’area andina, con la Colombia quale principale contributore alla crescita osservata. In secondo luogo, le analisi sulle rotte e sulle quantità sequestrate mostrano che i flussi principali di traffico partono dagli Stati andini verso il Nord America e verso l’Europa, direttamente o per vie che includono transiti via Africa occidentale e centrale; le mappe e i calcoli dell’UNODC fondati sulle dichiarazioni degli Stati indicano le «Andean countries» come origine dominante dei flussi denunciati nei periodi 2020–2023 e 2023–2024, non inquadrando il Venezuela come uno dei principali snodi di transito.

Ancora più significativo è il parere interno dell’intelligence statunitense. Negli ultimi mesi, più documenti e una valutazione congiunta delle agenzie hanno infatti concluso che non vi è evidenza di coordinamento sistematico tra il governo Maduro e la gang Tren de Aragua — uno dei gruppi che Washington ha citato come prova di un nesso tra Caracas e reti criminali transnazionali. Questa valutazione, declassificata in parte e citata dalla stampa internazionale, mina la versione di comodo secondo la quale il regime venezuelano dirigerebbe direttamente gang criminali come fossero avamposti di uno «Stato-narcotrafficante».

Il parere degli esperti

Questa distanza tra narrativa e statistica non è passata inosservata agli osservatori più attenti. In Italia, lo studioso Antonio Nicaso tra i maggiori conoscitori del fenomeno mafioso e dei rapporti tra criminalità organizzata e narcotraffico – ha evidenziato con nettezza come il Venezuela non abbia un ruolo di rilievo nel traffico internazionale di cocaina. «Premesso che non giustifico affatto questa strategia, se Trump fosse coerente dovrebbe attaccare la Colombia primo produttore al mondo di cocaina con un recente surplus del 53% – ha dichiarato -. E poi dovrebbe cercare di fermare tutte le rotte in partenza da Guayaquil, visto che l’Ecuador è ormai diventato una sorta di piattaforma per la cocaina destinata non solo in Nord America, attraverso la rotta pacifica, ma anche in Europa, grazie ai container che poi virano dal canale di Panama e raggiungono l’Europa. Ora c’è addirittura l’Honduras che ha iniziato a produrre. Il Venezuela è decisamente marginale in tutto questo ragionamento».

Anche il Procuratore Nicola Gratteri, che ha curato con Nicaso numerose pubblicazioni sul tema del traffico di stupefacenti, si era precedentemente espresso in relazione agli attacchi di Trump alle navi dei presunti narcos: «La cocaina si produce in Colombia, Bolivia e Perù e non in Venezuela – aveva detto -. Non mi sembra un paese democratico quello che bombarda o che uccide e fucila i presunti trafficanti. È come se noi in Italia dicessimo “io so che Tizio è mafioso e quindi lo uccido in via preventiva”».

I reali motivi

Se il coinvolgimento del Venezuela nel narcotraffico appare, ai dati, marginale, per l’operazione statunitense restano sul piatto possibili spiegazioni parallele. Qui entrano in scena motivazioni geopolitiche ed economiche decisamente più concrete. Caracas detiene le riserve petrolifere più vaste del pianeta e, non sorprende, le dichiarazioni e le analisi successive all’azione americana hanno messo in luce come l’accesso agli idrocarburi e la ricollocazione dell’influenza geopolitica nell’area caraibica siano stati fattori centrali nell’agenda di Washington. Infatti, sebbene i giacimenti di petrolio venezuelani siano i più grandi al mondo, quel che non viene raccontato è che il Venezuela è ricco anche di giacimenti di gas e molte altre materie prime oggi considerate strategiche, come oro, coltan, uranio e terre rare. L’azione degli USA sembra infatti presupporre un chiaro intento di riposizionamento strategico: controllare per via diretta o indiretta risorse energetiche, arginare l’espansione

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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1 commento

  1. Non capisco perché ci sia bisogno di questi articoli quando la storia ci ricorda la guerra dell’Inghilterra contro la Cina per poter commercializzare le droghe e quando i capitali che pagano le droghe sono TUTTI ripeto TUTTI di persone USA e sono capitali così grandi che li hanno solo gli amici di Trump o gli amici degli amici di Trump, togliete gli USA e il giorno dopo il mercato delle droghe crolla in tutto il Mondo.

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