«Nel Nord Est della Siria non cambia ancora niente. Stesse forze armate, stesse istituzioni. Stessi bombardamenti delle milizie mercenarie controllate dai turchi. La guerra continua», riferisce S., giornalista del Rojava Information Centre a L’Indipendente. Il riferimento è all’accordo, potenzialmente decisivo, siglato nella serata di lunedì 10 marzo tra il governo ad interim di Damasco e le Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione militare a trazione curda che controlla un terzo del Paese, volto a integrare queste ultime con le istituzioni dello Stato centrale. «Sarà messo a terra entro non oltre la fine dell’anno», aveva dichiarato Ahmed al-Sharaa – l’auto proclamato presidente della nuovo Stato siriano – stringendo la mano di Mazloum Abdi, comandante in capo delle SDF. Dati i frenetici sviluppi nella regione, i comitati tecnico-politici istituiti per mettere in pratica l’accordo inizieranno i lavori già dal primo aprile.
I contenuti dell’accordo e i nuovi equilibri regionali

Garanzie per i diritti costituzionali dei curdi in Siria, gestione comune dei confini, integrazione delle istituzioni della DAANES (l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est) in quelle nazionali, ritorno degli sfollati interni nelle zone messe a ferro e fuoco dalle milizie filo turche, integrazione delle attività economiche come estrazione di gas e petrolio. Ma soprattutto un cessate il fuoco in tutto il Paese. Questi alcuni dei termini di un accordo «mediato dagli Stati Uniti» – come dichiara Farhad Shami, tra i portavoce delle SDF – che potrebbe essere storico se effettivamente implementato. Stati Uniti che sembrano progressivamente smarcarsi dal loro ruolo diretto sul territorio gestito dalle SDF, forse spinte a chiudere l’accordo con al-Sharaa anche per le crescenti incertezze su questo fronte. Gli americani, infatti, sono stati fino a ieri il principale deterrente per evitare un’invasione turca nel Nord del Paese. L’accordo introduce il primo riconoscimento nella storia per la comunità curda in Siria e va di pari passo con i processi di pace del PKK in Turchia. Lo scorso 27 febbraio, Abdullah Ocalan ha infatti lanciato uno storico appello dal carcere, esortando al disarmo del PKK da lui fondato. Se a questo si aggiunge la clausola dell’accordo tra al-Sharaa e Abdi rispetto all’uscita dei combattenti stranieri (nello specifico proprio del PKK) dalle fila delle SDF, alla Turchia di Erdogan dovrebbero rimanere pochi strumenti per continuare a coordinare la guerra sul confine turco-siriano.
Le tensioni settarie e il difficile controllo del territorio
Le milizie straniere, però, non combattono soltanto tra le fila delle SDF. Il tempismo di Damasco nel chiudere l’accordo è infatti tagliente. Al-Sharaa comunica questo risultato all’indomani di cinque giorni di massacri e rastrellamenti su base etnica nella regione costiera di Latakia, a maggioranza Alawita. Si tratta del gruppo etnico sciita del tiranno Assad, che per decenni ha governato il Paese con odio settario, dando il potere ad alcune famiglie alawite, e contro cui oggi si riversa il desiderio di vendetta. Il tutto nonostante la maggioranza tra gli alawiti siano poveri e abbiano patito le violenze del regime. Le vittime civili – tra cui si contano anche cristiani – sono oltre 1300: è il sangue versato dalle milizie filo governative (molte delle quali non erano sotto il diretto controllo di al-Sharaa) a seguito degli attacchi di un manipolo di forze armate fedeli all’ex regime. Tra i gruppi armati che hanno preso parte agli scontri ci sono anche combattenti provenienti dall’Asia centrale e orientale e dal Nord Africa. Anche questi dovrebbero lasciare il Paese. «Non sono persone che si stanno vendicando per le violenze subite, ma forze ingaggiate per commettere questi crimini», riferisce a L’Indipendente F., un militante del Partito comunista siriano. La reazione del governo agli scontri portati avanti dalle bande armate «pro-regime» è stata tuttavia oltre misura, fattore che denota la difficoltà del nuovo presidente nel contenere l’odio settario accumulato in sei decenni di tirannia. «Le immagini circolate in questi giorni ci hanno riportato nel 2011, quando vedevamo le famiglie sunnite massacrate dalle forze governative», continua F. «Al-Sharaa è responsabile perché ha messo in ruoli di comando solo uomini di Idlib (sunniti) che vogliono vendetta per ciò che è stato. Non si fida della sua gente, del popolo siriano». Lo scorso 9 marzo, dalla Grande Moschea di Damasco, il presidente ha richiamato al mantenimento «dell’unità nazionale e della pace per quanto possibile», istituendo una commissione di inchiesta che «dovrà far luce sulle violenze contro i civili e punire i responsabili».
Prime aperture, ma il futuro resta incerto

Se i massacri di civili fossero effettivamente andati oltre il controllo del governo, si spiegherebbe meglio l’acceleratore premuto da al-Sharaa per chiudere l’accordo di unità in tempi così stretti. «Stiamo lavorando per costruire una transizione che rifletta le aspirazioni di giustizia e stabilità di tutti i siriani», scrive in arabo, all’indomani dell’accordo, il generale Mazloum Abdi su X. Quest’ultimo, a differenza delle bande pro-regime che hanno giustificato il massacro di migliaia di innocenti, comanda un esercito composto da 70.000 soldati. «Questo accordo rappresenta una opportunità reale per costruire una Siria nuova che abbracci tutte le sue componenti e comunità», aggiunge Abdi. Significativa è la sesta clausola del patto (recepita con dubbi da parte di molti a causa dei massacri a danno delle comunità alawite), che fa esplicito riferimento ad un’alleanza nella lotta contro le milizie affiliate all’ex regime di Assad. Alle polemiche sollevate rispetto sul tempismo dell’accordo ha risposto così Ilhan Ahmed, tra le più influenti figure politiche della DAANES: «l’accordo è anche un passo per fermare gli eventi dolorosi che sofferti dalla nostra gente nelle aree costiere. Lavoriamo per la riconciliazione nazionale».
Ed effettivamente qualche risultato, ancora simbolico, si è visto. A una squadra della Mezzaluna Rossa Curda, per esempio, è stato concesso di andare a soccorrere alcuni feriti nella zona costiera di Latakia, mentre di recente il Ministero per gli Affari Sociali di Damasco ha finanziato l’invio di alimenti a famiglie bisognose nel Nord-Est in occasione del Ramadan. E ancora, si stanno attivando progetti di riparazione delle infrastrutture energetiche in collaborazione tra il governo ad interim e la DAANES. L’elemento concreto più significativo è senz’altro l’istituzione di un comitato pensato per implementare i termini dell’accordo. «Hanno di recente visitato il generale Mazloum Abdi. Questo dimostra le buone intenzioni di al-Sharaa», riferisce S. del Rojava Information Centre a L’Indipendente. Inoltre, ci sono state senz’altro conseguenze diplomatiche: la Germania ha finalmente riaperto l’ambasciata a Damasco. Questo potrebbe avere ripercussioni positive sul tema più impellente – sul quale non si è ancora visto alcun progresso – che è il cessate il fuoco con le milizie filo-turche. Le stesse che hanno preso parte ai massacri a danno dei civili nella regione costiera nelle scorse settimane. Ma non sono soltanto i turchi a minacciare la sovranità della Siria. La minaccia Israeliana avanza e inasprisce le divisioni interne che al-Shara sembra star cercando di risanare.
Esattamente un giorno dopo la stretta di mano tra al-Sharaa e Abdi, il governo ad interim ha chiuso un accordo anche con la comunità drusa che controlla e difende, ormai da 5 anni, la regione di Suwayda, al confine con la Giordania. I servizi di sicurezza di Suwayda saranno connessi al Ministero degli Interni del governo di Damasco, ma la polizia locale sarà composta solamente di residenti locali della comunità drusa. Le recenti dichiarazioni di Netanyahu in seguito agli scontri tra i drusi del quartiere di Jaramana – nella periferia di Damasco – in merito all’essere «pronti a difendere» le comunità druse, hanno probabilmente spinto al-Sharaa a velocizzare il processo di unità anche su questo fronte. Se, tuttavia, sono stati i comandanti delle milizie Al Karama (letteralmente “dignità”) a firmare l’accordo con al-Sharaa, il più importante leader spirituale della comunità drusa sembra non essere allineato. «Con l’attuale amministrazione non può esserci riconciliazione», ha dichiarato lo sceicco Hikmat al-Hijri. Solo il tempo ci mostrerà se l’atto di fiducia che il presidente ha concesso ai curdi e ai drusi si estenderà a tutte le comunità che compongono il mosaico della società civile siriana – e non solo a chi è ben armato. Questo sarà misurato dai progressi sulla Conferenza Nazionale che dovrebbe portare a una costituente, nella quale per ora né i curdi nel Nord-Est, né i drusi nel Sud sono stati ufficialmente inclusi. «Bene per la tutela costituzionale dei diritti dei curdi, ma ancora non c’è una Costituzione, è tutto da definire. Le SDF, come detto, hanno bisogno del cessate il fuoco, e questa è la priorità su cui si testerà in primis l’accordo», riferisce a L’Indipendente una giornalista del Rojava Information Centre. Da definire c’è ancora molto, a partire dalla lotta all’Isis e dalle sempre più visibili ingerenze dell’occupante israeliano. Proprio nella mattina di giovedì 13 marzo – mentre continuano tra Suwayda e Daraa le proteste contro Israele – le IDF hanno bombardato un edificio nel quartiere di Dummar, a Damasco. Il giorno dopo la sigla dell’accordo tra governo ad interim e SDF, inoltre, i turchi hanno coordinato un attacco sferrato nei territori della DAANES.
Sulla costa, per adesso, i massacri sono cessati, ma le comunità alawite tra Latakia, Jableh e Baniyas hanno ancora paura. «Il peggio è passato, ma continuano quelli che il governo definisce “casi isolati”. Non vediamo più i rastrellamenti delle scorse settimane, ma i furti, rapimenti, e le uccisioni continuano», confida R., dottoressa di Jableh, a L’Indipendente. «Dopo la dipartita del tiranno Assad eravamo convinti che la vita sarebbe migliorata, ma abbiamo presto realizzato che la storia si può ripetere anche se i volti cambiano», aggiunge sconfortata. Le piazze siriane da Qamishli a Damasco hanno festeggiato l’accordo come una svolta per l’unità e la riconciliazione, ma la strada per metterlo a terra è lunga e tortuosa, sia per quanto riguarda le minacce interne, che quelle esterne. «Qui le strade sono deserte, i negozi sono chiusi. Abbiamo tutti paura di lasciare le nostre case», conclude R. raccontando della quotidianità a Jableh. Speranzosa che non si tratti di una anticipazione della Siria di domani.
[di Mosé Vernetti]



