Parchi nazionali, riserve naturali e aree marine protette dovranno fare i conti con una significativa riduzione delle risorse economiche destinate al loro funzionamento. Nelle ultime settimane il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha infatti comunicato agli enti gestori i nuovi trasferimenti per l’esercizio finanziario in corso, con tagli che, nel complesso, si attestano intorno al 23% rispetto allo scorso anno. In alcuni casi la riduzione supera i 700 mila euro, incidendo direttamente sulle spese di funzionamento ordinario.
La misura interessa l’intero sistema delle aree protette italiane: dai grandi parchi nazionali, come Gran Paradiso, Stelvio e Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, fino alle riserve naturali statali e alle 32 aree marine protette. Secondo il ministero, la riduzione è la conseguenza dei minori stanziamenti previsti per il Mase dalla Legge di Bilancio 2026. I tagli non sono uniformi, ma variano da ente a ente. Certo è che la decisione appare in contrasto con gli impegni assunti dall’Italia sul fronte della tutela della biodiversità. Nel 2023 lo stesso Mase ha adottato la Strategia per la biodiversità 2030 e l’Italia ha aderito ad accordi globali, come quelli derivanti dalla COP15 che prevedono, entro il 2030, la protezione legale di almeno il 30% del territorio terrestre e marino. La riduzione delle risorse destinate agli enti che gestiscono queste aree rischia di rendere più difficile, se non impossibile, il raggiungimento di tali obiettivi.
Le conseguenze riguarderebbero poi attività essenziali per la conservazione del patrimonio naturale. Le minori disponibilità economiche potrebbero compromettere il monitoraggio degli ecosistemi, gli interventi di tutela della biodiversità, la manutenzione ordinaria e straordinaria, l’apertura al pubblico, i programmi di educazione ambientale e la prevenzione degli incendi boschivi, particolarmente delicata durante la stagione estiva. Un ulteriore elemento di criticità riguarda i tempi con cui i tagli sono stati comunicati. Gli enti gestori hanno già programmato, e in molti casi impegnato, le risorse sulla base delle assegnazioni previste a inizio anno. La riduzione dei finanziamenti a metà esercizio rischia quindi di compromettere contratti già sottoscritti, servizi in corso e attività programmate, rendendo complessa la gestione economica e organizzativa.
Diverse associazioni ambientaliste hanno espresso forte preoccupazione. Blue Marine Foundation, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, ProNatura, WWF Italia e Worldrise ritengono che la scelta rappresenti il totale disinteresse per la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, nonostante la Costituzione riconosca questi aspetti come un valore fondamentale. Le organizzazioni sottolineano inoltre che un territorio fragile, sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico e al consumo di suolo, avrebbe anzi bisogno di maggiori investimenti nelle aree protette, considerate strumenti essenziali per la conservazione della natura e la prevenzione dei rischi ambientali. «La riduzione delle risorse può tradursi – ha evidenziato il direttore degli Affari legali e istituzionali del WWF Italia, Dante Caserta – in minori controlli sul territorio, minori attività di ricerca, interventi di risanamento e servizi di sorveglianza, indebolendo la capacità di tutela del patrimonio naturale nazionale».
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente di Federparchi, Luca Santini, che ha chiesto al ministero l’apertura di un tavolo istituzionale per ripristinare le risorse necessarie già dal 2027. Secondo Santini, qualora la misura fosse temporanea, gli enti potrebbero cercare di assorbirne gli effetti, ma una riduzione strutturale rappresenterebbe un problema rilevante per un Paese che ospita il più ricco patrimonio di biodiversità d’Europa. Particolarmente esposte risultano le aree marine protette, che potrebbero incontrare difficoltà nel mantenere l’equilibrio dei propri bilanci.
Per gli enti gestori, la sfida a breve termine sarà ora garantire la continuità dei servizi essenziali con risorse sensibilmente inferiori rispetto a quelle su cui avevano programmato le attività dell’anno in corso. Senza contare che questo ridimensionamento dei fondi arriva in una fase in cui gli effetti del cambiamento climatico rendono ancora più centrale il ruolo delle aree protette nella conservazione degli ecosistemi e nella prevenzione dei rischi ambientali. E sebbene la direzione del Governo sulle questioni ecologiche sia stata chiara fin dal principio, la conservazione nelle aree protette sembrava l’unico fronte su cui nessuno avrebbe avuto il coraggio di ritrattare. Il tutto mentre la stessa maggioranza sta portando avanti una riforma della disciplina venatoria che stravolge la legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica. Previsto l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di estendere ulteriormente l’attività venatoria e l’allentamento dei vincoli territoriali. Misure già di per sé gravi, ma che appaiono ancor più oscure se contestualizzate in uno scenario futuro in cui le aree protette avranno sempre meno fondi a disposizione per tutelare la biodiversità e il territorio.





Ogni tanto mi piacerebbe che l’equilibrismo delle parole venisse bypassato. Siamo incazzati neri, altroché “le associazioni ambientaliste esprimono forte preoccupazione”!
E la gente continuerà a non votare…d’altronde, non è che i nostri verdi siano più di tanto efficaci e convincenti….
D’altronde se spendono miliari in armi, che cosa vuoi che gliene fotta a questi fasci di merda dell’ambiente.
Basterebbe piazzare un paio di batterie di Tomawak (comprate agli americani) sulla cima di Stelvio e Adamello, e i fondi tornerebbero al 100%. E faremmo contento anche il paperotto biondo
Questione di sicurezza nazionale e NATO