martedì 23 Luglio 2024

Argentina: la riforma neoliberista di Milei scatena la rivolta nelle piazze

Dopo l’ok della Camera, anche il Senato argentino ha dato il via libera alla legge “bases” (Ley Bases y Puntos de Partida para la Libertad de los Argentinos, ovvero che mira a stabilire i “punti di partenza” per la libertà degli argentini) voluta da Milei, un pacchetto di riforme che definisce il quadro legale per mettere in pratica una profonda trasformazione del modello economico e sociale del Paese. La legge, approvata con un solo voto di scarto (36 contro 37, con il voto decisivo della presidente del Senato e vicepresidente della Repubblica, Victoria Villarruel), intende «modernizzare e dinamizzare» il Paese sulla base del liberalismo economico, riducendo drasticamente il ruolo dello Stato. Ora il testo tornerà alla Camera dei Deputati per la revisione delle modifiche e l’ok definitivo. Mentre erano in corso le discussioni dei senatori, dure proteste si sono svolte di fronte alla sede del Parlamento di Buenos Aires, con le forze dell’ordine che hanno sparato gas lacrimogeni per disperdere le migliaia di manifestanti. I principali sindacati, come CGT, CTA, ATE e UTEP, si erano riuniti insieme alle organizzazioni per i diritti umani, al Fronte Nazionale dell’Unione delle Università, ai partiti di sinistra e al gruppo kirchneriano La Cámpora per esprimere il loro dissenso e incoraggiare i senatori a votare contro la legge.

Sono circa sei mesi che prosegue la discussione sulla legge, approvata alla Camera – dopo diverse revisioni – con 142 voti a favore, 106 contrari e 5 astensioni. In primo luogo, il provvedimento stabilisce un anno di stato di emergenza pubblica in ambito amministrativo, economico, finanziario ed energetico, in modo da permettere all’esecutivo di disporre di poteri speciali in questi quattro ambiti. Si stabilisce poi una «riduzione del sovradimensionamento dello Stato» e della sua presenza all’interno dell’amministrazione pubblica nazionale. Nel piano iniziale, poi, dovevano essere privatizzate (in maniera parziale o totale) 41 aziende, ma i legislatori hanno successivamente ridotto tale numero a 8. Tra queste, vi sono anche Aerolinas Argentinas (la compagnia aerea di bandiera), Correo Argentino (la società statale che si occupa dei servizi postali) e Radio y Televisión Pública, per le quali la Camera aveva autorizzato la vendita, ma il Senato l’ha respinta. Viene inoltre modificata e resa più “flessibile” la legislazione sul lavoro e sulle pensioni – in un modo che, secondo i sindacalisti, renderà più semplici i licenziamenti. Vengono inoltre offerti incentivi per i grandi investimenti, con benefici fiscali e doganali per investimenti superiori ai 200 milioni di dollari in settori strategici, come quello energetico e degli idrocarburi – con il rischio che questo annienti l’occupazione locale e le piccole e medie imprese. Per il settore energetico, in particolare, si aprono le porte al libero commercio e alla liberalizzazione dei prezzi, proprio al fine di attrarre grandi investimenti. La norma è insomma, nel suo complesso, perfettamente in linea con il progetto di uno “Stato minimo” di stampo neoliberista di Milei, che prevedeva sin dall’inizio enormi tagli alla spesa statale, compresa la spesa sociale, rendere il lavoro più economico e attirare investimenti grazie alla massiccia deregolamentazione e privatizzazione delle società statali o a partecipazione statale.

Mentre si svolgeva la votazione dei deputati, migliaia di persone hanno riempito le strade di Buenos Aires per protestare contro l’approvazione della legge. La manifestazione è stata pacifica fino a mezzogiorno, quando violenti scontri sono avvenuti nella piazza di fronte al Congresso, al punto che la sessione del Senato è stata interrotta. La polizia ha tirato gas lacrimogeni contro persone che cercavano di entrare nella piazza, tra le quali sei deputati kirchneristi che hanno dovuto ricevere assistenza medica, mentre alcune auto sono state date alle fiamme. Sono state almeno 30 le persone arrestate e decine i feriti. I manifestanti sono stati definiti «terroristi» da Milei, intenzionati a «compiere un colpo di Stato attentando contro il normale funzionamento del Congresso della Nazione Argentina». Questa, tuttavia, costituisce solamente l’ultima delle numerose proteste messe in atto in questi mesi da ogni fascia della popolazione, che esprimevano la contrarietà nei confronti delle politiche del neoeletto presidente. A poco è servito il controverso pacchetto di norme varato immediatamente dopo l’insediamento dell’esecutivo, volto a reprimere duramente le manifestazioni secondo la filosofia del “chi la fa la paga”: i cittadini sono comunque scesi in piazza, a decine di migliaia e a più rirprese.

Mentre il presidente prosegue col suo disegno “anarcoliberista”, le condizioni economiche della popolazione vanno drasticamente peggiorando. Secondo il rapporto sul debito sociale strutturale della società argentina, redatto dall’Università Cattolica di Buenos Aires, nel primo trimestre di quest’anno la povertà nel Paese è stimata al 55,5%, in aumento rispetto al 44,7% dello medesimo periodo del 2023. Il rapporto, in particolare, ha mostrato come il dato sia aumentato in particolare dopo che il presidente Milei ha prestato giuramento, lo scorso dicembre. Il 17,5% della popolazione del Paese è considerata indigente, quasi il doppio rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno. Da quando Milei è entrato in carica ha svalutato la moneta, mentre i costi dei servizi essenziali sono aumentari di oltre il 300%, limitando notevolmente il potere d’acquisto.

[di Valeria Casolaro]

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