sabato 20 Aprile 2024

L’impatto della guerra sull’ambiente: una questione dimenticata dalla COP28

Nonostante l’importanza del tema, l’impatto della militarizzazione sull’ambiente e sul clima non è stato al centro dei colloqui svoltisi alla COP28, ormai conclusa. Se da un lato alcune realtà hanno cercato di portare il tema al centro dell’attenzione, dall’altro questo è stato scarsamente tenuto in considerazione dai delegati dei Paesi presenti. Eppure, i due temi vanno di pari passo: guerra e ambiente sono due facce della stessa variegata medaglia che è il disastro globale. Il comparto bellico è uno dei maggiori fattori di impatto sull’ambiente. La cognizione cresce grazie all’azione di diversi movimenti, che stanno iniziando a trattare il problema della militarizzazione sotto questa lente, ma il cammino è ancora lungo e ora più che mai è il momento di sviscerare la faccenda e affrontare l’argomento come si dovrebbe.

Durante la Conferenza, alcune realtà sono intervenute per sottolineare il ruolo determinante delle guerre nel cambiamento climatico e nel degrado ambientale. L’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) ha anche lanciato un appello perchè questo venisse riconosciuto all’interno del Global Stocktake, il documento finale. Eppure, il risultato non è stato quello sperato. Dialogare faccia a faccia con i dati dell’impatto ecologico che il comparto bellico ha sull’ambiente è cosa tutt’altro che semplice. Secondo uno studio congiunto portato avanti dall’Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente e dagli Scienziati per la Responsabilità Globale, le azioni militari corrisponderebbero a circa il 5,5% delle emissioni di gas serra; eppure, lo stesso report sottolinea come “le emissioni collegate al contributo bellico vanno oltre questo quadro”, poiché i dati raccolti sono spesso “volontari, assenti, incompleti o nascosti” e omettono elementi che risulterebbero determinanti per l’analisi, a tal punto da poter parlare di military emissions gap. La situazione che questi ci restituiscono, tuttavia, è tutt’altro che incoraggiante: la stessa analisi sottolinea infatti come se i militari del mondo fossero una nazione, si classificherebbero appena fuori dal podio dei Paesi più inquinanti, portando a casa un lodevole quarto posto, e collocandosi sopra l’intera Russia.

La stessa guerra tra Russia e Ucraina ha portato innumerevoli danni all’ambiente e rischia di causare ancora più disastri di quelli che abbiamo già visto. Quella dell’odierno conflitto nel Donbass è una esemplare testimonianza dei danni che la guerra può causare al territorio: dall’annichilimento delle aree naturali, al rilascio di zolfo e azoto nell’atmosfera, fino ad arrivare all’appiattimento dei terreni, alla deforestazione, all’inquinamento delle acque, alla dispersione di polveri e metalli, tutte questioni già ampiamente dibattute, ma mai affrontate di petto dalla comunità internazionale. Non solo la guerra, ma anche le esercitazioni possono causare ingenti danni all’ecosistema, e a tal proposito abbiamo un ottimo esempio casalingo con quanto successo quest’estate in Sardegna. Il dato rilevante che emerge da tutto ciò è che non serve neanche che la tragedia della guerra si faccia carne perché il comparto bellico impatti consistentemente sull’ambiente. L’unico vero modo per ridurre i disastri ecologici e umanitari che l’insieme bellico porta con sé è quello di operare alla radice; non più guardare al modo in cui si fa la guerra, ma intaccare per via diretta quello che la guerra permette di farla: la produzione.

In questi anni si è parlato di agire direttamente sulla produzione stilando una lista di 27 principi in materia Protezione dell’Ambiente in Relazione ai Conflitti (da cui l’acronimo PERAC). Lo stesso testo promosso dalla Commissione del Diritto Internazionale discute, nel primo principio, di misure di protezione dell’ambiente da attuare “prima, durante e dopo un conflitto armato”. Nonostante ciò, la maggior parte dei principi non sono solo molto generali (dopo tutto sono principi), ma primariamente legati alle operazioni militari in atto e al controllo delle zone conquistate. Si legge per esempio nel principio 15 che “sono proibiti attacchi contro l’ambiente in forma di rappresaglie”, o ancora, in quello seguente che è fortemente vietato il “saccheggio di risorse naturali”. Sono pochi i principi dedicati in maniera diretta alla produzione degli armamenti, e come se ciò non bastasse, questi promuovono norme piuttosto vaghe e generiche. Il decimo, nel particolare, sostiene che gli Stati debbano impegnarsi affinché le imprese operanti nel loro territorio operino “diligentemente”, e che esse si muovano per ottenere le risorse naturali in “maniera ecologicamente sostenibile”. I passi avanti, insomma, si sono fatti, ma siamo ancora lontani dall’intaccare in maniera sostanziale la produzione di armi e apparecchiature di natura bellica.

I possibili vantaggi che un graduale disarmo, o quanto meno un reinquadramento della macchina produttiva bellica secondo standard più sostenibili, porterebbe sono svariati, e non toccano il solo tema dell’ambiente. Qui in Italia, una delle patrie della produzione bellica mondiale, ne ha recentemente discusso Sbilanciamoci! nella propria controfinanziaria. Perché la guerra, oltre a essere lo strumento di risoluzione delle controversie preferito dai più, è anche un immenso business; e il fatto che alla COP28 l’argomento sia stato a malapena menzionato, non è che una conferma tanto di ciò, quanto dell’ipocrisia e del falso impegno – interamente di facciata – che i vertici dei Paesi portano avanti nel contrasto al cambiamento climatico. Senza scadere nel più limpido dei greenwashing, ha invece iniziato a intavolare la discussione sull’impatto ecologico del comparto bellico la Earth Social Conference nella giornata di giovedì 07 dicembre. Eppure, nonostante la consapevolezza stia crescendo, la strada è ancora tutta in salita. I problemi persistono e il tema dell’impatto ecologico del comparto bellico è ancora troppo poco considerato: è arrivato il momento di mettere sul tavolo politiche attive che considerino direttamente la produzione e intacchino il sistema guerra alla radice.

[di Dario Lucisano]

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