domenica 2 Ottobre 2022

L’altro volto della guerra: i danni ambientali del conflitto in Ucraina

Da due mesi e mezzo le immagini della guerra in Ucraina riempiono le preoccupazioni degli europei. Un conflitto raccontato principalmente aggiornando il numero di morti, disquisendo della tipologia di armi utilizzate e mostrando i danni subiti da infrastrutture e palazzi. C’è tuttavia un altro aspetto certo non secondario: l’impatto ecologico del conflitto, le cui conseguenze peseranno sulle future generazioni anche quando la guerra sarà finita.

Gli effetti a lungo termine di una guerra che coinvolge due nazioni altamente industrializzate come Russia e Ucraina saranno infatti visibili anche sui territori circostanti (come Bielorussia e Moldavia) e porteranno gradualmente alla perdita di ecosistemi e terreni fertili per l’agricoltura, inquinamento delle falde e diffusione di sostanze tossiche. Ma andiamo più nel dettaglio.

In Ucraina il rischio di contaminazione per l’ambiente è già alto dal 2014, anno dell’inizio del conflitto nel Donbass. Quest’area in particolare, che da allora subisce la guerriglia tra le forze armate ucraine e le milizie separatiste filorusse, ospita circa 4.500 imprese minerarie metallurgiche e chimiche. In queste zone, e in tutte quelle coinvolte dal conflitto, è difficile ad oggi monitorare i parametri ambientali sul campo: l’impossibilità di recarsi in loco e la circolazione di molte notizie false impedisce agli addetti di capire veramente in che modo intervenire e quanto sia urgente farlo.

Ma non si tratta solo di bombardamenti (che di per sé rilasciano già nell’ambiente sostanze dannose, come la polvere di cemento). Dall’inizio del conflitto – che si protrae tuttora – le aree attorno alle miniere di carbone, momentaneamente abbandonate, pullulano di sostanze tossiche. Al contrario di quanto si possa pensare, interrompere bruscamente l’attività estrattiva porta dei grossi rischi: l’acqua utilizzata nel processo deve essere pompata in continuazione. In caso contrario il liquido, intriso di sostanze tossiche, riempie i condotti minerari e sale in superficie, potenzialmente intaccando terreni e sorgenti potabili. E non è raro che accada, dal momento che in Donbass, ad esempio, almeno l’8% delle installazioni industriali è precario e poco sicuro.

Qualche esempio: il 13 marzo le bombe russe hanno colpito e gravemente danneggiato i centri di produzione e le tubature della centrale a carbone di Avdiivka, il principale centro di gestione del combustibile in Ucraina. La stessa sorte è toccata a Sumy, città nord orientale, dove i bombardamenti russi hanno provocato nuvole di ammoniaca tossica. A proposito di ammoniaca: nella regione di Ternopil (a ovest) il danneggiamento di alcuni serbatoi di fertilizzanti ha riversato nell’acqua una quantità della sostanza 163 volte superiore rispetto alla media.

ONG ed osservatori internazionali stimano che in generale, sul territorio ucraino si siano verificati danni a più di 100 infrastrutture (tra cui centrali elettriche, depositi di carburante e impianti per il trattamento e depurazione dell’acqua). Si teme in particolare per le 465 installazioni di stoccaggio, situate vicino a centri abitati o fonti di acqua (come i fiumi Dniester, Dnipro e Siverskyi Donets), e che contengono 6 miliardi di tonnellate di rifiuti tossici. Facile capire che, se dovessero disperdersi, si verificherebbe una vera e propria catastrofe.

Era il 2014 e l’allora segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ripeteva al mondo una frase che sarebbe dovuta diventare un mantra, e che invece non ha seminato quanto sperato:l’ambiente è la vittima silenziosa della guerra.Guardando al futuro e, si spera, ad una prospera e vicina ricostruzione dell’Ucraina, la comunità internazionale dovrebbe mettere in conto anche le spese da affrontare per la salvaguardia e la messa in sicurezza ambientale. Nell’interesse di tutti.

[di Gloria Ferrari]

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